Dall’economia capitalistica al comunismo

Dall’economia capitalistica al comunismo

Carissimi compagni,

Abbiamo voluto scegliere per questa conferenza un tema del più alto interesse del quale, però naturalmente, non potrò dare un’esposizione completa, data la grande molteplicità dei suoi aspetti.

Molte volte nel prospettare quelli che sono gli sviluppi, della nostra ideologia, del trapasso dal regime borghese al regime comunista, si insiste molto bene e molto chiaramente sulla parte storica e politica del tema, si discute quella che è la formula della conquista politica del potere in contrasto con le affermazioni di altre scuole, ma non si mette altrettanto chiaramente in vista quello che è il carattere economico di questo trapasso tra due epoche, due storie, due regimi.

Quindi in questa materia s’incontrano frequentemente opinioni errate anche fra compagni che appartengono come dirigenti e capi al nostro movimento. È materia che anche nel nostro partito non è stata abbastanza approfondita, abbastanza studiata, sebbene a disposizione di noi tutti oltre alle classiche opere dei nostri maestri, stia in questo campo interessantissimo l’esperienza della rivoluzione russa, che prospetta innanzi ai nostri occhi la transizione dell’economia capitalista a quella socialista e comunista.

Noi diremo dunque su questo argomento interessantissimo alcune cose salienti senza la pretesa di darne una completa trattazione, perché ciò significherebbe voler far qui una esposizione completa della dottrina economica del socialismo.

Accenneremo anzitutto per sommi capi quella che era la parte più comune corrente ordinaria della propaganda socialista e comunista, la critica dell’attuale ordinamento economico della società capitalistica, la messa in evidenza di quei suoi caratteri che la rivoluzione proletaria deve superare e spezzare per opera di quella classe che dagli odierni rapporti sociali viene sacrificata.

Il capitalismo e la sua natura

L’assetto dell’economia capitalista così come lo vediamo svilupparsi nel nostro paese e nei paesi più progrediti di quello in cui viviamo, si presenta, da quando il regime capitalista si è sostituito alle vecchie forme feudali, come un’economia ad aziende divise, autonome, isolate; è l’economia della proprietà privata e, per essere più esatti, l’economia dell’esercizio privato delle aziende produttive: azienda la quale – è questo il carattere peculiare dell’ambiente economico del capitalismo – raggruppa in sé notevoli quantità di forze produttive; intendendo per forze produttive così gli uomini che sono addetti a una data lavorazione come anche tutti quei mezzi e quelle risorse tecniche di cui questi uomini si avvalgono per potere arrivare alla manipolazione ultima dei prodotti che dall’azienda devono uscire.

L’epoca capitalistica si aprì appunto con la affermazione di quella tecnica produttiva moderna, che determinò il sorgere di grandi fabbriche, utilizzando le ultime scoperte della scienza, le grandi forze del vapore e dell’elettricità, e che quindi agglomerò in un’unica organizzazione divisa in varie parti un gran numero di persone addette alla lavorazione dello stesso prodotto che in quella unità produttiva veniva elaborato; raggruppando moltissimi operai i quali erano contraddistinti nelle loro funzioni un’esatta speculazione. Poiché il capitalismo economico comincia quando nel campo tecnico ci troviamo dinanzi alla speculazione, alla divisione delle funzioni del lavoro e nello stesso tempo alla concentrazione di un gran numero di lavoratori addetti alla preparazione dello stesso genere, dello stesso articolo che deve essere riversato sul mercato.

Mentre nelle epoche precapitalistiche la produzione degli articoli manifatturati si faceva dall’artigiano il quale non aveva che due o tre garzoni presso di sé e avvalendosi di segreti tecnici e dell’esperienza della sua arte da solo manipolava gli oggetti che dovevano essere messi in commercio, l’utilizzazione di questi mezzi più moderni ci conduce invece alla specializzazione nelle lavorazioni.

Noi abbiamo una serie di fasi che ci conducono dalla materia prima all’articolo che si produce in grande quantità. A ogni fase è addetta una squadra determinata di operai con determinate macchine e procedimenti: ognuno è capace di compiere non tutto il ciclo produttivo, ma è addetto a una sola fase di questo periodo.

Quindi specializzazione, divisione del lavoro tra tutti quanti questi elementi che compongono l’unità produttiva, dal semplice manuale fino al tecnico, il quale dirige e compie operazioni di ordine scientifico, calcoli che possono essere necessari per condurre a felice termine questo meccanismo della produzione.

Fondamento tecnico del regime capitalista è dunque l’esistenza di queste grandi unità produttive.

Queste unità produttive sono proprietà di singoli o di associazioni, di aggruppamenti di individui che chiameremo capitalisti, industriali, che sono i detentori delle azioni dell’officina, allorquando assume la forma di società; ma in questi grandi impianti produttivi l’assieme delle risorse della produzione non appartiene a coloro che vi lavorano.

Mentre l’antico artigiano disponeva dei mezzi, degli strumenti che erano necessari per compiere il suo lavoro, il nuovo operaio che lavora al fianco di centinaia, di migliaia di suoi compagni, non ha più a sua disposizione i mezzi produttivi, non è più possessore degli strumenti produttivi e per conseguenza non è nemmeno possessore dei prodotti.

L’artigiano vendeva come meglio gli conveniva quanto era il risultato dell’opera sua: l’operaio industriale, invece, non ha alcun diritto sui prodotti che escono dall’officina, dall’industria, dallo stabilimento. Questi prodotti sono a disposizione degli intraprenditori, dei capitalisti, siano questi rappresentati da un singolo individuo, da una società anonima o da altra forma qualsiasi.

Il compenso del lavoro che l’operaio compie è rappresentato dal «salario», cioè da un pagamento in moneta, il quale, come la teoria marxista dimostrava, rappresenta non la parte corrispondente a tutto quanto l’operaio ha dato, ma solamente una frazione; in quanto che l’altra frazione, il così detto plus valore viene prelevato nell’interesse dell’intraprenditore capitalista e va a rappresentare il profitto della speculazione che ha organizzato con quella intrapresa.

Quindi l’operaio viene compensato sotto forma di salario solamente di una parte del lavoro che esso dà: l’altra parte va a costituire il guadagno, il profitto del capitalista, che è elemento completamente passivo della produzione, perché allorquando calcoliamo questo profitto supponiamo di averne detratto non solo tutti i salari degli operai, ma anche degli impiegati amministrativi, dei tecnici, degli ingegneri, di tutti quelli che hanno funzione reale e utile nella produzione; rimane sempre una certa quota parte che rappresentano il vantaggio, il profitto che ricava il capitale impiegato, che corrisponde a una funzione che la critica economica socialista denunziava come passiva.

Questo è il carattere dell’economia capitalista; appropriazione privata, appropriazione da parte di un singolo dei prodotti del lavoro associato in grandi unità produttive che conglobano in sé gran numero di lavoratori specializzati in determinate funzioni.

L’evoluzione del regime capitalistico

La critica della società capitalista svolta dal punto di vista del marxismo che noi qui ci limitiamo a rammentare, concludeva che una società che ha la sua produzione organizzata su queste basi non può funzionare indefinitamente, che questo non è un ingranaggio razionale; che questa funzione deve necessariamente condurre a una serie di inconvenienti, di contraddizioni, di crisi, fino a quando, con lo svilupparsi di queste crisi, la macchina stessa si rivelerà completamente incapace di funzionare e dovrà cedere il posto a una nuova macchina produttiva, che è quella socialista.

Non è possibile che si eviti questo succedersi di crisi nel mondo dell’economia capitalista. Il marxismo ne faceva un’analisi acutissima, mostrava tutte le contraddizioni che sono insite in questo meccanismo, dimostrava come in questo grande ingranaggio le ricchezze producono miseria, come l’ingrandirsi e il potenziarsi dei mezzi produttivi conducono piano piano il capitalismo dinanzi al fenomeno della sovrapproduzione.

Queste enormi fabbriche, questi grandi stabilimenti accumulano enormi stock di merci: ad un certo punto non trovano più consumatori che possono acquistarli. Il valore delle merci è determinato dalla legge che presiede alla distribuzione capitalista, dell’offerta e della domanda, perché la distribuzione si fa nel campo del libero scambio, della libera concorrenza: i capitalisti che hanno a propria disposizione questi prodotti devono collocarli sui diversi mercati, li spediscono dove conviene, a seconda delle oscillazioni dei prezzi che vengono determinati dalla proporzione della richiesta e dell’offerta, dalla concorrenza che si fanno tra loro le diverse aziende capitaliste per ottenere di poter smerciare con preferenza e più rapidamente i proprii prodotti.

Allorquando il meccanismo industriale capitalista ha determinato una grande quantità di un certo prodotto e tenta di collocarlo su diversi mercati, vi è una grande offerta rispetto a quella che è la limitata domanda dei consumatori, il prezzo comincia a discendere e discende al di sotto di un livello che rende impossibile per l’intraprenditore capitalista di seguitare la produzione: le fabbriche si chiudono, gli operai vengono licenziati, non ricevono più il salario e siccome in ultima analisi sono essi sempre i consumatori e gli acquirenti, la crisi ulteriormente si acutizza.

Quindi l’aver accumulato una grande quantità di quei beni che sono necessari a tutte le funzioni della vita umana, anziché essere condizione di benessere, nel regime capitalista diventa condizione di malessere, determina la chiusura delle officine, l’arresto della produzione, finché a poco a poco mediante il consumo o la distribuzione stessa dei prodotti dell’industria capitalista non si venga a ristabilire l’equilibrio e si possa riorganizzare la produzione.

Il marxismo denunciava certi periodi di queste cristi capitaliste; si seguivano a distanze di dieci anni, si ripetevano a carattere sempre più accentuato e riusciva sempre più difficile il mettervi rimedio.

Ora qui molto si potrebbe discutere, se volessimo seguire quelle che erano le linee dell’acutizzarsi generale della crisi capitalista e il prepararsi della catastrofe finale come venivano tratteggiate dalla critica economica marxista. Ma possiamo omettere questa esposizione, in quanto che ci troviamo di fronte ai fatti, che hanno nettamente confermate le previsioni catastrofiche del marxismo in ordine allo sviluppo del capitalismo borghese.

Se ci addentrassimo, sulle orme di Marx, nell’analisi di quello che è il giuoco del capitale finanziario e di quel fenomeno che è stato chiamato imperialismo, noi vedremmo che la classe capitalista che è al potere ha cercato bensì di reagire alla condanna che le pesava addosso, ha cercato di eludere questa crisi finale, ma non ha potuto far altro che dilazionarla, rendendola più grave.

La fase più recente, cioè l’imperialismo, ci mostra le coalizioni dei grandi capitalisti, i grandi trust, i grandi sindacati, direttamente appoggiati dal grande apparato degli stati borghesi, che con la loro opera di compensazione colla conquista politica e militare dei mercati coloniali, cercano di neutralizzare la crisi capitalista, cercano di fare ancora qualche cosa; di più, cercano di estendere la loro influenza anche al di fuori della parte puramente economica, nella parte politica.

Essi comprendono che questa grande massa di proletariato, questa grande massa del lavoro continuamente sacrificata dal capitalismo, sfruttata completamente nelle officine, comincia ad alimentare in sé il massimo sforzo rivoluzionario per poter arrivare a infrangere i rapporti da cui derivano tali condizioni d’inferiorità e quindi si contrappone come forza, demolitrice prima e rigeneratrice dopo, a tutto il mondo capitalista nelle sue esplicazioni economiche, sociali, politiche.

L’imperialismo capitalista cerca perciò di arginare anche dal punto di vista politico il dissolversi del suo regime, come ben dice nel suo recente lavoro il compagno Bucharin: l’imperialismo fa tutte le mobilitazioni, non solo dell’economia capitalista, per cercare di irregimentarla, non solo la mobilitazione militare attraverso a quella corsa agli armamenti che si determina per le rivalità tra i grandi gruppi capitalistici, ma anche la mobilitazione ideologica del proletariato: certa di incanalarlo anziché nel grande sforzo finale, in vie erronee ed oblique che possono convergere in un’opera di ricostruzione della disgregazione capitalista, di fare una mobilitazione di forze politiche che permetta di deviare l’urto delle forze rivoluzionarie del proletariato, attraverso quel fenomeno del social-riformismo e del social-patriottismo in cui attraverso le degenerazioni parlamentaristiche da una parte e corporativistiche dall’altra si traggono dalla stessa unione proletaria coefficienti di sostegno per lo stato borghese.

La crisi finale della società borghese

Ma tutto quanto lo studio di questa parte non conchiude che alla constatazione della condanna che il marxismo aveva già dato e che si riconferma attraverso quel fatto grandioso, quell’avvenimento storico a cui tutti abbiamo assistito, che è la recente crisi preparata appunto dalla fase imperialistica del capitalismo: che è quest’urto terribile in cui diverse coalizioni capitalistiche si sono scontrate, determinando incalcolabili distruzioni di valori materiali e morali e il dissestamento definitivo della macchina sociale riportando in primissima linea il problema del superamento dell’amministrazione politica attuale della società che è retta dalla classe capitalista, imponendo il problema di capovolgere questo rapporto in un nuovo assetto economico e politico sociale.

Quindi oggi ci troviamo – e questa è la tesi fondamentale dell’Internazionale Comunista – non dinanzi a una delle tante crisi del capitalismo che si possono di nuovo risolvere e riconchiudere nell’ambito dell’economia borghese: siamo veramente di fronte alla crisi finale, catastrofica, all’estrema vigilia dello sconvolgimento, della rivoluzione definitiva di questo assetto produttivo.

E questo sconvolgimento assume l’aspetto di intensificazione di quella lotta di classe che nel suo fondamento vive del quotidiano rapporto economico che noi abbiamo denunciato in ciascuna fabbrica, in ciascuna intrapresa: lo sfruttamento capitalistico, che si assomma in un’antitesi generale sociale e politica fra la forza proletaria e la forza borghese e si precisa in una lotta per poter prendere la direzione politica della società; in quanto che altra tesi fondamentale del nostro pensiero è che per intaccare quei rapporti di sfruttamento, per poter distruggere questo assetto erroneo, irrazionale dell’impalcatura economica e iniziare l’opera che dovrà sostituirlo con la nuova economia socialista e comunista, per poter far questo occorre anzitutto che sia risoluto il conflitto nel campo politico, occorre che sia strappato il potere alla classe capitalista.

Questo non può realizzarsi che attraverso una lotta violenta, e si pone sotto l’aspetto di un dilemma tra la dittatura borghese e la dittatura del proletariato, che deve sorgere da nuovi istituti, dai consigli dei produttori, di cui il primo esempio ci è dato appunto dalla gloriosa Russia dei Soviet.

Di qui la storica necessità che il proletariato muova dovunque alla conquista del potere. Questo è diventato chiaro dinanzi a tutti noi. L’obiettivo fondamentale della nostra lotta e della nostra vita è di rovesciare il potere dello stato borghese, di conquistare il potere da parte del proletariato.

Ma qui si apre un altro problema vastissimo, importantissimo, certamente non meno del precedente. Che cosa avverrà allorquando il proletariato avrà spezzata l’impalcatura politica burocratica, poliziesca, giudiziaria, militare che presidia l’economia capitalista, che impedisce di frantumare l’ingranaggio di questa macchina? Che cosa avverrà allorquando si dovrà porre all’altra opera molto più lunga, non meno difficile, cioè a quella di sostituire l’apparato dell’economia borghese disorganizzato, infranto, sia dall’ultima crisi determinata dalla guerra imperialistica sia dallo sconvolgimento e dal conflitto della guerra civile che avrà determinato il trasferimento del potere da una classe all’altra classe, per erigere su queste rovine il suo nuovo apparato? Ecco il problema vero, fondamentale della rivoluzione, a cui rivoluzionari e comunisti devono prepararsi.

E appunto su questo problema e dopo questa non certo breve premessa vorrò dirvi qualche cosa necessariamente incompleta e sintetica.

Concetti errati della rivoluzione economica

Per passare, dai caratteri che definiscono l’economia borghese industriale, che consistono nel diritto e nel fatto dall’appropriazione privata dei prodotti d’un lavoro associato collettivo, a quelle che potrebbero essere le forme ideali di un’economia collettivista, quale via si dovrà percorrere, a quali mezzi si dovrà avvisare?

Ecco il problema quale si prospetta ai nostri occhi.

Diciamo anzitutto qualche cosa di due soluzioni semplicistiche e erronee che quasi sempre si prospettano al proletariato. Abbiamo la soluzione socialdemocratica la quale vorrebbe saltare quella tesi che abbiamo già data per dimostrata, che vorrebbe affidare allo Stato borghese conquistato attraverso i suoi meccanismi elettivi dalla forza del proletariato il compito dell’intervento demolitore della vecchia macchina economica e ricostruttore dei rapporti nuovi. Per meglio dire, la soluzione socialdemocratica rifiuta di credere che occorra demolire l’apparato borghese: essa vorrebbe non la demolizione dell’economia capitalistica, ma la sua modificazione, la sua trasformazione, il suo accomodamento in quelle nuove forme che a poco a poco dovrebbero darci la nascita della nuova economia comunista.

Questo è un concetto sostanzialmente erroneo; è un concetto inammissibile quello dell’attuale stato democratico che vota una legge la quale dichiari che aziende determinate, determinati blocchi d’industrie cessano di essere proprietà privata, passano allo Stato e vengono quindi socializzate dallo stesso Stato borghese e democratico.

È un concetto assurdo perché due sono i caratteri che noi dobbiamo arrivare a superare nell’economia borghese se vogliamo cominciare a conquistare i dati di quella economia socialista da cui nascerà il benessere del proletariato: uno è quello dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo; l’altro è quello del frazionamento, dell’irrazionalità di sottrarre il giuoco delle fasi economiche al controllo intelligente di una organizzazione collettiva dell’umanità.

Quindi le due tesi su cui lavora il socialismo sono queste: accentramento dell’economia, suo disciplinamento centrale e razionale da una parte; soppressione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, abolizione del plusvalore dall’altra parte. La socializzazione compiuta dallo stato borghese ci condurrebbe sì all’accentramento nelle mani dello Stato di un determinato ramo d’industrie, presenterebbe sì alcuni dei vantaggi del più razionale sistema socialista in confronto di quello capitalista, ma non potrebbe sopprimere lo sfruttamento, perché non possiamo concepire altra espropriazione fatta dallo stato democratico che l’espropriazione per riscatto dietro indennità: noi non possiamo concepire uno stato democratico il quale prenda la deliberazione di cassare il diritto di proprietà dell’imprenditore, dell’industriale, perché nello stesso tempo questo organismo statale con questo suo deliberato casserebbe la stessa sua costituzione, il suo codice civile, in virtù del quale soltanto esiste la sua forza statale.

Qualunque deliberato di un’assemblea legislativa borghese democratica il quale varcasse i limiti dell’ambito costituzionale, i limiti del diritto di quello Stato, non troverebbe nessuna esecuzione da parte di quel potere che appunto si chiama esecutivo, non sarebbe tradotto in pratica dai funzionari, dai poliziotti dello Stato borghese e nascerebbe un conflitto il quale riporterebbe al primo piano il problema della necessità di infrangere con la violenza e non conquistare col pacifico mezzo democratico il meccanismo statale.

E allora, se non possiamo concepire altra espropriazione, di quella dietro indennità al capitalista espropriato, si comprende subito che il nuovo meccanismo non avrà nulla di diverso dal vecchio capitalismo, che il plus valore il capitalista lo trarrà lo stesso attraverso la gestione statale, in quanto che non dovrà far altro che andare agli sportelli del tesoro dello Stato a incassare gli interessi dei valori che gli saranno stati consegnati in cambio della sua azienda sotto forma di carta moneta od altro. Quindi resterebbe sostanzialmente il principio e il fatto dello sfruttamento, sulle masse proletarie, il prodotto che col lavoro dovrebbe alimentare le casse statali.

Senza ulteriormente addentrarci in questa parte critica, possiamo concludere che questa scuola sostiene un concetto assolutamente inaccettabile.

Un altro concetto che viene affacciato da una corrente più rivoluzionaria è quello che compie l’errore inverso, di sopprimere cioè sì lo sfruttamento, di togliere al capitalista qualunque diritto, ma non di organizzare l’accentramento delle energie economiche.

Sono le scuole sindacalista e anarchica, che vorrebbero affidare la nuova produzione che dovrebbe sorgere sulle rovine della società capitalistica alla conquista diretta delle aziende da parte di quegli operai che lavorano in quelle determinate aziende, che si costituirebbero in comune di lavoratori, in cooperative, ma che sostanzialmente conservando l’antico confine dell’azienda si sostituirebbero all’antico gerente. Il proprietario sarebbe eliminato, ma non per questo avremmo realizzato uno di quelli che sono i postulati sostanziali del vantaggio che presenta l’economia collettiva in confronto dell’economia privata: non avremmo l’associazione, l’accentramento, il disciplinamento centrale. A quale conseguenza ci porterebbe questo?

Noi veniamo qui attraverso a questa via critica ad esporre poco a poco quali sono i nostri concetti positivi economici di fronte ai concetti negativi degli altri. Noi prima ancora di illuderci di arrivare al comunismo che permetta alla produzione di raggiungere una tale intensità da poter dare a tutti tutto quello di cui abbisogneranno, noi ci proponiamo di arrivare al socialismo, cioè di fare in modo che coloro che lavorano siano ricompensati di tutto il loro lavoro, ma in una forma molto diversa di quello del salariato.

Il salariato considera il lavoro come merce: chi lavora è pagato in ragione della quantità di lavoro che ha fornito; mentre invece col nuovo ordinamento socialista il lavoratore deve essere pagato con un altro criterio; perché una fondamentale ingiustizia pratica dell’attuale regime è che l’operaio riceve lo stesso il salario, sia se egli è solo e senza famiglia, sia se deve provvedere a dieci persone di famiglia; mentre la nuova amministrazione socialista come prende la disponibilità di tutti i prodotti, assume anche l’assegnazione centrale di tutti i salari e dà non solo al lavoratore per il suo individuale consumo, ma gli dà in proporzione dei suoi bimbi, delle sue donne, dei suoi vecchi, anche dei disoccupati per legittimi motivi.

Su questa base di grande equità è fondato il regime socialista. Per fare questo bisogna avere avuto una statistica unica e una distribuzione unica dei prodotti di tutte le aziende. Se le aziende, pur essendo gestite non più dall’antico imprenditore capitalista, ma da una associazione cooperativa, dalla comune dei suoi operai, rimanesse autonoma di fronte agli altri produttori, allora questa azienda nel compensare coloro che vi lavorano non potrebbe assolutamente adottare questo concetto sociale che è fondamentale innovazione di giustizia e di razionalità economica, perché non potrebbe tener conto altro che di quello che è il numero materiale di coloro che lavorano, compensandoli proporzionalmente al lavoro.

Ma non è giusto proporzionare il compenso al lavoro, perché non tutti lavorano: una gran parte non può produrre, ma nello stesso tempo compie funzioni egualmente utili, ha eguali diritti, sia che si tratta di bimbi, di vecchi, di madri, di invalidi; e quindi bisogna sostituire all’antico criterio di compensare il lavoro, quello di compensare l’uomo che ha il dovere di essere lavoratore quando lo può fare, ma che quando non lo può ha anche il diritto di non essere gettato come un cencio inutile sul lastrico, laddove il capitalista ha sempre lasciato tutti quelli che non gli potevano servire.

Ecco perché un’economia ad aziende isolate, senza capitalista, senza intraprenditore, ma con gli stessi criteri dell’azienda autonoma non avrebbe superato ancora le principali ragioni critiche che ci inducono a condannare l’economia capitalista.

Quindi il regime che la rivoluzione del proletariato si propone di realizzare non deve ricadere in nessuno di questi due errori. Deve superare l’economia della libertà produttiva, deve realizzare un razionale accentramento delle forze economiche, deve superare la disorganizzazione che il capitalismo porta nel campo della produzione e nel campo della distribuzione.

Il compito economico dello Stato proletario nell’industria

E allora come si presenta il compito che lo stato proletario deve assolvere?

Naturalmente lo stato proletario può immediatamente addivenire alla socializzazione di quelle intraprese che assommano quei caratteri che abbiamo descritti: grande intrapresa in cui vi è specializzazione e divisione del lavoro, concorso di diversi uomini nella manipolazione finale che ci dà il prodotto necessario al consumo.

Quindi è possibile per il regime proletario affrontare subito il problema della socializzazione dell’industria, che non è quello della gestione di ogni industria da parte di quegli operai che vi lavorano, ma della gestione della industria da parte di tutto il proletariato, di tutta l’organizzazione proletaria: e questa rimane organizzazione statale fino a quando avrà compiti politici e compiti militari che rendono necessario il carattere autoritario delle sue funzioni.

Essa stabilirà la socializzazione di determinate branche di industria e realizzerà la gestione di queste branche. Ciò vuol dire che deve avere la possibilità di registrare e controllare e somministrare tutte le materie prime che occorrono a quelle determinate industrie.

Deve avere del pari la possibilità di raccogliere queste materie prime e trasportarle alle diverse aziende e deve a sua volta ritirare i prodotti delle aziende per distribuirli dove essi occorrono ad altre intraprese oppure al diretto consumo.

E allora comprendete che perché sia possibile questa gestione veramente socialista dell’industria; questa reale socializzazione dell’industria, non basta cacciarne con la forza i padroni, non basta inalberare sugli stabilimenti la bandiera rossa: bisogna aver costruito almeno alcuni pezzi del nuovo ingranaggio che deve far affluire a queste industrie la materia prima e far defluire il prodotto.

Solamente da quando questa rete esiste, solamente quando tutta questa rete sia già stata costruita, si potrà dire che quelle determinate industrie sono pronte per essere socializzate.

Anche la socializzazione economica dell’industria non può avvenire il giorno dopo l’instaurazione del potere proletario: è un risultato successivo e noi dobbiamo prospettarci anche lo stadio intermedio, che è quello del così detto «controllo operaio».

Il controllo operaio

Nell’intervallo rivoluzionario, nella lotta rivoluzionaria che certamente non può essere regolata, avverranno inevitabilmente mille conflitti locali tra gruppi di operai e capitalisti, una quantità di episodi che certamente si possono dichiarare non corrispondenti perfettamente al finale processo rivoluzionario, ma che non si possono né escludere né condannare. E allora in un primo momento lo stato proletario affiderà alle maestranze di ciascuno stabilimento il controllo su quello che fa il loro capitalista, obbligherà il capitalista a pagare un determinato salario, sosterrà la maestranza dell’officina, la quale pur non potendo ancora fare a meno del vecchio sistema di amministrazione economica a costo di arrestare la produzione, vorrà sapere controllare, oppure recare la sua contribuzione alla costruzione di quell’esperienza che deve dar luogo al nuovo meccanismo.

E allora il controllo operaio sulla produzione si presenta per noi comunisti come una prima fase verso il socialismo, verso la gestione collettiva dell’azienda da parte dello stato proletario.

Esso è il primo postulato per realizzare il quale però è indispensabile che il potere politico sia già passato nelle mani del proletariato.

Ed ecco perché i comunisti ogni qual volta vedono che praticamente nell’officina questo problema fin da ora si prospetta come un bisogno per gli operai, specialmente quando sentono dire che l’officina si deve chiudere e si devono fare i licenziamenti perché non vi è più possibilità di collocare i prodotti, quando gli operai sentono questo bisogno istintivo di andare a vedere perché questa macchina della produzione che dà loro la vita non può più funzionare, allora i comunisti devono intervenire col dire che essi potranno guardare la macchina, potranno cominciare a gestirla, prepararsi alla gestione nel supremo interesse collettivo solamente a costo che sia guadagnata la grande battaglia generale unica politica contro il potere della borghesia, che sia stata realizzata l’organizzazione di dominio del proletariato, che quale faccia sì che la forza armata dello Stato non intervenga più a proteggere gli interessi dei capitalisti, ma ci sia un’organizzazione opposta di forze che faccia rispettare gli interessi delle maestranze.

La socializzazione

E questa tendenza a guardare nell’organizzazione dell’officina noi dobbiamo volgerla nella generale coscienza della classe proletaria che deve pervenire unita a dirigere la complessa macchina politica e sociale, perché solamente quando questa forza sarà stretta nel pugno delle falangi rivoluzionarie allora si potranno cominciare a spezzare gli anelli dello sfruttamento e andare verso l’umana redenzione.

Quindi il controllo operaio è per noi una tappa, dopo la conquista del potere politico, verso la gestione sociale, verso la gestione collettiva dell’industria, di queste grandi aziende produttrici, che ci permetterà di fare un gran passo verso il socialismo.

Gran passo che sarà il proclamare che ormai è soppresso qualunque diritto al libero commercio dei prodotti industriali, che non si collocano più, non si acquistano per conto dei privati i prodotti dell’industria, ma è la collettività che centralmente ne amministra e ne dirige la circolazione; cosicché uno degli indici esteriori e pratici di questo stadio è il fatto che si sopprimono le tariffe pei trasporti ferroviari delle merci; in quanto che non è più concepibile che merci viaggino per conto di privati e mentre nell’antico regime capitalista la merce viaggiava e faceva magari diecimila chilometri per trovare maggiori profitti, questo oggi non si verifica più.

Esiste, infatti, l’occhio centrale dell’amministrazione razionale che cerca di raggiungere il miglior risultato col minimo mezzo, che cerca di raggiungere un più utile rendimento dei trasporti e si realizza quindi uno dei più grandi benefici che derivano all’amministrazione centrale delle energie produttive.

Nello stesso tempo i servizi pubblici, che già in regime pubblico sono esercitati dallo Stato, perdono il carattere di azienda di speculazione.

L’attività generale dell’industria statale del proletariato dedica a essi parte delle sue risorse economiche, di modo che è possibile rendere questi servizi completamente gratuiti, è possibile sopprimere le tariffe ferroviarie, tramviarie, della posta, l’abbonamento alla elettricità, alla distribuzione dell’acqua, del gas, al telefono ecc..

Tutte le risorse indispensabili alla vita moderna si accentrano a mano a mano che lo stato proletario estende le sue funzioni di disciplinatore e di amministratore di tutte le attività industriali, e ci avviamo così verso il socialismo, in quanto che nello stesso tempo lo stato proletario diventa il depositante in grandissima misura – e ne diremo qualche cosa – di quei prodotti della terra che sono necessari all’alimentazione, ne diventa distributore prima ancora sotto forma di corresponsione di moneta a coloro che lavorano, poi sotto forma di corresponsione di buoni di lavoro, poi con la diretta consegna dei generi attraverso i suoi magazzini; ed esso instaura questo fondamentale principio: il salario in natura.

A mano a mano che queste aziende entrano nel meccanismo della socializzazione lo stato collettivo che diventa colui che dispone di tutti i prodotti, diventa anche colui che distribuisce, e non più col vecchio principio del salario in ragione del lavoro, della qualità e della quantità di questo, ma del salario, se non ancora in ragione dei bisogni, almeno in ragione di una equa ripartizione di ciò che è indispensabile per dare a tutti la possibilità di vivere.

E quindi tiene conto di tutti coloro che non lavorano non perché non vogliano lavorare o perché appartengono alle antiche classi parassitarie, ma perché sono tutta quella parte della collettività che legittimamente non lavora: le donne che provvedono alla gestazione e all’allevamento dei propri bimbi, gli ammalati, i mentecatti o coloro anche che per il difficile svolgimento della crisi economica fossero senza lavoro.

Quindi subentra questo grande concetto socialista che altera completamente il criterio della retribuzione del lavoro, e questo è reso possibile in seguito alla socializzazione di gran parte dell’attività economica rappresentata dall’attività industriale.

La rivoluzione e l’economia agraria

Ma, in realtà, condizione perché possa funzionare questo meccanismo dell’amministrazione comune è l’avere se non introdotto il socialismo nel campo della produzione agricola, per lo meno esservisi grandemente approssimati, attraverso fasi successive, in questo difficile campo che non ci presenta la stessa facilità, la stessa semplicità dell’economia industriale.

Il problema dell’atteggiamento dello stato proletario dinanzi all’economia agricola è un problema fondamentale per la rivoluzione, è stato il problema centrale in Russia, in quanto che la Russia era un paese in cui l’economia non era dominata dal fattore industriale, ma dalla produzione agricola. Il problema agrario avrà un peso notevole anche presso di noi che viviamo in un paese agricolo. E questo è il campo in cui maggiormente sono diffusi gli errori.

Non possiamo addentrarci nella complessa esposizione di questo argomento, ma procedendo per sommi capi, dobbiamo indicare anzitutto che nel ricercare quelli che sono i compiti della rivoluzione economica di fronte allo stato di fatto della produzione agricola non bisogna perdere di vista quel nostro concetto centrale, che cioè la socializzazione rappresenta la messa a disposizione della collettività di quei mezzi produttivi e di quei prodotti i quali esistevano sotto forma di grandi unità produttive integrali, organizzate, in cui vi era la specializzazione e la divisione del lavoro.

Laddove ci troviamo di fronte a un’agricoltura così evoluta che abbia grandi tenute in cui l’opera del coltivatore sia specializzata, là possiamo passare secondo gli stessi caratteri dell’esercizio privato alla gestione dello stato proletario; ma dove questo non è – e in gran parte questo è ancora molto lontano dall’essere – lì non possiamo pretendere una socializzazione immediata.

Laddove abbiamo grandi latifondi a carattere ancora feudale, affidati alla coltivazione dei piccoli contadini, non possiamo parlare di socializzazione di essi, perché essi non sono vere «grandi aziende»: sono grandi proprietà nel senso giuridico, ma non nel senso tecnico ed economico. In realtà ci sono tante piccole aziende costituite dalle singole famiglie dei contadini che hanno affittato il loro pezzetto di terra, e che sono sottoposti ad uno sfruttamento unico da parte del latifondista; ma questa unità di sfruttamento non è condizione sufficiente perché si possa parlare di produzione organica collettiva. Quindi in questo caso il primo atto è liberare il lavoratore della terra da questo sfruttamento.

Non siamo ancora al momento in cui dalla disponibilità privata noi passiamo alla disponibilità dei prodotti da parte della collettività; ma noi diciamo: si consenta al contadino di disporre in tutto della sua azienda coi suoi prodotti. Si dice quindi che gli si dà la terra, si dice che lo si rende proprietario di quel pezzo di terra su cui ha sempre lavorato: ma non si tratta di proprietà vera, giuridica, bensì di un’altra forma di proprietà, che presenta l’abolizione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, forma che non può essere accompagnata dall’altro criterio dell’accentramento delle attività produttive; perché questa è possibile quando la produzione è frazionata in dieci, in cento, in mille grandi intraprese, ma non è possibile quando ci troviamo di fronte a milioni di campicelli separati che non possono essere amministrato da un organismo centrale.

Necessità, quindi, di lasciare questi campicelli a disposizione del singolo contadino, di lasciargli quanto gli occorre chiedendogli solo di dare una quota parte del prodotto per l’alimentazione della popolazione non agricola.

L’evoluzione della economia agraria

Questo è il grande problema dinanzi al quale si trova oggi la Russia, e non ho nemmeno lontanamente in questa trattazione generale che ho qui adombrata, avuta la pretesa di tracciare quello che è il quadro della rivoluzione russa. Ma la Russia si trova appunto dinanzi a questo problema, di inquadrare l’esercizio delle piccole aziende isolate di contadini con l’economia collettiva.

Per la Russia questo problema è gravissimo, perché si tratta di paese prevalentemente agrario, e l’unica risoluzione di questo problema, che, come Lenin ha detto in un suo magnifico discorso, non è ancora socialismo, ma è presocialismo, è questa: lo stato dice al contadino: tu non puoi vendere, il commercio dei prodotti agricoli è soppresso, e tutto quello che tu produci al di là del consumo della tua famiglia lo devi dare a me, stato.

Ma per dire questo lo stato proletario deve aver organizzato la produzione industriale su tali basi, da poter dire al piccolo contadino: io ti darò tutto quello che ti occorre di prodotti che non escono dalla terra. Per far questo lo stato proletario deve aver riorganizzato l’industria, e per aver riorganizzato l’industria i lavoratori industriali devono poter mangiare, il raccolto deve essere favorevole; per avere il raccolto favorevole occorre che una gran parte di lavoratori non sia colle armi in pugno: nella difesa del nuovo regime dagli assalti della reazione ecco il terribile problema, ecco la terribile tragedia dinanzi a cui il proletario russo si trova.

Gli opportunisti si avvalgono di queste circostanze per intaccare l’idea fondamentale della rivoluzione: essi dovrebbero sentire tutta la vergogna di questa loro speculazione. Essi dovrebbero arrossire di non saper intendere la grandiosità di questo sforzo che il proletariato russo regge da solo in nome del proletariato di tutto il mondo, che ancora aspetta il momento di brandire le armi per venire in suo aiuto.

Ritornando all’argomento che ci occupa, in un primo tempo dopo la vittoria rivoluzionaria si constaterà che un’economia di piccolo capitalismo agrario vive al fianco dell’industria socializzata. Questo può sembrare un accomodamento, un opportunismo. Non è vero! Questa è la legittima conseguenza d’una reale situazione, così come si inquadra agli occhi di una completa visione critica marxista, del trapasso dell’economia dal regime borghese a quello socialista.

Questo trapasso, queste complicazioni che si presentano nel costruire la nuova economia socialista ci confermano la verità della tesi fondamentale, che per cominciare a fare la più piccola delle innovazioni bisogna aver preso tutto quanto il potere politico in una lotta aperta, senza quartiere, contro la borghesia. Queste complicazioni lasciano dunque nella sua integrità la tesi fondamentale dell’Internazionale comunista: la conquista del potere.

Quindi, o compagni, questa forma antecedente alla fase che si avrebbe allorquando lo Stato proletario potesse somministrare al contadino quanto gli occorre in prodotti non agricoli, si risolve in un incrocio tra piccolo capitalismo agrario e socializzazione di grandi aziende, in cui il contadino dei prodotti del suolo una parte ne consuma, un’altra parte la dà allo Stato, un’altra parte può ancora collocarla, venderla sul mercato, può ancora scambiarla o contro prodotti che gli dà lo Stato stesso dai suoi magazzini, o contro prodotti degli altri contadini che producono cose di altro genere o contro articoli della piccola produzione che non è ancora irregimata da parte dello Stato.

Questo è lo stadio in cui si trova oggi il problema in Russia.

Ma non soffermandoci su quanto avviene in Russia, noi vedremo che un passo innanzi consisterà nel dire: la produzione industriale dello Stato proletario si è organizzata a tal punto da dare ai contadini quello di cui hanno bisogno; non vi è più ragione di lasciare a loro disposizione il proprio prodotto; lo Stato reclama per sé tutto quello che il contadino produce al di là del suo consumo.

Verrà un momento in cui lo Stato prenderà per sé tutto il prodotto, così come lo Stato prende all’operaio della fabbrica di scarpe socializzata tutto il prodotto e gli fornisce poi scarpe provenienti magari da altra fabbrica per i suoi personali bisogni. Verrà un momento in cui lo Stato accentrerà l’immagazzinazione di tutti i prodotti agricoli. Questo momento verrà senza dubbio, ma non potrà venire finché non sarà stato superato il periodo della piccola azienda. Vi immaginate voi la grande ragioneria amministrativa dello Stato proletario che deve tener conto di milioni di piccole aziende che danno pochi ettolitri di prodotto? Questo è assurdo. Il meccanismo burocratico che si dovrebbe costituire sarebbe tanto ingombrante da compromettere il maggior rendimento che si potrebbe assicurare in confronto dell’economia privata.

Quindi a ciò si addiverrà solamente quando la piccola azienda si sarà trasformata in grande azienda, quando tutta l’agricoltura si sarà industrializzata; e questo esige ancora un ulteriore intensificazione della produzione industriale; questo esige che l’industria, la scienza, abbiano energie esuberanti di fronte a quello che era il funzionamento ordinario della produzione dei generi manufatti che servono all’umanità e queste energie esuberanti le dedichino a rinnovare la tecnica agricola, che non potrà mai avere la sua esplicazione nell’ambito del capitalismo e delle intraprese capitalistiche.

Sarà lo Stato intraprenditore che porterà i grandi ritrovati dell’ingegneria e della biologia nel campo dell’agricoltura e rinnoverà fondamentalmente il sistema produttivo agricolo che ricorda oggi ancora quello delle stirpi primigenie che hanno vissuto sulla superficie della terra.

Quindi solo in questo stadio ulteriore si imporrà la superiorità della grande azienda agricola sulla piccola azienda; le piccole aziende si coalizzeranno in queste grandi tenute collettive e queste apparterranno allo Stato che disporrà di tutti i prodotti e stabilirà i medesimi rapporti che stabilisce di fronte agli operai dell’industria socializzata. Ecco quindi un altro stadio ancora.

Noi sentiamo qualche volta i riformisti nel nostro paese dire: noi siamo i fautori della grande azienda e non della piccola azienda; la Russia ha sminuzzato l’azienda, ha formato la piccola proprietà. È molto comodo dichiararsi fautori della grande azienda: ma per fare la grande azienda ci vogliono i fabbricati, le irrigazioni, le bonifiche, le macchine… altro che le fisime che si possono sciorinare in un qualunque discorso parlamentare!

L’opinione dei nostri riformisti, i quali aggiungono alla loro viltà la loro incommensurabile ignoranza, accompagnata a eccezionale prosopopea, non sposta di un millimetro la risoluzione del problema dell’agricoltura.

Essi hanno preso un abbaglio colossale; senza che nemmeno i deputati borghesi, che sono più bestie di loro, se ne accorgessero completamente, essi hanno potuto dire in parlamento che il latifondo russo era una grande azienda al cui posto sarebbe stata messa l’invincibile, barbara, piccola azienda che oggi esiste nella Russia dei Soviet e vorrebbero così fraintendere la grandezza di questa rivoluzione che travalica i limiti dello stesso capitalismo, che al fianco delle grandi masse proletarie dell’industrialismo occidentale chiamerà in una fraternità di intenti il proletariato agrario sfruttato estenuato dell’Europa orientale e dell’Asia, che tutti gli oppressi affratella in un grande sforzo di demolizione dello sfruttamento.

L’aspra via della vittoria proletaria

Quindi, o compagni, questo è il cammino della trasformazione economica che ci condurrà sulle vie del comunismo, le quali si presentano necessariamente come sviluppo di secoli, di millenni, di periodi indefiniti, in quanto che il nostro sguardo non può quasi vedere i limiti che si raggiungeranno. Dopo il caos dell’economia capitalista il ritmo dell’economia comunista, che dà non soltanto pane e vestiario, non soltanto questo, ma tutto: le scuole, l’istruzione, l’educazione, l’arte, i sublimi godimenti della fratellanza umana nel lavoro, la gioia della ricerca di nuove vie su cui sublimare lo sforzo dei nuovi fratelli di lotta: tutto un mondo nel quale noi appena eleviamo i nostri sguardi per riposarci delle necessità della dura battaglia in cui viviamo.

Ma la tesi fondamentale a cui sono arrivati i teorici nel tracciare questa via luminosa di redenzione del proletario, è che questa è consacrata nel recente libro del nostro valoroso compagno Bucharin: come l’apparato politico borghese deve cadere, e si devono costruire sulle sue rovine gli ingranaggi della nuova macchina statale poiché il suo dominio non può pacificamente modificarsi senza urti, senza scosse, così anche avverrà dell’economia.

Perché questa convulsione immane che passa per le fasi che abbiamo tracciate, deve poter contare su un grande sviluppo capitalistico che abbia potenziate le energie produttive, come al tempo stesso deve poter contare sulle terribili conseguenze della sua crisi; ma deve prevedere altresì, e questo le masse anche devono da noi sapere, perché noi non siamo demagoghi o illusionisti che vogliamo trasportarle nel regno di Bengodi, quest’altra terribile caratteristica della tragedia rivoluzionaria: che si dovrà spezzare evidentemente, come l’apparato statale, anche il meccanismo dell’economia borghese, anche se prima di aver ricostituito quello proletario vi sarà un periodo di crisi economica, di depressione, di miseria, di sacrifici; perché questa è l’unica via che conduce il proletariato sul cammino della sua redenzione.

Così come il meccanismo statale borghese non può essere utilizzato com’è, ma deve essere demolito, deve essere demolito anche il meccanismo economico; ne resterà parte il materiale tecnico, le macchine, gli impianti in una gran parte, perché non tutto sarà distrutto nella convulsione della guerra civile e resteranno altresì l’esperienza tecnica, le nozioni scientifiche; ma tutta la gerarchia della produzione, tutto il meccanismo amministrativo bisognerà spezzarlo senza pietà, anche se per giorni, mesi, anni si dovranno fermare le officine e vedere semideserti i campi. Poiché questa è la parola che l’Internazionale comunista lancia al proletariato: non vi è altra alternativa che questa lotta per la demolizione d’un mondo avversario per trarne in salvo le energie che devono costruire un mondo nuovo, oppure la morte lenta, la morte per soffocazione.

O questa lenta morte dei lavoratori, dei loro fratelli, dei loro figli, che sarebbe la morte dell’umanità o la vita rinnovellata a cui si arriverà attraverso la lotta, attraverso il supremo combattimento!

 Amadeo Bordiga, Conferenza tenuta a Milano il 2 Luglio 1921, in «Libreria Editrice del PCd’I», Casa del popolo, Roma 1921, pubblicato su «Il Programma Comunista», N.9, N.10. 1979

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