Note ai testi LA «INVARIANZA» STORICA DEL MARXISMO, TEORIA ED AZIONE e IL PROGRAMMA RIVOLUZIONARIO IMMEDIATO

Note e commenti ai seguenti testi: LA «INVARIANZA» STORICA DEL MARXISMO, TEORIA ED AZIONE, IL PROGRAMMA RIVOLUZIONARIO IMMEDIATO

1. Si adopera l’espressione «marxismo» non nel senso di una dottrina scoperta o introdotta da Carlo Marx persona, ma per riferirsi alla dottrina che sorge col moderno proletariato industriale e lo «accompagna» in tutto il corso di una rivoluzione sociale – e conserviamo il termine «marxismo» malgrado il vasto campo di speculazione e di sfruttamento di esso da parte di una serie di movimenti antirivoluzionari (Nota redazionale: ritroviamo subito un riferimento alla impersonalità del marxismo, in quanto esso è considerato nel senso di una dottrina sorta col moderno proletariato industriale, e quindi da questa circostanza sociale determinata discende il lavoro teorico contenuto nei testi del Carlo Marx persona. A riprova di questa proposizione presentiamo alcune righe tratte da Tavole immutabili della teoria comunista del partito’…’La nostra formulazione, ostica a molti, che Marx non faceva da solo il suo sforzo mentale, ma per effetto di fattori sociali, la troviamo nello stesso testo dei manoscritti verso la fine del capitolo su «proprietà privata e comunismo». Valga il vero.
«Anche quando io svolgo da solo una attività scientifica, che raramente posso adempiere in immediata comunità con altri, io pure sono attivo socialmente, poiché sono attivo come uomo sociale. Non soltanto il materiale della mia attività mi è dato come prodotto sociale – come la stessa lingua nella quale lo studioso è attivo – ma la mia stessa esistenza è una attività sociale, perché quello che io faccio da me stesso, lo faccio per la società, e avendo di me la coscienza che sono un essere sociale».) 2. Tre gruppi principali di avversari ha oggi il marxismo nella sua sola e valida accezione. Primo gruppo: i borghesi che sostengono definitivo il tipo capitalista mercantile di economia ed illusorio il suo superamento storico col modo socialista di produzione, e con coerenza rigettano in pieno la dottrina del determinismo economico e della lotta di classe (Nota redazionale: la classe sociale borghese sostiene l’invarianza a-storica del proprio modo di produzione, e coerentemente con i suoi interessi pratici, teorizza l’invarianza ‘naturale’ dell’economia di libero mercato. Mentre i precedenti modi di produzione, evidentemente, erano difformi da questa ‘natura eterna delle cose’, l’attuale modo di produzione sarebbe invece conforme all’essenza naturale delle cose. Tale proposizione viene valutata come ideologica nel marxismo, che in base al principio l’essere sociale determina la coscienza, vede il sottostante interesse di classe della borghesia operare dietro la proposizione della naturalità dell’economia di libero mercato). Secondo gruppo: i sedicenti comunisti stalinisti che dichiarano di accettare la dottrina storica ed economica marxista ma pongono e difendono, anche nei paesi capitalisti sviluppati, rivendicazioni non rivoluzionarie ma identiche se non peggiori di quelle politiche (democrazia) ed economiche(progressismo popolare) dei riformisti tradizionali. Terzo gruppo: i dichiarati seguaci della dottrina e del metodo rivoluzionario che però attribuiscono l’attuale abbandono di essa da parte della maggioranza del proletariato a difetti e mancanze iniziali della teoria che andrebbe quindi rettificata e aggiornata.
Negatori – falsificatori – aggiornatori. Noi combattiamo tutti e tre, e riteniamo che oggi gli ultimi sono i peggiori (Nota redazionale:abbiamo di recente provato a ragionare su un testo che teorizzava la variabilità, e quindi l’aggiornabilità della teoria marxista, criticando peraltro il lavoro del 1952 che stiamo ora riproponendo e commentando. La risposta alle critiche al concetto di invarianza storica del marxismo è allegata in fondo all’ultima pagina).
3. La storia della sinistra marxista, del marxismo radicale, e più esattamente del marxismo, consiste nelle successive resistenze a tutte le «ondate» del revisionismo che hanno attaccato vari lati della dottrina e del metodo, a partire dalla organica monolitica formazione che si può far collimare col «Manifesto» del 1848. In altre trattazioni si trova richiamata la storia di tali lotte nelle tre Internazionali storiche: contro utopisti, operaisti, libertari, socialdemocratici riformisti e gradualisti, sindacalisti di sinistra e destra, socialpatrioti, e oggi nazionalcomunisti o popolarcomunisti. Tale lotta ha coperto il campo di quattro generazioni e nelle sue varie fasi appartiene non a una serie di nomi ma ad una ben definita e compatta scuola e nel senso storico ad un ben definito partito (Nota redazionale: anche nelle ultime tre righe, da noi sottolineate, emerge un doppio aspetto significativo; primo aspetto: la lotta teorica e politica contro l’opportunismo, cioè le tendenze incarnate negli ‘utopisti, operaisti, libertari, socialdemocratici riformisti e gradualisti, sindacalisti di sinistra e destra, socialpatrioti, nazionalcomunisti o popolarcomunisti’, è una lotta di lunga durata, che ha coinvolto, secondo il bilancio del 1952, almeno quattro generazioni. Oggi, anno 2016, siamo forse alla sesta generazione, e la lotta contro l’opportunismo – soprattutto nella sua variante attivistica-immediatistica – permanendo la società borghese, e permanendo le conseguenze delle precedenti sconfitte subite dal proletariato nella lotta di classe, si fa ancora più intensa e difficile. Secondo aspetto: ancora una volta troviamo un riferimento all’impersonalità, in questo caso essa è riferita alla lotta contro l’opportunismo, che infatti non è attribuibile a un singolo pensatore, capo politico o brillante accademico, ma ‘ad una ben definita e compatta scuola e nel senso storico ad un ben definito partito’). 4.Questa dura e lunga lotta perderebbe collegamento con la futura ripresa se, invece di trarne l’insegnamento della «invarianza», si accettasse la banale idea che il marxismo è una teoria in «continua elaborazione storica» e che si modifica col corso e la lezione degli eventi. Invariabilmente è questa la giustificazione di tutti i tradimenti le cui esperienze si sono accumulate, e di tutte le disfatte rivoluzionarie.
5. La negazione materialista che un «sistema» teorico sorto a dato momento (e peggio ancora sorto nella mente e ordinato nell’opera di un dato uomo, pensatore o capo storico o tutte e due le cose insieme) possa contenere tutto il corso del futuro storico e le sue regole e principii in modo irrevocabile, non va capita nel senso che non vi siano sistemi di principii stabili per un lunghissimo corso storico. Anzi la loro stabilità e la loro resistenza ad essere intaccati e perfino ad essere «migliorati» è un elemento principale di forza della «classe sociale» a cui appartengono e di cui rispecchiano il compito storico e gli interessi. La successione di tali sistemi e corpi di dottrina e di prassi si lega non più all’avvento degli uomini-tappa, ma al succedersi dei «modi di produzione» ossia dei tipi di organizzazione materiale della vita delle collettività umane (Nota redazionale: corpi di dottrina e prassi, teoria e prassi, vengono collegati ‘materialisticamente’ al succedersi dei modi produzione storici, essi sono l’espressione, dice il testo del 1952, ‘dei tipi di organizzazione materiale della vita delle collettività umane’. Molto importante, al fine di chiarire ogni dubbio sulla verità assoluta e relativa, è anche il passaggio in cui si dice che ‘La negazione materialista che un «sistema» teorico sorto a dato momento … possa contenere tutto il corso del futuro storico e le sue regole e principii in modo irrevocabile, non va capita nel senso che non vi siano sistemi di principii stabili per un lunghissimo corso storico’.Dunque, se comprendiamo bene il testo del 1952, il materialismo marxista(storico-dialettico) nega che un sistema teorico possa contenere tutto il corso del futuro storico, e a maggior ragione, ci sembra di capire, nega che un sistema teorico possa pretendere di contenere le sue regole e principii – di questo corso del futuro storico – in modo irrevocabile. Dunque viene escluso, in questo testo del 1952, che qualcuno possa conoscere in modo irrevocabile (ovvero con verità assoluta, e quindi atemporale) i principii e le regole del divenire storico, e tuttavia, questa prima parte della proposizione non apre le porte al relativismo nichilista, in quanto si sostiene, con il realismo dell’esperienza, che in pari tempo non è possibile negare che vi ‘siano sistemi di principii stabili per un lunghissimo corso storico’. Dunque, in relazione anche a lunghi periodi storici, è plausibile possedere una conoscenza invariante di ‘sistemi di principii’, cioè, in altri termini, una verità relativa, quindi non assoluta e atemporale, ma comunque attinente a definiti archi di tempo storico).
6. Pure avendo ovviamente riconosciuto errato il contenuto formale dei corpi di dottrina di tutti i grandi corsi storici, non si nega con questo dal materialismo dialettico la loro necessità al loro tempo, e tanto meno si immagina che l’errore avrebbe potuto essere evitato da migliori pensamenti di sapienti o legislatori, e che si poteva accorgersi prima dei loro errori, e far le rettifiche. Ogni sistema possiede una sua spiegazione e ragione nel suo ciclo; e quelli più significativi sono quelli che più organicamente si sono mantenuti immutati in lunghe lotte (Nota redazionale: la conoscenza e la rappresentazione della realtà, nei modi storicamente prevalenti del mito, della religione, dell’arte, della magia, e infine della scienza, sono stati di importanza vitale per la riproduzione bio-sociale della specie umana. Anche gli apparati conoscitivi definiti come caratteristici dell’infanzia dell’umanità, con i loro simboli, i riti, il complesso semiologico di significanti e significati con cui interpretavano il mondo, hanno svolto una funzione culturale di integrazione dell’uomo dentro il gruppo sociale, e più in generale di integrazione dell’uomo dentro il quadro dell’esperienza della vita, conferendo un senso ad eventi come la nascita, la morte, il sesso, la malattia, la produzione di beni d’uso. Le società di condivisione delle origini hanno conservato per lunghissimo tempo dei ‘sistemi di principii’ affini, fatti di concezioni unitarie, olistiche, della realtà. Queste concezioni, pur se espresse con un linguaggio ingenuo, rappresentavano una ‘conoscenza umana’, cioè funzionale alla vita della intera comunità. Mentre la scienza corrotta dei nostri tempi, al servizio del capitale, è in prevalenza solo una drogatura ideologica).
7. Secondo il marxismo non vi è progresso continuo e graduale nella storia quanto (anzitutto) alla organizzazione delle risorse produttive, ma una serie di distanti, successivi balzi in avanti che sconvolgono tutto l’apparato economico sociale profondamente e fin dalla base. Sono veri cataclismi, catastrofi, rapide crisi, in cui tutto muta in breve tempo mentre per tempi lunghissimi è rimasto immutato, come quelle del mondo fisico, delle stelle del cosmo, della geologia e della stessa filogenesi degli organismi viventi (Nota redazionale: le parole appena lette descrivono con chiarezza i salti storici, le crisi e le rivoluzioni che in certi periodi sconvolgono tutto l’apparato socio-economico. Precedute da lunghe fasi di stasi, da intendere anche come incubazioni preparatorie al salto dialettico, le rivoluzioni sconvolgono come una luce improvvisa ‘l’apparato economico sociale profondamente e fin dalla base’, stravolgendo logiche di potere consolidate, al pari di una luce che si inoltra dentro le tenebre).
8. Essendo l’ideologia di classe una soprastruttura dei modi di produzione, anche essa non si forma dal quotidiano affluire di grani di sapere, ma appare nello squarcio di un violento scontro, e guida la classe che esprime, in una forma sostanzialmente monolitica e stabile, per una lunga serie di lotte e conati fino alla successiva fase critica, alla successiva rivoluzione storica.
9. Proprio le dottrine del capitalismo, giustificando le rivoluzioni sociali del passato fino a quella borghese, asserivano che da quel punto la storia avrebbe proceduto per una via di graduale elevamento e senza altre catastrofi sociali, in quanto i sistemi ideologici avrebbero con una graduata evoluzione assorbito il flusso di nuove conquiste del sapere puro ed applicato; ed il marxismo dimostrò la fallacia di tale visione del futuro.
10. Lo stesso marxismo non può essere una dottrina che si va ogni giorno plasmando e riplasmando di nuovi apporti e con sostituzione di «pezzi» – meglio di rattoppi e «pezze»! – perché è ancora, pure essendo l’ultima, una delle dottrine che sono arma di una classe dominata e sfruttata che deve capovolgere i rapporti sociali, e nel farlo è oggetto in mille guise delle influenze conservatrici delle forme ed ideologie tradizionali proprie delle classi nemiche (Nota redazionale: il marxismo è l’ultima dottrina di una classe dominata e sfruttata, questa dottrina è la sintesi del massimo di conoscenza raggiunta attraverso l’esperienza delle sconfitte e delle vittorie del proletariato, nella mortale lotta sostenuta con l’avversario di classe borghese. Questo avversario usa l’ideologia come arma di lotta per continuare ad opprimere i proletari, per impedirgli di compiere la missione storica di ‘capovolgere i rapporti sociali’. Solo resistendo alle sirene dell’ideologia borghese, e mantenendo intatta la dottrina invariante marxista, il proletariato può compiere la missione storica di abbattere l’ultima società divisa in classi di sfruttati e sfruttatori).
11. Anche potendo da oggi, anzi da quando il proletariato è apparso sulla grande scena storica, intravedere la storia della società futura senza più classi e quindi senza più rivoluzioni, deve affermarsi che per il lunghissimo periodo che a tanto condurrà, la classe rivoluzionaria in tanto assolverà il suo compito in quanto si muoverà usando una dottrina e un metodo che restino stabili e siano stabilizzati in un programma monolitico, in tutto il volgere della tremenda lotta – variabilissimo restando il numero dei seguaci, il successo delle fasi e degli scontri sociali (Nota redazionale: il marxismo in quanto teoria del proletariato, come i modi di produzione, citiamo ‘non si forma dal quotidiano affluire di grani di sapere, ma appare nello squarcio di un violento scontro, e guida la classe che esprime, in una forma sostanzialmente monolitica e stabile, per una lunga serie di lotte e conati fino alla successiva… società futura senza più classi e quindi senza più rivoluzioni’. ‘In tutto il volgere della tremenda lottail proletariato usa la teoria invariante, che rappresenta il massimo di conoscenza raggiunta nello squarcio di un violento scontro’, come arma teorica, cioè innanzitutto come un sistema di sperimentate strategie e tattiche di combattimento con l’avversario di classe. Citiamo, ‘I momenti – tutta la storia del marxismo lo prova – in cui la lotta di classe si riacutizza, sono quelli in cui la teoria ritorna con affermazioni memorabili alle sue origini e alla sua prima integrale espressione; basti ricordare la Comune di Parigi, la Rivoluzione bolscevica, il primo dopoguerra mondiale in Occidente).
12. Per quanto dunque la dotazione ideologica della classe operaia rivoluzionaria non sia più rivelazione, mito, idealismo, come per le classi precedenti, ma positiva «scienza», essa tuttavia ha bisogno di una formulazione stabile dei suoi principii e anche delle sue regole di azione, che assolva il compito e abbia la decisiva efficacia che nel passato hanno avuto dogmi, catechismi, tavole, costituzioni, libri-guida come i Veda, il Talmud, la Bibbia, il Corano, o le Dichiarazioni dei diritti. I profondi errori sostanziali e formali contenuti in quelle raccolte non hanno tolto, anzi in molti casi hanno contribuito proprio per tali «scarti», alla enorme loro forza organizzativa e sociale, prima rivoluzionaria, poi controrivoluzionaria, in dialettica successione.
13. Proprio in quanto il marxismo esclude ogni senso della ricerca di «verità assoluta», e vede nella dottrina non un dato dello spirito sempiterno o della astratta ragione, ma uno «strumento» di lavoro ed un’ «arma» di combattimento, esso postula che nel pieno dello sforzo e nel colmo della battaglia non si abbandona per «ripararlo» né lo strumento né l’arma, ma si vince in pace e in guerra essendo partiti brandendo utensili ed armi buone.
14. Una nuova dottrina non può apparire in qualunque momento storico, ma vi sono date e ben caratteristiche – e anche rarissime – epoche della storia in cui essa può apparire come un fascio di abbagliante luce, e se non si è ravvisato il momento cruciale ed affisata la terribile luce, vano è ricorrere ai moccoletti, con cui si apre la via il pedante accademico o il lottatore di scarsa fede.
15. Per la classe proletaria moderna formatasi nei primi paesi dal grande sviluppo industriale capitalistico le tenebre sono state squarciate poco prima della mezzeria di secolo che precede la presente. L’integrale dottrina in cui crediamo, in cui dobbiamo e vogliamo credere ha avuto allora tutti i dati per formarsi e descrivere un corso di secoli che dovrà verificarla e ribadirla dopo lotte smisurate. O questa posizione resterà valida, o la dottrina sarà convinta di falso e la dichiarazione di apparizione di una nuova classe con carattere, programma e funzione rivoluzionaria sua propria nella storia sarà stata data a vuoto. Chi quindi si pone a sostituire parti, tesi, articoli essenziali del «corpus» marxista che da circa un secolo possediamo, ne uccide la forza peggio di cui lo rinnega in pieno e ne dichiara l’aborto (Nota redazionale:Poco prima della meta del 1800le tenebre sono state squarciate… e l’integrale dottrina marxista del proletariatoè apparsa come un fascio di abbagliante luce’. Proviamo a riflettere: se escludiamo la teoria del cambiamento socio economico graduale, se riteniamo che le transizioni lente e costanti dei modi di produzione non sono decisive ai fini del mutamento dei paradigmi sociali, perché, citiamo ‘Secondo il marxismo non vi è progresso continuo e graduale nella storia quanto (anzitutto) alla organizzazione delle risorse produttive, ma una serie di distanti, successivi balzi in avanti che sconvolgono tutto l’apparato economico sociale profondamente e fin dalla base. Sono veri cataclismi, catastrofi, rapide crisi, in cui tutto muta in breve tempo mentre per tempi lunghissimi è rimasto immutato…, allora si comprende meglio perché non ha senso positivo, citiamo sostituire parti, tesi, articoli essenziali del «corpus» marxista che da circa un secolo possediamo’ . I paradigmi conoscitivi (scientifici) sono mutati in modo veloce ‘poco prima della mezzeria di secolo’, il 1800; la teoria marxista, come un fascio di abbagliante luce, ha squarciato e ha rimesso sui piedi le precedenti visioni della realtà (filosofia idealista, economia borghese classica…), svelandone gli aspetti ideologici, e salvando, dialetticamente, il loro nucleo non ideologico. Quindi postulare la sostituzione e l’aggiornamento del corpo dottrinario marxista non ha senso, a meno di volere affermare il contrario di quanto sostenuto nel punto sette ‘non vi è progresso continuo e graduale nella storia’).
16. Il carattere del periodo seguente a quello «esplosivo» in cui la stessa novità della nuova rivendicazione la rende chiara e a limiti taglienti, può essere ed è, in ragione della cronicizzazione delle situazioni, di equilibrio tale, che non si ha miglioramento e potenziamento, ma involuzione e degenerazione della cosiddetta «coscienza» della classe (Nota redazionale: la cosiddetta ‘coscienza di classe’, e usiamo il termine anche noi con le virgolette, nel periodo seguente alla lucida chiarezza determinata dal fascio di luce sprigionatosi nel momento di massima intensità dello scontro di classe, ‘in ragione della cronicizzazione delle situazioni successive’, non può che involvere e degenerare. Ecco descritta la base sociale essenziale dell’opportunismo, e al contempo la ragione politica e teorica per preservare l’invarianza, cioè l’acme conoscitivo raggiunto in un periodo di scontro sociale totale). I momenti – tutta la storia del marxismo lo prova – in cui la lotta di classe si riacutizza, sono quelli in cui la teoria ritorna con affermazioni memorabili alle sue origini e alla sua prima integrale espressione; basti ricordare la Comune di Parigi, la Rivoluzione bolscevica, il primo dopoguerra mondiale in Occidente.
17. Il principio della invarianza storica delle dottrine che riflettono il compito delle classi protagoniste, ed anche dei potenti ritorni alle tavole di partenza, opposto al pettegolo supporre ogni generazione ed ogni stagione della moda intellettuale più potente della precedente, allo sciocco film del procedere incessante del civile progresso, ed altre simili borghesi ubbie da cui pochi di quelli che si affibbiano l’aggettivo di marxista sono davvero scevri, si applica a tutti i grandi corsi storici.
18. Tutti i miti esprimono questo, e soprattutto quelli dei mezzi-dèi mezzi-uomini, o dei sapienti che ebbero una intervista con l’Ente supremo. Di tali figurazioni è insensato ridere, e solo il marxismo ne ha fatto trovare le reali e materiali sottostrutture. Rama, Mosè, Cristo, Maometto, tutti i Profeti ed Eroi che aprono secoli di storia dei vari popoli, sono espressioni diverse di questo fatto reale, che corrisponde a un balzo enorme nel «modo di produzione». Nel mito pagano la sapienza, ossia Minerva, esce dal cervello di Giove non per la dettatura a flaccidi scribi di interi volumi, ma per la martellata del dio-operaio Vulcano, chiamato a sedare una irrefrenabile emicrania. All’altro estremo della storia e dinanzi alla illuminista dottrina della nuova Dea Ragione, si leverà gigante Gracco Babeuf, rozzo nella presentazione teoretica, per dire che la fisica forza materiale conduce avanti più della ragione e del sapere (Nota redazionale: tutti i miti in fondo esprimono questa logica circolare, ricorsiva, inesorabile, dei potenti ritorni alle tavole di partenza’, che spazzano dal campo le revisioniste degenerazioni’; ciò avviene nei momenti in cui si riaccende la lotta di classe, e una parte della società sfida lo ‘status quo’ per compiere la sua missione storica. Tuttavia, come ricordato nel ‘Manifesto’ del 48, il conflitto sociale di classe si dipana su un piano tragico, dai precedenti storici inquietanti, essendo accaduto in passato che la lotta si concludesse – alternativamente – con l’avvento di un nuovo modo di produzione, o con la rovina comune delle classi in lotta e il ritorno alla barbarie. Dunque, una situazione di degenerazione sociale estrema, e la minaccia di una generale distruzione e rovina delle classi in lotta, spinge – deterministicamente – la classe che incarna la missione storica del cambiamento, a riscoprire le tavole della lucida dottrina invariante delle origini, per usarle come strumento di lavoro, e soprattutto, ancora una volta, come extrema ratio’, ovvero come arma estrema di combattimento).
19. Né mancano gli esempi dei restauratori rispetto a revisioniste degenerazioni, come è Francesco rispetto a Cristo quando il cristianesimo sorto per la redenzione sociale degli umili si adagia tra le corti dei signori medioevali, come erano stati i Gracchi rispetto a Bruto; e come tante volte gli antesignani di una classe da venire dovettero essere rispetto ai rivoluzionari rinnegatori della fase eroica di precedenti classi: lotte in Francia del 1831, 1848, 1849 ed innumerevoli altre fasi in tutta l’Europa.
20. Noi stiamo sulla posizione che tutti i grandi ultimi eventi sono altrettante recise e integrali conferme della teoria e della previsione marxista. Riferiamo questo soprattutto ai punti che hanno provocato (ancora una volta) le grandi defezioni sul terreno di classe e messo in imbarazzo anche quelli che giudicano opportunismo pieno le posizioni staliniste: questi punti sono l’avvento di forme centralizzate e totalitarie capitaliste tanto nel campo economico che in quello politico, l’economia diretta, il capitalismo di stato, le dittature borghesi aperte; e dal suo canto il procedimento dello sviluppo russo ed asiatico socialmente e politicamente. Vediamo quindi sia la conferma della nostra dottrina, sia quella del suo nascere in forma monolitica ad un’epoca cruciale.
21. Chi riuscisse a porre gli eventi storici di questo vulcanico periodo contro la teoria marxista riuscirebbe a provare che questa è errata, completamente caduta e con essa ogni tentativo di dedurre dai rapporti economici le linee del corso storico. Nello stesso tempo riuscirebbe a provare che in qualsiasi fase gli accadimenti costringono a nuove deduzioni spiegazioni e teorie, e conseguentemente alla proponibilità di nuovi e diversi mezzi di azione (Nota redazionale: la proposizione è di tipo condizionale, e non assertivo, in quanto nel punto precedente (20) è chiaramente sostenutoche tutti i grandi ultimi eventi sono altrettante recise e integrali conferme della teoria e della previsione marxista’. In altre parole, chi riuscisse a porre…riuscirebbe a provare… quello che è espressamente negato al punto 20. Il punto 21 ha quindi lo scopo di dimostrare, innanzitutto, l’assurdità dell’assunto che in qualsiasi fase gli accadimenti costringono a nuove deduzioni spiegazioni e teorie, e conseguentemente alla proponibilità di nuovi e diversi mezzi di azione’ ).
22. Uscita illusoria dalle difficoltà dell’ora è quella di ammettere che la teoria base deve restare mutevole, e che oggi proprio sia il momento di lanciarne nuovi capitoli, sicché per effetto di un tale atto di pensiero la situazione sfavorevole si capovolga. Aberrazione è poi che tale compito sia assunto da gruppetti di effettivi derisori e, peggio, risolto con una libera discussione scimmiottante lillipuzianamente il borghese parlamentarismo e il famoso urto delle opinioni singole, il che non è nuovissima risorsa ma antica scempiaggine.
23. Questo è un momento di depressione massima della curva del potenziale rivoluzionario e quindi è lontano mezzi secoli da quelli adatti al parto di originali teorie storiche. In tale momento privo di vicine prospettive di un grande sommovimento sociale non solo è un dato logico della situazione la politica disgregazione della classe proletaria mondiale; ma è logico che siano gruppi piccoli a saper mantenere il filo conduttore storico del grande corso rivoluzionario, teso come grande arco tra due rivoluzioni sociali, alla condizione che tali gruppi mostrino di nulla voler diffondere di originale e di restare strettamente attaccati alle formulazioni tradizionali del marxismo.
24. La critica, il dubbio e la messa in forse di tutte le vecchie posizioni bene assodate furono elementi decisivi della grande rivoluzione borghese moderna che con gigantesche ondate investì le scienze naturali, l’ordinamento sociale e i poteri politici e militari, avanzandosi poi e affacciandosi con molto minore slancio iconoclastico alle scienze della società umana e del corso storico. Appunto questo fu il portato di un’epoca di sommovimento dal profondo che si pose a cavallo tra il Medioevo feudale e terriero e la modernità industriale e capitalista. La critica fu l’effetto e non il motore della immensa e complessa lotta (Nota redazionale: l’essere sociale determina la coscienza, l’immensa e complessa lotta produsse l’effetto della critica, concomitante/susseguente, a seconda dei casi) .
25. Il dubbio e il controllo della coscienza individuale sono espressione della riforma borghese contro la compatta tradizione ed autorità della Chiesa cristiana, e si tradussero nel più ipocrita puritanismo che con la bandiera della conformità borghese alla morale religiosa o al diritto individuale vararono e protessero il nuovo dominio di classe e la nuova forma di soggezione delle masse. Opposta è la via della rivoluzione proletaria in cui la coscienza individuale è nulla e la direzione concorde dell’azione collettiva è tutto (Nota redazionale:’la rivoluzione proletaria in cui la coscienza individuale è nulla’, in questo passaggio viene espresso il carattere anti-borghese, sociale, comunitario/comunista, del futuro modo di produzione ‘sociale’ e della rivoluzione proletaria che ad esso conduce). .
26. Quando Marx disse nelle famose tesi su Feuerbach che abbastanza i filosofi avevano interpretato il mondo e si trattava ora di trasformarlo, non volle dire che la volontà di trasformare condiziona il fatto della trasformazione, ma che viene prima la trasformazione determinata dall’urto di forze collettive, e solo dopo la critica coscienza di essa nei singoli soggetti. Sì che questi non agiscono per decisione da ciascuno maturata ma per influenze che precedono scienza e coscienza.
E il passare dall’arma della critica alla critica con le armi sposta appunto il tutto dal soggetto pensante alla massa militante, in modo che arma siano non solo i fucili e cannoni, ma soprattutto quel reale strumento che è la comune uniforme monolitica costante dottrina di partito, cui tutti ci siamo subordinati e legati, chiudendo il discutere pettegolo e saputello.

DALL’OPUSCOLO «SUL FILO DEL TEMPO», PUBBLICATO NEL MAGGIO DEL 1953.LA «INVARIANZA» STORICA DEL MARXISMO

 

 

Allegato

Variamente opinabile: la conoscenza marxista storicamente invariante e il tentativo di una sua negazione come percorso di auto-negazione

Le persone si dividono in tre categorie: quelli che vedono, quelli che vedono solo se gli si indica, quelli che non vedono nemmeno se gli si indica. (Da Vinci)

Sintetizziamo in forma libera alcune recenti critiche al concetto di invarianza.

In ogni caso, un tale pensatore “marxista” , afferma che il marxismo è invariante, mentre per noi il mondo reale è variante.

La riflessione non è il rifiuto del marxismo rivoluzionario! Marx ed Engels, Lenin e Trotsky, hanno modificato i loro pareri, per tutta la vita, e non hanno mai avuto punti di vista ossificati.

Marx ed Engels non hanno mai sostenuto che la loro conoscenza era universale e che le loro posizioni erano definitive. Invece, hanno cambiato le loro analisi… per tutta la vita, seguendo così le trasformazioni della realtà … Rimasero costantemente al corrente delle nuove scoperte (scientifiche) e delle trasformazioni del mondo capitalista…

In contrasto con questo approccio, molti attivisti e pensatori attuali che invocano Marx , pensano che quest’ultimo abbia detto tutto sul funzionamento del sistema capitalistico, tutto ciò che riguarda la crisi del sistema, tutto ciò che riguarda l’uomo e la società umana….

(Invece) Karl Marx e il suo inseparabile amico Friedrich Engels non hanno mai visto il mondo come un’entità fissa, o la realtà del capitalismo come una semplice ripetizione identica a se stessa, invece, hanno modificato i loro pensieri in base alle conoscenze avanzate, agli studi storici, scientifici e filosofici del loro tempo. Invece alcune tendenze politiche di estrema sinistra cercano un pensiero eterno, un modo filosofico di mettere la parola fine alla ricerca critica tipica del marxismo….

Dalla morte di Marx e Engels il mondo è cambiato quasi in ogni aspetto, anche se è ancora capitalismo…’.

Una prima osservazione, dal tono generale della critica contenuta nelle righe precedenti, si oppone (proviamo a schematizzare noi) alla invarianza marxista , l’argomento classico del ‘panta rei’. In altre parole ci sarebbero dei pensatori marxisti incapaci di adeguare le proprie analisi ai cambiamenti del mondo, il quale è un continuo divenire. Ma allora se si intende il ‘panta rei’ come l’impossibilità di concepire realtà stabili, almeno temporaneamente stabili (cioè storicamente invarianti), la conseguenza è che il pensiero deve ammettere il carattere illusorio di ogni conoscenza umana. È l’argomento di Nietzsche, il quale tuttavia al dionisiaco, informe, ‘panta rei’, oppone l’apollinea apparenza di forme stabili, frutto della volontà di potenza. Andremmo lontano, di questo passo. Limitiamoci a dire che se assolutizziamo il tutto scorre eracliteo, come fanno i critici dell’invarianza, giungiamo direttamente al nichilismo, o meglio allo scetticismo totale, inteso come affermazione della totale inconoscibilità dell’essere. Tuttavia questa è pur sempre la posizione di una certezza, perché volendo negare la conoscibilità del reale, si sostiene nondimeno di conoscere un qualcosa di certo, fisso e stabile, cioè la non conoscibilità del reale, solo che a questo punto se nulla è davvero conoscibile, come si fa a sostenere di conoscere la non conoscibilità del reale? In altri termini la proposizione negatrice alla fine nega perfino se stessa, questo esito senza ulteriori sviluppi proposizionali è l’aporia in cui si chiude il tentativo di negazione (sul piano logico-ontologico) dell’invarianza. I critici non si rendono conto di muoversi su un terreno filosofico insidioso, disseminato di spoglie di precedenti diatribe e polemiche filosofiche millenarie, anche più antiche della filosofia presocratica. Spostiamoci sul piano storico-sociale. Una formazione sociale possiede dei caratteri invarianti, o se vogliamo degli aspetti prevalenti e ricorrenti, e fintanto che non trapassa in qualcosa di altro tipo (negazione della negazione), è sensato ipotizzare una conoscenza essenzialmente invariante (riferita ai suoi caratteri prevalenti), intesa quindi come conoscenza delle leggi tendenziali dei suoi invarianti (prevalenti) processi di esistenza socio-economici. Il ‘panta rei’ non viene negato dall’invarianza storica della dottrina marxista, bensì riaffermato nel suo essere flusso e forma, potenza e atto, e quindi non semplice orizzonte caotico, ma successione di sistemi ordinati in orizzonti di eventi guidati da attrattori, leggi tendenziali ( è la modernissima teoria del caos a convergere su questo assunto dialettico). In definitiva l’errore dei critici della parola ‘invarianza’, è nel non riuscire a cogliere il significato che essa assume nella concezione marxista: essa è ‘storica invarianza’, e quindi non significa il ritorno a verità assolute, ossificate e cristallizzate, sottratte alla vita reale, storica, degli esseri umani. L’invarianza postulata nel testo degli anni 50 (‘La invarianza storica del marxismo’) è innestata anch’essa nel ‘panta rei’ della storia, non certo in un limbo teorico astratto, come invece pensano i critici. D’altronde, ritornando ai termini apollineo e dionisiaco, presi a prestito da una fonte ‘filosofica’, Nietzsche, (diciamo) distante dai nostri orientamenti (per molti versi), ritroviamo la contraddizione dialettica fra forma (Apollo) e flusso (Dioniso), risolta nella sintesi unitaria che si manifesta nella nostra esperienza di vita. Nell’ambito della fisica moderna ritroviamo una analoga distinzione fra il concetto di discreto (apollineo) e il concetto di continuo (dionisiaco). I critici, nel tentativo di confutare il concetto di invarianza, assolutizzano invece, proprio loro, uno dei poli della relazione dialettica fra forma e flusso, cioè il flusso. Invece l’invarianza è stata definita, nel testo degli anni 50, ‘storica’, in altre parole non assoluta, ma relativa alla conoscenza di un certo modo di produzione, cioè alla comprensione delle leggi tendenziali di sviluppo della sua specifica struttura e sovrastruttura, e quindi, in definitiva, una conoscenza relativa a un certo tipo di società e di lotte di classe sorte nel fiume della storia. D’altronde, seguendo il percorso di pensiero dei critici, si rischierebbe di ricadere nella vecchia dicotomia Kantiana fra il mondo come fenomeno e il mondo come noumeno (la cosa in sé). Infatti, attribuendo alla realtà storica gli attributi di inconoscibilità della cosa in sé (in quanto assolutamente invariante), a noi ‘invariantisti incalliti’, incapaci di sollevarci alle altezze del caos dionisiaco, resterebbe il semplice possesso dell’illusorio mondo ‘fenomeno’, composto di realtà discrete, stabili, fisse. La conoscenza marxista storicamente invariante, ci permettiamo di dire, non dovrebbe essere considerata il semplice pensiero di Marx ed Engels, o di Lenin, ma in senso materialistico dovrebbe porsi come il frutto di una accumulazione di saperi ed esperienze lungamente incubati nella società, come segno, traccia e memoria della conoscenza ottenuta dall’esperienza storica della lotta di classe.

Le lezioni apprese nei momenti di massima intensità dello scontro pratico con l’avversario non devono essere dimenticate, in nome dell’assioma per cui ‘il mondo è cambiato quasi in ogni aspetto, anche se è ancora capitalismo’. Allora se il mondo è ancora capitalismo (nella sua essenza socio-economica), a dispetto dei suoi cambiamenti ( puramente formali), questo deve necessariamente significare che questo mondo può essere conosciuto e criticato sulla base delle esperienze pregresse (vittorie e sconfitte). Questo significa che è possibile fare delle previsioni, basate sulla conoscenza storicamente invariante (sintetizzata nel marxismo), che non è una metafisica o la fine dell’attività di indagine critica e di pensiero, ma la bussola che ci consente di navigare nel mare dell’apparente caos capitalistico. C’è un ordine e una geometria nel caos, le leggi tendenziali di sviluppo del modo di produzione capitalistico sono state svelate, esse formano, nel marxismo rivoluzionario, la più efficace approssimazione conoscitiva (quindi non la verità assoluta) alla realtà sociale. Un modello euristico, inevitabilmente contenente astrazioni e generalizzazioni, proprio in quanto modello, e tuttavia in grado di fornire un valido strumento di lotta alla classe oppressa. Esso è astratto e concreto insieme, poiché individua le invarianti caratteristiche degli attrattori sistemici, ovvero lo scheletro e gli organi che formano l’organismo socio-economico capitalistico, senza i quali non potrebbe neppure esistere. Questo sistema socialedi oppressione in definitiva può pure cambiare pelle o abito, parafrasando i critici, ( ‘In ogni caso, un tale pensatore “marxista” , afferma che il marxismo è invariante, mentre per noi il mondo reale è variante) mentre restano invarianti, necessariamente, fin tanto che il capitalismo esiste e se ne riconosce l’esistenza storica, le leggi tendenziali del suo divenire.

Postilla: Assoluti temporanei e verità storicamente invarianti…

Ci viene posta da alcuni lettori la richiesta di chiarire meglio il senso della Invarianza storica del marxismo, e la implicita negazione di una verità assoluta ad essa imputabile. Le domande e le critiche sono sempre benvenute, perché spesso aiutano a correggere o a chiarire certi aspetti lasciati in ombra all’interno di una certa analisi. Nel caso specifico ci viene suggerito di considerare se per un certo tempo storico, quella legge che noi indichiamo come approssimazione conoscitiva invariante, possa invece essere vista come una verità assoluta, destinata poi ad essere sostituita, in un tempo storico successivo, da altre verità assolute. Il problema è che il concetto di assoluto fa riferimento (in filosofia e teologia) a una realtà, a un ente, che trascende il tempo e lo spazio. Eterno, immutabile, senza origine e senza fine, a-spaziale e a-temporale (Riprendendo in questo senso i caratteri dell’essere/logos della scuola eleatica. Questa scuola, tuttavia, poneva accanto al logos immutabile, almeno nel poema filosofico del suo capostipite, Parmenide di Elea, un piano di realtà ‘umano’, esso stesso parte di questo logos, in cui ‘tutto è pieno, unitamente di luce e di notte oscura’). La verità delle leggi invarianti di cui parliamo noi è dunque storica, specifica del divenire di una certa società, e quindi di un certo modo di produzione. Non ci sembra opportuno usare, almeno dal nostro punto di vista, una categoria filosofica, l’assoluto, per descrivere le leggi storicamente invarianti. Preferiamo definirle in questo modo, e non con il nome di ‘assoluti temporanei’ perché il termine ‘assoluto’ è troppo legato a determinati significati antitetici alla realtà storica, e quindi il suo impiego potrebbe creare confusione e fraintendimenti metafisici (anche se ‘assoluti temporanei’ in fondo allude a un paradosso dialettico). La nostra posizione negatrice di verità assolute potrebbe rischiare di sfociare nel relativismo? In fondo le leggi invarianti indicano anch’esse delle verità permanenti, entro un certo arco di tempo storico (quindi, riconosciuta questa analogia, il quesito non dovrebbe più sussistere). Il relativismo, inteso invece in senso deteriore, indica la mancanza di conoscenze invarianti, indifferentismo, nichilismo: tuttavia è anche vero che vari sistemi morali hanno caratterizzato e tuttora caratterizzano gruppi sociali differenti, società diverse, individui particolari. L’esperienza documentata e tangibile dimostra che ci sono stati sistemi di valori diversi nel corso della storia umana, e che anche nel tempo storico attuale esistono diversi sistemi di valori, relativi a situazioni socio economiche determinate. Il nostro intento è quello di provare a scoprire e spiegare le correlazioni fra la vita sociale reale e questi differenti modi di pensare e di valutare le cose (determinismo politeista?). Banalmente proviamo a lumeggiare i rapporti di interazione dialettica fra struttura e sovrastruttura, tipici di una certa formazione sociale, relativa a un certo tempo storico.

 

Postilla 1: riflessioni sulle componenti accessorie (derivate) e sulle componenti principali (costanti) di un sistema

Torniamo brevemente sul tema dell’invarianza che, a dire il vero, ha suscitato molto interesse e domande da parte di vari lettori. Abbiamo già risposto in precedenza a taluni quesiti sul merito della terminologia più appropriata per definire tale concetto, e in effetti nella risposta abbiamo toccato questioni eminentemente filosofiche come la realtà dell’assoluto e del relativo. Su tali argomenti sono nate discussioni millenarie che non vanno sottovalutate perché anche esse, a modo loro, possono essere comprese come l’espressione sovrastrutturale, culturale, dei cambiamenti storici e dei passaggi da un modo di produzione e di organizzazione sociale ad un altro. Le nuove domande che ci pongono adesso altri lettori riguardano il rapporto problematico fra aspetti variabili e invarianti di uno stesso corpo teorico, in questo caso un sistema di leggi ‘scientifiche’ del divenire sociale come il marxismo. La domanda viene posta sulla base di taluni passaggi contenuti nell’opuscolo ‘Sul Filo del Tempo’, pubblicato dal Partito Comunista Internazionalista nel maggio del 1953 (TEORIA ED AZIONE. IL PROGRAMMA RIVOLUZIONARIO IMMEDIATO. RIUNIONE DI FORLÌ, 28 DICEMBRE 1952).E su taluni passaggi contenuti nel ‘Manifesto’ (Proletari e comunisti).

Riportiamo per intero gli scritti ‘TEORIA ED AZIONE’ e ‘IL PROGRAMMA RIVOLUZIONARIO IMMEDIATO’, commentandoli brevemente, tentando poi di sciogliere con tali commenti e con le stesse parole degli scritti pubblicati nel 1953, le stringenti questioni che ci vengono proposte dai nostri lettori, che naturalmente ringraziamo perché con le loro domande ci segnalano spesso degli aspetti meritevoli di maggiori analisi e chiarimenti.  

RIUNIONE DI FORLÌ, 28 DICEMBRE 1952

I. Teoria ed azione

1. Data la situazione presente di decadimento al minimo dell’energia rivoluzionaria, compito pratico è quello di esaminare il corso storico di tutta la lotta, ed è errore il definirlo lavoro di tipo letterario o intellettuale contrapponendolo a non si sa quale discesa nel vivo dell’azione delle masse.

2. Quanti convengono nel nostro giudizio critico che l’attuale politica degli stalinisti è del tutto anticlassista e antirivoluzionaria, constatando la bancarotta della III Internazionale più grave di quella della II nel 1914, devono scegliere tra due posizioni: deve forse cadere qualcosa che era comune a noi e alla piattaforma di costituzione del Comintern, a Lenin, ai bolscevichi, ai vincitori di Ottobre? No, noi affermiamo, deve solo cadere quanto la Sinistra fino da allora ebbe a combattere, e restare in piedi tutto quanto i russi hanno dopo tradito.

3. Il grave errore di manovra nel primo dopoguerra, innanzi alla esitazione del moto rivoluzionario in Occidente, si riassume nei vari tentativi di forzare la situazione verso la fase di insurrezione e dittatura sfruttando risorse di forma legalitaria, democratica e operaistica. Questo errore largamente perpetrato nel preteso seno della classe operaia, sulla frangia di contatto coi socialtraditori della II Internazionale, doveva svilupparsi in una nuova collaborazione di classe sociale e politica, nazionale e mondiale, con le forze capitalistiche, e nel nuovo opportunismo e tradimento.

4. Per volere guadagnare al partito internazionale robustamente piantato su ribadita teoria e organizzazione una più vasta influenza, si è regalata influenza ai traditori e nemici, e si è rimasti senza la sognata maggioranza e senza il solido nucleo storico del partito di allora. La lezione è di non fare più la stessa manovra o seguire lo stesso metodo. Non è poca. (Nota redazionale: il punto quattro descrive le conseguenze nefaste di una scelta politica sbagliata, causata dal calcolo di ‘volere guadagnare al partito…. una più vasta influenza’. Un partito che se pure ‘robustamente piantato su ribadita teoria’, viene condotto da determinazioni dialetticamente soggettive e oggettive a regalare ‘influenza ai traditori e nemici’ e a rimanere ‘senza la sognata maggioranza’. L’errore forse era inevitabile, la dottrina invariante tuttavia ci consente di comprendere il significato della sconfitta, traendone ‘la lezione…di non fare più la stessa manovra o seguire lo stesso metodo’. Si dirà che se l’errore era già prevedibile in base alla ‘ribadita teoria’ , allora come è stato possibile che fosse ugualmente commesso? Evidentemente le determinazioni soggettive e oggettive sfavorevoli hanno preso il sopravvento sulla minoranza (saldamente cosciente della ribadita teoria), e che in quanto ‘Vox clamantis in deserto’, è stata relegata al ruolo di testimone silenzioso della catastrofe politica imminente, verso cui si incamminava la maggioranza. Gli erranti che non hanno ‘creduto’ allo sparuto gruppo di profeti di sventura, hanno poi dovuto credere ai fatti, e si spera che abbiano appreso ‘la lezione…di non fare più la stessa manovra o seguire lo stesso metodo’).

5. Vana fu l’attesa di una situazione nel 1946, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, tanto fertile quanto quella del 1918, per la maggior gravità della degenerazione controrivoluzionaria, l’assenza di nuclei forti capaci di restare fuori dal blocco di guerra militare politico e partigiano, la diversa politica di occupazione poliziesca sui paesi vinti. La situazione 1946 era palesemente tanto sfavorevole quanto quelle successive a grandi disfatte della Lega dei Comunisti e della I Internazionale: 1849 e 1871.

6. Non essendo dunque pensabili ritorni bruschi delle masse ad una organizzazione utile di attacco rivoluzionario, il miglior risultato che il prossimo tempo può dare è la riproposizione dei veri scopi e rivendicazioni proletari e comunisti, e il ribadimento della lezione che è disfattismo ogni improvvisazione tattica che muti di situazione in situazione pretendendo sfruttare dati inattesi di esse (Nota redazionale: la questione del rapporto fra tattica e strategia, già definita in modo inequivocabile negli anni 20, viene adesso riproposta ‘ è disfattismo ogni improvvisazione tattica che muti di situazione in situazione pretendendo sfruttare dati inattesi di esse’. Le scelte tattiche devono sempre essere coerenti con le posizioni strategiche, poiché queste posizioni sono nient’altro che le derivate della invariante ‘teoria’. Citiamo da ‘invarianza storica del marxismo’: Per la classe proletaria moderna formatasi nei primi paesi dal grande sviluppo industriale capitalistico le tenebre sono state squarciate poco prima della mezzeria di secolo che precede la presente. L’integrale dottrina in cui crediamo, in cui dobbiamo e vogliamo credere ha avuto allora tutti i dati per formarsi e descrivere un corso di secoli che dovrà verificarla e ribadirla dopo lotte smisurate’).

7. Allo stupido attualismo-attivismo che adatta gesti e mosse ai dati immediati di oggi, vero esistenzialismo di partito, va sostituita la ricostruzione del solido ponte che lega il passato al futuro e le cui grandi linee il partito detta a sé stesso una volta per sempre, vietando a gregari ma soprattutto a capi la tendenziosa ricerca e scoperta di “vie nuove” (Nota redazionale: anche il punto sette ribadisce in modo veemente l’importanza dell’invarianza, cioè la ricostruzione del solido ponte che lega il passato al futuro e le cui grandi linee il partito detta a sé stesso una volta per sempre’ .Il corollario di tale tesi è che il partito, in quanto dottrina invariante e organizzazione formale, vieta ‘a gregari ma soprattutto a capi la tendenziosa ricerca e scoperta di “vie nuove”).

8. Questo andazzo, soprattutto quando diffama e diserta il lavoro dottrinale e la restaurazione teoretica, necessaria oggi come lo fu per Lenin al 1914-18, assumendo che l’azione e la lotta sono tutto, ricade nella distruzione della dialettica e del determinismo marxista per sostituire alla immensa ricerca storica dei rari momenti e punti cruciali su cui fare leva, uno scapigliato volontarismo che è poi il peggiore e crasso adattamento allo status quo e alle sue immediate misere prospettive.

9. Tutta questa metodologia di praticoni è facile ridurla non a nuove forme di originale metodo politico ma alla scimmiottatura di antiche posizioni antimarxiste, e alla maniera idealista, crociana, di concepire la vicenda storica come evento imprevedibile da leggi scientifiche e che “ha sempre ragione” nella sua ribellione a regole e a previsioni di rotta per la umana società (Nota redazionale: anche il contenuto del punto 9 riconferma la critica ai modi diconcepire la vicenda storica come evento imprevedibile da leggi scientifiche’).

10. Va dunque messa in primo piano la ripresentazione, con riprova nei nostri classici testi di partito, della visione marxista integrale della storia e del suo procedere, delle rivoluzioni che si sono succedute finora, dei caratteri di quella che si prepara e che vedrà il proletariato moderno rovesciare il capitalismo e attuare forme sociali nuove: ripresentarne le essenziali originali rivendicazioni quali nella loro grandezza ed imponenza sono da un secolo almeno, liquidando le banalità con cui le sostituiscono anche molti che nella gora stalinista non sono, spacciando per comunismo richieste borghesoidi popolari e adatte al demagogico successo (Nota redazionale: il testo del punto 10 conferma ulteriormente l’importanza della visione marxista integrale della storia e del suo procedere, delle rivoluzioni che si sono succedute finora, dei caratteri di quella che si prepara e che vedrà il proletariato moderno rovesciare il capitalismo e attuare forme sociali nuove’. La prospettiva della rivoluzione che rovescia il capitalismo rientra in un modello interpretativo, una efficace approssimazione conoscitiva del corso storico umano, e tuttavia la nostra forza politica, accanto a questa prospettiva di sviluppo storico, ricorda sempre le parole contenute nel ‘Manifesto’:La storia di tutta la società, svoltasi fin qui, è storia di lotte di classi.

Liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, maestri delle corporazioni e garzoni, in una parola, oppressi ed oppressori sono stati continuamente in contrasto tra loro, e hanno sostenuto una lotta ininterrotta, a volte palese a volte dissimulata; una lotta che è sempre finita o con una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società, o con la totale rovina delle classi in lotta’).11)Un tale lavoro è lungo e difficile, assorbe anni ed anni, e d’altra parte il rapporto di forze della situazione mondiale non può capovolgersi prima di decenni. Quindi ogni stupido e falsamente rivoluzionario spirito di rapida avventura va rimosso e disprezzato, in quanto è proprio di chi non sa resistere sulla posizione rivoluzionaria, e come in tanti esempi della storia delle deviazioni abbandona la grande strada per i vicoli equivoci del successo a breve scadenza.

II. Il programma rivoluzionario immediato

1. Col gigantesco movimento di ripresa dell’altro dopoguerra, potente alla scala mondiale, e in Italia costituito nel solido partito del 1921, fu chiaro il punto che il postulato urgente è prendere il potere politico e che il proletariato non lo prende per via legale ma con l’azione armata, che la migliore occasione sorge dalla sconfitta militare del proprio paese, e che la forma politica successiva alla vittoria è la dittatura del proletariato. La trasformazione economica sociale è compito successivo, di cui la dittatura pone la condizione prima (Nota redazionale: tutto il punto uno scolpisce le invarianti linee programmatiche di un partito scevro da opportunismi, saldo nelle linee di un programma derivato dall’invarianza storica del marxismo, e ripetiamolo, dalle ulteriori verifiche e lezioni tratte dalla storia reale, ad esempio nel 1871 e nel 1917. Ma la stessa definizione di ‘storica invarianza del marxismo’ va intesa non solo nel significato di un corpo teorico appartenente a un certo arco di tempo, e quindi escludente ogni assolutezza a-temporale, ma anche nel senso di essere nata, già in origine, coscientemente, sulla scorta di verifiche e lezioni tratte dalla storia reale della lotta di classe).

2. Il Manifesto dei Comunisti chiarì che le successive misure sociali che si rendono possibili o che si provocano “dispoticamente” sono diverse – essendo la via al pieno comunismo lunghissima – a seconda del grado di sviluppo delle forze produttive del paese in cui il proletariato ha vinto, e della rapidità di estensione di tale vittoria ad altri paesi. Indicò quelle adatte allora, nel 1848, per i più progrediti paesi europei, e ribadì che quello non era il programma del socialismo integrale, ma un gruppo di misure che qualificò: transitorie, immediate, variabili, ed essenzialmente “contraddittorie” (Nota redazionale: ora entriamo nel vivo delle apparenti incoerenze interne alla stessa dottrina marxista, infatti l’affermazione ‘le successive misure sociali che si rendono possibili o che si provocano “dispoticamente” sono diverse’, accoppiata alla seguente ‘gruppo di misure …transitorie, immediate, variabili, ed essenzialmente “contraddittorie”, potrebbe far nascere dei dubbi e delle perplessità legittime sul significato dell’invarianza. Ma in effetti i dubbi vengono sciolti dalla stessa lettura dei punti seguenti, cioè il punto tre e quattro).

3. Successivamente, e fu uno degli elementi che ingannò i fautori di una teoria non stabile, ma di continuo rielaborata da risultati storici, molte misure allora dettate alla rivoluzione proletaria furono prese dalla borghesia stessa in questo o quel paese; esempi: istruzione obbligatoria, banca di stato, ecc.

Ciò non doveva autorizzare a credere che fossero mutate le precise leggi e previsioni sul trapasso dal modo capitalista a quello socialista di produzione con tutte le forme economiche, sociali e politiche, ma significava solo che diveniva diverso e più agevole il primo periodo post rivoluzionario: economia di transizione al socialismo, precedente il successivo del socialismo inferiore e l’ultimo del socialismo superiore o comunismo integrale.

4. L’opportunismo classico consistette nel far credere che tutte quelle misure, dalla più bassa alla più alta, le potesse applicare lo Stato borghese democratico sotto la pressione o addirittura la legale conquista del proletariato. Ma in tal caso quelle varie “misure”, se compatibili col modo capitalista di produzione, sarebbero state adottate nell’interesse della continuazione del capitalismo e per il rinvio della sua caduta, se incompatibili non sarebbero state mai attuate dallo Stato (Nota redazionale: non ci sarebbe molto da aggiungere alla chiarezza del punto 3 e 4, ribadiamo quindi che talune ‘riforme sociali’, scuola pubblica, sanità pubblica, pensioni, possono essere prese dalla borghesia stessa in questo o quel paese …  nell’interesse della continuazione del capitalismo e per il rinvio della sua caduta’. Inoltre, se ‘ incompatibili non sarebbero state mai attuate dallo Stato’ e poi, aggiungiamo noi, che in base alle attuali, evidenti, tendenze del capitalismo, le stesse presunte conquiste sociali dei decenni precedenti possono sempre essere vanificate, ove diventino incompatibili con le esigenze del capitale. Non troviamo quindi nessuna contraddizione nella teoria invariante, ma anzi la conferma di uno dei suoi assunti, ben chiarito nel testo della corrente dal titolo ‘Forza, violenza, dittatura…’. La classe dominante può ricorrere, secondo le circostanze, ‘nell’interesse della continuazione del capitalismo e per il rinvio della sua caduta’, a misure sociali ‘progressiste’ produttrici di consenso di massa verso i regimi borghesi, siano questi regimi, sul piano politico, apertamente totalitari o fintamente democratici. Eppure al di sotto delle variabili manovre di politica economica, più o meno keynesiane o iper-liberiste, perseguite dagli stati borghesi seguendo le variabili fasi del ciclo economico, o alla facciata politica più o meno totalitaria o democratoide assunta da questi stati, in base alle diverse esigenze di tutela dell’ordine pubblico determinate dallo scontro di classe, quello che non cambia mai è la sostanza invariante di dominio e oppressione insita nella società borghese. Una conferma di quanto scritto la troviamo nel successivo punto 5 ).

5. L’opportunismo attuale, colla formula della democrazia popolare e progressiva, nei quadri della costituzione parlamentare, ha un compito storico diverso e peggiore. Non solo illude il proletariato che alcune delle misure sue proprie possano essere attirate nel compito di uno Stato interclassista e interpartitico (ossia, quanto i socialdemocratici di ieri, fa il disfattismo della dittatura) ma addirittura conduce le masse inquadrate a lottare per misure sociali “popolari e progressive” che sono direttamente opposte a quelle che il potere proletario sempre, fin dal 1848 e dal Manifesto, si è prefisse.

6. Nulla mostrerà meglio tutta la ignominia di una simile involuzione che un elenco di misure che, quando si ponesse in avvenire, in un paese dell’Occidente capitalista, la realizzazione della presa del potere, si dovrebbero formulare, al posto (dopo un secolo) di quelle del Manifesto, incluse tuttavia le più caratteristiche di quelle di allora.

7. Un elenco di tali rivendicazioni è questo:

a) “Disinvestimento dei capitali”, ossia destinazione di una parte assai minore del prodotto a beni strumentali e non di consumo.

b) “Elevamento dei costi di produzione” per poter dare, fino a che vi è salario mercato e moneta, più alte paghe per meno tempo di lavoro.

c) “Drastica riduzione della giornata di lavoro” almeno alla metà delle ore attuali, assorbendo disoccupazione e attività antisociali.

d) Ridotto il volume della produzione con un piano “di sottoproduzione” che la concentri sui campi più necessari, “controllo autoritario dei consumi” combattendo la moda pubblicitaria di quelli inutili dannosi e voluttuari, e abolendo di forza le attività volte alla propaganda di una psicologia reazionaria.

e) Rapida “rottura dei limiti di azienda” con trasferimento di autorità non del personale ma delle materie di lavoro, andando verso il nuovo piano di consumo.

f) “Rapida abolizione della previdenza” a tipo mercantile per sostituirla con l’alimentazione sociale dei non lavoratori fino ad un minimo iniziale.

g) “Arresto delle costruzioni” di case e luoghi di lavoro intorno alle grandi città e anche alle piccole, come avvio alla distribuzione uniforme della popolazione sulla campagna. Riduzione dell’ingorgo velocità e volume del traffico vietando quello inutile.

h) “Decisa lotta” con l’abolizione delle carriere e titoli “contro la specializzazione” professionale e la divisione sociale del lavoro.

i) Ovvie misure immediate, più vicine a quelle politiche, per sottoporre allo Stato comunista la scuola, la stampa, tutti i mezzi di diffusione, di informazione, e la rete dello spettacolo e del divertimento. (Nota redazionale: abbiamo appena letto un elenco di misure di politica economica, o più semplicemente di misure politiche, che ‘si dovrebbero formulare, al posto (dopo un secolo) di quelle del Manifesto, incluse tuttavia le più caratteristiche di quelle di allora (1). Poniamoci allora una domanda: tali misure, immediatamente successive ad una ipotetica presa del potere’, sono forse in contraddizione con l’invarianza storica del marxismo? Ad esempio, sono in contrasto con gli assi portanti del materialismo storico-dialettico, o con le analisi contenute nei volumi del Capitale? Sono forse una negazione della legge del valore, della caduta tendenziale del saggio di profitto, della lotta di classe come motore del mutamento storico-sociale? Ci sembra proprio di no. Allora formuliamo una nuova domanda, le misure politico-economiche, immediatamente successive alla presa del potere’, sono da valutare come componenti accessorie o come componenti basilari di un sistema? Anche in questo caso ci sembra che la risposta propenda, inevitabilmente, per il primo aspetto: esse sono componenti accessorie, o se vogliamo delle derivate variabili di costanti invarianti. La società e l’economia capitalistica sono un organismo vivente, che in quanto tale subisce delle modificazioni nel corso del tempo, proprio come avviene alla fisiologia e alla psicologia dell’uomo nelle fasi dell’infanzia, dell’adolescenza, della maturità e della vecchiaia. Tuttavia, chi potrebbe negare che lo scheletro e gli organi interni, pur invecchiando, restino invariantemente indispensabili, fatta qualche eccezione, per la ulteriore sopravvivenza dell’uomo? Allora le ‘nuove’ misure contenute nel testo pubblicato nel 1953, comunque a integrazione di quelle più caratteristiche contenute nel ‘Manifesto’ del 1848, sono una semplice espressione naturale dell’adeguamento (varianza) del programma rivoluzionario immediato (anche per questo si chiama immediato) alle differenti fasi evolutive dell’organismo economico-sociale capitalistico, o sono la prova che questo organismo non possiede affatto delle invarianti caratteristiche reali – scheletro, organi interni – rivelate dalla monolitica dottrina del marxismo, e quindi ha ragione chi sostiene che tutto è variante? Anche stavolta ci sembra, anzi ne siamo proprio sicuri, la risposta esatta è no).

8).Non è strano che gli stalinisti e simili oggi richiedano tutto l’opposto, coi loro partiti di Occidente, non solo nelle rivendicazioni “istituzionali” ossia politico-legali, ma anche nelle “strutturali” ossia economico-sociali. Ciò consente la loro azione in parallelo col partito che conduce lo Stato russo e i connessi, nei quali il compito di trasformazione sociale è il passaggio da precapitalismo a capitalismo pieno, con tutto il suo bagaglio di richieste ideologiche, politiche, sociali ed economiche, tutte orientate allo zenit borghese; volte con orrore solo contro il nadir feudale e medioevale. Tanto più sporchi rinnegati questi sozii di Occidente, in quanto quel pericolo, fisico e reale ancora dalla parte dell’Asia oggi in subbuglio, è inesistente e mentito per chi guarda alla tronfia capitalarchia di oltreatlantico, per i proletariati che di questa stanno sotto lo stivale civile, liberale e nazionunitario.

(1).Naturalmente tutto ciò non può accadere se non attraverso misure dispotiche contro il diritto di proprietà e violazioni dei rapporti borghesi di produzione, ossia con misure che appariranno economicamente insufficienti e insostenibili, che nel corso del movimento supereranno se stesse verso nuove misure, ma che nel frattempo sono i mezzi indispensabili per rivoluzionare l’intero modo di produzione. Com’è ovvio, tali misure saranno diverse da paese a paese. Ma per i paesi più progrediti, potranno essere generalmente applicate le misure che qui di seguito indichiamo:

1. Espropriazione della proprietà fondiaria e impiego della rendita fondiaria per le spese dello stato.

2. Imposta fortemente progressiva.

3. Abolizione del diritto di eredità.

4. Confisca dei beni degli emigrati e dei ribelli.

5. Accentramento del credito nelle mani dello stato attraverso una banca nazionale con capitale di Stato e con monopolio esclusivo.

6. Accentramento dei mezzi di trasporto nelle mani dello stato.

7. Aumento delle fabbriche nazionali e degli strumenti di produzione, dissodamento e miglioramento dei terreni secondo un piano generale.

8. Uguale obbligo di lavoro per tutti, organizzazione di eserciti industriali specialmente per l’agricoltura.

9. Unificazione dell’esercizio dell’agricoltura e dell’industria e misure atte a preparare la progressiva eliminazione della differenza fra città e campagna.

10. Educazione pubblica e gratuita di tutti i fanciulli. Abolizione del lavoro dei fanciulli nelle fabbriche nella sua forma attuale. Combinazione dell’educazione con la produzione materiale.

Quando nel corso degli eventi le differenze di classe saranno sparite e tutti i mezzi di produzione saranno concentrati nelle mani degli individui associati, il potere pubblico avrà naturalmente perso ogni carattere politico. Il potere politico, nel senso vero e proprio della parola, non è se non il potere organizzato di una classe per l’oppressione di un’altra. Ora, se il proletariato nella lotta contro la borghesia è spinto a costituirsi in classe, e se attraverso la rivoluzione diventa classe dominante, distruggendo violentemente gli antichi rapporti di produzione, in questo modo esso, abolendo tali rapporti, abolisce le condizioni di esistenza dell’antagonismo di classe, e cioè abolisce le classi in generale e il suo proprio dominio di classe.

Al posto della società borghese, con le sue classi ed i suoi antagonismi di classe, subentrerà un’associazione nella quale il libero sviluppo di ciascuno sarà la condizione del libero sviluppo di tutti.

Tratto da il Manifesto, 1848.

Postilla 2: Dal modello alle misure/ Teoria e rivoluzioni/ Grandezze ed economia

“il programma comunista” n. 14, 23 luglio – 6 agosto 1954

Dal modello alle misure

Abbiamo dunque dichiaratamente stabilito che la dottrina di Marx sul modo capitalista di produzione si stabilisce riducendolo ad un modello puro, al quale non solo non corrispondono le strutture delle società borghesi nelle nazioni anche più sviluppate degli ultimi cento anni, ma il quale non vuole essere nemmeno la definizione di uno stadio che si prevede esse dovranno attraversare, e nemmeno una sola tra esse, con aderenza totale.

Il modello era indispensabile per l’applicazione al decorso dei fatti economici di un metodo “quantitativo”, e se si vuole matematico (a parte la questione di esposizione di cui non mancheremo di parlare). Non siamo i soli a trattare il fatto ed il fenomeno economico con metodi quantitativi, tra le scuole antiche e moderne: anche la statistica, scienza dalle più antiche origini, usa metodo quantitativo in quanto annota e ritiene cifre successive di prezzi, quantità di merci, numero di uomini, e simili grandezze concrete, e da tutti secondo la pratica comune indicabili con numeri, come le terre, i tesori, gli schiavi ad esempio di un patrizio romano, o il censo di un cittadino. Ma il passo dalla statistica registratrice alla scienza economica sta, come in ogni altra scienza che la specie umana ha, in successive tappe, costruita, nell’introdurre oltre alla misura, in numeri, di grandezze palpabili e visibili da tutti, anche quella di nuove grandezze “scoperte” e in un certo senso (e con valore di “tentativo”, volto nella storia in vari sensi prima di imbroccare) “immaginate”; grandezze “immaginate” al fine di impostare indagine più profonda, grandezze quindi – sissignori – invisibili ed astratte, e non diretto oggetto dell’esperienza sensoria. Non si sarebbe arrivati alle misure ed alle grandezze (esempio principale la grandezza valore) senza partire dal “modello” della società studiata, e senza questa via non si sarebbe arrivati alle leggi proprie dello sviluppo di tale società (nel caso la capitalistica) e alle previsioni sul decorso e gli svolti di essa.

Senza attingere vertici speculativi, basta intendere in pratica che se i fenomeni concreti osservabili e registrabili nei cento anni da che il metodo si applica e nei cento – mettiamo – che verranno, andassero in altra direzione, allora si concluderebbe che la costruzione del modello, la scelta delle grandezze, le relazioni tra esse calcolate, e tutto il resto, tutto è da buttar via, come avvenuto storicamente per moltissime costruzioni dottrinarie che volevano riprodurre i modi di essere di “fette” del mondo naturale, e di quella speciale fetta che è la società umana, e che – non senza avere avuto storico effetto – scomparvero come teorie. Dunque noi non cerchiamo la prova che il nostro modello è valido, e le leggi fedeli al processo reale, in particolari virtù dello spirito, nelle pretese interne proprietà assolute del pensiero umano, meno che giammai nella potenza cerebrale di un genio scopritore, comparso nel mondo; non certo poi nella volontà eroica di una setta, e nemmeno di una classe sociale rivoluzionaria.
 Teoria e rivoluzioni

Il punto di arrivo di questa trattazione non è tanto di ripresentare le linee dorsali della teoria economica di Marx (pure essendo questa incessante esigenza davanti alle contraffazioni innumerevoli di nemici e talvolta di deboli seguaci), ma è di stabilire che le critiche, siano esse frontali, o più insidiosamente “fiancheggianti”, del tempo anche recentissimo e attuale, non fanno che riproporre obiezioni antichissime, sulle rovine delle quali la dottrina nuova fu dal suo primo e prorompente nascimento vittoriosamente costrutta, e ricollegarci così, soprattutto traverso un esame delle posizioni di scuole economiche anticomuniste, a quello che fu il tema della nostra riunione di Milano: la invarianza del marxismo, e in genere di tutte le dottrine e fedi rivoluzionarie della storia umana. Queste non nascono da successive approssimazioni, accostate, aggiuntature, da uno stucchevole contraddittorio e collaborazione al tempo stesso di pleiadi dei cosiddetti ricercatori, ma esplodono in dati tempi e svolti acuti del ciclo generale, e non possono non formarsi che proprio allora, e non possono che costruirsi proprio, e organicamente, in quel modo, di un blocco solo.

Abbiamo visto che la stessa classe borghese, la quale vanta di avere per la prima eretta una scienza economica, prese audacemente a maneggiare modelli, e stabilire grandezze da introdurre nel calcolo economico e nella costruzione di leggi che applicò al divenire della società umana organizzata e moderna. Ma ciò fu appunto perché era quella allora una classe rivoluzionaria, ed attuava forse la più grande rivoluzione della storia, per la quale occorrevano braccia che impugnavano armi non meno che teste pervase da una teoria (e che fosse sotto forma di fede e di fanatismo, si inquadra nella nostra spiegazione della storia in modo totale). Quando dalla gioventù di Marx noi gridiamo che non vi è movimento rivoluzionario senza teoria rivoluzionaria, non intendiamo dire che solo il movimento operaio è rivoluzionario e sola teoria rivoluzionaria è quella comunista. Noi applichiamo quella enunciazione a tutte le rivoluzioni, e non vogliamo con questo dire (né per quelle precomuniste né per la nostra) che ogni cenacolo intellettuale possa fabbricare una teoria e con ciò suscitare una rivoluzione! Le forze profonde che sconvolgono l’organizzazione sociale a un dato (raro) svolto dei cicli, come assumono la forma di contrasti economici e produttivi e di scontri tra gruppi e classi di uomini, così prendono quella di una battaglia di nuove fedi contro le antiche, e anche, non è difficoltà ad ammetterlo, di miti contro miti.

Non meno nota è la nostra posizione, fondata su caratteri propri dell’organizzazione produttiva e dei suoi moderni sviluppi, che la classe proletaria comunista non si forgia una teoria a sfondo religioso o prevalentemente romantico-ideologico, ma raggiunge quella che è la vera scienza del fatto economico; e ciò in aderenza al suo diverso comportarsi quanto alla appropriazione delle forze produttive, colla rottura delle vecchie forme di appropriazione di classe, rispetto alle classi e alle rivoluzioni che storicamente la precorsero. E poiché bisogna guardare in tutti gli angoli gli equivoci soliti che sono in agguato, avvertiamo altresì che per giungere a questa conclusione non abbiamo bisogno di sostenere che la società umana arriverà in tal modo ad una infallibile assoluta generale formulazione delle leggi del cosmo fisico e sociale, così come non crediamo che essa sia partita con un bagaglio di verità supreme affidatole da immateriali potenze, o che possa scoprirselo scavando nella immanenza misteriosa ed innata del suo pensiero speculativo.
 Grandezze ed economia

Non appena dunque la classe borghese non ebbe più bisogno di dottrine rivoluzionarie operanti, la scienza economica ad essa seguita subì la trasformazione, trattata a fondo da Marx, dalla scuola classica alla scuola volgare. Furono messi da parte i pericolosi “voli” di Ricardo e dei suoi sulla definizione del valore che i prodotti dell’economia capitalista hanno come una intrinseca proprietà, e che si denomina valore di scambio, ma non si definisce secondo un momento dello scambio, bensì secondo un momento della produzione. Per Ricardo era dichiarato che una merce non ha il valore misurato da un dato “numero” perché, magari nella media statistica dei prezzi di mercato, si scambia a tanto. È invece in quanto la merce ha un dato valore determinato e calcolabile secondo il tempo di lavoro medio sociale che serve a formarla, che essa deve essere venduta sul mercato, salvo oscillazioni occasionali, a quel tanto. Su questo teorema centrale della scuola classica, ritenuto ma con ben altra forza vitale nella scuola marxista, si scaglia poi l’economia volgare che chiama tutto ciò follia, illusione e mito, e in sostanza si libera come di un fardello inutile della grandezza valore, della sua determinazione e misurazione, e delle leggi in cui viene a figurare.

La obiezione essenziale da allora, con parole diverse, è sempre quella. Non siamo nel campo fisico che obbedisce (allora si riteneva e concedeva) a rigorose leggi di causalità, che si possono stabilire servendosi di grandezze trattabili con processi matematici. Siamo nel campo umano in cui influisce la disposizione, la volontà, il “gusto” dei singoli individui, e il fenomeno medio non è né afferrabile né prevedibile né incasellabile in formule fisse. Via dunque la grandezza valore (non l’idea, la nozione di valore, che, spogliata dalla sua materiale determinazione, viene portata a trionfalmente invadere le cosiddette scienze della società: diritto, etica, estetica…); via in genere le grandezze introducibili nella scienza economica, e che non siano brute quotazioni monetarie o quantità di merci contratte; via (ed era questo il punto bruciante) la possibilità di stabilire con la ricerca economica la strada che l’umanità percorre, intesa come società organizzante la propria attività ai fini dei propri bisogni: non si può fare altro che stare a guardare, e scrivere la imprevedibile, infinitamente libera, autonoma da ogni itinerario, e indifferente tra tutte le possibili rotte,storia concreta e a posteriori di questo sciame di scombinati terrestri. Di tutto suscettibili e capaci, e perfino di credere agli scienziati.

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