Crescita economica, aumento dell’occupazione: fantasie numeriche a confronto

Con la fine del vecchio anno e l’inizio del nuovo crescono come i funghi le dichiarazioni delle alte sfere governative. Bilanci e previsioni di rito, soprattutto sull’andamento dell’economia e sulla crescita dell’occupazione. I toni e i contenuti sono in genere ottimistici, tendenti anzi a rimarcare il buon operato del governo, fornendo a supporto numeri e stime di crescita poco credibili. Proviamo allora ad esaminare alcuni di questi numeri prodotti da una agenzia di ricerca, di cui omettiamo il nome, essendo comunque possibile reperire in rete dati numerici simili da varie fonti ed istituti di ricerca affini. Ebbene, leggendo il paragrafo relativo al lavoro, emerge subito una stranezza sui dati della disoccupazione generale, la quale sarebbe in Italia al 12%, mentre l’occupazione giovanile compresa nella fascia di età che va da 15 ai 24 anni, sarebbe contemporaneamente intorno al 15%. Qualcosa non torna nei numeri forniti, infatti come può essere stimata intorno al 12% la disoccupazione in Italia, se poi il livello di occupazione giovanile è solo del 15%? Apprezziamo dunque tutta  l’abilità illusionistica di chi spara le cifre rassicuranti sul 12% di disoccupazione globale, mentre riporta il dato sulla percentuale di giovani occupati, fermo a un misero 15%. Ci rendiamo conto che le autorità politiche devono diffondere notizie rassicuranti , tuttavia non ci vuole molto a capire che in base agli stessi dati diffusi le cose poi non stanno andando così bene. Soprattutto per i giovani, le cui prospettive di reddito si collegano in modo sempre più labile,  a una condizione di precariato a vita, fatta di impieghi temporanei, sottopagati, e all’insegna di livelli crescenti non di tutele, ma di oppressione e sfruttamento. La grande riforma del lavoro, il jobs act, è stata il tentativo di omologare, cioè di abbassare, il costo medio del lavoro italico ai livelli presenti nelle economie capitalistiche asiatiche concorrenti. Se escludiamo i dati irrealistici sulla ripresa economica e sull’aumento dell’occupazione, resta, all’attivo della foga riformista dell’attuale esecutivo, proprio il discutibile merito di avere avvicinato l’italico costo medio del lavoro ai livelli delle rampanti economie asiatiche.
In un testo messo in rete nel settembre 2015, dal titolo ‘jobs act: fra propaganda e realtà’, abbiamo tentato di riassumere le cause sistemiche invarianti che stanno dietro le politiche economiche dei governi borghesi, pure nelle apparenti differenze di facciata. Non ripetiamo dunque quanto già detto in precedenza, tuttavia alcuni aspetti delle questioni affrontate nel testo suddetto meritano forse un ulteriore chiarimento. I governi borghesi di vario colore continuano a fantasticare di crescita economica, investimenti, nuova occupazione e via dicendo. Queste parole, fino a un certo punto, possono pure esprimere dei risultati reali, in ogni caso riferibili a investimenti di capitali operati da limitati gruppi di aziende, con annessa creazione di posti di lavoro a loro volta limitati a particolari settori occupazionali. In altre parole si spaccia quello che avviene in una parte dell’economia, sotto la spinta dei processi di selezione concorrenziale capitalistica, per il quadro generale dell’economia. Nei periodi di contrazione del ciclo economico decine di migliaia di aziende chiudono i battenti, centinaia di migliaia di posti di lavoro si perdono, e tuttavia alcune aziende sopravvivono, altre nascono ex novo, e quindi alcuni posti di lavoro vengono ricreati. In realtà il confronto fra il saldo iniziale, pre-crisi, di imprese e posti di lavoro, e quello attuale, mostra sempre un segno negativo. Questo accade sotto la spinta di inesorabili processi economici, finalizzati innanzitutto a garantire quote di mercato, fatturato e profitti alle imprese che continuano a competere con le altre  imprese nazionali e internazionali. Per affrontare la concorrenza è necessario ridurre i costi aziendali, in primo luogo quelli del lavoro, e allora bisogna investire in capitale costante, e impiegare le macchine al posto degli uomini. Ma essendo il lavoro umano ciò che conferisce valore ai beni prodotti nell’attività economica, la sua sostituzione con le macchine determina, in questi stessi beni prodotti, in quanto merci destinate allo scambio, anche un calo percentuale della parte di lavoro estorta, in altre parole rubata dal capitale costante ‘morto’ al capitale variabile ‘vivo’ , nel processo produttivo aziendale. Diminuendo la quota di plus-lavoro/plusvalore incorporata, meglio dire catturata, nella singola merce, l’impresa si vede obbligata ad aumentare la quantità di merci prodotte, se vuole mantenere almeno il volume di profitti precedenti (nonostante la diminuzione del saggio percentuale di profitto, risultante dal rapporto fra capitale proprio e utile d’esercizio) . Questo obiettivo aziendale vitale , racchiuso nel mantenimento di un utile annuo quantitativamente identico a quello degli anni precedenti, seppure in presenza di maggiori investimenti in materie prime (per produrre più merci) e immobilizzazioni tecniche (il capitale costante destinato a sostituire il lavoro umano e potenziare le capacità produttive), tuttavia si insabbia nella palude del mercato. Infatti, la maggior produzione di merci deve ora  trovare dei clienti disposti a comprare sul mercato queste stesse merci (contenenti minor plusvalore) , ma il mercato, dove si incrociano domanda e offerta, è ora una palude che blocca il vulcano della produzione, poiché la forza lavoro espulsa dalle macchine, disoccupata, e quindi senza reddito e potere di acquisto, non può più comprare le merci offerte dalle aziende. Il servo salariato è, ahi noi, anche un potenziale cliente, e quindi chi comprerà tutte le merci prodotte se esso viene privato di un salario? Questa contraddizione caratterizza in modo inesorabile l’economia capitalistica, conducendo il settore industriale a una periodica sovrapproduzione di merci, cioè di merci invendute, con l’effetto di impedire il regolare svolgimento del ciclo D-M-D’. In altri testi abbiamo  parlato dei mezzi storicamente utilizzati dall’economia capitalistica per distruggere l’eccesso di merci, capitale costante e forza-lavoro, e così rilanciare il ciclo dell’accumulazione.
Ci interessa, nel contesto del presente lavoro, approfondire invece il contenuto delle politiche economiche dei governi borghesi, svelando in pieno la loro funzione di supporto al cosiddetto sistema delle imprese e degli affari, cioè in primo luogo al capitale finanziario e industriale. Abbiamo spesso ripetuto che il plusvalore prodotto nell’economia reale viene in seguito ripartito fra le varie branche del capitale complessivo (industriale, finanziario, immobiliare -fondiario) sotto forma di profitto, interesse, rendita. Le tutele normative crescenti per il capitale, contenute nelle riforme volute dai vari governi italici negli ultimi decenni, vanno dalla libertà di licenziamento, all’aumento della precarietà nei rapporti di lavoro, all’incremento dell’imposizione fiscale sui proletari e sulla piccola borghesia, allo scopo di drenare flussi di denaro verso il capitale finanziario nazionale e internazionale. Sotto la coltre di formule lessicali azzardate e presuntuose, come ad esempio jobs act, o la  ‘buona scuola’, si cela la solita politica volta alla tutela esclusiva degli interessi della minoranza sociale parassitaria borghese. Un copione politico vecchio, antico, putrescente, eppure ancora capace di avere risvolti operativi efficaci di dominazione, soprattutto a causa degli attuali rapporti di forza sfavorevoli alla classe proletaria. È il livello arretrato del conflitto sociale, e quindi l’inesistenza di un soggetto politico in grado di unificare e guidare le lotte particolari della classe intorno ad un chiaro programma di cambiamento politico ed economico, che continua a perpetuare lo status quo. I governi borghesi si arrampicano sugli specchi per ridare fiato al meccanismo di accumulazione, eppure l’economia capitalistica, stretta fra Scilla e Cariddi, cioè fra il vulcano della produzione e la palude del mercato, a un certo punto ha bisogno di qualcosa di più dei soliti tagli al welfare, dell’aumento delle tasse e delle imposte, o del riconoscimento legale di poter licenziare e assumere a tempo determinato senza impedimenti legali. A questo punto si apre lo scenario della guerra come distruzione rigeneratrice. Su cui non è il caso per ora di ritornare.
Riprendiamo ancora una volta l’analisi dei numeri diffusi dalle agenzie di ricerca. Il coro comune parla di avvenuto inizio della ripresa economica, poiché i dati del 2015 e le previsioni del 2016 indicano per l’Italia aumenti di 0,3 e 0,9 (utilizzando come parametri di confronto i dati relativi agli anni precedenti, cioè il 2014 per lo 0,3 di aumento nel 2015, e il 2015 per le previsioni di aumento nel 2016). L’aspetto risibile di tutta l’operazione mediatico-statistica emerge quando dalla mole di dati numerici viene estrapolato il dato sulla produzione industriale attuale e su quello precedente alla crisi. Dal 2008 al 2015 è andato perso oltre un 30% della produzione industriale degli anni pre-crisi, e la vantata ripresina del 2015 ha recuperato appena l’uno per cento di questa perdita. Da un punto di vista puramente macroeconomico si tratta di numeri da ecatombe, poiché significano la chiusura di decine di migliaia di aziende di dimensioni piccole e medie, e la corrispondente perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro. Tale realtà macroeconomica nazionale segnala un oggettivo ridimensionamento del peso dell’economia italiana nel contesto mondiale, avvenuto per effetto della spietata ristrutturazione capitalistica globale (accelerata dalla crisi, e tuttora in corso di svolgimento). La peculiarità del caso italiano emerge perfino dal confronto con i numeri sull’occupazione giovanile in Germania e Inghilterra, dove più del 40% della popolazione giovanile risulta occupata, mentre, come riportato prima, in Italia solo il 15% dei giovani compresi nella fascia di età che va dai 15 ai 24 anni risulta occupato. Stiamo ragionando sui numeri forniti dalle principali agenzie di ricerca, gli stessi numeri che poi vengono utilizzati in un certo modo dai governi (non solo dall’attuale governo Renzi) per enfatizzare alcuni aspetti positivi e oscurare invece gli aspetti di tipo negativo. La maggioranza dei destinatari delle comunicazioni politico-istituzionali governative, addomesticati da sempre a vedere il mondo con le lenti deformanti del pensiero  aziendalista, attendono con fiducia la ripresa economica e il ritorno alla felicità consumistica di un tempo. In attesa del sol dell’avvenire (capitalistico) una intera generazione di giovani è costretta a sopravvivere con la mancia dei nonni, mentre questi stessi nonni sono poi obbligati a lavorare fino alla soglia dei settant’anni dalle attuali norme previdenziali.

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