Sindacalismo e Stato (una riproposta)

Nota redazionale: Ripubblichiamo un articolo datato 23 ottobre 1921; ne è passata di acqua sotto i ponti dirà qualcuno, ovvero quel variegato gruppo di soggetti che oggi teorizzano la disgregazione ‘naturale’, l’indebolimento, dello stato nazione. Invece l’articolo del 1921, inequivocabilmente, sostiene che lo stato democratico-borghese non si dissolve per magia naturale, perché, ‘Solo dopo una lotta politica e militare, e dopo la sua vittoria, potrà il proletariato – con la leva stessa del potere politico – fare opera di sostituzione del regime della “amministrazione delle cose” a quello del “dominio delle persone’.

Ma tant’è, come si dice, non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire.

Abbiamo ripetutamente criticato le concezioni che sostengono la dissoluzione spontanea dell’attrezzatura statale di dominio capitalistico, concezioni che rappresentano una sorta di precondizione ‘logica’ per ulteriori affermazioni apodittiche, come ad esempio quella che sostiene che il grado di oppressione e l’efficacia del dominio statale sul proletariato è ormai evanescente: posta la verità dell’indebolimento degli stati. Ma siamo proprio sicuri che l’indebolimento degli stati sia una verità, e non invece una pia illusione?  

Marx stesso sostiene che nel corso dello sviluppo dell’economia capitalistica, a causa dell’aumento dello sfruttamento della forza-lavoro, determinato dall’esigenza di limitare gli effetti della caduta tendenziale storica del saggio medio di profitto, si verifica un incremento del dispotismo di fabbrica. Il maggiore grado di sfruttamento, la legge della miseria crescente collegata alla variazione della composizione organica del capitale, la concentrazione di grosse masse di proletari e sottoproletari nelle metropoli capitalistiche, costituiscono una permanente mina sociale potenziale, che implica come risposta dialettica un maggiore grado di dispotismo e oppressione (sia sul luogo di lavoro che fuori da esso), e quindi un rafforzamento, e non un indebolimento, dell’attrezzatura statale di oppressione della classe borghese. 

Sulla base di questa evidenza storica di tipo socio-politico la corrente individua i segni dell’inevitabile rafforzamento dell’attività di controllo e di repressione statale, concezione/constatazione sostenuta nel corso di una ultra decennale attività di studi e pubblicazioni (dagli inizi del secolo scorso fino ai nostri giorni). 

Riportiamo un passo del testo del 1921: ‘ il sindacalismo teorico puro, quando al suo anti-statalismo toglie il paludamento anarcoide dice: costruiamo al di fuori dello Stato la società sindacale della amministrazione delle cose, e toglieremo allo Stato la sua ragione di essere – e con ciò esso rivela che il suo punto di partenza non è il proletariato, ne il suo punto di arrivo il fatto rivoluzionario, ma soprattutto esso si accampa sul terreno della dottrina liberale borghese: il non intervento dello Stato politico nel mondo della economia privata, avvallando il più grosso inganno di quella democrazia, che dice di disprezzare’.

Riflettiamo solo su due righe: costruiamo al di fuori dello Stato la società sindacale della amministrazione delle cose, e toglieremo allo Stato la sua ragione di essere’.

Non ricorda forse il mantra di chi sostiene che essendo la struttura economica esistente già di fatto socializzata, e quindi prorompendo e affermandosi il modo di produzione comunista fin dentro il modo di produzione borghese, lo stato borghese si deve di conseguenza disgregare automaticamente? 

Et voilà, in un colpo solo abbiamo inventato una proposizione apodittica (priva di qualsiasi documentazione di prova storico-sociale): ovvero il modo di produzione comunista è già vero ed attuale; e un successivo sillogismo, basato su premesse inesistenti, ovvero ‘lo stato borghese deve di conseguenza disgregarsi automaticamente’.

Il testo del 1921 mette in guardia anzitempo contro queste illusioni: L’inganno della democrazia e della socialdemocrazia, culminante nella svalorizzazione del proletariato, si supera solo col metodo comunista della lotta politica che il partito di classe indirizza contro l’apparecchio dello Stato parlamentare’.

Perché, come sostiene il testo del 1921: ‘Finché lo Stato democratico sarà in piedi ( N.R: e resterà in piedi, lungi dall’autodistruggersi, fino a quando non si rafforzerà una lotta politica che il partito di classe indirizza contro l’apparecchio dello Stato parlamentare’) è vana utopia pensare che in questo senso possa farsi un passo solo: lo Stato non interverrà… nelle pagine teoriche dei sociologi liberali, ma nella realtà delle cose schianterà col peso della forza armata ogni iniziativa di rinnovazione, che leda gli interessi costituiti del capitalismo’.

 

Buona lettura

 

 

Sindacalismo e Stato

In una lettera intervista sul Giornale della sera di Napoli, Enrico Leone da il suo giudizio sul recente Congresso socialista. Vi è luogo a riflettere, in essa, anche per chi ancora non fosse desenchantè sul “radicalismo” del vecchio teorico del sindacalismo, che pure va considerato con ben altro rispetto di quelli che dal movimento sindacalista di alcuni anni addietro sono passati alle peggiori invenzioni politiche,- anzi proprio la serietà dell’autore delle dichiarazioni di cui si tratta fornisce la migliore prova della inconsistenza rivoluzionaria di ogni concezione sindacalista. Con accenni di sincerità Enrico Leone esprime tutta la sua sfiducia nelle funzioni dei Congressi di partito e ripete la obiezione sindacalista contro la stessa funzione del partito politico dal punto di vista classico e proletario, vana logomachia demagogica quella dei teatrali congressi come questo di Milano; mentre il proletariato vive la sua storia entro i confini della economia con la costituzione “antipolitica” del suo movimento sindacale. Una influenza di questo il Leone vuole ravvisare nell’effetto che secondo lui ha pure avuto il solo fatto di richiamarsi alla classe proletaria, sul partito socialista, trattenendolo da quella che sarebbe la logica conclusione dell’avere accettato la funzionalità politica e parlamentare: ossia la partecipazione alla politica di governo. Leone preconizza lo sdoppiamento dei due fattori: il proletariato che si ritira sull’Aventino dell’azione puramente economica; il partito che divenendo apertamente organo della democrazia borghese o piccolo borghese si decise al logico passo di varcare le antiche soglie ministeriali. Sarebbe superfluo contrapporre a queste vedute la ripetizione delle nostre tesi comuniste, secondo cui non si può parlare di classe, di lotta di classe, di azione rivoluzionaria se non nel campo dell’azione politica, nell’azione di partito, che assume marxisticamente contenuto antidemocratico, antiparlamentare, contro l’apparato statale borghese. Superfluo ricordare che il trionfo del connubio mostruoso tra socialismo e democrazia non si è generato che sul terreno del puro operaismo alimentato negli equivoci della neutralità politica e dei compiti puramente sindacali. Tutto ciò che è vecchia polemica, passa in seconda linea dinanzi a qualche altra considerazione cui si presta una seconda parte dello scritto di Enrico Leone. Quivi si rende evidente, come quanto nel sindacalismo vi è di sostanziale sia l’adattamento del compito economico del proletariato nei quadri angusti di un liberismo economico, che nell’affermare la indipendenza dei fenomeni economici dall’apparecchio statale non fa che enunciare un postulato tipicamente borghese – mentre è puramente accidentale, e derivante da concetti male presi a prestito all’anarchismo, la traduzione di questa tesi: economia contro politica, nell’altra, passabilmente demagogica anch’essa: Sindacato proletario rivoluzionario contro Stato borghese. Infatti, mentre Leone ha conservata con aria di perfetta ortodossia la sua critica sindacalista del partito politico di classe, egli – senza contraddirsi, ma finalmente dimostrando, sia pure implicitamente, come sia giusto negare al metodo sindacalista ogni valore marxista e rivoluzionario – disarma la sua posizione contro lo Stato politico borghese; egli confessa che gli si contrapponeva il sindacato operaio non per svuotarlo, esso Stato, del suo contenuto, ma in fondo per lasciarlo indisturbato nella sua storica bisogna di regolatore della vita politica. E ciò fa confluire la libertà economica proclamata per l’azione sindacale dei lavoratori con la dissimulata ma effettiva sopravvivenza dell’apparecchio di forza con cui si regge l’attuale assetto borghese. Il teorico sindacalista Leone mette da conto lo Stato, ma senza parerlo gli rende segnalato servizio di riconoscerli quella qualità, che gli reclamano gli ideologi e i ciarlatani della socialdemocrazia, di imparziale amministratore delle cose politiche. E se si nega il partito di classe, è perché alla base della propria costituzione teorica si è negato che lo Stato attuale sia uno Stato di classe, perché si è proclamato che la lotta di classe è economica e non politica. Assai più rivoluzionaria è indubbiamente la concezione anarchica, pur tanto imperfetta, secondo cui lo Stato non è Stato di classe, ma da questo si deduce non una indifferenza, verso le cose della politica statale, ma l’imperativo della lotta a fondo per la distruzione dello Stato, considerato in se stesso come un apparecchio di opposizione. Infatti Enrico Leone dice che “la separazione del movimento sindacale dal mondo della politica…non può consigliare di spezzare la macchina dello Stato, fino a che non abbia creato il nuovo ambiente, nel quale esso non troverà più una razionale base di esistenza, per essere l’amministrazione delle cose riuscita a soppiantare il dominio delle persone”. Questa di Leone, non è che la traduzione in altre parole della più pura tesi socialdemocratica, secondo cui nei quadri del presente apparecchio statale può compiersi tutta la trasformazione della economia in senso proletario. Per negare l’unica tesi rivoluzionaria, quella comunista, che pone il proletariato in lotta politica per la costituzione del suo Stato, l’anarchia proclama: uccidiamo lo Stato e si realizzerà senz’altro il regime della pura amministrazione delle cose; e questo, se è errore colossale di visione storica, non è capitolazione dinanzi al potere della borghesia: il sindacalismo teorico puro, quando al suo antistatalismo toglie il paludamento anarcoide dice: costruiamo al di fuori dello Stato la società sindacale della amministrazione delle cose, e toglieremo allo Stato la sua ragione di essere – e con ciò esso rivela che il suo punto di partenza non è il proletariato, ne il suo punto di arrivo il fatto rivoluzionario, ma soprattutto esso si accampa sul terreno della dottrina liberale borghese: il non intervento dello Stato politico nel mondo della economia privata, avvallando il più grosso inganno di quella democrazia, che dice di disprezzare. Se invece che, questione di teoria – che si presterebbe a ben più interessanti conclusioni critiche – facciamo questione di politica concreta; vediamo Leone concludere in modo inaspettato per i lettori superficiali, ma perfettamente consono alle nostre deduzioni. Egli, preoccupato dell’attuale barbaro stato di cose nella lotta tra il fascismo e i gruppi di proletari che si armano e si militarizzano, chiede che il Partito socialista lasci tornare il proletariato al neutralismo politico, perché democrazia e ceti medi possano assolvere il loro compito di costituire sul terreno parlamentare un governo “liberale” che restauri la civiltà della vita sociale! Con questo si conferma che, ritirandosi il proletariato “alla prassi del sindacato operaio” in realtà egli dà campo libero alla sovranità dello Stato borghese democratico. L’antitesi tra sindacalismo e democrazia, tra sindacalismo e collaborazione parlamentare non era che esteriore e formale. L’inganno della democrazia e della socialdemocrazia, culminante nella svalorizzazione del proletariato, si supera solo col metodo comunista della lotta politica che il partito di classe indirizza contro l’apparecchio dello Stato parlamentare. A questo occorre volgere non le spalle dei proletari dediti alle macchine o al campo, ma il petto delle falangi proletarie organizzate e armate. Solo dopo una lotta politica e militare, e dopo la sua vittoria, potrà il proletariato – con la leva stessa del potere politico – fare opera di sostituzione del regime della “amministrazione delle cose” a quello del “dominio delle persone”. Finché lo Stato democratico sarà in piedi, è vana utopia pensare che in questo senso possa farsi un passo solo: lo Stato non interverrà… nelle pagine teoriche dei sociologi liberali, ma nella realtà delle cose schianterà col peso della forza armata ogni iniziativa di rinnovazione, che leda gli interessi costituiti del capitalismo.

23 Ottobre 1921

Amadeo Bordiga

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