Marx e la rivoluzione

Nota redazionale: In alcune recenti riunioni è emersa l’esigenza di approfondire le questioni relative alla rivoluzione russa, a distanza di cento anni dal 1917, data formale del suo inizio. Nel centenario dell’evento si sprecano le analisi, in certi casi improntate a pura retorica celebrativa, triste e inoffensiva. Oppure, in altri casi, caratterizzate da una visione negativa dell’evento storico (sia in se stesso, sia per gli sviluppi successivi). Di fronte a questo ingorgo di interpretazioni corrispondenti a orientamenti distinti, abbiamo ritenuto opportuno tornare all’origine del concetto marxista di rivoluzione, e quindi ai suoi fondamenti teorici derivati dall’esperienza delle lotte di classe, cioè dalla prassi del conflitto sociale reale. La rivoluzione russa, le sue caratteristiche specifiche ( struttura economica di partenza semi-feudale, forte presenza dell’elemento contadino, ruolo del partito bolscevico, sconfitta della rivoluzione nel resto d’Europa) sono state studiate diffusamente dalla storiografia marxista. A noi interessa poco ritornare sugli aspetti storici già chiariti nei testi della nostra corrente, lo scopo di questo lavoro è di sfatare alcune illusioni insite nelle letture dominanti della storia della rivoluzione russa. La prima illusione è quella che separa il moto proletario del 1917 dalla storia precedente di altri moti proletari (dunque la comune di Parigi, il 1905 in Russia , e  vari episodi disseminati nel percorso storico). Dunque se esiste una continuità socio politica fra il 1917 e vari altri episodi precedenti ( e in prospettiva futuri) allora salta ogni quadretto celebrativo, e ritorna al centro del discorso la comprensione delle cause di questi fenomeni rivoluzionari scoppiati in tempi diversi (eventi diacronici). E quindi si torna al presente (fondato nel passato e proiettato nel futuro), perché in fondo chi non impara dalle lezioni e dagli errori del passato è destinato a ripetere quegli errori anche nel presente. La rivoluzione si configura, nella realtà storica riflessa nel marxismo, come la porta di accesso verso la reintegrazione dell’uomo con le sue qualità umane, cioè con la libertà di essere se stesso ( in quanto ente onnilaterale). La rivoluzione è dunque un passaggio necessario verso la disalienazione dell’uomo, il recupero della gioiosa dimensione di amicizia e fraternità dell’uomo comunista delle origini. In questo senso la rivoluzione comunista è assimilabile al significato etimologico che ha la parola in astronomia, cioè il percorso che fa un astro per tornare al suo punto di origine. La rivoluzione comunista restaura, ad un livello socio-economico superiore, i rapporti sociali di tipo comunitario esistiti per un lungo arco di tempo. L’alienazione è invece la perdita/sottrazione di qualcosa che appartiene al nostro essere, dunque la rivoluzione (in quanto momento focale del conflitto di classe) è fondamentalmente la ricerca di ciò che è andato perduto, allo scopo di consentirne la reintegrazione nel nostro essere. L’alienazione dell’uomo dai mezzi di produzione e dal prodotto del proprio lavoro è la base materiale dell’alienazione, essa produce un mondo alla rovescia in cui il prodotto domina il produttore, e il mezzo si sostituisce al fine. La rivoluzione è il contro incantesimo che dissolve il mondo alla rovescia, il mondo dove il lavoro vivo viene sussunto nel lavoro morto (cristallizzato in capitale costante). Dunque, tornando alle questioni storiografiche, si comprende bene, anche alla luce delle righe precedenti, che la rivoluzione d’ottobre è stata una delle tappe di una ricerca che l’umanità (alienata) compie da quando sono comparse le società divise in classi. Questa ricerca può avere termine solo con il superamento delle condizioni materiali che impediscono la reintegrazione dell’uomo con se stesso, e quindi con la scomparsa dal piano storico dell’ultima società di classe esistente, la società borghese.

Introduzione

Prima parte

Seconda parte

Introduzione

La necessità di definire il concetto di rivoluzione in Marx, nasce dal fatto che questo termine, da molti anni, è stato inflazionato e usato in modo incoerente con il significato reale e autentico a cui doveva inizialmente riferirsi. Esso è diventato preda di una operazione ideologica nelle mani del Capitale, questa operazione ha sottratto al termine ‘rivoluzione’ ogni contenuto di trasformazione sociale e politica, e anche ogni riferimento alle condizioni storiche in cui il termine stesso è nato. La fattibilità stessa della rivoluzione, in quanto rottura e mutamento dei rapporti sociali di produzione, oltre che essere sempre più allontanata dall’ambito dell’azione storica, è stata opacizzata, mistificata e infine assimilata a fenomeni come le sommosse, le rivolte, i disordini generalizzati, i cambi di regime politico (nell’ambito del medesimo regime di classe borghese).

La “rivoluzione” è il compimento (evento) necessario di attività (prassi) svolte in una continuità storica (processo), il cui sbocco assume un carattere di frattura e negazione (discontinuità) di ciò che improvvisamente si presenta come “passato” da eliminare; una discontinuità che comporta cioè una trasformazione qualitativa delle attività economico-sociali basiche, che assumono ora un ruolo, un’importanza, e una funzione sociale di segno opposto, e quindi una più alta razionalità di organizzazione produttiva.

Solo i mutamenti che tendono a rompere tutti i rapporti sociali nati in precedenza sono rivoluzionari, e tali mutamenti, per le masse che i muovono sul piano storico della lotta di classe, non possono che apparire a processo avvenuto, non prima (tale considerazione esclude la minoranza che si muove dentro l’organizzazione politica comunista, ovvero l’unico soggetto collettivo che ha la conoscenza – teoria invariante – e quindi, in certi svolti storici, la libertà della volontà per decidere, entro una gamma di possibilità date – dunque al contempo prodotto e fattore e di storia).

Non sosteniamo affatto che la rivoluzione vada intesa come l’atto miracoloso che nasce dalla solitaria volontà di un soggetto (sia esso la classe, un gruppo sociale, o un partito), perché è nella società presente che, maturando il contrasto tra sviluppo delle forze produttive e forme politiche e sociali in cui vengono inquadrate le forme della produzione, si sviluppano le basi materiali per una alternativa, per un altro modo di produzione, un’altra umanità. La consapevolezza del ruolo di freno degli attuali rapporti di produzione capitalistici, rispetto all’ulteriore sviluppo delle forze produttive, riaffiora nel conflitto sociale quotidiano che oppone lavoro salariato e capitale, e tendenzialmente diventa azione collettiva di classe, in una dialettica continua fra piano di azione-coscienza potenziale e piano di azione-coscienza attuale. Del resto, in tutti i modi di produzione che si sono susseguiti nella storia: comunismo originario, società classica antica-società schiavistica- forma asiatica, società feudale, capitalismo, sono sempre stati presenti in forma germinale degli elementi materiali caratteristici dei modi di produzione che li avrebbero soppiantati (quindi ben prima della vittoria politica e militare delle classi emergenti).

Lo stesso Marx lega in un rapporto unitario la trasformazione sociale comunista e la memoria collettiva di classe (diremmo archetipica): tale rapporto è il collegamento fra il futuro modo di produzione e la memoria del “comunismo primitivo”. L’ipotesi che sostiene questo concetto marxista è che, se sono esistite nella storia dell’umanità delle società comuniste durate decine di migliaia di anni (più o meno complesse e raffinate tecnicamente e culturalmente), allora intravedere un ritorno dei rapporti sociali ed economici comunitari non è più un utopia, ma una possibilità con un certo grado di successo. Se datiamo la preistoria a partire dai primi manufatti, costruiti e riprodotti secondo uno schema di conoscenza e memoria sociale, con caratteristiche differenti dagli schemi animali (istinto), abbiamo tre milioni di anni contro appena diecimila di storia. Tre milioni di anni di produzione primitiva contro appena dieci millenni di sviluppo a progressione geometrica, cioè di rivoluzione produttiva e sociale. Da meno di tre millenni siamo nella civiltà divisa in classi . Marx soleva dire, non senza sarcasmo, che bisognava rifiutarsi di fabbricare pignatte per le minestre delle osterie del futuro; e, viceversa, mostrava un vivo interesse per le forme di vita altra, del passato e del presente, quelle che l’antropologia culturale veniva scoprendo, nella seconda metà del XIX secolo.

I comunisti non possono soltanto ipotizzare un futuro, che sarebbe ben poca cosa rispetto ai loro compiti, e nemmeno possono volere un futuro già modellato, poiché essi vedono nel processo capitalistico una effettiva demolizione di rapporti esistenti, e quindi una effettiva transizione verso nuovi rapporti. In questa transizione dalla preistoria alla storia, come spiega Marx, devono poter essere individuati degli elementi della società sviluppata, cioè deve essere individuato il nuovo “mondo della libertà” che lotta contro il vecchio “mondo della necessità”.

Tale passaggio è la rivoluzione propriamente detta, la rottura e la negazione della società precedente e di tutti i suoi rapporti politici e sociali. Ora, perché questo passaggio abbia luogo, non bastano solo le condizioni materiali dello sviluppo, come non basta l’attesa del passaggio (azione tipica del gradualismo socialdemocratico intento a conseguire lo scopo come di soppiatto, centellinando il mutamento senza disturbare la pace sociale, magari chiedendo aiuto al progresso scientifico). Invece occorre sporcarsi le mani, e questo è il compito storico della classe proletaria, la classe che opponendosi agli attuali rapporti di produzione capitalistici, accelera le doglie del parto, con la prassi della lotta di classe (che legittima se stessa col suo solo manifestarsi). La saldatura tra il cervello sociale (conoscenza invariante/partito) e la  classe dotata di intrinseche potenzialità rivoluzionarie, il proletariato, apre finalmente la possibilità del tramonto del modo di produzione capitalistico. La classe operaia non ha da realizzare ideali, ma da liberare elementi della nuova società di cui è gravida la vecchia e cadente società borghese. Compiere questo atto di liberazione universale è compito del proletariato moderno. Anche questa non è un’investitura morale. Tuttavia, proprio perché nelle condizioni di vita del proletariato si condensano, nella forma più inumana, tutte le condizioni di vita alienanti della società attuale, è ipotizzabile che tale classe sociale sia spinta a lottare contro questa inumanità, in modi e forme sempre più intensi. Il proletariato non può liberarsi senza sopprimere le sue stesse condizioni di esistenza alienata, e dunque sopprimere tutte le inumane condizioni di esistenza dell’attuale società. Per fare questo dovrà eliminare la stessa nozione di società divisa in classi di sfruttati e di sfruttatori. Si tratta, dunque non di vuoto idealismo, ma di ciò che esso è e di ciò che sarà storicamente costretto a fare in conformità a questo sua condizione. Il suo fine e la sua azione storica gli sono prefissati dalle sue stesse condizioni di vita.

In tutta l’opera di Marx c’è questo filo conduttore, un filo che si affina e si precisa sempre meglio mano mano che che la prassi sociale umana scioglie i nodi della realtà storica. Le note che seguono riassumono in forma sintetica il concetto di rivoluzione, presente come un filo rosso in tutta l’opera di Marx. Esse servono a rimandarci alla sua opera e richiamarci alle forme della rivoluzione che hanno riguardato e che riguarderanno il proletariato: il 1848 europeo e la pubblicazione del Manifesto del partito comunista, la Comune di Parigi del 1870 e la scoperta delle forme politiche della transizione (dittatura del proletariato), l’Ottobre rosso del 1917 e la presa del potere da parte del proletariato in armi.

 

Marx e la rivoluzione

Le opere di Marx assunte come riferimento sono:

– Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico;

– La questione ebraica;

Manoscritti economico-filosofici del 1844;

La sacra famiglia;

L’Ideologia tedesca;

Tesi su Feuerbach;

Miseria della filosofia;

Manifesto del partito comunista;

– Le lotte di classe in Francia (dal ’48 al ’50);

– Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte;

– Prefazione Per la critica dell’economia politica;

Lineamenti fondamentali della critica dell’economiia politica, 2 voll.;

– Il capitolo VI inedito;

La guerra civile in Francia;

Critica del programma di Gotha;

– Il Capitale, Libri I-III.

Prima parte

Per Marx la rivoluzione è una categoria totale, nel senso che investe tutte le sfere della “struttura” e della “sovrastruttura”; tutte le dimensioni della “vita sociale” e della “vita umana”. Marx non si limita a capovolgere la dialettica di Hegel, “rimettendola con i piedi per terra”; ma riscopre per la teoria e la prassi nuove”funzioni” che le danno un senso pratico reale: la liberazione integrale dell’umanità sul piano storico-fattuale.

Dall’Ideologia tedesca”: “gli individui sono quali li fa il modo di esplicitarsi della loro vita….pertanto ciò che gli individui sono dipende dalle condizioni materiali della loro riproduzione”. Non si trattava più di contemplare il mondo né di interpretarlo, ma si trattava di operare in esso, provocando i mutamenti necessari, in quanto logica conseguenza di uno svolgimento storico le cui leggi immanenti si potevano rintracciare nell’evoluzione dei rapporti materiali di produzione.

Ne consegue che quello marxista è un sistema teorico-pratico di relazioni tra il piano multidimensionale della soggettività alienata dell’uomo, e il piano multidimensionale della realtà alienante del capitalismo, il processo rivoluzionario è quindi quel processo che dovrà portare :

a) disalienazione del soggetto ad opera della prassi ( lotta, azione rivoluzionaria);

b) trasformazione della realtà ad opera del soggetto disalienato (dittatura del proletariato, comunismo).

La storia di ogni società finora esistita è storia di lotte di classe” (Manifesto), questa frase racchiude tutto il senso del materialismo storico e dialettico. Storico, perché solo la considerazione dell’effettivo svolgimento dei fatti può farci intendere il presente; dialettico: perché sono le incessanti contraddizioni che la storia porta con sé e le lotte che ne scaturiscono che determinano tale svolgimento. Le formulazioni di Marx, sia giovanili sia della maturità, storiche e filosofico politiche, economiche e scientifiche, vanno inscritte in un ambito unitario ed invariante; non sono, pertanto, giocabili dicotomicamente l’una di contro all’altra, come spesso nuovi e poco originali pensatori cercano di fare. Solo procedendo in questo modo è possibile avvicinare, con un grado di precisione apprezzabile, il complesso ambito semantico-terminologico della teoria della rivoluzione di Marx.

Per Marx, il comunismo non è una “formazione sociale” fra le tante succedutesi nella storia; bensì una diversa allocazione dello spazio/tempo sociale, promossa da radicali processi di liberazione del genere umano e della società tutta intera. Essendo in Marx il termine ‘comunismo’ sinonimo di libertà, la rivoluzione diviene la forma storico-sociale finalmente svelata della libertà. Non c’è sfera dell’umano agire e dell’organizzazione politico-sociale dell’esistente che venga risparmiata dalla libertà che si va di-svelando come rivoluzione (Vedasi i Manoscritti del 44, e l’Ideologia tedesca).

Il comunismo come risultato che discende dalla critica dell’economia politica significa, in Marx, il ribaltamento del principio quantitativo monetario borghese. Non più “miseria” e “ricchezza” economica al centro degli “interessi” umani, sociali e politici; bensì l’uomo ricco e il bisogno umano ricco: qui l’uomo avverte che il bisogno umano più ricco è il bisogno dell’altro uomo. Il comunismo può essere inteso come la comunità con/dell’altro uomo. Se nella società capitalistica la produzione è lo scopo degli uomini, la rivoluzione per il comunismo rende l’uomo scopo all’uomo e la vita dell’altro uomo diviene il motore primo dell’essere e dell’operare. La rivoluzione fin dall’inizio è una trasformazione radicale della vita umana e sociale che avviene nel segno della libertà, attraverso la negazione della proprietà privata (proprietà connaturata con l’esistenza del proletariato come classe per il capitale).

Il mondo della modernità borghese-capitalistica, osserva Marx, è volgare perché la produzione si presenta come scopo dell’uomo; la ricchezza, come scopo della produzione. L’economia è la scienza di tale volgarità, essa è l’agente ideologico-culturale e simbolico che giustifica il suo agire, l’essere si capovolge nell’avere; il fare, nel tesaurizzare; il tesaurizzare, nell’accumulo di alienazione. La messa in valore dell’avere è svalorizzazione dell’essere; la svalorizzazione dell’essere è messa in valore dell’alienazione. L’alienazione dell’operaio rispetto agli oggetti della sua produzione è un fatto che l’economia politica occulta perché non considera il rapporto fra l’operaio (il lavoro) e la produzione, rapporto in cui il lavoro si esprime come merce, e in cui l’operaio è separato dagli strumenti, dai mezzi di produzione, e dal prodotto della sua attività.

Il mondo delle cose e dei prodotti/merce si allarga; il mondo umano e dei sentimenti umani langue in catene. Qui il pregio e l’enorme limite, sostiene Marx, della “missione civilizzatrice” del capitale: aver costituito la base materiale per la liberazione integrale di tutte le qualità sociali e individuali e, al tempo stesso, inibire e impossibilitare, con la sua stessa esistenza, tale liberazione. Ecco una delle motivazioni fondanti che, secondo Marx, fanno del capitalismo il “regno della necessità” e del comunismo “il regno della libertà”. La contraddizione fondamentale del modo di produzione capitalistico non sta tanto nella contraddizione tra “carattere sociale” della produzione e “carattere privato” dell’appropriazione”, quanto nello scarto incolmabile tra la socializzazione crescente della produzione e la crescente interdizione della soddisfazione di bisogni umani ricchi.

Ecco perché il “punto di vista” comunista deve essere quello della società umana, dell’umanità sociale (Vedasi ‘Origine e funzione della forma partito’).

In questo senso il comunismo non è “uno stato di cose che debba essere instaurato non è un ideale al quale la società dovrà conformarsi” è lotta pratica del proletariato, movimento reale, è il “movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti”, esattamente perché realizza storicamente l’orizzonte della

società umana, costituendo e “organizzando” la comunità libera come umanità sociale.

Con ciò Marx effettua un capovolgimento nei confronti della tradizione della modernità che prevede un carattere finalistico-teleologico della storia, un progetto, un fine precostituito esterno e indipendente dalle azioni umane. Egli riassorbe realisticamente il fine nella prassi e nella storia concreta degli esseri umani, concependo tutto il processo storico come un processo determinato dai rapporti di forza sempre mutevoli fra classi sociali in conflitto. La storia non è pensabile come un processo teleologico assoluto e inevitabile, poiché libertà e necessità, oggettività e soggettività sono in essa dialetticamente intrecciate (Leggasi ‘Dialogato con i morti’). Certo questo non significa sostenere la casualità e l’imprevedibilità integrale dei processi storici: esiste invece una causalità (gli attrattori della teoria matematica del caos). Tale causalità non è mai rettilinea o unilaterale, bensì tendenziale e complessa, posta in movimento da interazioni e interrelazioni reali fra forze economiche e sociali esistenti in un dato arco di tempo. Per questo motivo gli esiti delle trasformazioni non sono facilmente valutabili, a priori, come progresso o regresso. In conclusione: per Marx l’unica possibile conoscenza scientifica è ‘post festum’, il che non significa che il processo storico sia il prodotto univoco di eventi casuali, che sia dunque impossibile estrarne dei nessi generali, bensì che questi ultimi «si esplicitano nell’essere progettuale” non come “grandi bronzee leggi eterne”, già in sé dotate di una validità sovra-storica, “atemporale” ma come tappe, determinate per via causale, di processi irreversibili, nei quali simultaneamente divengono in pari modo visibili, quindi afferrabili in termini conoscitivi, sia ”la genesi reale dai processi precedenti e sia il nuovo che ne scaturisce». Prassi e storia si arricchiscono di tutte le componenti culturali, simboliche, filosofiche, etiche e politiche che sono i presupposti della vita sociale e comunitaria. Nel comunismo tali componenti saranno scelti e costruiti coscientemente; non già imposti dalla natura o dalle relazioni sociali preesistenti.

Anzi, secondo Marx, il potere degli individui riuniti (comunisti) assoggetta tanto i “presupposti naturali” quanto i contesti socio-umani ereditati dalla storia. E tutto ciò, precisa Marx, avviene per la prima volta nella storia. Ecco perché, in Marx:

a) la società borghese-capitalistica è l’ultimo atto della preistoria

dell’umanità;

b) il comunismo, invece, è l’atto nascente della storia dell’umanità.

L’avanzare dell’analisi marxista mette in risalto il grado di totalità dell’alienazione capitalistica, da cui consegue il necessario carattere di totalità della rottura rivoluzionaria comunista. Tra i due poli si dispiega il discorso sulla “classe rivoluzionaria e il suo partito” (soggetto) e sulle “condizioni” politico- sociali della rivoluzione (oggetto).

Sono, per l’appunto, le condizioni totalizzanti dell’alienazione capitalistica a togliere al proletariato perfino una parvenza di umanità. Osserva Marx: nel proletariato l’uomo perde ogni umanità e, nel contempo, acquisisce la possibilità di una completa coscienza di questa perdita. Sicché, per liberare se stesso, l’uomo (come specie umana) deve abolire le condizioni che lo opprimono. Abolendo le condizioni dell’alienazione e dell’oppressione, l’uomo generico procede alla liberazione dell’umanità intera (Questione ebraica, Sacra famiglia).

Il passaggio da “classe in sé” a “classe per sé” trova nell’alienazione uno dei suoi punti di snodo: il patimento dell’assoluto grado di alienazione si converte in possibilità storico-politica della soppressione cosciente della condizione alienata. Tale coscienza, a sua volta, è uno dei momenti fondativi della:

a) identificazione del soggetto rivoluzionario (proletariato classe universale) che attraverso la prassi (lotta) prende coscienza, elabora una teoria e da vita ad una organizzazione (partito).

b) prassi rivoluzionaria della liberazione, “ La teoria diviene una forza , materiale non appena si impadronisce della masse”.

La coscienza teorica della condizione alienata (marxismo)e la prassi della disalienazione (lotta politica)

trasformano:

a) la lotta di classe in rivoluzione comunista;

b) il conflitto “classe contro classe” in abbattimento e superamento della disumana volgarità capitalistica, in una presa di posizione pratica radicalmente favorevole al comunismo.

L’organizzazione politica (partito) di classe del proletariato si regge su questa base ed è animata da questi orizzonti; immaginarla come politicismo, cioè come un graduale “accumulo” della propria forza numerica ed elettorale, e quindi come la “distruzione” della forza altrui dentro un medesimo ambito statale, non è dato nella realtà fattuale “I comunisti dichiarano apertamente che i loro scopi non possono essere raggiunti che con l’abbattimento violento di ogni ordinamento finora esistente” (Manifesto). Abbattimento violento e rivoluzione vogliono dire partecipazione diretta al corso degli eventi, prassi energica e volontà cosciente (teoria partito), finalizzati ad assecondare i processi reali che contengono in grembo un nuovo sviluppo umano e sociale ( in altre parole alludiamo a potenzialità di sviluppo che il modo di produzione borghese ha preparato, che tuttavia esigono, per la propria attuazione, il contributo essenziale degli uomini, in quanto classe e partito). L’istanza strettamente politica della rivoluzione (dittatura del proletariato) ha lo scopo principale di “organizzare” storicamente e socialmente il rovesciamento di tutti i rapporti che degradano, assoggettano e spogliano non solo e non tanto la condizione del proletariato come classe universale, ma anche e soprattutto la socialità dell’essere umano e l’umanità dell’essere sociale.

La “positiva soppressione della proprietà privata” è il nucleo fondamentale attorno cui ruotano la prassi della liberazione e l’azione politica della rivoluzione, in quanto soppressione di tutte le relazioni alienate, riappropriazione della vita umana, conversione dell’umanità alla sua propria esistenza umana. Se nella prospettiva marxista la perdita totale dell’uomo significa la possibilità della riconquista dell’uomo, il programma politico della trasformazione e l’organizzazione politica della classe rivoluzionaria non sono altro che le articolazioni della coscienza di un passaggio di società avvertito come svolta necessaria e, insieme, salvezza del genere umano e della società ( rivoluzione per il comunismo o reciproca rovina della classi in lotta).

La proletarizzazione delle condizioni dell’umanità e del lavoro vivo rende pressante quest’urgenza di società libera. Intanto, perché il capitalismo getta nelle condizioni di schiavi salariati la grande maggioranza della popolazione; in secondo luogo, perché rende totali le condizioni dello scontro di classe: la guerra civile occulta va sempre più apertamente direzionandosi verso una rivoluzione totale ( Manifesto). Tuttavia, precisa Marx, il rovesciamento necessario dell’ordine esistente e la dislocazione dell’ordine possibile sarebbero pure esercitazioni “donchisciottesche”:

a) se le condizioni della società comunista non si trovassero, in un

qualche modo, occultate nei rapporti di produzione materiali;

b) se il motore perpetuo del conflitto tra rapporti di produzione e

forze produttive non rendesse progressivamente obsoleta la formazione sociale capitalistica e le corrispondenti sovrastrutture. “Nella produzione sociale della loro esistenza, gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in rapporti di produzione che corrispondono a un determinato grado di sviluppo delle loro forze produttive materiali. L’insieme di questi rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, ossia la base reale sulla quale si eleva una sovrastruttura giuridica e politica e alla quale corrispondono forme determinate della coscienza sociale. Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza. A un dato punto del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (che ne sono soltanto l’espressione giuridica) dentro i quali tali forze per l’innanzi si erano mosse. Questi rapporti, da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro catene. E allora subentra un’epoca di rivoluzione sociale. Con il cambiamento della base economica si sconvolge più o meno rapidamente tutta la gigantesca sovrastruttura. Quando si studiano simili sconvolgimenti, è indispensabile distinguere sempre fra lo sconvolgimento materiale delle condizioni economiche della produzione, che può essere constatato con la precisione delle scienze naturali, e le forme giuridiche, politiche, religiose, artistiche o filosofiche, ossia le forme ideologiche che permettono agli uomini di concepire questo conflitto e di combatterlo. Come non si può giudicare un uomo dall’idea che egli ha di se stesso, così non si può giudicare una simile epoca di sconvolgimento dalla coscienza che essa ha di se stessa; occorre invece spiegare questa coscienza con le contraddizioni della vita materiale, con il conflitto esistente fra le forze produttive della società e i rapporti di produzione. ‘Una formazione sociale non perisce finché non si siano sviluppate tutte le forze produttive a cui può dar corso; nuovi e superiori rapporti di produzione non subentrano mai, prima che siano maturate in seno alla vecchia società le condizioni materiali della loro esistenza. Ecco perché l’umanità non si propone se non quei problemi che può risolvere, perché, a considerare le cose dappresso, si trova sempre che il problema sorge solo quando le condizioni materiali della sua soluzione esistono già o almeno sono in formazione. A grandi linee, i modi di produzione asiatico, feudale e borghese moderno possono essere designati come epoche che marcano il progresso della formazione economica della società. I rapporti di produzione borghese sono l’ultima forma antagonistica del processo di produzione sociale; antagonistica non nel senso di un antagonismo individuale, ma di un antagonismo che sorga dalle condizioni di vita sociali degli individui. Ma le forze produttive che si sviluppano nel seno della società borghese creano in pari tempo le condizioni materiali per la soluzione di questo antagonismo. Con questa formazione sociale si chiude dunque la preistoria della società umana” (Prefazione di ‘ Per la critica dell’economia politica, Editori Riuniti, Roma 1967, pp. 5-6). Va sottolineato che lo sviluppo ed il rapporto che si viene a creare tra forze produttive e rapporti di produzione non è di semplice corrispondenza, ma è un rapporto dialettico: al comunismo non si arriva solo tramite l’aumento ininterrotto delle forze produttive sociali sviluppate dal capitalismo (condizione necessaria ma non certo sufficiente), poiché si deve aggiungere ad esse ( sviluppo e contrasto fra le forze produttive) il fattore della vittoria politica proletaria.

Seconda parte

Nella concezione marxista la base oggettiva della rottura rivoluzionaria comunista sta nell’auto-movimento contraddittorio del capitale che, al limite estremo della sua parabola, prepara le condizioni materiali per la sua soppressione e quindi per il suo oltrepassamento, non essendo più in grado di padroneggiare e governare (in termini di sviluppo) i seguenti aspetti:

a) l’integrazione funzionale nel ciclo produttivo del lavoro vivo, ormai non più agente principale della valorizzazione;

b) lo scarto tra la riduzione del tempo di lavoro necessario e la dilatazione del tempo di lavoro sociale reso disponibile dal progresso del macchinismo;

c) la regolazione politica del consenso, per la progressiva restrizione dei margini del profitto (difficoltà delle politiche di redistribuzione del reddito/welfare).

Al termine del ciclo di sviluppo del capitale, osserva Marx:

a) il capitale non è più capitale individuale, ma “capitale sociale”, impersonalità allo stato puro (in questa direttrice di analisi egli esamina la centralizzazione capitalistica e la concentrazione finanziaria, le società per azioni, le forme della cooperazione della produzione sociale); (Capitale libro terzo)

b) i produttori vengono spogliati di un ruolo attivo, trasformandosi, da agenti di valorizzazione, in “appendice della macchina” (prima) e in meri “controllori” del sistema di macchine intelligenti (dopo).

Il paradosso è qui dato dal fatto che ci troviamo di fronte (1) ad un capitale che è tendenzialmente privo di capitalisti (individuali) e (2) a produttori che non sono più produttori.

Dove il rapporto sociale capitalistico, argomenta Marx, sotto la spinta della legge della concorrenza socializza la produzione, lì si insedia (storicamente/materialmente) la possibilità della separazione del destino del lavoro vivo (e dell’umanità) dalle sorti dello sviluppo capitalistico. Se il movimento auto-contraddittorio del capitale può tornare utile alla emancipazione del lavoro salariato, dice Marx, è precisamente perché questo movimento è la condizione materiale della emancipazione. Nella concezione marxista la rivoluzione non è semplicemente la reazione soggettiva/volontaristica (di un gruppo di uomini) ad una crisi sociale ed economica; essa è invece la possibilità di cambiamento offerta (al proletariato e al suo partito) dalle stesse contraddizioni del sistema. Nella concezione marxista il comunismo viene prefigurato come il mutamento che libera la storia; quindi col comunismo inizia la vera storia della libertà. Oltre ogni idealismo astratto e utopismo ora la libertà è incarnata in un soggetto sociale concreto e reale (il proletariato), in un fine socio-politico fattibile, in un movimento storico realmente esistente.

La strutturazione politica ferrea della società (il rafforzamento della macchina statale) è un elemento basico nell’oppressione del lavoro salariato. Il ‘politico’ (la sovrastruttura) è un livello/organo funzionale del sistema di dominio sociale classista: un sistema che ha nella base economica (struttura) il suo canale di alimentazione/manifestazione principale.

Al fine di ulteriore chiarezza, possiamo dire che l’ordine politico (lo stato), in Marx, è sempre un mezzo e mai un fine. In quanto mezzo, serve sempre alla realizzazione di strategie che hanno altrove, nella economia e nella riproduzione del capitale, la propria giustificazione finale (tuttavia fra i due aspetti: struttura e sovrastruttura esiste una interconnessione funzionale, e anche se l’aspetto sovrastrutturale è un mezzo per la conservazione e lo sviluppo della struttura, nondimeno, questa stessa circostanza rende la sovrastruttura indispensabile alla struttura, che quindi non può mai dirsi autonoma dagli stati, il cosiddetto ‘capitale autonomo’. Invece, considerando l’acutizzarsi delle contraddizioni economico-sociali, soprattutto la miseria crescente e la disoccupazione, la sovrastruttura è tendenzialmente destinata a rafforzarsi). Marx osserva che tutte le rivoluzioni storiche, in particolare quella borghese, non sono state il sovvertimento radicale della realtà, ma la realizzazione di tendenze/potenzialità (già esistenti) di una nuova classe emergente. Tuttavia, le precedenti rivoluzioni, da un punto di vista sociale, sono state una semplice sostituzione di classi dominanti con altre classi dominanti, all’interno di una società divisa in una componente sfruttata e in una componente sfruttatrice. Dunque le precedenti rivoluzioni non hanno costituito una rottura (in quanto “salto di paradigma”), dalle categorie entro le quali si è sviluppata la storia umana dopo la fine del comunismo primitivo. In quanto tali, le rivoluzioni passate, hanno aggiornato e perfezionato le logiche del dominio e dell’oppressione. La posta in palio di tutte le rivoluzioni finora realizzatesi, per Marx, è stata l’assicurazione della:

a) libertà massima alla classe insediatasi al potere

b) libertà minima alla classe esclusa dal potere.

Nella concezione marxista è esclusa una teleologia della storia, e quindi ogni tensione finalistica insita nel divenire storico. La conquista del potere da parte del proletariato è una possibilità (non una certezza assoluta) che può aprire l’epoca del tramonto di ogni forma di dominio e di oppressione di una classe su un’altra. Se tale possibilità è destinata a realizzarsi, allora potrà manifestarsi anche la storia dell’umanità sociale e della società umana. Il “politico”, quindi lo stato, in Marx è storicamente un mezzo di dominazione al servizio di una classe sociale, ma la rivoluzione comunista ne fa un uso improprio: lo subordina allo scardinamento di tutte le forme del potere. Nell’impianto teorico marxista, la “rivoluzione politica” avviene contro il “politico”. Si serve del “politico”, ma lo piega ad una regola/prassi che si pone come superamento e abbandono progressivi della politica (intesa come potere) quale parte centrale della vita sociale. Salta in aria, in tal modo, una delle pietre miliari su cui si è stata edificata ed elaborata una buona parte della filosofia politica occidentale. In effetti, soprattutto a partire dagli avvenimenti della Comune di Parigi, Marx perfeziona il suo modello di rivoluzione politica e sociale. La rivoluzione in Marx investe sia la sfera politica che l’ambito sociale. E’ in questo senso che Marx intravede nella Comune di Parigi la forma politica dell’emancipazione del lavoro salariato e, nel solco di questa storica esperienza, la liberazione dell’umanità tutta. In questa visione Marx pone l’obiettivo della conquista della democrazia ( il significato letterale di democrazia, non certo le storpiature storiche che sempre ne fecero e ne fanno le società di classe) quale primo atto dell’organizzazione del proletariato come classe dominante. Ma cosa significa per il proletariato “conquista della democrazia”? Questi i punti fondamentali:

a) critica e superamento dei modelli della rappresentanza politica borghese

b) esercizio diretto dell’azione politica di governo e di controllo

Nella realizzazione di questi punti differenti (a e b) è comunque l’organo cosciente della classe (il partito) a svolgere un ruolo propulsivo.

In Marx, l’atto politico con cui si manifesta il processo rivoluzionario, quindi, è anche l’ultimo atto storicamente affidato alla politica (intesa come tecnica di dominio). Se la rivoluzione dipende dalla conquista della democrazia, è altresì vero che questa costituisce l’ultima battaglia politica che la lotta di classe deve combattere. Qui, sostiene Marx, si apre la fase finale dello scontro: il periodo della trasformazione rivoluzionaria della società capitalistica nella società comunista. La forma di Stato che corrisponde a quest’epoca di transizione è la dittatura rivoluzionaria del proletariato. Questa è l’ultima forma possibile del “politico” nella quale Marx articola e ricongiunge due processi:

a) la fase inferiore del comunismo, sintetizzata dall’imperativo:

ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo il suo lavoro”

b) la fase superiore del comunismo sintetizzata da:

ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni”

Marx utilizza il “politico” al fine della soppressione di tutte le barriere e di tutti gli antagonismi sociali di classe. Ma il “sociale”, fertilizzato da questo impiego sovversivo del politico, costituisce la realizzazione compiuta delle politiche della libertà. Allora la politica rivoluzionaria, nella misura in cui strappa alla borghesia tutte le sue prerogative di dominio e abolisce tutte le condizioni dell’antagonismo di classe, si pone come vettore di una costruzione sociale della libertà. Nel corso della sua “missione civilizzatrice”, il capitale funge quale rivoluzione permanente di tutte le relazioni e tutti i rapporti sociali e si pone come portatore di un nuovo modo di vivere. In seguito, nell’epoca della costruzione sociale della rivoluzione, solo il proletariato organizzato funge come classe universale investita di una “missione civilizzatrice” che ora, sostiene Marx, consiste:

a) tanto nel rivoluzionamento della “società civile”, del modo di produrre e del modo di pensare

b) quanto nel rivolgimento dell’involucro politico ed ideologico della dittatura di classe esercitata dalla borghesia.

A differenza delle rivoluzioni borghesi, non si tratta più di coronare, attraverso la conquista del potere politico, un mutamento sociale già in corso e, per larga parte, già realizzato nella struttura economica. Di contro, si tratta di dare l’incipit politico a un’opera di riorganizzazione sociale in senso aclassista. Di questo incipit la dittatura rivoluzionaria del proletariato è la forma per eccellenza: la forma politica dell’organizzazione sociale del passaggio dal capitalismo al comunismo.

Parlare di un nuovo potere (post-rivoluzione) significa parlare di una nuova prassi nell’esercizio del potere, ossia di una prassi legata non più alla conservazione di una società divisa in classi, ma alla scomparsa di ogni società divisa in classi. Nella Critica al programma di Gotha (1875), Marx scrive: «Quella con cui abbiamo a che fare è una società comunista, non come si è sviluppata sulla base propria, ma al contrario come viene fuori dalla società capitalistica»; alla bacchetta magica degli anarchici ( che ipotizzavano l’immediata scomparsa dello stato dopo la rivoluzione) Marx contrappose l’idea della «dittatura rivoluzionaria del proletariato» come «periodo della trasformazione rivoluzionaria dell’una [la società capitalistica] all’altra [la società comunista]». Nella concezione marxista lo Stato, nel periodo politico di transizione alla società comunista, si configura come «dittatura rivoluzionaria del proletariato», una dittatura che ha in sé i presupposti per il proprio superamento, e porta con sé una data di scadenza: la fine degli antagonismi di classe.

In linea conclusiva, possiamo affermare che la teoria della rivoluzione di Marx spezza sia i paradigmi dell’autonomia del ‘politico’ che quelli dell’autonomia del “sociale”, essendo un composto assolutamente indissociabile di elementi politici e sociali.

 

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