IL COMUNISMO E LA QUESTIONE NAZIONALE

 

 

 

Le discussioni sul metodo del proletariato rivoluzionario e comunista si aggirano spesso intorno alla questione dei “principi” e di un preteso dualismo tra questi e l’azione, tra la teoria e la pratica. Non è frequente che si riesca ad intendersi con chiarezza in questa materia; eppure senza intendersi su questo ogni sviluppo di critica e di polemica diviene sterile confusione.
L’opportunismo vecchio e nuovo, spostando la portata della tesi marxista che condanna e sgombra tutte le idee innate ed eterne che pretendono essere la base della condotta umana, parla spesso di una azione da condursi al di fuori di ogni premessa che possa limitarla e impacciarla, di una politica senza principi fissi. Il revisionismo classico di Bernstein, che abilmente sovrapponevasi al movimento proletario simulando di aver lasciata in piedi la dottrina rivoluzionaria di Marx, proclamava: il fine è nulla, il movimento è tutto. Dire che il fine è nulla, lo vedremo subito, significa che si può fare a meno dei principi: perché i principi, per il comunismo marxista, non sono che fini, ossia punti di arrivo dell’azione… E non sembri paradossale la contrapposizione dei due termini.
Tolta di mezzo la visione di una vasta finalità, e lasciata in soffitta la dottrina del movimento, il riformismo opportunista parla solo di problemi attuali da risolvere volta per volta, in modo empirico, per l’immediato avvenire.
Ma, si poteva chiedere, e si può chiedere alle forme di questa falsificazione, che non ha finito certo di rinnovarsi e ripresentarsi, quale sarà dunque, soppressa ogni regola e guida permanente, l’indice che consiglierà la scelta tra i vari modi di azione? Quale sarà il “soggetto” nell’interesse del quale l’azione stessa dovrà essere svolta? E l’opportunismo (che fa ed è piatto “operaismo”, sostituito alla dottrina e alla prassi generale della rivoluzione proletaria) rispondeva di ispirare il suo compito quotidiano agli interessi operai, intendendo per ciò gli interessi, a volta a volta, di singoli gruppi e categorie di lavoratori e considerandone la soddisfazione più facile, prossima, a breve scadenza.
Le soluzioni dei problemi d’azione non sono così più ispirate all’insieme del moto proletario e del suo cammino storico ma volta per volta escogitate limitatamente a piccole porzioni della classe operaia, e a minime tappe del suo cammino. Così agendo, il revisionismo si libera da ogni legame ai principi, e, nelle sue forme più o meno spinte, vanta tuttavia di essere nel vero spirito del marxismo, che consisterebbe nella più ampia spregiudicatezza ed ecletticità di movimento.
La lotta contro queste deviazioni assume ed assumerà aspetti importantissimi nello svolgersi del movimento proletario, attraverso le sue complesse esperienze. Quel modo di presentare e sciogliere le questioni è stato molte volte criticato e diffidato; tuttavia esso troverà forme più subdole per ritentare di imbevere di sé l’azione del proletariato. Non n’esporremo qui la confutazione in generale, ma solo in riguardo ad un problema particolare, il che rende anche la posizione nostra più intelligibile.

 

 

Parecchie volte, dalla parte nostra, dalla sinistra marxista, è stato svelato il trucco volgare dell’opportunismo. La sua pretesa avversione ai principi, ai dogmi, come cretinamente si diceva, si riduceva semplicemente ad un’osservanza ostinata e cieca di principi propri dell’ideologia borghese e controrivoluzionaria. I positivi, i pratici, gli spregiudicati del movimento proletario, si rivelavano nel momento supremo come i più bigotti fautori di idee borghesi, a cui pretendevano di subordinare il movimento proletario, ed ogni interesse dei lavoratori.
La critica teoretica che pone in rilievo questo fatto caratteristico, procede parallelamente allo smascheramento politico dell’opportunismo socialista come di una forma d’azione borghese, e dei suoi capi come d’agenti del capitalismo nelle file del proletariato.
All’inizio della guerra mondiale, il fallimento clamoroso dell’Internazionale opportunista difese se stesso teoricamente con argomenti che, nel campo della teoria come della propaganda socialista, apparivano come sorprese, come inattese rivelazioni, come “scoperte” sensazionali. Quelli che avevano contestato al socialismo di avere dei principi dottrinali e programmatici, affermavano all’improvviso che il socialismo non conservava neppure quest’originalità, di essere il movimento senza principi, ma si doveva subordinare all’incondizionato riconoscimento di certe tesi, fino allora mai esplicitamente proclamate, anzi sempre considerate come estranee al pensiero socialista, e oggetto da parte di esso di una demolizione polemica definitiva. Il socialismo si riduceva ad una “sottoscuola” del movimento della sinistra borghese, si affiliava all’ideologia della cosiddetta democrazia, presentata tutt’ad un tratto non come la considera il marxismo nelle sue più elementari affermazioni, ossia come la dottrina politica appropriata agli interessi di classe borghesi, ma come qualcosa di più avanzato e progredito rispetto alla dominante politica capitalistica. I traditori della Internazionale “scoprirono” allora dei principi che ci buttarono tra le gambe, e dai quali pretesero che l’azione del proletariato fosse ineluttabilmente pregiudicata e determinata; ai quali affermarono che tutti gli interessi immediati, anche dei singoli gruppi che loro tanto stavano a cuore, dovessero inesorabilmente sacrificarsi. Tre di questi principi furono soprattutto sbandierati: il principio della libertà democratica, quello della guerra difensiva, quello di nazionalità.
Ad arte fino allora gli opportunisti avevano simulato un’ortodossia teorica parlando sempre alle masse di lotta di classe, di socializzazione dei mezzi di produzione, di abolizione dello sfruttamento del lavoro: perché la scoperta improvvisa dei nuovi principi doveva servire a sorprendere il proletariato e a sconvolgere la coscienza di classe e la ideologia rivoluzionaria, sabotando la possibilità di una sua mobilitazione ideale in senso classista, come, corrispondentemente, il passaggio aperto delle cariche dirigenti delle grandi organizzazioni operaie ad una alleanza colla borghesia doveva togliere di colpo ogni piattaforma di riordinamento e di collegamento ad una azione socialista della classe operaia mondiale.
Allora si apprese (e ben pochi seppero, meno ancora poterono, tra i militanti socialisti, esprimere la loro indignazione e la loro protesta) che il proletariato socialista doveva fare a meno dei principi fino a che erano i principi della dottrina classista, ma doveva inchinarsi ad essi come a cosa sacra quando si trattava dei principi della ideologia borghese, di quelle idee fondamentali nella religione delle quali le classi dominanti tendono a trasformare la prevalenza dei loro interessi: il tradimento al contenuto della critica marxista non poteva essere più spudorato…
Per dare una piccola idea di come si andasse oltre in questa sfacciata sovrapposizione di elementi estranei e antitetici alle più ovvie formulazioni della dottrina socialista, citeremo un esempio solo. Da parte nostra fu naturalmente invocato il passo notissimo del Manifesto dei Comunisti, secondo il quale il proletariato non ha patria, e può considerarsi costituito in nazione, in senso ben diverso da quello borghese, solo quando si sia conquistato il dominio politico. Ebbene, uno dei propagandisti più noti del partito socialista, il “tecnico” addirittura della propaganda nel vecchio partito, cioè il Paoloni, rispose sostenendo questo: che la condizione dell’aver conquistato il dominio politico consisteva nella conquista del… suffragio democratico; e laddove il proletariato godeva del diritto elettorale, quivi esso aveva una patria e dei doveri nazionali! Questa tesi, che non si commenta neppure, dimostra come coloro cui si affidava nella Seconda Internazionale la propaganda del marxismo, o erano incredibilmente bestie o incredibilmente sfrontati.

 

 

Da queste pagine è stata e sarà ancora meglio esposta la critica marxista al “principio” borghese di democrazia e di libertà. Noi non prendiamo sul serio la filosofia liberale borghese e il suo egualitarismo giuridico. Alla sua demolizione teorica si accompagna, nel concetto comunista, un programma politico del proletariato che liquida ogni illusione sulla possibilità di applicare metodi liberali e libertarii per la finalità rivoluzionaria: la soppressione della divisione della società in classi. Il preteso diritto uguale di tutti i cittadini nello Stato borghese non è che la traduzione del principio economico della “libera concorrenza” e della parità, sul mercato, dei venditori e compratori di mercanzie: questo livellamento significa solo la consolidazione delle condizioni più opportune perché lo sfruttamento e la oppressione capitalistica si instaurino e si conservino.
In diretto rapporto con questa critica, fondamentale per il pensiero socialista, sta la dimostrazione che l’invocare, come guida della politica proletaria e socialista dinanzi alla guerra, il grado di maggiore o minore “libertà democratica” raggiunto dai paesi in conflitto, significa rimettersi puramente a criteri borghesi e antiproletari: non insisteremo quindi sul primo dei tre principi suaccennati.
Gli altri due principi stanno in dipendenza dello stesso travisamento teoretico: il parlare di guerre giuste ed ingiuste, a seconda che siano d’aggressione o di difesa, oppure che abbiano l’obbiettivo di dare alle popolazioni il governo che si dice desiderio in maggioranza, presuppone la credenza in un principio di democrazia instaurato nelle relazioni tra gli Stati, così come in quelle tra gli individui. Tali principi sono quelli che la borghesia bandisce allo scopo preciso di creare nelle masse popolari un’ideologia favorevole al suo dominio, di cui non può confessare le determinanti spietatamente egoistiche.
Mentre per la vita interna dello Stato capitalistico moderno la democrazia elettiva corrisponde di fatto ad una sanzione giuridica e a una norma costituzionale, pur non costituendo, dal nostro punto di vista, nessuna garanzia effettiva per il proletariato che nei momenti decisivi della lotta di classe [non] si troverà contro la macchina armata dello Stato, nei rapporti internazionali nemmeno esistono delle sanzioni e delle convenzioni che rispondano ad una applicazione formale di quei principi che dalla teoria democratica derivano.
Per il regime capitalistico l’instaurazione della democrazia nello Stato fu una necessità inerente al suo sviluppo; non sarà altrettanto di nessuna delle formule dedotte dalla teoria democratica per i rapporti internazionali, e bandite dagli ideologi fautori della pace universale basata sull’arbitrato, della sistemazione delle frontiere secondo la nazionalità, e così via. Apparentemente è questo un argomento che si presta al gioco degli opportunisti, che mostrano i ceti capitalistici come avversi a queste rivendicazioni politiche che essi, traendoli da teoriche puramente borghesi, vogliono accreditare nel proletariato. Ma l’argomento si ritorce più volte contro di costoro.
Infatti, è assurdo credere che uno Stato borghese modifichi la sua politica internazionale per il solo fatto che il proletariato socialista, disarmata in nome della “unione sacra” ogni sua opposizione e indipendenza, gli lasci le mani ancora più libere per agire secondo il suo interesse di conservazione. In secondo luogo il gioco criminale dei social-traditori si dimostra più ancora spudorato: essi hanno contrapposto al preteso “utopismo” dei programmi rivoluzionari la necessità di porsi finalità immediate e toccabili con mano, di aderire alle possibilità reali; ad improvviso essi tirano in campo, per subordinarvi l’indirizzo del movimento proletario, scopi i quali, oltre a non essere di natura classista e socialista, si dimostrano del tutto irreali e illusori; accreditano idee che la borghesia non applicherà mai, ma alle quali le interessa che le masse proletarie prestino fede. La politica dunque degli opportunisti non mira a spingere innanzi, sia pure a piccoli passi, il divenire effettivo e pratico delle situazioni, ma si rivela come la mobilitazione ideologica delle masse nell’interesse borghese e controrivoluzionario, e null’altro.

 

 

Per quanto riguarda il principio di nazionalità, non è difficile mostrare che esso non è mai stato altro che una frase per l’agitazione delle masse, e, nell’ipotesi migliore, un’illusione di alcuni strati intellettuali piccolo borghesi. Se per lo sviluppo del capitalismo fu una necessità il formarsi delle grandi unità statali, nessuna però di esse si costituì colla osservanza del famoso principio nazionale, molto difficile del resto a definire in concreto. Uno scrittore non certo rivoluzionario, Vilfredo Pareto, in un suo articolo del 1918 (ripubblicato nella raccolta “Uomini e Idee”, editore Vallecchi, Firenze, 1920) fa la critica del “supposto principio di nazionalità” e dimostra come non se ne possa trovare una definizione soddisfacente, e come dei molti criteri che sembrano poter servire a precisarlo (etnico, linguistico, religioso, storico, etc.) nessuno è esauriente, e tutti poi si contraddicono tra loro nei risultati a cui menano. Il Pareto fa anche la ovvia osservazione, tante volte da noi avanzata nelle polemiche dell’epoca della guerra, che non certo i plebisciti sono un mezzo sicuro per indicare la soluzione dei problemi nazionali, dovendosi preventivamente stabilire i limiti del territorio a cui estendere la votazione maggioritaria, e la natura dei poteri che la organizzano e controllano: chiudendosi così in un circolo vizioso…
Non abbiamo bisogno di riportare qui tutto il contenuto delle polemiche di nove anni addietro. Facile fu allora a noi internazionalisti dimostrare come i famosi principi invocati dai socialguerraiuoli si prestassero ad applicazioni del tutto contraddittorie. Ogni Stato può in guerra trovar modo di invocare una situazione di difensiva: l’aggressore può essere colui il cui territorio verrà “calpestato dall’invasore straniero”; in ogni caso ad analoghe conseguenze condurrebbe un atteggiamento rivoluzionario del movimento socialista sia in caso di offensiva che di difensiva militare, potendo esso bastare a convertire la prima nella seconda. Quanto alle questioni nazionali e d’irredentismo, esse sono così numerose e complesse da poter essere adoperate a giustificare ben altri schieramenti d’alleanze che quelli della guerra mondiale.
I famosi principi enumerati si contraddicevano poi singolarmente tra loro nell’applicazione. Chiedevamo noi ai socialpatrioti se essi riconoscessero a un popolo più democratico il diritto di attaccarne e assoggettarne uno meno democratico; se per la liberazione di regioni irredente potesse ammettersi l’aggressione militare, e così via.
E queste contraddizioni logiche si traducevano nella possibilità di giustificare, una volta accettate quelle tesi fallaci, l’adesione socialista a qualsiasi guerra, come infatti avvenne, che con gli stessi argomenti si sostenne la tattica di socialtradimento in tutti i paesi, trovatisi nelle più disparate condizioni, e si trascinarono gli uni contro gli altri i lavoratori dalle due parti del fronte di guerra.
Egualmente facile ci fu la previsione che i governi borghesi vincitori, quali che essi fossero, non si sarebbero sognati di applicare, nella pace, quei criteri nei quali erano contenuti, secondo i socialnazionali, non solo la motivazione dell’adesione proletaria alla guerra, ma la garanzia che la guerra avrebbe condotto a quegli sbocchi, che vennero presentati ai lavoratori ingannati dai loro indegni condottieri.

 

 

Non è dunque materia nuova quella della critica alle deviazioni socialnazionaliste e della loro confutazione. Meno ovvia si presenta, e si presentava soprattutto al momento della fondazione della Terza Internazionale, la soluzione positiva da apportare alla questione nazionale dal punto di vista comunista. Il problema non può dirsi fosse liquidato colle tesi del secondo congresso (1920) tanto che anche il prossimo V Congresso se ne dovrà occupare.
È chiaro che l’Internazionale Comunista non va a prendere a prestito teoriche e formule borghesi e piccolo-borghesi per la soluzione dei problemi del suo atteggiamento politico e tattico. L’Internazionale Comunista ha restaurato i valori rivoluzionari della dottrina e del metodo marxista, inspirando ad essi il suo programma e la sua tattica.
Qual è la via per arrivare, su tali basi, alla soluzione di problemi come, ad esempio, quello nazionale?
Questo vogliamo ricordare, nelle linee più elementari. I revisionisti parlavano di un esame condotto volta per volta sulle situazioni contingenti, ed esente da preoccupazioni di principi e di finalità generali. Da questo essi giungevano a conclusioni puramente borghesi, non attenendosi neppure nel giudizio sulle situazioni a criteri marxisti, che ponessero in rilievo il gioco dei fattori economico-sociali, e del contrasto degli interessi di classe.
Si potrebbe dire che la giusta linea comunista è di assicurarsi nella analisi delle situazioni una stretta fedeltà a quel metodo marxista di critica dei fatti, e da questo venire liberamente alle conclusioni, senza tampoco aver bisogno di limitarle con idee preconcette.
Ma secondo noi una tale risposta conserva in sé tutti i pericoli dell’opportunismo, per la sua troppa indeterminazione. Da un altro lato si potrebbe invece dire che noi, ad un esame più marxista e classista delle date contingenze, dobbiamo aggiungere l’osservanza di principi e di formule generali ottenuti con un capovolgimento quasi meccanico delle formule borghesi. Noi ammettiamo volentieri che in questo si pecca per troppo semplicismo e per un radicalismo sbagliato. Certe formule semplici sono indispensabili per l’agitazione e la propaganda del nostro partito, ed esse contengono in ogni caso minori pericoli che l’eccessiva elasticità e spregiudicatezza. Ma quelle formule devono essere i punti di arrivo e i risultati, non i punti di partenza di un esame delle questioni quale, di quando in quando, il partito deve affrontare nei suoi organi supremi di critica e di deliberazione, per porre le conclusioni a disposizione della massa dei militanti in termini chiari ed espliciti.
Così si potrebbe dire, per fare un esempio, della formula “contro tutte le guerre”, che in un importante periodo storico ottimamente distingue i veri rivoluzionari dagli opportunisti sottilizzanti su distinzioni tra guerra e guerra che conducono alla giustificazione della politica di ciascuna borghesia, ma che come enunciazione di dottrina è certo insufficiente, non fosse altro perché potrebbe, per il suo stesso radicalismo formale che capovolge grossolanamente l’attitudine opportunistica, andarsi ad affiliare ad un’altra attitudine ideologica borghese, al pacifismo di stile tolstoiano. Si cadrebbe così in contraddizione col nostro fondamentale postulato dell’impiego della violenza armata.

 

La via marxisticamente esatta per la risposta a simili quesiti non è né l’una né l’altra delle due sommariamente accennate. Essa merita d’essere ancora più attentamente precisata dal partito del proletariato rivoluzionario, sebbene ne esistano già esempi brillantissimi, come per il mirabile edificio della critica marxistico-leninista alle dottrine democratiche borghesi e della definizione del nostro programma rispetto al problema dello Stato.
Per indicare brevemente la soluzione che a noi pare migliore, diremo che è assolutamente da respingere la tesi secondo cui la politica marxista si contenta di un semplice esame delle successive situazioni (con un metodo, si intende, ben determinato) e non abbisogna di altri elementi. Quando noi avremo studiati i fattori di carattere economico e lo sviluppo dei contrasti di classe che si presentano nel campo di un dato problema, avremo fatto qualcosa di indispensabile ma non avremo ancora tenuto conto di tutto. Vi sono certi altri criteri di cui è necessario tener conto, che si possono chiamare “principi” rivoluzionari, se si chiarisce che tali principi non consistono in idee immanenti e aprioristiche fissate una volta per sempre in tavole che siano state “trovate” in qualche parte belle incise. Se si vuole si può rinunziare alla parola principi per parlare di postulati programmatici: si può sempre precisare meglio, anzi si deve farlo tenute anche presenti le necessità linguistiche di un movimento internazionale, la nostra terminologia.
A questi criteri si giunge con una considerazione in cui sta tutta la forza rivoluzionaria del marxismo. Noi non possiamo né dobbiamo risolvere la questione, poniamo, dei dockers inglesi o dei lavoratori della Finlandia con i soli elementi tratti dallo studio, con metodo deterministico-storico, della situazione di quella categoria operaia o di questa nazione, nei limiti di spazio e di tempo che si pongono in modo immediato alle condizioni del problema. Vi è un interesse superiore che guida il nostro movimento rivoluzionario, col quale quegli interessi parziali non possono contrastare se si considera tutto lo svolgimento storico, ma la cui indicazione non sorge immediatamente dai singoli problemi concernenti gruppi del proletariato e dati momenti delle situazioni. Questo interesse generale è, in una parola, l’interesse della Rivoluzione Proletaria, ossia l’interesse del proletariato considerato come classe mondiale dotata di una unità di compito storico e tendente ad un obiettivo rivoluzionario, al rovesciamento dell’ordine borghese. Subordinatamente a questa suprema finalità noi possiamo e dobbiamo risolvere i singoli problemi.
La maniera di coordinare le soluzioni singole a questa finalità generale si concreta in postulati acquisiti al partito, e che si presentano come i cardini del suo programma e dei suoi metodi tattici. Questi postulati non sono dogmi immutabili e rivelati, ma sono a loro volta la conclusione di un esame generale e sistematico della situazione di tutta la società umana del presente periodo storico, nel quale sia tenuto esatto conto di tutti i dati di fatto che cadono sotto la nostra esperienza. Noi non neghiamo che quest’esame sia in continuo sviluppo e che le conclusioni si rielaborino sempre meglio, ma è certo che noi non potremmo esistere come partito mondiale se l’esperienza storica che già il proletariato possiede non permettesse alla nostra critica di costruire un programma ed un insieme di regole di condotta politica.
Non esisteremmo, senza di questo, né noi come partito, né il proletariato come classe storica in possesso di una coscienza dottrinale e di una organizzazione di lotta. Ove si presentano delle lacune nelle nostre conclusioni, e ove si prevedono revisioni parziali avvenire, sarebbe errore supplire con la rinunzia alla definizione dei postulati o principi, che appaiono certo come una “limitazione” delle azioni che ci potranno essere suggerite dalle successive situazioni e nei vari paesi. Errore infinitamente minore sarebbe rimediare con un completamento anche un poco arbitrario delle nostre formule conclusive, perché la chiarezza e precisione, nello stesso tempo che il massimo possibile di continuità, di tali formule d’agitazione e d’azione, sono una condizione indispensabile del rafforzarsi del movimento rivoluzionario.
A quest’affermazione, che potrà parere un poco arrischiata, noi aggiungiamo, senza volerci oltre trattenere sulla grave questione che a molti sembrerà eccessivamente astratta, che ci pare che i dati che ci fornisce la storia della lotta di classe fino alla grande guerra e alla rivoluzione russa consentano al partito comunista mondiale di riempire tutte le lacune con soluzioni soddisfacenti. Il che non vuole dire certamente che nulla avremo da imparare dall’avvenire, e dalla continua riprova delle nostre conclusioni nell’applicazione politica delle medesime.
Il rifiutarsi a “codificare” senza altro indugio il programma e le regole di tattica e di organizzazione dell’Internazionale non potrebbe per noi avere oggi altro senso che quello di un pericolo di natura opportunista, per cui la nostra azione correrebbe il rischio domani di riandarsi a rifugiare sotto principi e regole borghesi, questi sì completamente errati e rovinosi per la “libertà” della nostra azione.
Concludiamo che gli elementi di una soluzione marxista dei problemi del nostro movimento sono: l’insieme di conclusioni comprese nella nostra visione generale del processo storico, indirizzata alla realizzazione del finale e generale successo rivoluzionario, [e lo] studio marxista dei fatti che cadono sotto il proprio esame.
Quell’insieme di conclusioni è dialetticamente figlio di un esame dei fatti, ma dall’esame di tutti i fatti storico-sociali finora a noi accessibili. Esso per il partito rivoluzionario presenta, non un carattere dogmatico, ma un elevato grado di “permanenza” storica, che ci distingue da tutti gli opportunisti, e che, in termini più banali, è anche rappresentato da quella nostra coerenza dottrinale e tattica, perfino monotona se si vuole, che vale a distinguerci dai traditori e dai rinnegati della causa rivoluzionaria.

 

Della questione nazionale diciamo ora più che altro a titolo d’esemplificazione del metodo accennato. L’esame di essa e la descrizione dei fatti in cui si compendia sono contenuti nelle tesi del secondo congresso, che giustamente si riportano alla valutazione generale della situazione del capitalismo mondiale, e della fase imperialistica che esso attraversa.
Questo insieme di fatti va esaminato tenendo presente il bilancio generale della lotta rivoluzionaria. Un fatto fondamentale è quello che il proletariato mondiale possiede ormai una cittadella nel primo Stato operaio, la Russia, oltre che il suo esercito nei partiti comunisti di tutti i paesi. Il capitalismo ha le sue fortificazioni nei grandi Stati e soprattutto in quelli vincitori della guerra mondiale, un piccolo gruppo dei quali controlla la politica mondiale. Questi Stati lottano contro le conseguenze del dissesto generale prodotto nell’economia borghese dalla grande guerra imperialistica, e contro le forze rivoluzionarie che mirano ad abbatterne il potere.
Una delle più importanti risorse controrivoluzionarie di cui dispongono i grandi Stati borghesi nella lotta contro il disquilibrio generale della produzione capitalistica, è la loro influenza su due gruppi di paesi: da una parte le loro colonie d’oltremare, dall’altra i piccoli paesi ad economia arretrata di razza bianca. La grande guerra, presentata come il movimento storico sboccante nella emancipazione dei piccoli popoli e nella liberazione delle minoranze nazionali, ha clamorosamente smentita questa ideologia, in cui credettero o finsero di credere i socialisti della II Internazionale, assoggettando alle grandi potenze tutti i piccoli paesi. I nuovi Stati sorti nell’Europa centrale non sono che vassalli o della Francia o dell’Inghilterra, mentre Stati Uniti e Giappone consolidano sempre più una loro egemonia sui paesi meno potenti dei continenti rispettivi.
È indubbio che la resistenza alla rivoluzione proletaria è concentrata nel potere dei pochi grandi Stati capitalistici; abbattuto questo, tutto il resto crollerebbe dinanzi al proletariato vincitore. Se nelle colonie e nei paesi arretrati vi sono movimenti sociali e politici diretti contro i grandi Stati e nei quali sono coinvolti ceti e partiti borghesi e semiborghesi, è certo che il successo di questi movimenti, dal punto di vista dello sviluppo della situazione mondiale, è un fattore rivoluzionario, in quanto contribuisce alla caduta delle principali fortezze del capitalismo, mentre ove alle borghesie dei grandi Stati potesse sopravvivere un potere borghese nei piccoli paesi, questo sarebbe travolto successivamente dalla potenza del proletariato dei paesi più progrediti, anche se localmente il movimento proletario e comunista appare iniziale e debole.
Uno sviluppo parallelo e simultaneo della forza proletaria e dei rapporti di classe e di partito in ogni paese non è affatto un criterio rivoluzionario, ma si riporta alla concezione opportunista sulla pretesa simultaneità della rivoluzione, in nome della quale si negava persino alla rivoluzione russa il carattere proletario. I comunisti non credono affatto che lo sviluppo della lotta in ogni paese debba seguire lo stesso schema, essi si rendono conto delle differenze che si presentano nel considerare i problemi nazionali e coloniali, solo essi coordinano la soluzione all’interesse del movimento unico di abbattimento del capitalismo mondiale.
La tesi politica dell’Internazionale comunista, per la guida da parte del proletariato comunista mondiale e del suo primo Stato, del movimento di ribellione delle colonie e dei piccoli popoli contro le metropoli del capitalismo, appare dunque come il risultato di un vasto esame della situazione e di una valutazione del processo rivoluzionario ben conforme al programma nostro marxista. Essa si pone ben al di fuori della tesi opportunista borghese, secondo cui i problemi nazionali devono essere risolti “pregiudizialmente” prima che si possa parlare di lotta di classe, e per conseguenza il principio nazionale vale a giustificare la collaborazione di classe, sia nei paesi arretrati, sia in quelli di capitalismo avanzato, quando si pretende posta in pericolo l’integrità e libertà nazionale.
Il metodo comunista non dice banalmente: i comunisti devono agire in senso opposto, ovunque e sempre, alla tendenza nazionale: il che non significherebbe nulla e sarebbe la negazione “metafisica” del criterio borghese. Il metodo comunista si contrappone a questo “dialetticamente”, ossia parte dai fattori classisti per giudicare e risolvere il problema nazionale. L’appoggio ai movimenti coloniali, ad esempio, ha tanto poco sapore di collaborazione di classe, che, mentre si raccomanda lo sviluppo autonomo e indipendente del partito comunista nelle colonie, perché sia pronto a superare i suoi momentanei alleati, con un’opera indipendente di formazione ideologica e organizzativa, si chiede l’appoggio ai movimenti di ribellione coloniale soprattutto ai partiti comunisti delle metropoli. E tale tattica ha tanto poco sapore collaborazionista, da essere chiamata dalla borghesia azione antinazionale, disfattista, di alto tradimento.
La tesi 9 dice che senza tali condizioni la lotta contro l’oppressione coloniale e nazionale resta una insegna menzognera come per la II Internazionale, e la tesi 11, comma e), ribadisce che «è necessaria una lotta recisa contro il tentativo di coprire di una veste comunista il movimento rivoluzionario irredentista, non realmente comunista, dei paesi arretrati». Questo vale a suffragare la fedeltà della nostra interpretazione.
La necessità di spostare l’equilibrio delle colonie, risulta da un esame strettamente marxista della situazione del capitalismo, in quanto l’oppressione e lo sfruttamento dei lavoratori di colore diviene un mezzo per incrudelire lo sfruttamento del proletariato indigeno, della metropoli. Qui risalta ancora la radicale differenza tra il criterio nostro e quello dei riformisti. Questi, infatti, tentano di dimostrare che le colonie sono una fonte di ricchezze anche per i lavoratori della metropoli, coll’offrire uno sbocco ai prodotti, e traggono da questo altri motivi per la collaborazione di classe sostenendo in molti casi a faccia fresca che lo stesso loro principio di nazionalità può essere violato per l’interesse della “diffusione della civiltà” borghese e per accelerare l’evoluzione delle condizioni del capitalismo. Ed è qui un alto saggio di travisamento reazionario del marxismo, che si riduce ad accordare al capitalismo sempre più lunghe proroghe al momento della sua fine e dell’attacco rivoluzionario, coll’attribuirgli ancora un lungo compito storico, che noi gli contestiamo.
I comunisti utilizzano le forze che mirano a rompere il patronato dei grandi Stati sui paesi arretrati e coloniali, perché ritengono possibile rovesciare queste fortezze della borghesia e affidare al proletariato socialista dei paesi più avanzati il compito storico di condurre con ritmo accelerato il processo di modernizzazione della economia dei paesi arretrati, non sfruttandoli, ma sospingendo la emancipazione dei lavoratori locali dallo sfruttamento estero ed interno.

 

 

Questa nelle grandi linee la giusta posizione della I.C. nel problema di cui ci occupiamo. Ma importa molto vedere chiaramente la via per la quale si giunge a tali conclusioni, per evitare che si voglia riannodarle al superato frasario borghese sulla libertà nazionale e l’eguaglianza nazionale, ben denunziato nella prima delle tesi citate come un derivato del concetto capitalistico sulla eguaglianza dei cittadini di tutte le classi. Perché in queste nuove (in un certo senso) conclusioni del marxismo rivoluzionario, talvolta si affaccia il pericolo di esagerazioni e deviazioni.
Per restare sul terreno degli esempi, noi neghiamo che sia giustificabile sulle basi accennate il criterio di un avvicinamento in Germania tra il movimento comunista e il movimento nazionalista e patriottico.
La pressione esercitata sulla Germania dagli Stati dell’Intesa anche nelle forme acute e vessatorie che ha preso ultimamente, non è elemento tale che ci possa far considerare la Germania alla stregua di un piccolo paese di capitalismo arretrato. La Germania resta un grandissimo paese formidabilmente attrezzato in senso capitalistico e in cui il proletariato socialmente e politicamente è più che avanzato. Impossibile è adunque la confusione colle condizioni effettive prima considerate. Ci basti questo a risparmiarci un ampio esame della grave questione, che potrà farsi altra volta in modo non sommario.
Né basta a spostare la nostra valutazione il fatto che in Germania lo schieramento delle forze politiche si presenta in modo che la grande borghesia non ha una accentuata attitudine nazionalista, ma tende ad allearsi colle borghesie della Intesa a spese del proletariato tedesco e per una azione controrivoluzionaria; mentre il movimento nazionalista è alimentato da strati piccolo borghesi malcontenti e tartassati anch’essi economicamente dal prepararsi di questa soluzione. Il problema della rivoluzione instaurata a Berlino non può vedersi se non riferendolo, da una parte, e questo è confortante, a Mosca, ma dall’altra parte a Parigi e Londra. Le forze fondamentali su cui noi dobbiamo contare per controbattere l’intesa capitalistica tra Germania ed alleati sono, non solo lo Stato soviettista, ma anche, in prima linea, l’alleanza del proletariato tedesco con quello dei paesi di occidente. Questo è un fattore così importante per lo sviluppo rivoluzionario mondiale, che è un errore gravissimo comprometterlo, in un momento difficile per l’azione rivoluzionaria in Francia e Inghilterra, col fare, anche in parte, della questione della rivoluzione tedesca una questione di liberazione nazionale, sia pure su un piano che esclude la collaborazione colla grande borghesia.
La stessa sproporzione di maturità tra il partito comunista tedesco e quelli di Francia e d’Inghilterra sconsiglia questa errata posizione, per cui all’antipatriottismo della grande borghesia germanica si vorrebbe contrapporre un programma nazionalista della rivoluzione proletaria. L’aiuto della piccola borghesia tedesca (che è certo bene utilizzare con altra tattica che questa del “bolscevismo nazionale” e guardando alla situazione economica rovinosa dei ceti intermedi) sarebbe annullato completamente in una situazione in cui Parigi e Londra si sentissero internamente le mani libere per agire oltre le frontiere tedesche: il che può essere impedito solo dalla impostazione internazionalista del problema rivoluzionario tedesco. Caso mai è in Francia che ci dobbiamo più preoccupare dell’attitudine dei ceti piccoli borghesi, che uno acutizzarsi del nazionalismo tedesco rimetterà alla mercé delle locali borghesie: mentre qualcosa d’analogo può dirsi per l’Inghilterra ove il laburismo si mostra così sfacciatamente nazionalista, ora che è al governo, per conto e interesse della borghesia britannica.
Ecco come il dimenticare l’origine di principio delle soluzioni politiche comuniste può portare ad applicarle laddove mancano le condizioni che le hanno suggerite, sotto il pretesto che ogni più complicato espediente sia sempre utilmente adoperabile. Non può non considerarsi come un fenomeno che ha certe analogie colle imprese del social-nazionalismo, il fatto che il compagno Radek, per sostenere in una riunione internazionale la tattica da lui caldeggiata, “scoprì” che il gesto del nazionalista sacrificatosi nella lotta contro i francesi nella Ruhr deve essere dai comunisti esaltato in nome del principio (nuovo per noi e inaudito), che al disopra dei partiti si debba sostenere chiunque si sacrifica per la sua idea.
Un deplorevole rimpicciolimento è quello che riduce il compito del grande proletariato di Germania a una emancipazione nazionale: quando noi attendiamo da questo proletariato e dal suo partito rivoluzionario che esso riesca a vincere non per sé, ma per salvare la esistenza e la evoluzione economica socialista della Russia dei Soviet, e per rovesciare contro le fortezze capitaliste di occidente la fiumana della Rivoluzione mondiale, destando i lavoratori degli altri paesi per un momento immobilizzati dagli ultimi conati controffensivi della reazione borghese.
I disquilibri nazionali tra i grandi Stati progrediti sono un fattore da noi studiato ed esaminato quanto ogni altro: all’opposto dei socialnazionali noi escludiamo recisamente che essi possano risolversi per altra via che la guerra di classe contro tutti i grandi Stati borghesi; e le sopravvivenze patriottiche e nazionaliste in questo campo sono da noi considerate come manifestazioni reazionarie che non possono avere alcuna presa sui partiti rivoluzionari del proletariato, chiamati in questi paesi ad una eredità ricca di possibilità genuinamente e squisitamente comuniste, a un compito di avanzatissima avanguardia nella Rivoluzione mondiale.

Da “Prometeo” n.4 del 15 aprile 1924

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