Giornate capitalistiche: disoccupazione in calo?

Agosto 2017, Italia. Disoccupazione a 11.1% e incremento del PIL oltre l’1%.
Il sogno di una notte di mezza estate.
Sembra che alcuni studi recenti nel campo della psicologia dell’infanzia suggeriscano ai genitori di leggere sempre delle belle storie ai propri bambini. Così pure i governi borghesi , al pari di un genitore premuroso, raccontano, forse conoscendo i risultati degli studi di psicologia infantile, delle belle storie ai cittadini /bambini, cioè a noi. ☰Un bel racconto ci toglie i pensieri dalla testa, ci fa sognare un mondo senza brutture e sofferenza, ci aiuta a vivere meglio.
Tante brutte notizie sulla disoccupazione intristiscono il cittadino medio, e allora indichiamogli il bicchiere mezzo pieno. Dunque la disoccupazione sarebbe scesa a 11.1. Tuttavia questo dato ignora i 2 milioni di disoccupati “invisibili” alle statistiche. Lavoratori inattivi che non risultano iscritti in una lista pubblica, e che purtuttavia sono in cerca di una occupazione. Dunque conteggiando questi invisibili e i sottoccupati part-time, precari, il tasso reale di disoccupazione si attesta sul 25%%, ben oltre la stima ufficiale. Come si può ben arguire, in questa percentuale trova ampia collocazione quel 20% di giovani italiani, dai 15 ai 24 anni, che non studia e non cerca neppure un lavoro. Bisogna inoltre considerare che gli inattivi totali comprendono non solo la fascia di eta dai 15 ai 24 anni, ma anche le fasce successive di età fino alla soglia dell’attuale limite minimo per andare in pensione. In termini quantitativi, e non percentuali, l’ammontare totale dei disoccupati potrebbe essere valutato in quasi sei milioni. Inoltre l’aumento infinitesimale di occupati, di recente pubblicizzato, riguarderebbe principalmente lavoro precario, temporaneo, part-time. Anche una parte degli occupati a tempo indeterminato, secondo alcune indagini statistiche, svolgerebbe attività e mansioni non adeguate al proprio livello di studi, o comunque non corrispondenti alle proprie aspettative. In questo caso sarebbero oltre quattro milioni i lavoratori part time che vorrebbero lavorare a tempo pieno, oppure i lavoratori a tempo determinato che vorrebbero un lavoro fisso, quindi non temporaneo. In questo bacino di disagio troviamo una percentuale del 37% di presenza nazionale della fascia anagrafica inferiore ai 35 anni. Di sicuro le riforme renziane come il jobs act hanno ulteriormente contributo a favorire, anche sul piano normativo, le tendenze immanenti dell’economia capitalistica verso l’aumento del grado percentuale di appropriazione di plus-lavoro, il dispotismo aziendale, la maggiore licenziabilità, la flessibilità. Inoltre è stata ulteriormente frammentata l’unità del fronte del lavoro, settorializzando in nuove categorie la massa della forza lavoro occupata. Il jobs act ha incrementato la flessibilità, un dato recente rileva che il 25% degli occupati nella fascia dai 15 ai 34 anni lavora in modo intermittente o sulla base di contratti di collaborazione (i famosi Co. Co. Co/Co. Co. Pro). Il livello di precarietà delle lavoratrici sfiora il 42% in questa fascia. Un dato interessante riguarda il grado di precarietà e il relativo livello di istruzione. I laureati superano i diplomati con un 35% di occupati atipici contro il 22% dei diplomati (con un titolo di scuola media inferiore o superiore). Negli ultimi dieci anni la quota percentuale dei lavoratori a tempo determinato è passata dal 22% al 28%. Una selva di contratti atipici ha accompagnato questa crescita del lavoro intermittente , chiaramente con la funzione fondamentale dell’attività legislativa dei vari governi e parlamenti succedutisi dal 2008 ad oggi. Paradossalmente il precariato di massa viene letto con preoccupazione da qualche funzionario di stato o politico, in relazione agli effetti negativi sulla previdenza pubblica, cioè sulla messa in essere di pensioni da fame future, dovute alle limitate erogazioni contributive, a loro volta collegate ai limitati periodi di lavoro. Giornate capitalistiche: il peggio che diventa realtà in una situazione di progressiva erosione delle precedenti ‘conquiste’ realizzate con le lotte economiche immediate.

 

 

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