RELAZIONE (Riunione pubblica 18 giugno) – TATTICA DEL PARTITO RISPETTO ALLA QUESTIONE SINDACALE

RELAZIONE (Riunione pubblica 18 giugno) – TATTICA DEL PARTITO RISPETTO ALLA QUESTIONE SINDACALE

Proviamo a ragionare sulla tattica di azione del partito, in momenti storici caratterizzati da rapporti di forza favorevoli alla classe borghese, pure all’interno di determinanti sociali contingenti sfavorevoli all’azione di classe proletaria, la sinistra ha più volte teorizzato che la forza o la debolezza del Partito dipendono, oltre che dall’intensità del conflitto sociale esistente in un certo segmento storico del divenire economico-sociale, anche in parte dalla capacità di delineare una tattica di azione precisa, chiara, coerente con i principi strategici contenuti nel programma, e conosciuta da tutti i militanti. Questa tattica che vincola ogni militante, è nient’altro che la dittatura del programma sul corpo del partito (essendo il programma strategico e tattico-immediato due momenti politici unitari).

Se è vero che la tattica discende da principi stabili, e quindi non sono ammissibili contraddizioni fra i due aspetti, allora si può ben comprendere perché gli errori di tattica del partito rispetto alla questione sindacale conducono spesso a degenerazioni opportunistiche dei principi. L’attività di difesa immediata di tipo economico-legale, cioè l’attività sindacale, rappresenta un importante campo di intervento del partito in seno al proletariato, quindi una impostazione sbagliata in questo campo significa una impostazione sbagliata nel rapporto fra partito e classe.

Nel dopoguerra la corrente ipotizzava delle condizioni preliminari per una ripresa delle lotte di classe, vediamole: “al di sopra del problema contingente in questo o quel paese di partecipare al lavoro in dati tipi di sindacato ovvero di tenersene fuori da parte del partito comunista rivoluzionario, gli elementi della questione fin qui riassunta conducono alla conclusione che in ogni prospettiva di ogni movimento rivoluzionario generale non possono non essere presenti questi fondamentali fattori: 1)un ampio e numeroso proletariato di puri salariati; 2)un grande movimento di associazioni a contenuto economico che comprenda una imponente parte del proletariato; 3) un forte partito di classe, rivoluzionario, nel quale militi una minoranza di lavoratori ma al quale lo svolgimento della lotta abbia consentito di contrapporre validamente ed estesamente la propria influenza nel movimento sindacale a quella della classe e del potere borghese Partito rivoluzionario ed azione economica 1951.

Dunque la prima condizione posta nel testo del 1951 è l’esistenza di un ampio e numeroso proletariato di puri salariati.

Prendiamo in considerazione alcuni dati sulla composizione del proletariato in Italia.

Lavoratori occupati 22,5 milioni (dati Istat 2015)

Settore primario 3,6%, (agricoltura, allevamento e sfruttamento delle risorse)

Settore secondario 26,9% (settore industriale, industria, artigianato ed edilizia)

Settore terziario 69,5% (prestazioni immateriali)

(dati Istat 2014 )

Dati Istat

ggg

Queste poche cifre stanno ad indicare che in Italia, al manifestarsi della crisi del 2008, si sono accentuati alcuni fenomeni già presenti in precedenza.

Nel corso dello sviluppo capitalistico, nelle fasi di crisi di sovrapproduzione e di aumentata concorrenza tra capitali, enormi processi di ristrutturazione coinvolgono il settore primario e secondario. Aumenta il capitale fisso, con l’introduzione di macchinari di nuova tecnologia al fine di aumentare la quantità di merci prodotte e diminuisce il capitale variabile. La variazione nella composizione del capitale ha come effetto lo spostamento di grandi masse di salariati da un settore economico all’altro (per es. dal settore primario a quello secondario, o dall’industria verso il settore terziario).

La meccanizzazione nel settore agricolo ha comportato una drastica diminuzione dei salariati agricoli, che sono passati dal rappresentare (vedi tabella) il 46,8% degli occupati nel 1931 al 3,6% degli occupati nel 2014.

Aspetto interessante è che il 10% dei salariati agricoli è rappresentato da lavoratori extracomunitari a cui dovremmo aggiungere tutti i lavoratori in nero anch’essi extracomunitari che è impossibile censire.

Nel settore secondario si rileva un aumento della forza lavoro impiegata dal 30,8% nel 1931 al 40,6% nel 1961: sono gli anni del boom economico e della ricostruzione dopo le distruzioni della seconda guerra mondiale; la grande industrializzazione nel nord Italia che richiama larghe masse di lavoratori immigrati dalle regioni più povere, quelle del sud.

Negli anni successivi al 1961 la tendenza è la diminuzione costante degli occupati nel settore secondario fino ai giorni nostri dove si arriva al 26,9% di occupati nel 2014 (secondo dati Istat). I processi di ristrutturazione tecnologica, le delocalizzazioni, l’abbandono di produzioni di base (chimica, metallurgia ecc.) in seguito all’aumentata concorrenza internazionale hanno costantemente mutato la composizione del capitale aumentando la quota di capitale fisso e diminuendo la quota di capitale variabile. Si sono inoltre avuti fenomeni di intensificazione dello sfruttamento con orari di lavoro allungati, lavorazioni a ciclo continuo per lo sfruttamento massimo dei macchinari, quindi meno lavoratori impiegati ma maggiore sfruttamento dei pochi lavoratori rimasti occupati in produzione, per mantenere costante la quantità di plus-lavoro estorto.

Il settore che manifesta una tendenza inversa è il settore terziario. Si tratta di servizi alla persona, alberghi, ristoranti, sanità, assistenza sociale, istruzione, commercio, servizi generali della pubblica amministrazione, attività finanziarie e assicurative, logistica. Parte di questo settore viene anche definito terziario avanzato o quaternario, cioè servizi di consulenza ed elaborazione delle informazioni.

Le attività del terziario sono occupazioni umane non sostituibili da macchinari e che producono servizi e non merci cioè beni immateriali.

Fanno parte di questa categoria anche l’istruzione e la grande comunicazione di massa. (1)

(1) costituiscono quelle attività atte a omogeneizzare tutte le classi, compreso il proletariato, alla cultura della classe dominante, all’ideologia borghese.

La borghesia dedica molte delle proprie forze di propaganda ideologica (scuola stampa, radio, cinema, web) e questa fa parte di quella che abbiamo definito violenza potenziale elevandola al massimo grado rispetto alle forme del passato…” dal volume Partito e classe.

Quando parliamo di lotte immediate della classe operaia, quando poniamo la condizione, per la ripresa della lotta di classe rivoluzionaria, dell’esistenza di un ampio e numeroso proletariato di puri salariati, dobbiamo includere in questo esercito anche coloro che sono impiegati nel settore terziario in quanto anch’essi sono proletari salariati. Questi lavoratori nella loro attività non producono plus-valore ma si spartiscono il plus-lavoro estorto al proletariato impiegato nella produzione di merci.

Vediamo ancora alcuni dati sulla forza lavoro in Italia.

Lavoratori occupati 22,5 milioni (dati Istat 2015)

Lavoratori con contratto a tempo indeterminato 53,5% (dati Istat 2013)

40% dei nuovi assunti nel 2014 hanno avuto contratti part-time (dati Inps)

I lavoratori a part-time “involontario” sono 63,5% (Istat 2014)

Disoccupati 11,4 (Istat 2016) disoccupati giovani 36,7%, inattivi 35,9 (15/64 anni)

Nel 2015 sono stati venduti 111 milioni di voucher cioè +66% rispetto al 2014 (Inps)

Questi dati ci dicono che esistono le più diverse tipologie contrattuali e che nessuna di esse garantisce i lavoratori più giovani, cioè che sono entrati nel mondo del lavoro negli ultimi 10 anni, sia per quanto riguarda il livello della retribuzione sia per quanto riguarda la stabilità di reddito.

La crisi capitalistica, accentuatasi a partire dal 2008, ha senza dubbio eroso una parte delle riserve economiche e patrimoniali che rappresentano la base materiale dell’opportunismo sindacale e politico di alcune fasce privilegiate di lavoratori (cassa integrazione, assicurazione contro gli infortuni e le malattie, pensioni per infortuni e vecchiaia, assistenza sanitaria). L’erosione di queste garanzie, congiuntamente all’aumento della pressione fiscale sui beni e sui servizi di prima necessità, insieme all’incremento della disoccupazione, determina di conseguenza l’erosione dei risparmi depositati nei conti bancari o postali delle fasce proletarie privilegiate. Quindi, di fronte a un quadro socio-economico di questo tipo, con una parte considerevole della “popolazione” precipitata in condizioni di maggiore disagio materiale, non appare azzardato prevedere un aumento dei conflitti sociali, dell’instabilità politica, ma soprattutto un allentamento delle capacità corruttive e inclusive del capitale sui suoi schiavi privilegiati (aristocrazia operaia). Dunque, almeno in merito alla prima condizione, possiamo rilevare che sussistono delle dinamiche socio-economiche in atto, tendenzialmente/potenzialmente favorevoli alla sua realizzazione.

La seconda condizione preliminare per una ripresa della lotta di classe posta nel documento PARTITO RIVOLUZIONARIO E AZIONE ECONOMICA del 1951 è l’esistenza di “un grande movimento di associazioni a contenuto economico che comprenda una imponente parte del proletariato”.

Analizziamo alcuni dati sul livello di sindacalizzazione.

In Italia abbiamo circa 22,5 milioni di occupati nei tre settori economici fondamentali (dati Istat 2015) e una percentuale di iscritti ai sindacati (a tutti i sindacati) del 33,8% (fonte Corriere della Sera, maggio 2011 su dati CNEL).

E’ un dato da prendere con le pinze in quanto non esistono dati certificati nel settore privato (solo i lavoratori pubblici iscritti ai sindacati sono certificati). L’Italia si trova in una posizione mediana rispetto ai paesi europei. Il tasso di sindacalizzazione risulta sensibilmente diminuito dal secondo dopoguerra ad oggi. Nel 1960 in Italia i lavoratori sindacalizzati erano il 25% aumentando costantemente fino al 1975 (2) quando la percentuale raggiunge il 50%. Dai primi anni 80 inizia il trend discendente fino al 38,8% del 1990, e la tendenza è confermata fino ai giorni nostri in cui si arriva al 33,8% (dati 2011)

(2) Possiamo notare che l’aumento della sindacalizzazione corrisponde all’incremento degli occupati nell’industria (vedi tabella precedente) che arriva fino al 40,6% nel 1961. Dal secondo dopoguerra agli anni ‘60 un gran numero di migranti dalle regioni più povere del sud d’Italia sono attratti dallo sviluppo del cosiddetto triangolo industriale nel nord cioè dalla forte richiesta di manodopera e si sviluppano in quegli anni lotte sindacali importanti per la difesa della condizione immediata di sfruttamento dei proletari a cui i lavoratori del sud diedero un grande contributo.

Una piccola percentuale di giovani risulta iscritta al sindacato. Su un campione di propri iscritti la Cgil dichiara che i giovani under 35 sono il 20%.

La contenuta percentuale di sindacalizzazione è dovuta a:

  • Continua disaffezione dei lavoratori verso i sindacati di sistema (maggiormente rappresentativi)
  • Espulsione di forza lavoro dal ciclo produttivo conseguente ai processi di ristrutturazione avvenuti dagli anni 80 in poi
  • Aumento dei contratti atipici e di tutte le forme di lavoro precario, in realtà produttive parcellizzate dove il sindacato non arriva, per scelta o per una realtà di “terrore” che viene imposta dal padronato.

SINDACATI DI SISTEMA

Definiamo sindacati di sistema quelle organizzazioni che agiscono all’interno della classe operaia come agenti della borghesia. Essi sono completamente asserviti allo stato borghese che usa queste organizzazioni per ingabbiare preventivamente qualsiasi forma di difesa di una classe sempre più impoverita e sfruttata. I sindacati di sistema oppongono all’attacco da parte del padronato una resistenza solo di facciata, organizzano mobilitazioni rituali e senza prospettive, scioperi poco incisivi, coinvolgendo separatamente i diversi settori della classe, evitando accuratamente processi di unificazione delle lotte.

Il maggior sindacato italiano ha proposto recentemente un disegno di legge di iniziativa popolare dal titolo “Carta dei diritti universali del lavoro” coinvolgendo i propri iscritti con un referendum certificato su tale testo e avviando successivamente una campagna di raccolta di firme a sostegno della presentazione di tale progetto di legge. Anche la campagna di referendum abrogativi di alcuni articoli del Jobs Act fa parte risposta di questo sindacato al peggioramento delle condizioni di lavoro dopo l’approvazione del Jobs Act. Ma questo percorso in che direzione va? Quella dell’’accettazione del quadro normativo esistente, cioè quello delle compatibilità del sistema di produzione capitalistico, il quadro normativo che, in conseguenza della crisi, impone un incremento dei livelli di sfruttamento e l’irreggimentazione della classe nei luoghi di lavoro. Un quadro politico in cui questo sindacato cerca di rilegittimarsi nei confronti del governo nel suo ruolo di freno delle lotte, di ingabbiamento dell’iniziativa della classe operaia all’interno di percorsi istituzionali (agente della borghesia in seno al proletariato).

Ma perché i lavoratori accettano di veder continuamente messo in discussione il salario e le norme che regolano i rapporti di lavoro, cioè un complessivo peggioramento delle loro condizioni?

Una prima risposta è: l’esistenza della “aristocrazia operaia”. E’ una parte di lavoratori a cui il sistema riesce a garantire condizioni di vita più elevate rispetto al resto della classe e che mantiene queste condizioni di privilegio proprio in virtù del fatto che per il resto della classe aumentano i livelli di sfruttamento. Questi lavoratori sono pagati al di sopra del valore della loro forza lavoro, cioè più di quanto serva loro per ricostituire la loro forza-lavoro. Essi possono accumulare ricchezze, riserve che li rendono esitanti al momento della lotta. L’aristocrazia operaia è la base sociale dei sindacati di sistema. L’aristocrazia operaia è una contro-avanguardia, essa agisce proprio per conservare il sistema sociale esistente ed è in grado di condizionare anche il resto della classe operaia.

Il resto della classe operaia non è né corrotta né degenerata (ovvero socialmente imborghesita), ma è imborghesita solo da un punto di vista ideologico, cioè pensa e agisce come classe del capitale e non come classe per sé. Non ha coscienza che i propri interessi materiali sono opposti a quelli della borghesia e della piccola borghesia poiché l’ideologia borghese permea tutta la società, essa è l’ideologia della classe dominante, è l’ideologia di tutte le classi della società capitalistica.

La seconda risposta è: l’esistenza dell’esercito industriale di riserva, disoccupati e lavoratori precari la cui stessa esistenza contribuisce a rintuzzare e tenere basse le richieste di miglioramenti economici degli operai occupati.

L’azione tattica del partito dentro le organizzazioni sindacali di sistema va considerata alla luce dei rapporti di forza tra borghesia e proletariato nell’attuale momento storico. In assenza di mobilitazione di classe, risulta un’azione sterile e velleitaria, in quanto non realistica, quell’azione rivolta alla conquista dell’apparato burocratico dei sindacati di sistema. Come pure la costruzione al loro interno di componenti classiste allo scopo di conquistarne la maggioranza.

I recenti avvenimenti accaduti nel maggior sindacato nazionale mostrano come coloro che si sono illusi di costruire una tendenza “di classe” all’interno, attraverso la critica all’apparato burocratico, attraverso la denuncia dei continui cedimenti di fronte al padronato, attraverso la costruzione di strumenti di unificazione delle lotte (comitato fca centro sud) sono stati lentamente ma inesorabilmente ridotti al silenzio. E questo è accaduto proprio per l’arretratezza della lotta di classe in questo momento storico, per la trionfante controrivoluzione sociale borghese.

Il lavoro dei comunisti in tali sindacati non può essere che quello del contatto con i singoli lavoratori, nelle assemblee, nelle riunioni; un lavoro di denuncia dei limiti della lotta sindacale e della precarietà delle vittorie sul terreno sindacale (continuamente rimesse in discussione). I comunisti smascherano i continui cedimenti del sindacato di fronte al padronato, che conducono dritti alle sconfitte: essi (i cedimenti) non sono una questione di debolezza dell’azione sindacale ma una programmatica rinuncia della messa in discussione delle compatibilità del sistema capitalista, un’azione mirata alla salvaguardia dell’attuale quadro politico di dominio borghese sul proletariato.

SINDACATI DI LOTTA

Accanto ai sindacati di sistema esistono in Italia sindacati minori, cioè meno rappresentativi dal punto di vista degli iscritti. Sorti generalmente in contrapposizione ai sindacati di sistema, in conseguenza alla loro corruzione interna e capitolazione nei confronti del capitale, rappresentano l’antagonismo che una parte della classe ancora esprime. Sono i sindacati di base, alcuni di essi articolati a livello confederale, altri settoriali e corporativi. Li definiamo sindacati di lotta in quanto essi sono realmente orientati alla difesa delle condizioni di vita dei propri associati. Essi fanno del conflitto sociale un loro tratto distintivo (è in genere contenuto nei loro statuti). Inoltre le loro piattaforme di lotta sono generalmente più radicali nelle parole d’ordine spingendosi verbalmente anche oltre i limiti delle compatibilità del sistema economico capitalista.

Ma anche queste organizzazioni sindacali subiscono i ripiegamenti delle lotte operaie e i tentativi di istituzionalizzazione da parte dello Stato.

L’accordo tra Confindustria e Cgil Cisl Uil del 18 giugno 2011 su rappresentatività e contrattazione è il tentativo di legittimare come soggetti titolari di contrattazione solo quelli che sottoscrivono l’accordo stesso e accettano i suoi contenuti (cioè limitazioni “democratiche” al diritto di rappresentanza e di indire scioperi).

Tra i sindacati di base, alcuni hanno accettato le condizioni del predetto accordo per poter usufruire delle agibilità sindacali, quale male minore; altri hanno scelto di conquistarsi le stesse prerogative utilizzando rapporti di forza localmente favorevoli, cioè situazione per situazione.

Può essere più agevole per il partito l’azione di contatto con la classe in queste strutture formali.

Tuttavia questa circostanza è inevitabilmente temporanea e transitoria, poiché si deve supporre che il regime borghese non resti indifferente alla presenza di forze sindacali antagoniste, attivando ben presto delle azioni di inglobamento e di repressione. Quindi, così come un’infezione viene progressivamente circoscritta dalla produzione di anticorpi, così anche l’infezione sociale del sindacato di lotta sarà rapidamente sottoposta a interventi di contenimento e sterilizzazione. Questo aspetto va attentamente considerato per non rischiare di sopravvalutare le possibilità di azione politica prima sottolineate.

Ora analizziamo la reale dinamica dei rapporti tra le classi esistente in questa fase dello sviluppo capitalistico per definire quale potrà essere il lavoro di partito dentro le strutture di lotta immediata della classe.

Nell’attuale fase di controrivoluzione sociale si accumulano le sconfitte pratiche della classe proletaria sul terreno dello scontro storico con la classe avversaria borghese. Il dominio della borghesia è assoluto pur non utilizzando essa, strumenti di coercizione e di repressione diretta se non in forma potenziale. Essa fa invece largo uso di strumenti di coinvolgimento/inglobamento “democratici” (sindacati e partiti operai).

La fase di crisi economica apertasi nel 2008 tende ad approfondirsi e a causare un progressivo impoverimento del proletariato e un peggioramento del quadro della legislazione sul lavoro.

Il riacutizzarsi del conflitto sociale sarà certamente accompagnato dalla nascita di nuove organizzazioni immediate della classe, sorte sul terreno della resistenza proletaria al progressivo e generale impoverimento. Non si può escludere che tali organizzazioni della classe sorgano su un terreno autonomo e indipendente dagli attuali sindacati. Non possiamo noi porre limiti allo sviluppo delle forme di organizzazione che la classe si darà per portare avanti i propri obiettivi immediati.

Il partito comunista deve quindi rivolgere la sua attività di propaganda e proselitismo solo verso quei momenti di lotta operaia che nascono autonomamente, da parte di lavoratori occupati e inoccupati spinti al conflitto da condizioni di vita oggettivamente insostenibili. Sono questi, infatti, i proletari più capaci di liberarsi dai miti e dalle illusioni dominanti nella società capitalistica; sia attraverso le lezioni tratte dall’azione di scontro pratico con il regime borghese, sia attraverso il contatto con la conoscenza rivoluzionaria sedimentata nel partito storico e formale. Nel corso delle lotte spontanee si formeranno degli organismi sindacali nuovi, verosimilmente volti alla difesa effettiva delle condizioni di vita dei propri associati, ed è con questi organismi che il partito può interagire in modo efficace per la propria azione politica (sempre nella distinzione necessaria fra il piano della difesa economica propria degli organismi sindacali, e il piano dell’azione politica specifica del partito comunista.

La terza condizione preliminare per una ripresa della lotta di classe, indicata nel documento PARTITO RIVOLUZIONARIO E AZIONE ECONOMICA del 1951 è: “un forte partito di classe, rivoluzionario, nel quale militi una minoranza di lavoratori ma al quale lo svolgimento della lotta abbia consentito di contrapporre validamente ed estesamente la propria influenza nel movimento sindacale a quella della classe e del potere borghese.”

Il partito non lotta sul piano economico ma pone le questione sul piano generale, politico, della lotta di classe cioè della lotta del proletariato contro la borghesia cioè non lotta per i miglioramenti salariali ma per abolire il lavoro salariato.

Il partito nasce nel vivo delle lotte di classe, proprio dalla lotta della classe proletaria per la difesa della sua condizione immediata, materiale, ma possiede un programma che il sindacato non può avere. Il partito possiede la scienza necessaria a porre sul piano politico la questione delle lotte economiche. Il partito pone come obiettivo delle lotte economiche non tanto e non solo il miglioramento della condizione di vita e di lavoro dei proletari ma la conquista del potere politico che è la condizione necessaria per rendere definitive le conquiste ottenute sul piano economico e che invece in regime capitalistico sono continuamente messe in discussione.

Solo per mezzo della direzione del partito, solo quando “lo svolgimento della lotta abbia consentito di contrapporre validamente ed estesamente la propria influenza nel movimento sindacale a quella della classe e del potere borghese”, le azioni di difesa immediata potranno trasformarsi in lotte politiche cioè porre gli obiettivi della distruzione dei rapporti di classe capitalistici e della distruzione dello stato borghese, strumento di dominio sul proletariato.

Nel contesto attuale, di ristagno della lotta di classe, le esigue forze che continuano a sentirsi legate alla prospettiva reale del comunismo rivoluzionario, quali compiti possono assumersi? Ce ne sono diversi e di fondamentale importanza.

  1. Conservare e salvaguardare il patrimonio teorico storicamente invariante
  2. Fare attività di propaganda e proselitismo, verso tutte le classi della società (3)

(3) Il partito comunista è la storica manifestazione della dottrina propria di una classe ed è l’organizzazione politica di aderenti che possono provenire da qualunque classe. Da “gracidamento della prassi” 1953

  1. Sviluppare azioni di contatto con i proletari nelle organizzazioni sindacali esistenti

L’azione dei comunisti deve essere tesa a sedimentare la conoscenza acquisita nei momenti di massimo scontro politico con l’avversario di classe borghese (nel corso del divenire storico), cioè la coscienza di classe. Essa sola è l’arma che il proletariato potrà usare se vuole conseguire la sua liberazione dalla schiavitù del capitale. La coscienza politica di classe non si sviluppa nella lotta spontanea del proletariato in quanto, il proletariato, spontaneamente può solamente esprimere l’ideologia dominante, della classe dominante. “Per questa semplice ragione, che per le sue origini l’ideologia borghese è ben più antica di quella socialista, che essa è meglio elaborata in tutti i suoi aspetti e possiede una quantità incomparabilmente maggiore di mezzi di diffusioneda Gracidamento della prassi, 1953

Ancora due citazioni sul ruolo del partito rispetto alla classe proletaria.

Nel congresso di unificazione del 1901 “Lenin aveva poco parlato sul programma; solo insorse quando si propose l’emendamento” dove si enunciava nel suo contenuto: “crescono il malcontento, la solidarietà, il numero e la coscienza dei proletari. Sarebbe, egli disse da maestro, un peggioramento. Darebbe l’idea che lo sviluppo della coscienza è un fatto spontaneo. Ma al di fuori dell’influenza del partito, non vi è attività cosciente dei lavoratori”. Da “Gracidamento della prassi” 1953

“Abbiamo detto che gli operai non potevano ancora possedere la coscienza comunista. Essa poteva essere loro apportata soltanto dall’esterno. La storia di tutti i paesi dimostra che la classe operaia, colle sue proprie forze solamente, è in grado di elaborare una coscienza soltanto tradunionista, vale a dire la convinzione della necessità di unirsi in sindacati, di condurre la lotta contro i padroni, di reclamare dal governo questa o quella legge…” Lenin, “Che fare?”

Si conferma nuovamente che solo il partito può portare nella classe la coscienza della necessità della rottura rivoluzionaria e dell’annientamento del modo di produzione capitalistico, liberando l’umanità dalla schiavitù del lavoro salariato.

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