Costruttori di vie commerciali

Recenti incontri di vertice fra i rappresentanti della federazione russa, dell’Iran, e di altri stati come l’Armenia e l’Azerbaigian hanno avuto per oggetto il consolidamento di una via commerciale che partendo dai porti dell’Iran consenta il trasporto delle merci (soprattutto indiane) per via gommata e ferrata, fino all’estremo nord scandinavo. Il flusso di merci avrebbe in definitiva un percorso bidirezionale (nord-sud e sud-nord), consentendo anche alla produzione russa di utilizzare lo sbocco dei porti iraniani. Sono previsti dei progetti di adeguamento delle linee ferroviarie dei vari paesi coinvolti nel progetto, allo scopo di migliorare i tempi e le modalità del trasporto delle merci. Possiamo ipotizzare che tale progetto miri ad abbattere i costi di trasporto, con relativo beneficio innanzitutto di Russia e India, oltre che dei paesi coinvolti. Altro discorso si può fare per la nuova via della seta, un progetto che dovrebbe invece consentire alla produzione cinese e asiatica di utilizzare un percorso terrestre (su gomma e su ferro) per giungere fino in Europa. Tale percorso ridurrebbe i costi di trasporto, e inoltre supererebbe in anticipo il rischio di un ipotetico blocco navale da parte dell’America. India, Russia e Cina dunque, tre grandi potenze economiche, in possesso di enormi masse di lavoratori (soprattutto Cina ed India), di vaste estensioni di territorio (soprattutto la Russia) e di un potente apparato tecnico-scientifico e militare-industriale (anche in questo caso, soprattutto la Russia). Dunque capitalismo emergente versus capitalismo declinante (UE e USA). La proiezione di potenza militare e commerciale delle forze emergenti è innegabile: i  progetti di realizzazione ex novo della via della seta o di potenziamento di vie commerciali esistenti ne sono un segnale, mentre le vicende militari siriane e il rafforzamento dei sistemi militari russi e cinesi rappresentano un altro segnale. I processi di concentrazione e centralizzazione dei capitali, nella base strutturale economica, vanno dunque di pari passo con l’affermazione di sovrastrutture statali di grandi dimensioni territoriali, dotate di enormi masse di forza lavoro, di materie prime e di vie commerciali, e infine di un adeguato apparato tecnico-scientifico e militare-industriale (atto a proteggere le proprie risorse economiche e a conquistare, eventualmente, le risorse altrui). Dunque in che senso dovrebbero indebolirsi gli stati borghesi? Forse si allude alla esistenza di stati satellite o vassalli nei confronti di quelli di tipo imperiale?
Chissà, tuttavia i processi di centralizzazione dei capitali e in definitiva la concorrenza aziendale non conduce alla disgregazione degli stati o alla via graduale al socialismo, ma come ricorda Lenin alla accentuazione dei fenomeni conflittuali (le moderne guerre fra padroni di schiavi). Sostenere che il vulcano della produzione si è spostato, tende a spostarsi, nell’Eurasia, vuol dire riconoscere che il baricentro della produzione di plusvalore è legato ai miliardi di proletari aggiogati al carro del capitale in India, in Cina, in Russia e via dicendo. Il gap tecnologico e industriale post coloniale (soprattutto di India e Cina) è stato progressivamente superato negli ultimi decenni, aumentando il livello quantitativo e qualitativo della produzione di questi paesi. Fino ad un certo punto anche i capitali euro americani hanno tratto profitto dell’investimento in aree economiche extra nazionali, dove il costo del lavoro era più basso, e soprattutto la composizione organica media del capitale aziendale era meno dominata dal capitale costante. Tuttavia gli investimenti di capitale euro americano hanno contribuito, nel tempo, a industrializzare le economie extra nazionali, e quindi a far pendere la bilancia sul lato del capitale costante al posto di quello variabile. Oggi la Cina investe in infrastrutture in Africa, e quindi crea uno strumento bancario globale (AIIB) in competizione con il FMI. Questo è un evidente segnale di una ripresa di un ciclo capitalistico di investimenti (a parti invertite).

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