Giornate capitalistiche: dai ragazzi yéyé ai ragazzi nè-nè

Giornate capitalistiche: Dai ragazzi yéyé ai ragazzi nè-nè.

Negli anni sessanta, qualcuno dei nostri lettori lo ricorderà di sicuro, si era diffuso fra i giovani il fenomeno della musica yéyé, e addirittura un modo di vestire e di parlare ispirato a tale fenomeno. Il movimento yéyé era In linea con i cambiamenti del modo di vivere del capitalismo maturo occidentale. Un capitalismo definito da qualche sociologo ‘società affluente’, per rimarcare il presunto miglioramento delle condizioni di vita, dovute alla maggiore possibilità di accedere, appunto affluire al benessere, da parte di fasce crescenti di popolazione. Ora indipendentemente dalla esistenza effettiva di una società affluente negli anni 60, resta dimostrato, storicamente, che nel ventennio successivo alla fine della seconda guerra mondiale, la ripresa temporanea del ciclo economico produsse dei cambiamenti nei costumi di massa. La produzione in serie di merci destinate ad un vasto target di mercato,  correlata al miglioramento del tenore di vita di una fascia limitata di proletariato, incrementava la platea dei clienti, liberi di vagare in punti di vendita differenziati per esercitare la propria presunta libertà di consumatori. Erano dei semplici effetti (la libertà del consumatore e la relativa libertà dei costumi) della tendenza basica del capitale a produrre e distribuire senza limiti le merci incorporatrici di plus-lavoro/plusvalore. Eppure qualcuno ricorda con nostalgia la propria gioventù, quando imperversavano i ragazzi e le ragazze yéyé, espressione di una apparenza di spensieratezza e di anticonformismo ben presto trasformata in una moda fatta anche di vestiario, canzoni, dischi, riviste. Il fenomeno yéyé andrebbe correlato ad altri fenomeni musicali e di costume di quel periodo, che pur tra varie differenze tentavano di esprimere uno stato d’animo diffuso, un bisogno di maggiore libertà dagli schemi sociali precedenti. La gioventù, come categoria astratta della vita, è il periodo dei sogni, degli slanci romantici verso l’impossibile, della voglia di rompere con le vecchie usanze. In un modo o in un altro la temporanea ripresa economica del dopoguerra aveva favorito la pulsione giovanile al cambiamento, consentendo delle modifiche ai precedenti stili di vita basati sulla percezione di una economia della penuria e quindi sulle conseguenti ristrettezze nei consumi. In termini dialettici i fenomeni sociali come il yéyé erano sia l’espressione di una libertà indotta dalla ripresa economica, sia il termometro di una insoddisfazione basica verso i rapporti sociali capitalistici. Quest’ultimo elemento non va sottovalutato, anche per comprendere la doppia dinamica dell’attuale fenomeno dei ragazzi nè-nè. I ragazzi che non cercano un lavoro e neppure studiano. La tendenza nè-nè non si è manifestata inizialmente sul piano musicale, come era avvenuto per il fenomeno yéyé, ma in ogni caso è anch’essa espressione della società contemporanea, quindi dell’approfondimento delle tendenze immanenti alla crescita di una sovrappopolazione inoccupata e al conseguente aumento della miseria (in termini di miseria relativa e assoluta). L’assenza di possibilità concrete di lavoro, e la conseguente inutilità  dello studio nel  fornire delle  chiavi d’accesso ad una occupazione, costituiscono le motivazioni di una fetta crescente di giovani per non cercare un lavoro, e per non continuare gli studi. In Italia il 20% dei giovani compresi nella fascia di età cha va da 15 a 24 anni non cerca lavoro e rifiuta lo studio. Dunque dopo il superamento dell’età dell’obbligo scolastico, un giovane su cinque si lascia vivere, viene mantenuto in vita dalla famiglia,  smette di studiare e neppure ritiene realistica la ricerca di un occupazione. In effetti il sistema economico non ha bisogno di altra forza lavoro da spremere, perché il progresso tecnico e il macchinario tendono a ridurre l’impiego di lavoro umano nei processi produttivi, nei servizi commerciali e amministrativi, in fondo in ogni attività economica. Proletariato giovanile. Forza lavoro eccedente, sovrappopolazione di riserva, parcheggiata nelle aule delle scuole medie superiori, nelle università, oppure impiegata saltuariamente in stage, alternanza scuola lavoro, occupazioni di fine settimana nei bar e nelle pizzerie. L’attuale grado di sviluppo delle forze produttive dell’economia (scienza, tecnica, industria) potrebbe consentire alla specie umana di vivere in condizioni molto migliori, se solo lo spietato parassitismo della borghesia non possedesse ancora il potere di dominare la realtà. Molto spesso le ragioni di fondo di chi smette di sperare e di credere nella società capitalistica, come avviene per la generazione nè nè, sono pudicamente taciute dalle stesse inchieste svolte sul fenomeno.Infatti le ragioni di chi sa con l’istinto e l’intuizione, senza alcuna pretesa di conoscenza teorica astratta, che il capitalismo non può fornirgli nessuna prospettiva di lavoro stabile, e seppure questa esistesse, sarebbe comunque segnata da sfruttamento e dispotismo, sono difficili da far digerire ai lettori delle riviste borghesi. Tuttavia una giovane generazione di proletari non possiede più neppure i sogni e le aspettative, per quanto illusori, delle precedenti generazioni. Il sistema gli ha tolto perfino la speranza e la voglia di cambiare, e ora prevalgono l’apatia e la rassegnazione. Ma fino a dove può spingersi la furia nichilista del capitalismo, prima che le sue vittime sociali trovino la forza per tornare a sognare?

In fondo è ben misera cosa una vita senza sogni.

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