Conoscenza

 

Conoscenza
Premessa

”Allora non crediamo con fede inconcussa nella immancabile rivoluzione proletaria? Solito modo di porre la cosa! La diciamo a cento passi immancabile, sulla base di una ipotesi comune all’avversario: che continui lo sviluppo delle forze produttive nelle forme e entro l’involucro capitalista, che in tal caso dovrà scoppiare. Ma ogni previsione è condizionata. Tutti gli antichi oracoli si leggevano in due modi: e noi non pretenderemo mai ad oracoli. La profezia non è per il fesso.  E per fesso non s’intende chi di cervello ebbe poca razione in retaggio, ma chi è inchiodato al determinismo di interessi di classe, e anche di classe di cui non è membro. Sciogliamo dunque, o Edipo, questo nuovo incapsulato vero!».

Russia e rivoluzione  nella teoria marxista

Amadeo Bordiga

Il pretesto formale da cui nasce la presente ricerca è dato dal bisogno di chiarimenti sulla eventuale sussistenza, nella storia umana, di alternative diverse ed antitetiche di sviluppo degli eventi. Esiste o meno un processo storico necessario e inevitabile che conduce dal capitalismo al comunismo? Se ragioniamo nei termini di un modello astratto la risposta è si, potremmo addirittura paragonare, infatti, l’organismo sociale all’organismo umano, e sostenere che come la fase della gioventù lascia il passo alla maturità e alla vecchiaia, così pure il capitalismo prepara la base materiale per il comunismo. Tuttavia nella vita reale un giovane può morire,  a causa di svariati motivi, prima di diventare adulto, e quindi lo schema astratto sequenziale non trova in quel caso realizzazione. Noi non neghiamo che in molti casi si verifichi un passaggio dalla gioventù alla età matura, sosteniamo solo che in certi altri casi questo non accade. Lo schema di sviluppo dei modi di produzione descritto da Marx va inteso come uno modello scientifico, infatti esso prefigura (ad esempio nel Manifesto) una doppia possibilità di sviluppo per la modernità. Prima ipotesi: il proletariato riesce a spezzare il dominio borghese, e allora il cadavere del capitalismo lascia il posto a un nuovo modo di produzione. Seconda ipotesi: il proletariato non riesce a compiere la sua funzione storica, e allora i miasmi del cadavere capitalistico intossicano progressivamente la realtà umana, il pianeta inteso come ecosistema, e infine rendono impossibile la stessa vita. Non bisogna fare a Marx il torto di attribuirgli una concezione finalista della storia, il fururo può essere schematizzato in sequenze di sviluppo, è vero, ma questo non significa che gli schemi previsionali debbano necessariamente verificarsi. Il divenire dell’essere reale, sul piano storico e non solo su tale piano, nella sua essenza profonda è segnato sempre da un certo grado di imprevedibilità. O almeno è questa la percezione del movimento reale che definiamo coi nomi più diversi, da millenni. La base di questo dato di fatto è nella concezione del divenire come un entrare ed uscire delle cose dal nulla e nel nulla: in ultima istanza non può mai esservi una conoscenza assoluta di ciò che proviene dalla regione del nulla. La scienza premoderna epistemica (dal greco, ciò che sta saldo e immutabile) forgia delle leggi a cui il divenire sarebbe costretto ad uniformarsi. Tuttavia queste presunte leggi immutabili vengono spesso smentite dai fatti. La scienza moderna è invece basata sul rifiuto pragmatico delle leggi assolute epistemiche, e tenta di stare dietro i cambiamenti del divenire con un apparato conoscitivo di tipo ipotetico probabilistico. In questo modo la conoscenza e il dominio di un mondo mutevole risultano molto più efficaci. Tuttavia la scienza moderna, per quanto più efficace della sua antenata epistemica, è comunque espressione di una società divisa in classi. La separazione della parte dal tutto è sempre la sua cifra di riferimento. La teoria marxista invece, collegandosi alla esperienza pratica della lotta di classe millenaria, al sapere da essa prodotto, e alla memoria delle lontane società senza classi, testimonia l’esistenza di un modo diverso di vivere e di pensare in armonia, in accordo con la radice profonda dell’essere (l’unità dialettica delle parti dell’intero, cioè della totalità). Distinzione e unità. Discreto e continuo. La scoperta di nessi di causa ed effetto fra fenomeni concomitanti sul piano spazio temporale, svolge la funzione vitale di consentire l’organizzazione ordinata della realtà, un ordine che si impone sul caos, come evento necessario alla vita umana. La molteplicità caotica primigenia viene suddivisa in fenomeni distinti: il risultato potremmo assimilarlo al piano del discreto della fisica moderna. Il linguaggio svolge una importante funzione evolutiva, con il suo aiuto vengono attribuiti i  nomi alle cose,  una identità precisa, ma in una parte della memoria sociale permane il ricordo della relazione, dunque della con-fusione primigenia della parte con il tutto. In effetti la parte può esistere solo se c’è un tutto che la comprende, ovvero un sistema di relazioni fra le varie parti del tutto. Per questo motivo Eraclito scrive di uomini che nella notte (dell’ignoranza) accendono un lume (le distinzioni categoriali del piano discreto), spegnendo la vista alla luce del logos (la verità dell’essere come insieme dei nessi inscindibili fra le parti dell’intero). L’intero è l’essere reale, e il suo essere un interezza nasce dell’esclusione ontologica della possibilità che ad esso possa aggiungersi un qualcosa di non ancora esistente, proveniente dunque dalla impossibile regione del niente. Il marxismo, richiamando il concetto di uomo comunista come realtà onnilaterale, ente disalienato, libero di esistere in armonia con il tutto, continua un filone di ricerca ultramillenario, esprimendo nel modo più realistico possibile la scelta per la luce del logos, contro il lume della distinzione e ipostatizzazione dei fenomeni del mondo. Il logos marxista richiama la totalità dell’essere reale come società umana disalienata, armonia e gioia di esistere in quanto unione, accordo fraterno di uomini onnilaterali. Potremmo definire una società comunista reale l’accordo gioioso e fraterno fra uomini liberi,  come il massimo della distanza dalle esperienze storiche spacciate per comunismo. Ma torniamo, in questa premessa, al problema della predestinazione del passaggio (transizione) da un modo di produzione ad un altro. Se la transizione esiste, dirà qualcuno, allora deve esistere anche  una direzione e una conclusione del processo di transizione. Questo è vero, nel senso che ogni fenomeno reale ha un inizio e una fine (mettendo in sordina per un momento il concetto di eternità aspaziale e atemporale postulato nel continuum quantistico, e nei presocratici). Tuttavia l’esperienza pratica della storia ci dice solo che una fine deve esserci, anche se è impossibile stabilire con certezza assoluta quale sarà questa fine fra le varie possibili. Si obietterà che non tutte le fini possibili hanno uguale probabilità di verificarsi, e anche questo è vero, tuttavia nel caso specifico della fine del capitalismo non possiamo ignorare i forti segnali di una transizione catastrofica verso l’autodistruzione. Uno sviluppo industriale non sostenibile per la sopravvivenza dell’ecosistema è già un segnale reale, la passività del proletariato (1)è anch’essa un segnale reale, l’esistenza di arsenali nucleari in grado di distruggere mille volte la vita presente sul pianeta è un dato reale. Il meccanicismo scientista dirà che l’attuale fase entropica del sistema sociale borghese prelude ad un passaggio (rottura, collasso, crollo), verso lo stadio sociale successivo. Questa è una concezione ingenua dei processi storici, intrisa di fatalismo deteriore, senso della predestinazione, e in fondo di ignoranza del fatto che all’uomo non è consentito conoscere in anticipo, con certezza assoluta, il corso delle cose future. Non a caso il marxismo elabora modelli scientifici previsionali sul piano di lettura della realtà socio-economica, indicando nel Manifesto futuri alternativi ed esiti differenti per il divenire storico della lotta di classe. Possibilità di sviluppo non certezza assoluta (legge epistemica pregalileana). Il marxismo dunque contiene un doppio approccio conoscitivo: sul piano della previsione del corso storico  esso constata l’esistenza di fattori determinanti invarianti, storicamente relativi ad un certo tipo di economia e di società. Invarianza non significa verità assoluta, ma solo la constatazione fattuale che nella vita reale di una specifica organizzazione socio-economica agiscono in modo preponderante alcuni fattori e non altri. Questa constatazione è continuamente verificata, e dunque confermata, dal corso passato e presente degli eventi. Dunque è possibile prevedere, non affermare con certezza assoluta, che anche il corso futuro degli eventi si adeguerà alle leggi scientifiche del marxismo. In secondo luogo l’approccio conoscitivo del marxismo è di tipo metascientifico, nel senso di essere conoscenza veritativa della realtà dell’essere e non semplice previsione scientifica ipotetico probabilistica. L’uomo onnilaterale è infatti l’apertura della parte alla totalità, è la restaurazione e reintegrazione dell’uomo nell’unità dell’essere materiale e naturale. Trasmutazione alchemica del piombo in oro, unità (unione mistica) del microcosmo e del macrocosmo. L’uomo nuovo (e insieme antico) comunista, come esito migliore della storia, esito possibile ma non inevitabile. Il fatto di non avere la certezza assoluta della vittoria storica del nuovo/antico modo di produrre comunista, cioè di un modo superiore di vivere e di pensare, non implica la negazione della nostra lotta perché l’umanità viva giorni migliori.  La nostra stessa esistenza come organismo politico (ma anche quella di altri a noi similari) presuppone una volontà di sfida agli ostacoli (pessimismo, passività, apparati di potere ideologici e non solo ideologici) che testimonia una assenza di rassegnazione alla sconfitta del sogno della rivoluzione e quindi all’autodistruzione/mineralizzazione della vita sul pianeta.
L’unica certezza indubitabile è nel dato di fatto che questo tipo di uomo già esiste nella comunità di pensiero e di lotta del partito, e quindi in un certo senso il possibile futuro della società intera è già presente in embrione nell’organismo politico comunista. Prima di sviluppare ulteriormente alcuni argomenti contenuti nella premessa, pensiamo sia utile allegare un recente articolo del gennaio 2017. I temi ivi trattati possono risultare propedeutici per un chiaro inquadramento delle questioni relative alla conoscenza.

(1)La considerazione sulla passività del proletariato va intesa in questo senso determinato: nella fase attuale di controrivoluzione, principalmente nei paesi di più o meno vecchio capitalismo (Europa, USA, Russia…) il conflitto di classe non è in grado di porre in essere efficacemente il problema della conquista del potere, e quindi a dare linfa e forza ad una organizzazione politica comunista internazionale. Tuttavia non mancano episodi importanti di lotta di classe, principalmente sul piano delle rivendicazioni economiche immediate.
Nei paesi definibili come ‘capitalismo giovane’ invece si registrano livelli più intensi di conflitto di classe. Pensiamo alla Cina e all’India. Il riconoscimento di questa realtà sociale non significa che oggi esista già in atto un grado adeguato di conflitto di classe, sufficiente a porre la questione del potere. Tuttavia sarebbe non realistico, d’altro canto negare l’esistenza di potenzialità di sviluppo del conflitto di classe, verso livelli qualitativi e quantitativi più elevati.

Allegato.
Essere, materia, pensiero.

L’uomo, l’esperimento umano nel corso della sua evoluzione ultra millenaria, può anche (ma non solo) essere considerato come un momento del percorso di auto consapevolezza dell’essere reale sul piano storico – fenomenico. La materia pensa, sequenze di dati e memoria di essi, conservazione dei dati dell’esperienza, librerie ed archivi. L’azione produce degli effetti, rimuove delle condizioni e ne determina altre, l’uomo deve agire per esistere, e quindi non può che distruggere gli ostacoli che gli impediscono di esistere. L’azione distruttiva è interconnessa con la  costruzione di un ambiente favorevole all’esistenza umana. Semplicemente esistendo, quindi camminando, respirando, muovendosi, l’uomo provoca la morte involontaria di altre forme di vita microscopiche, non può evitarlo se vuole vivere, dimostrando la connessione dialettica fra la vita e la morte. Agire vuol dire vivere, ma non solo, perché l’azione trae efficacia dalla conoscenza degli esiti di azioni precedenti (esiti positivi o negativi), e quindi la conoscenza sorta dall’esperienza, cioè dagli esperimenti passati, guida l’azione nel campo del presente. Una sequenza di passaggi e di tappe accompagna il cammino del gruppo e dei suoi membri:  azione adattiva, esperienza, memoria, conoscenza, ripetizione. La bussola e l’orientamento da essa indicato, sono la metafora dell’esperienza umana e della conoscenza/memoria che ne deriva. Per questo motivo si dice che chi non ha memoria del passato non ha i mezzi per vincere le sfide del presente e del futuro. La sequenza vitale data dal trinomio azione, conoscenza, memoria è una realtà esperienziale del singolo in quanto membro di un gruppo (o di vari gruppi). Senza l’inserimento in un gruppo sociale preesistente (famiglia, scuola, quindi la società e i gruppi che la formano), il neonato non avrebbe possibilità di sopravvivenza (a meno di non essere adottato da altre specie viventi). Non sosteniamo nulla di nuovo, l’uomo è un animale sociale, il singolo può esistere solo in un contesto di relazioni sociali, svolgentesi all’interno di gruppi e sottogruppi. Il trinomio azione, conoscenza, memoria è dunque la manifestazione di potenza vitale di una comunità umana, cioè di un gruppo sociale permeato da relazioni comunitarie (in altre parole quelle relazioni organiche-comunitarie che sono funzionali alla conservazione della vita della totalità dei membri del gruppo). La potenza della vita (essere, materia, pensiero), si manifesta dunque nella ‘preistoria’ della specie umana, come esistenza di gruppi sociali permeati da rapporti di tipo comunitario (funzionali alla conservazione /evoluzione della specie). La rappresentazione /interpretazione della realtà generale del kosmos che deriva da tali rapporti comunitari è di tipo olistico e dialettico, il membro del gruppo è parte integrante della totalità dell’essere reale, e quindi vive in accordo con i suoi ritmi, egli non si sente ancora il signore del mondo, ma più semplicemente la parte di un organismo animato in ogni suo aspetto (animismo).

Parte prima: società di condivisione e concezione del reale

L’orizzonte del reale è intramontabile, il senso di questo predicato è nella esclusione dall’intero (della totalità dell’essere) del contenuto logico-fenomenologico (assolutamente) opposto ad esso, cioè il niente. La negazione del niente è l’autonegazione della proposizione che ne pone la realtà, che in quanto proposizione è comunque un qualcosa, e quindi è la negazione del niente assoluto, che viene così posto (astrattamente) come contenuto della proposizione, e negato (concretamente) con la stessa proposizione (in quanto ente, cioè non niente). Dunque, quasi per un paradosso logico-fenomenologico, la negazione del reale è un autonegazione, e in quanto tale è un aspetto fondativo dell’essere, cioè del qualcosa che si oppone al niente. Non è il caso di riproporre le ‘qualità’ proposizionali dell’essere eleatico, a-spaziale e atemporale, recentemente postulate dalle maggiori correnti della fisica moderna. Ritorniamo ancora al discorso presocratico del principio (archè) unitario del kosmos. In altre parole stiamo parlando del monismo; ma cosa può caratterizzare tutto il complesso quadro del piano fenomenico, cosa può unificare il reale, cosa è questo uno (monos) che pervade il piano reale? La risposta è già contenuta nella domanda, il reale è tutt’uno con il reale stesso, cioè con il principio unitario logico-fenomenologico ‘essere’. Gli echi di una visione monista e olistica del kosmos, tipica delle società di condivisione, si prolungano fin dentro la ‘fisica’ presocratica di Anassimandro, Eraclito e Parmenide. La necessità dell’essere, in quanto realtà inestricabile di materia e pensiero, si impone come evidenza e immediatezza logico-fenomenologica, ovvero come la impossibilità che il reale sia il contrario di se stesso (cioè non realtà, niente, inesistenza). Spostiamo il focus sul piano della concezione del reale di certe comunità ‘primitive’, così come essa emerge  da recenti studi antropologici. Il pensiero magico-animistico è senza dubbio caratterizzato da categorie di linguaggio ingenue e semplici rispetto alla sofisticazione della fisica quantistica, e tuttavia non ci sono abissi concettuali fra l’empatia, la sinergia, la reversibilità e l’interconnessione dei dati reali (oltre le catene dello spazio-tempo) tipici di questo pensiero ‘primitivo’ e il continuum quantistico. A livello sub-atomico le regole e i paradigmi che ci consentono di abitare nel nostro attuale tipo di esistenza/mondo, non hanno campo di validità. Tuttavia possiamo ipotizzare, sulla base del determinismo dialettico marxista, che nelle esperienze sociali delle comunità di condivisione abbiano predominato forme di pensiero antitetiche a quelle tipiche delle ‘civiltà’ (schiaviste) . Schiavo e padrone sono una separazione, un dualismo, che per quanto inquadrati in una spiegazione transizionale, non avevano comunque nessuna realtà nella socialità originaria (che sebbene non idealizzata o mitizzata, va comunque indagata nelle sue caratteristiche culturali e sociali). La base di tale socialità è stata un modo di produzione e di distribuzione sociale, semplice, al servizio dei bisogni vitali e riproduttivi del gruppo sociale comunitario. Il valore d’uso dei beni non consumati, restava ammassato/depositato al servizio dei bisogni della comunità. Il quadro sociale delle relazioni umane era di tipo cooperativo, e sulla base di queste relazioni si sviluppava una conoscenza della realtà con caratteri specificamente monistici, non dualistici. Il gruppo comunitario è il modello su cui si fonda il disvelamento della realtà in generale. La ripetizione dell’agire comunitario nel modo di produzione pre-classista, all’interno di una dimensione di inesorabile integrazione della parte nel tutto (il singolo nella comunità e la comunità nella natura/destino) forma la base della conoscenza profonda di una realtà fatta di sinergia fra i fenomeni, di sincronia/superamento della tripartizione temporale, di empatia/contatto  fra le parti oltre ogni iato spaziale. Non è forse quello che caratterizza la realtà sub-atomica postulata dalla fisica moderna?

Parte seconda: rituali sociali come connessione con la dimensione del piano reale

Sul piano dell’esperienza immediata abbiamo, come uomini comuni, la percezione sensoriale della differenza fenomenica, o meglio della discontinuità di forma e di significato fra aspetti appartenenti all’intero dell’essere. Il comune denominatore di questi diversi aspetti della realtà è l’appartenenza al reale, cioè al piano di autonegazione del niente (nel senso indicato nel capitolo precedente). I  differenti fenomeni, per usare un frammento di Eraclito, sono avvinti in una guerra instancabile, polemos, la madre di tutte le cose, ma possiamo anche dire che in ogni ente del mondo/kosmos si ritrova ugualmente luce e notte oscura (lo  scrive Parmenide, quasi contemporaneamente ad Eraclito di Efeso). Dunque intreccio e polemos, il conflitto come strumento per il trapasso/trasformazione delle forme/ rivestimenti assunti dal reale. Il reale è monos, sono solo i suoi abiti ad essere in apparenza molteplici e cangevoli. L’etnologo Marcel Mauss ha osservato in alcune popolazioni, poco toccate dalla moderna civiltà, dei modi di agire lontani dalla logica utilitaristica, in altre parole dei modi di agire imperniati sul dono e sul contro dono. Una logica in apparenza antieconomica, almeno secondo il significato di economico assunto nelle società divise in classi. La gratuità, il dono, l’ospitalità sono una obbligazione rituale. Questo significa che come tutte le vere azioni rituali il loro contenuto rimanda, ab origine, ad un evento fondativo di tipo sociale. La vita e la comunità umana dei viventi, il loro esserci come destino e necessità, il senso di una vita intrecciata con altre vite. Il dono è la dimensione di gratuità dell’essere reale, la ragione della vita nella vita stessa (i suoi intrecci, i suoi enigmi, le sue contese). Evidentemente il senso del dono rituale, e della sua reversione nel contro dono, studiati da Mauss agli inizi del secolo scorso, rimandano a una esperienza sociale di condivisione, ma anche a una concezione della realtà come evento posizionale di eventi, forme, rapporti, intrecci (l’ordito, il filo del destino tessuto e tagliato dalle Parche). Il dono e il contro dono sono una obbligazione rituale presente nelle società di condivisione, di cui restano molte tracce perfino nelle pratiche consumistiche odierne, il loro significato, in quanto atto rituale, è nella ripetizione di un evento ontologico atemporale (immortale). Se tentiamo di comprendere le forme di conoscenza delle società di condivisione non possiamo ignorare gli studi di Mauss, essi possono fornirci dei dati che potremo impiegare, sulla base del metodo dialettico, per confermare e dettagliare gli aspetti invarianti della nostra concezione marxista dell’uomo totale (onnilaterale).

Conoscenza. Primo capitolo: destino inevitabile e possibilità storica come espressione della differenza fra scienza antica e scienza moderna.
Tentiamo di concentrare la nostra attenzione su un diffuso errore in merito al significato del termine ‘scienza’ e ‘scientifico’. Per alcuni il termine scienza significa semplicemente verità, dunque la scientificità di una teoria coinciderebbe con la sua verità. Purtroppo la storia della scienza, ci dimostra, e soprattutto dovrebbe dimostrare agli ingenui sostenitori dell’equivalenza scienza uguale verità, l’evidenza di un continuo superamento di teorie ritenute per un certo tempo valide e verificate. Il progresso scientifico implica infatti il continuo perfezionamento di precedenti acquisizioni conoscitive, che se fossero una verità assoluta non potrebbero affatto essere revisionate e migliorate. Quando affermiamo che il marxismo è una teoria storicamente invariante, non intendiamo affatto dire che essa è diventata il sostituto della religione o della metafisica (o della scienza antica) , viceversa ci riferiamo al fatto che un organismo sociale possiede degli organi, a cui è affidata una certa funzione necessaria alla vita di questo organismo. Le dinamiche di funzionamento di questi organi possono essere studiate e previste con una certa regolarità invariante, inoltre un organismo socio-economico, proprio come un organismo umano, può portare in grembo l’embrione di un nuovo organismo. Quando diciamo che la rivoluzione è la levatrice della storia non facciamo forse un paragone biologico?
Dunque continuando su questa falsariga possiamo dedurre che la classe proletaria è da considerarsi sia il becchino del cadavere del capitalismo, sia la levatrice della società comunista senza classi. Nel modello scientifico marxista non esiste la possibilità che il capitalismo uccida se stesso, invece viene in esso postulata la possibilità che la classe proletaria prodotta dal capitalismo come fonte e riserva di plus-lavoro, riesca a distruggere il sistema di parassitismo borghese, e quindi a far venire alla luce un nuovo/antico modo di produzione. Si tratta di una previsione basata sullo studio attento di precedenti passaggi storici, da un modo di produzione ad un altro, e sulla constatazione dell’esistenza delle condizioni materiali (sviluppo industriale della produzione, centralizzazione dei capitali, socializzazione e interdipendenza del lavoro) atte a favorire il passaggio a un modo di produzione adeguato allo sviluppo delle forze produttive (appunto le condizioni materiali a cui sopra accennato). Tuttavia questo è un modello scientifico, non una proposizione apodittica, un atto di fede, o la rivelazione di un destino verso cui la storia deve inevitabilmente procedere. Marx non era un profeta, le previsioni inferibili dalle sue scoperte socio-economiche non indicano mai una teleologia storica, bensì un ventaglio di possibilità.
Il materialismo dialettico ha come base il divenire storico, in esso è possibile constatare delle regolarità nell’associazione di fenomeni quasi concomitanti, e dunque da questa circostanza ipotizzare dei nessi di causa effetto, deducendo  l’esistenza di un dato causante che precede regolarmente un dato causato. Se vogliamo scambiare le associazioni di causa ed effetto osservate nel magma del divenire per una verità immutabile, sempre valida, allora siamo fuori dalla strada del marxismo. Il complesso di leggi tendenziali di sviluppo dell’organismo socio-economico capitalistico sono storicamente vere, non vere in senso astorico e atemporale. La lotta di classe, ad esempio, è vera fin tanto che esiste una società divisa in classi, mentre non è stata vera nella società comunista primordiale, e non sarà vera nel futuro se la società comunista riuscirà a vedere la luce.

Capitolo secondo: alcuni chiarimenti di Engels e Marx sul determinismo economico e l’analisi multifattoriale.
«Il fattore  in  ultima istanza  determinante  nella  storia  è  la  produzione  e  riproduzione  della  vita  reale».  Engels.
Dunque in ultima istanza, nel corso della storia reale, sono determinanti i rapporti di produzione e riproduzione della vita concreta. A ben vedere la sfera dei rapporti economici, pur preponderante, non esaurisce tutta la ricchezza semantica dell’espressione di Engels. Chiariamo meglio. In una   lettera  del  5  agosto 1890, Engels scrive che  «il  modo  di  esistere  materiale  è  il  primus agens,  ciò  non  esclude  che  i  campi  ideali reagiscano  a  loro  volta   su  di  esso  benché  in modo  secondario».  Dunque secondo Engels «la  situazione  economica  è  la  base,  ma  i diversi  fattori  della  sovrastruttura  –  forme politiche  della  lotta  di  classe  e  suoi  risultati, costituzioni  introdotte  dalla  classe  vittoriosa dopo  vinta  la  battaglia  ecc.,  forme  giuridiche,  e  persino  i  riflessi  di  tutte  queste  lotte reali  nel  cervello  di  chi  vi  partecipa,  teorie politiche,  giuridiche,  filosofiche,  concezioni religiose  e  loro  ulteriore  svolgimento  in  sistemi  di  dogmi  –  esercitano  pure  la  loro  influenza  sul  corso  delle  lotte  storiche,  e  in molti  casi  ne  determinano  decisamente  la forma». l’ultima espressione va sottolineata. Credenze, convinzioni, aspetti ideali, secondo Engels, in certi casi, assumono la forma (beninteso non la sostanza) del mutamento storico. In una  lettera  del  25  gennaio  1894 Engels scrive: «l’evoluzione  politica,  giuridica,  filosofica, religiosa,  letteraria,  artistica,  ecc.  poggia sull’evoluzione  economica.  Ma  esse  reagiscono  tutte  l’una  sull’altra  e  sulla  base  economica.  Non  è  che  la  situazione  economica sia  la  causa  essa  sola  attiva  e  tutto  il  resto nient’altro  che  effetto  passivo.  Vi  è  al  contrario  azione  reciproca  sulla  base  della  necessità  economica  che,  in  ultima  istanza,  sempre s’impone».  L’espressione di Engels ora non si limita a constatare che la sovrastruttura mentale-culturale, in molti casi storici, rappresenta l’abito esteriore di un movimento, ma addirittura sostiene l’interazione dialettica fra struttura e sovrastruttura nei processi reali. Un chiarimento importante per togliere spazio alle sempre presenti deformazioni economiciste del divenire storico. Engels sostiene che in ultima istanza il fattore economico, nel lungo termine, è più importante di altri fattori, tuttavia esso da solo non basta a dare un quadro esauriente della realtà. Il mutamento da un modo di produzione ad un altro, in ultima istanza, è determinato dal conflitto di classe fra uomini reali, intrisi di idee e volizioni, anche se dietro di esso opera costantemente la contraddizione fra il grado di sviluppo delle forze produttive e i rapporti socio-economici di produzione. La vita reale, la sua produzione e riproduzione, nel significato concreto che assume sul piano storico l’interazione fra struttura economica e sovrastruttura, sono basilari per comprendere i processi socio-economici. Anche in Marx il fenomeno storico viene correlato alla vita reale, dunque all’interazione struttura /sovrastruttura appena descritta. Leggiamo un brano di Marx tratto dal Capitale “Il ‘Darwin’ ha diretto l’interesse sulla storia della tecnologia naturale, cioè sulla formazione degli organi vegetali e animali come strumenti di produzione della vita delle piante e degli animali. Non merita uguale attenzione la storia della formazione degli organi produttivi dell’uomo sociale, base materiale di ogni organizzazione sociale , poiché, come dice il ‘Vico’, la storia dell’umanità si distingue dalla storia naturale per il fatto che noi abbiamo fatto l’una e non abbiamo fatto l’altra? La tecnologia svela il comportamento attivo dell’uomo verso la natura, l’immediato processo di produzione della sua vita, e con essi anche l’immediato processo di produzione dei suoi rapporti sociali vitali e delle idee dell’intelletto che ne scaturiscono. Neppure una storia delle religioni, in qualsiasi modo eseguita, che faccia astrazione da questa base materiale, è critica. Di fatto è molto più facile trovare mediante l’analisi (della produzione della vita reale, n. n) il nocciolo terreno delle nebulose religiose (…) Quest’ultimo è l’unico metodo materialistico e quindi scientifico. I difetti del materialismo astrattamente modellato sulle scienze naturali, che esclude il ‘processo storico’, si vedono già nelle concezioni astratte e ideologiche dei suoi portavoce appena s’arrischiano al di là della loro specialità” Karl Marx, Il Capitale, Libro I, vol.2,
Anche in queste ultime righe di Marx ritroviamo il solito avvertimento: il metodo materialistico-dialettico parte dall’analisi della vita reale, intesa come prassi produttiva e riproduttiva, niente di più e neppure di meno. I rapporti reali di vita, nella loro complessità, il processo storico, sono la bussola analitica, e non di certo un Materialismo astrattamente modellato sulle scienze naturali. Come si può ben arguire dalle righe appena citate, il problema del riduzionismo economico, o addirittura il problema di una astratta modellazione del Materialismo sulle scienze naturali, è ben presente negli scritti di Marx e di Engels. In alcuni testi pubblicati negli ultimi cinque anni (Piccoli pensieri sulla conoscenza, Storia e dialettica, Scienza, tecnologia e apparato militare-industriale, Is (stato islamico) e politica imperiale del caos) abbiamo provato a ribadire questi concetti alla luce della critica alle ricorrenti distorsioni scientiste e meccanicistiche del Materialismo. Queste letture distorte del divenire storico, dell’organismo socio-economico capitalistico, portano spesso alla formulazione di teorie inverosimili: ad esempio la teoria sul collasso del sistema (indipendentemente dalla forza organizzata della lotta di classe, oppure quella sulla esistenza in atto e in potenza di una economia comunista e quindi di un correlato indebolimento degli Stati borghesi (come avvenuto nel passaggio dal feudalesimo al capitalismo). Allora, evitando la fatica di analizzare la complessità dei rapporti della vita reale, l’interazione struttura /sovrastruttura, e riducendo lo studio dei fenomeni sociali al dato astrattamente economico, guardato con la lente del Materialismo astrattamente modellato sulle scienze naturali, il meccanicismo scientista fornisce ai propri seguaci delle letture distorte del mondo, avallando l’illusione che il conflitto sociale fra gruppi umani concreti possa essere sostituito da automatismi entropici collassisti. In fondo, parafrasando Marx, solo un Materialismo astrattamente modellato sulle scienze naturali.

Capitolo terzo: verità scientifica relativa come processo di approssimazione al vero in Engels e Lenin

«Se mai l’umanità arrivasse al punto di non operare che su verità eterne, su risultati del pensiero che posseggano il valore sovrano e l’incondizionata pretesa di verità, essa sarebbe pervenuta a quel punto in cui l’infinità del mondo intellettivo sarebbe esaurita tanto in atto che in potenza, e sarebbe compiuto il celeberrimo miracolo dell’innumere numerato.»
Engels
«il pensiero umano per sua natura, è capace di darci e ci da effettivamente, la verità assoluta che è formata dalla somma delle verità relative. Ogni passo nello sviluppo della scienza aggiunge nuovi granelli a questa somma di verità assoluta, ma i limiti della verità di ogni tesi scientifica sono relativi, giacché vengono ora allargati, ora ristretti col progredire della conoscenza […] Dal punto di vista del materialismo moderno, cioè del marxismo, i limiti di approssimazione delle nostre conoscenze della verità obiettiva, assoluta, sono storicamente relativi, ma l’esistenza di questa verità è incontestabile, come è il fatto che noi ci avviciniamo ad essa.»
Lenin
La conoscenza del mondo reale e dei suoi fenomeni non è compiuta, la ricerca del vero ha sospinto l’uomo,  secondo Lenin, verso successive approssimazioni conoscitive. Le verità scientifiche sono relative, non assolute, ma la somma dei risultati della ricerca scientifica ci avvicinano alla verità. Per questa ragione abbiamo sostenuto, nella premessa, che la scienza moderna, diversamente dalla scienza antica, rigetta il concetto di legge immutabile, ponendosi su un piano metodologico ipotetico probabilistico. Lenin scrive che il contenuto delle tesi scientifiche non è immutabile, ma viene ristretto o allargato con il progresso della conoscenza. Dunque niente di più lontano dal postulato che associa una tesi scientifica relativa alla verità assoluta. Parafrasando Engels, sarebbe come dire che l’innumerevole è stato numerato. Ma allora tutto è relativo ci obietterà il nostalgico della verità con la maiuscola. Siamo forse piombati nell’indeterminismo? Lenin argomenta e risponde nel modo seguente: la realtà, in tutti i suoi aspetti, è conoscibile in un percorso di ricerca progressivo.  «La dialettica materialistica di Marx ed Engels contiene in sé incontestabilmente il relativismo, ma non si riduce ad esso, ammette cioè la relatività di tutte le nostre conoscenza, non nel senso della negazione della verità obiettiva, ma nel senso della relatività storica dei limiti dell’approssimazione delle nostre conoscenze a questa verità.» Lenin
È domanda oziosa chiedere se un giorno potremo numerare l’innumerevole. E se quindi  la ricerca della verità troverà un termine. Forse la natura del reale è proprio quella di essere conoscibile in una ricerca senza termine. In merito al relativismo, abbiamo definito il marxismo teoria storicamente invariante, cioè relativa ad una certa fase della storia umana, poiché il suo oggetto di studio, il capitalismo, possiede degli organi che svolgono delle funzioni necessarie alla sua vita. Nel corso del tempo possono cambiare i dettagli di questi organi, ma non la loro funzione di supporto alla vita dell’organismo capitalistico. Da dove deriviamo queste considerazioni? La teoria marxista è l’espressione di una conoscenza derivata dalla lotta del proletariato contro un certo sistema sociale. Nel corso della lotta il proletariato (la sua avanguardia) ha appreso certe cose sulla natura del suo nemico di classe. Queste cose potevano essere svelate solo costringendo l’avversario a rendersi visibile nel corso di uno scontro pratico, così come avvenuto nella metà del 1800. Azione e conoscenza sono in effetti interdipendenti. L’azione pone le basi per una esperienza conoscitiva, che a sua volta funge da insegnamento per successive azioni legate a circostanze similari. Dunque il marxismo si collega ad una classe di uomini che non possiede nulla, alienata dai mezzi di produzione e dal prodotto del proprio lavoro. Questo aspetto presenta somiglianze e dissonanze con la condizione degli uomini del comunismo primitivo, che ugualmente non possedevano individualmente i mezzi di produzione e i prodotti del lavoro. Tuttavia, a differenza del proletario alienato, essi li usavano e ne godevano in quanto gruppo sociale comunitario. Questa caratteristica materiale di assonanza /dissonanza fra il proletariato e l’umanità comunista delle origini  consente al marxismo di collegarsi (ponte di conoscenza) alle forme di pensiero delle società aclassiste. Il proletariato dunque è la base sociale della teoria invariante, che tuttavia non è solo una sociologia economica del capitalismo (con le sue leggi scientifiche) , ma anche una concezione della totalità dell’essere come intero dialettico (direttamente derivata dalla filosofia tedesca, sociologia francese, ed economia politica inglese, è vero, ma anche e soprattutto dal ponte di conoscenza lanciato dal conflitto di classe rivoluzionario, nella ‘mezzeria’  del 1800, con la concezione della realtà delle società comuniste delle origini). Sono le epoche e i periodi rivoluzionari, infatti, come ben ricordato nel ciclo di relazioni sulla conoscenza degli anni 60, che permettono alla conoscenza di progredire, e di lanciare ponti con il passato. La borghesia, invece, non può che produrre una scienza drogata, ideologicamente legata ai propri interessi di  classe sociale proprietaria dei mezzi di produzione (in termini recenti soprattutto dal controllo di questi mezzi). Il percorso conoscitivo del partito comunista si fonda sull’azione e sul pensiero di una classe che non possiede nulla, e quindi può, almeno potenzialmente, vedere la realtà senza la lente distorsiva dell’attaccamento morboso alla roba, cioè ad una condizione di privilegio e di arroccamento, e quindi di separazione dal resto della società umana.

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