Digressioni sul testo ‘Buchenwald è il capitalismo’

Nota redazionale: c’era una volta il mito della democrazia, ovvero del sistema politico garante per eccellenza dei diritti umani e delle libertà fondamentali della persona. Noi sappiamo invece che l’associazione (democrazia = libertà umana) è sostanzialmente problematica e difficile da verificare. Una prima considerazione critica riguarda le differenti caratteristiche dei sistemi democratici presenti nel mondo, e quindi la loro non uniformità. Il grado di ‘libertà’ può infatti variare da democrazia a democrazia, sia in merito al sistema di leggi vigente, sia in merito all’applicazione pratica delle norme contenute nei codici. Poi, molto spesso delle norme avanzate in materia di diritti umani non trovano un riscontro attuativo (in parte o in tutto) nella situazione quotidiana reale di un paese. In secondo luogo esiste un contrasto di fondo negli ordinamenti normativi borghesi fra la libertà di impresa, il correlato diritto alla proprietà privata dei mezzi di produzione, e le norme che postulano l’uguaglianza dei diritti e le libertà politiche e personali del cittadino. Spieghiamo meglio.
Il sistema borghese offre in effetti varie ‘libertà’ ai suoi ‘cittadini’: libertà di associazione politica e sindacale, libertà di voto, di pensiero e di stampa , libertà personali come il divorzio e l’aborto, libertà di culto e fede religiosa. Queste libertà sono regolate dalla legge, e quindi presuppongono dei limiti inerenti alla loro sfera di applicazione (che non deve entrare in conflitto con l’interesse pubblico o privato altrui). Sembrerebbe un quadro idilliaco, e tuttavia se il diavolo si nasconde dietro i dettagli, proviamo allora a scoprire in cosa consistono questi dettagli. Partiamo da quello decisivo: il controllo delle condizioni materiali e dei mezzi necessari alla produzione dei beni d’uso fondamentali per la vita. Dunque l’attività economica umana. La borghesia in apparenza ripugna la schiavitù antica e la servitù della gleba feudale, quindi il cittadino moderno non sarebbe obbligato dalle leggi vigenti a lavorare per un padrone. E tuttavia….
Tuttavia l’assenza di un obbligo di legge formale, ecco il dettaglio diabolico, viene vanificato dalla presenza concreta e reale di una condizione (proletaria) diffusa di non controllo dei mezzi di produzione, che forza la libera volontà del soggetto proletario costringendolo a vendere la propria forza lavoro per non morire di fame. Condizione proletaria e libertà del cittadino sono dunque empiricamente inconciliabili (almeno in relazione ai cittadini appartenenti alla classe proletaria). La libertà di rifiutare il lavoro salariato è condizionata dal possesso di risorse personali in grado di mantenere in vita il loro possessore, in assenza di questo requisito si pone solo l’alternativa fra il lavoro salariato (o in subordine l’illegalità) e la morte per la privazione dei mezzi di sussistenza. Cibo, vestiario, alloggio, cure mediche, istruzione sono bisogni primari della specie, sono la base biosociale della vita, eppure una minoranza di parassiti borghesi ne detiene il controllo e il sostanziale monopolio. Buchenwald è il capitalismo perché in esso risiede il segreto di un meccanismo sociale di esclusione dei proletari dal controllo dei mezzi di produzione, e di un conseguente sfruttamento e violenza estremi. Gettando via anche la maschera formale della libera compravendita della forza lavoro, i campi di lavoro forzato (e di sterminio) nazisti mostrano in tutta la loro luce sinistra il segreto di un ordine sociale eretto sulla violenza di una classe sociale a danno di un altra classe. Nonostante le evidenze contrarie da qualche parte si sostiene che il capitalismo sarebbe già morto per bulimia finanziaria, eccesso di debito e via discorrendo. Inoltre il principale strumento di dominio della classe borghese (lo stato) starebbe pure indebolendosi. I temerari innovatori e spiriti liberi che stanno dietro questa linea di pensiero peccano di economicismo, non avvedendosi del fatto che il capitalismo è fondamentalmente un meccanismo sociale di violenza e oppressione di una classe su un altra. Le periodiche crisi economiche possono intensificare l’antagonismo di classe dei proletari, ma non sostituirsi ad esso nella funzione di distruttore del sistema . Il conflitto di classe è il motore del divenire storico, nel marxismo, ad esso non possiamo certamente sostituire una sequenza meccanica di eventi economici ciclici. Se fosse vero il contrario il capitalismo non esisterebbe più da oltre un secolo. Certo anche noi definiamo il sistema un cadavere che ancora cammina, però il paradosso dialettico non ci impedisce di constatare come un dato reale, dunque esistente, la forma larvale di non vita di un regime sociale antistorico, non adeguato al grado attuale di sviluppo delle forze produttive. Dunque un retto ragionamento ci dice che pur esistendo le condizioni materiali per il superamento del capitalismo (lo sviluppo delle forze produttive), il superamento non si manifesta perché la sostanza di dominio sociale di classe del sistema non viene ancora spezzata da una forza in grado di farlo. L’antagonismo di classe proletario, allo stato attuale dei rapporti di forza con l’avversario, non riesce ancora a spezzare la gabbia della violenza parassitaria borghese. Questo è l’essenziale da capire e da discernere se non si vuole finire per sostenere che il capitale uccide se stesso, collassa, muore per overdose finanziaria e via dicendo. Il meccanicismo economico può condurre verso una grave forma di opportunismo (in quanto correlato a una passiva attesa fatale del collasso), inoltre è errato teoricamente, in quanto disconosce la base sociale del cambiamento storico dei modi di produzione data dal conflitto di classe. Una cattiva comprensione delle basi teoriche invarianti del marxismo, continuamente verificate nel corso della storia reale, spinge gli innovatori di turno a ripetere errori vecchi di oltre un secolo. L’economicismo si basa sulla sopravvalutazione del fattore delle crisi periodiche del capitalismo nei processi di mutamento sociale, e sul contemporaneo svilimento di altri fattori importanti come l’antagonismo di classe e il partito storico (teoria) e formale(organizzazione). In parole povere senza l’interazione e la maturazione contemporanea dell’aspetto economico (miseria crescente, aumento dello sfruttamento), dell’aspetto sociale (crescita della sovrappopolazione di riserva, del dispotismo di fabbrica e dunque in potenza del conflitto sociale ), e dell’aspetto politico (capacità di direzione del conflitto da parte del partito mondiale della classe proletaria), la distruzione (non il collasso) del capitalismo non si pone neppure lontanamente. Già nell’uso del termine collasso si intravede il marchio di fabbrica di un naturalismo ingenuo, alieno dalla dimensione naturale dell’uomo che è la storia. Infatti la natura dell’uomo è la storia, e il motore della storia umana è la lotta di classe non il terremoto, il fulmine caduto dal cielo, il maremoto o il collasso. Anche gli eventi naturali appena citati, a pensarci bene, vengono in essere a causa di scontri fra opposte forze naturali. Quindi sbaglia chi continua a espungere dal piano storico il conflitto di classe, proponendo invece letture fataliste meccaniciste del divenire sociale. Un sistema di oppressione sociale può tramontare solo se le masse di oppressi smettono di subire la propria condizione subordinata. Sottomissione o ribellione: tertium non datur.
L’articolo del 1960 contiene alcune righe appropriate per chiarire ulteriormente il concetto: ” Solo la lotta del proletariato mondiale di tutte le «razze» e di tutti gli Stati seppellirà il mostro razzista e sciovinista.
La fetida ondata razzista svegli i proletari alla coscienza che il capitalismo, sotto qualunque veste, è oppressione, bestialità e morte”.
Dunque è la lotta mondiale del proletariato che viene indicata come il fattore che seppellirà il capitalismo: infatti non vi sono tracce, in questo articolo, di linee di pensiero che preconizzino catastrofi, collassi, o suicidi come causa della scomparsa del capitalismo. Nelle righe finali si sostiene che il proletariato, circondato dal quotidiano spettacolo della società capitalistica, può prendere coscienza della vera natura di questa società (e quindi lottare per il suo superamento). Coerentemente, pazientemente, in continuo collegamento con lo spirito e la lettera dei testi in cui è conservata la teoria invariante, si cerca di ripulire e rendere tagliente l’arma del marxismo, inevitabilmente tale opera richiede la critica degli errori e dei fraintendimenti più diffusi. L’obiettivo della lotta teorica non è di tipo accademico, ma eminentemente politico, poiché come ci viene insegnato dalla storia, gli errori teorici si trasformano inevitabilmente in sconfitte pratiche nella lotta di classe.

 

Buchenwald è il capitalismo

 

Gli scoppi di delinquenza razzista e di teppismo antisemita, l’epidemia di croci uncinate e simili delizie, sembrano capitati in buon punto per ridare tono e prestigio alla virtuosa democrazia progressista, e giustificare il grido: Ritorna la minaccia del nazismo, degli orrori dei campi di concentramento, della violenza bestiale a danno dei deboli! Uniamoci per salvare la purezza incorrotta dell’antifascismo! Perché no, ricostruiamo un fronte popolare per la difesa dei diritti dell’uomo!
La democrazia sarebbe dunque un argine contro il riapparire del bestione trionfante? Non ci sarebbero dunque più Buchenwald e Mauthausen il giorno in cui la verginità democratica fosse protetta dalla minaccia di resurrezione del fascismo in croce uncinata? Comodo, certo; ma non è così. Buchenwald non ha bisogno di risorgere per la ricomparsa di «rigurgiti fascisti»: Buchenwald è già qui, egregi signori della democrazia universale; è qui dallo stesso giorno in cui il fascismo fu definitivamente battuto sul terreno militare e passò pari pari in eredità al vincitore democratico. Che cosa sono stati quindici anni di perfetto dominio della democrazia su scala mondiale, se non quindici anni di fascismo aggravato? Temete il risorgere del genocidio, o intellettuali in fregola di fronti democratici? Ebbene, che cosa fu il massacro dei quarantamila algerini nel 1945, regnando il fronte universale dell’antifascismo borghese, da De Gaulle grande resistente fino a Thorez suo vice-premier, se non un classico esempio di genocidio nello stile della croce uncinata? Che cos’è lo stillicidio delle guerre localizzate, ora in Corea, ora in Algeria, ora in Indocina, ora in Ungheria, ora in Egitto, etc., se non una ripetizione – senza svastica, d’accordo! – della solfa hitleriana?
Il Sud-Africa ultrarazzista e, per rapporto ai negri, non certo inferiore al modello hitleriano, fa parte delle Nazioni Unite di ultrademocratico conio, ma nessuno ha mai pensato e pensa di metterlo alla porta o di inchiodarlo al verdetto della «coscienza universale». La «linea di colore» fa parte per tradizione della politica di una delle colonne della democrazia universale, la Gran Bretagna. La Francia e il Belgio colonialisti hanno le mani grondanti di sangue negro o bianco semitico, e la prima sarà una delle colonne della distensione e della concorrenza pacifica covate nelle prossime riunioni «alla vetta». La Croce Rossa Internazionale ha lanciato un timido grido sulle torture praticate in Algeria prima ancora di De Gaulle, imperante il proconsole socialista Lacoste, e allegramente continuate e perfezionate dai loro successori. Non sono torture con il marchio di fabbrica hitleriana: ma torture restano. Pochi hanno da protestare: tutti hanno al contrario da corteggiare i torturanti in nome della «libertà dalla paura». Negli Stati Uniti declina il razzismo ufficiale e scoperto, ma il negro continua ad essere, di fatto, un cittadino minoris juris. Quanto a «genocidi», il Cremlino ha – nella lunga storia della controrivoluzione e della sua diplomazia, ora filo-hitleriana, ora filo-occidentale, sempre reazionaria – un bel po’ da insegnare. No, il fascismo non è morto, perché non è morto il capitalismo!
E se, dal seno di una società che proclama di aver instaurato le quattro libertà e di aver educato le generazioni nuove a venerarle, balza fuori la recentissima variante dei blue-jeans, gli imbrattamuri in croci uncinate, che cosa può vantarsi questa società di aver «insegnato» ai giovani, se non quello che abbiamo ricordato più sopra? O forse la società democratica si scandalizza perché i giovani pretendono di toglierle il bieco monopolio del terrore e della persecuzione razziale? Ciò che avviene è il segno del marciume che la società mercantile, la società dei bottegai e dei mercanti di prodotti, di «servizi» e di carne umana, sprigiona da sé stessa: e questo marciume non è un fenomeno patologico di cui la democrazia dovrebbe o potrebbe sbarazzarsi; è la sua stessa linfa, corrotta e corruttrice. Il metodo della «ricerca del colpevole» è tipico del capitalismo: se le cose non vanno bene, si ricerca l’ebreo, e, nello stesso tempo si devia verso l’anti-ebreo lo sdegno delle masse sfruttate.
Solo una società organizzata dai proletari su una base che non sia quella dell’uomo e del suo lavoro considerato come merce da offrire e da acquistare sul mercato, e del lavoro umano valorizzato come mezzo non per conservare e riprodurre la specie, ma per conservare e riprodurre all’infinito il capitale, potrà eliminare dalla faccia della terra non solo le svastiche disegnate sui muri, ma la bestiale violenza esercitata di fatto sotto mille bandiere e simboli diversi, e sotto lo scudo dell’ipocrisia dei moralisti. Solo la lotta del proletariato mondiale di tutte le «razze» e di tutti gli Stati seppellirà il mostro razzista e sciovinista.
La fetida ondata razzista svegli i proletari alla coscienza che il capitalismo, sotto qualunque veste, è oppressione, bestialità e morte.

il programma comunista, n.1, 15 – 29 gennaio 1960

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...