Aleppo: Game over

Aleppo: Game over

La città di Aleppo, dopo diversi anni di occupazione da parte di migliaia di ribelli, più o meno sostenuti da alcune potenze capitalistiche internazionali, è ora quasi pienamente ritornata sotto il controllo del SAA (esercito arabo siriano). Nel giro di meno di una settimana il territorio, la ridotta, in cui sono stati sospinti i cosiddetti ribelli ha assunto le dimensioni di 2/3 km quadrati. Grosso modo corrispondente al 5% del territorio di Aleppo un tempo occupato. Grazie all’intervento russo del settembre 2015 le sorti del conflitto hanno subito un radicale cambiamento, consentendo al governo siriano di contenere l’espansione degli avversari e poi di riprendere l’iniziativa militare. Abbiamo in passato analizzato le ragioni socio-economiche che si nascondono dietro questo conflitto, evidenziando i punti che a nostro avviso sono di fondamentale importanza per capire questa guerra e i suoi possibili sviluppi.

Il confronto/scontro fra i due blocchi imperiali presenti sulla scena internazionale si è rovesciato sulla Siria, inizialmente sotto forma del progetto di regime change sostenuto dal blocco euro-americano, e in seguito nella forma dell’intervento armato russo ( intervento che ha inesorabilmente dissipato ogni velleità di vittoria del progetto di regime change).

Come negli anni sessanta, settanta e ottanta il teatro di scontro siriano ha visto l’intervento di istruttori e consiglieri militari appartenenti ai due schieramenti imperiali concorrenti, ognuno a supporto dei propri alleati. Il collante religioso fondamentalista ha spinto verso il teatro bellico siriano migliaia e migliaia di uomini da molte parti del mondo (spesso molto giovani), una parte di essi intenzionata a combattere in nome di un ideale religioso teocratico, altrettanto forte è stata la determinazione alla lotta dei soldati del SAA e dei loro alleati.

Gli interessi economici e politici che hanno contrassegnato (e contrassegnano) la lotta non sono stati di segno proletario, anche se come al solito una parte considerevole dei combattenti era ed è costituita da proletari.

Utilizzando le bandiere religiose o nazionali la borghesia (locale e internazionale) è riuscita a convogliare lo scontento sociale proletario delle primavere arabe, impiegando le vittime sociali del sistema come massa di manovra militare al servizio delle dinamiche concorrenziali del sistema stesso, quindi per la ridefinizione di sfere di interesse economico e geo-politico.

La battaglia di Aleppo, i suoi esiti vittoriosi per l’asse russo-siriano-iraniano-cinese, dimostrano la vitalità e l’energia del blocco capitalistico fondato sull’alleanza prevalente fra Russia e Cina.

In occasione della vittoria di Trump, abbiamo scritto che ormai i giochi erano fatti, e difatti ora constatiamo anche sul campo bellico di Aleppo tale impressione.

Con Aleppo, Damasco, Homs, Hama e Lakatia, cioè con le maggiori città siriane nelle mani del governo, ogni progetto di divisione della Siria e di regime change funzionale agli interessi di certe potenze capitalistiche di area e internazionali è diventato quasi irrealistico.

La politica del caos americana alla fine è stata battuta, l’intervento militare del Moloch statale russo ha evidenziato un nuovo livello dei rapporti di forza fra gli apparati di potenza statale (il complesso militare-industriale e tecnico-scientifico) delle due più agguerrite borghesie mondiali.

I sistemi missilistici offensivi e difensivi russi (Sarmat e Autocrate, operativi dal prossimo anno) di cui abbiamo già scritto a novembre, sembrano essere avanti di almeno quattro generazioni tecnologiche rispetto agli omologhi americani. Un segno e una realtà che ha fatto la differenza nel limitare e definire le strategie americane in Siria. Infine, in assenza di mezzi efficaci, la politica americana ha dovuto adeguarsi ai mezzi posseduti.

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