Partito comunista d’Italia 1921/1926: parabola di una corrente marxista

Introduzione

 ”La registrazione dei fatti, la ricostruzione dei programmi nella loro intatta e completa integrità, la documentazione delle risposte tattiche date al succedersi degli scontri fra le classi sui terreni più diversi, ci servono per la riscoperta non di illustri documenti di un passato sepolto, ma delle vere ed uniche armi di battaglia e di vittoria del proletariato internazionale: riscoperta, giacché si tratta di disseppellirle da sotto la coltre di oblio nella quale, dopo averle spezzate o distorte, l’opportunismo pretenderebbe di sommergerle per sempre; quindi, anche, ristabilimento del vincolo oggi purtroppo infranto fra passato, presente e futuro del movimento operaio in genere e comunista in specie”.

Storia della sinistra comunista, terzo volume

Le vicende politiche sono la risultante dell’azione di uomini che operano dentro determinati contesti storici, e ne subiscono i condizionamenti.

Dopo un lungo travaglio durato quasi un decennio, nel gennaio 1921, a Livorno, i destini politici della maggioranza riformista e della minoranza rivoluzionaria del PSI, si scissero e presero strade diverse.

Socialisti massimalisti, ordinovisti gramsciani, e soprattutto la corrente comunista che vede in Amadeo Bordiga un suo esponente di rilievo, diedero vita al partito comunista d’Italia. Il programma politico del neo-partito sostanzialmente ricalcava la linea della corrente comunista.

Almeno fino al 1923, si può affermare che questa linea risulterà preponderante nella guida dell’organizzazione, mentre negli anni successivi essa sarà progressivamente emarginata.

La storiografia predominante, da quel momento in poi, oblitererà spesso il nome del principale artefice della fondazione del partito comunista avvenuta nel 1921. Ancora oggi sono frequenti gli studi in cui  viene ignorato il nome del fondatore principale (e del gruppo di rivoluzionari di cui era un elemento). Il suo destino, e quello della corrente, è stato in fondo la condanna all’oblio,  sotto la spinta dell’inestinguibile bisogno/malanimo della borghesia (e dei suoi epigoni stalinisti), vincitori di un drammatico confronto di classe.

Il presente lavoro non ha, ovviamente, la pretesa di fare la storia politica di sei anni cruciali per il movimento operaio, ma solo di puntare l’attenzione del lettore sulle vicende, a nostro avviso più importanti e decisive, per comprendere anche la natura controrivoluzionaria del nostro presente capitalistico. Il piano dell’opera comprende lo sviluppo di nove capitoli, che verranno inseriti nei prossimi mesi nel presente contenitore. Nei primi tre capitoli presenteremo molte citazioni dal terzo libro dedicato alla storia della sinistra comunista.

 

In questi tre capitoli iniziali ci concentreremo su alcune fasi della nascita dell’organizzazione definita partito comunista d’Italia, e anche sul rapporto tra la sconfitta del movimento di occupazione delle fabbriche nel 1920, e la formazione di un avanguardia operaia di lotta decisa a superare i limiti di quel movimento, e quindi a contribuire alla nascita di una nuova organizzazione politica di lotta.

 

Capitolo uno: 1920, l’occupazione delle fabbriche

”Prima di entrare nel vivo della complessa fase preparatoria della scissione di Livorno, è opportuno – come nei due volumi precedenti – dare un rapido sguardo alla situazione sociale in Italia nella seconda metà del 1920, in cui, a parte episodi minori, campeggia la clamorosa vicenda dell’occupazione delle fabbriche. Ed è su questo tema che dobbiamo soffermarci con una certa ampiezza, non come prova ulteriore dell’organica incapacità del PSI di prendere la testa di un preludio di rivoluzione (che non ci fu), ma anzitutto come dimostrazione, apparsa sempre più chiara in elementi fin allora esitanti della corrente massimalista, dell’impossibilità di convivere più a lungo nel vecchio, impotente e sclerotico partito e, quindi, dell’inevitabilità della scissione; poi come vivente illustrazione delle tesi di principio sulla via obbligatoria alla presa rivoluzionaria del potere, sostenute da coloro che, viceversa, di questa inevitabilità erano non da allora convinti.

Poiché intorno all’episodio si sono già all’epoca creati troppi miti, occorre subito precisare, prima di tutto, che esso si colloca in una situazione internazionale non di avanzata ma di riflusso, più o meno marcato nei diversi paesi, delle lotte operaie. In Germania, dopo le grandi battaglie di marzo, bisognerà aspettare un anno prima di assistere a qualcosa di lontanamente paragonabile ai moti dell’immediato dopoguerra. In Francia, la repressione dello sciopero ferroviario e generale del maggio segna, come in Cecoslovacchia la fine dello sciopero generale di dicembre, l’inizio di un lungo periodo di letargo, e comunque di stasi, sociale. In Gran Bretagna, lo sciopero minerario dell’inverno 1920-21 illuminerà di fulgidi ma sussultori bagliori un orizzonte fattosi grigio dopo le battaglie di strada e di fabbrica del 1918-20: il 1926 dello sciopero generale è ben lontano. In Italia, il vertice della combattività proletaria era stato raggiunto, su scala nazionale, nell’estate 1919 (moti contro il carovita); sul piano più ristretto delle fabbriche e su scala soltanto regionale, nell’aprile ’20 con lo sciopero “delle lancette”.

In entrambi i casi, il proletariato era partito all’attacco e, soprattutto nel primo, si era scontrato nelle strade e nelle piazze con le forze dell’ordine. A breve distanza dai moti di Ancona e dalla loro repressione, e dai tumulti seguiti al vittorioso sciopero dei tranvieri a Roma in luglio, l’occupazione delle fabbriche si presenta invece – secondo punto – con i caratteri tipici di un’azione paradossalmente moderata di difesa: sono gli industriali, con la loro intransigenza, a forzare la mano ai capi della FIOM; è come estremo mezzo di pressione sulla controparte e in funzione difensiva, che questi ricorrono prima all’ostruzionismo, poi all’occupazione, decidendovisi inoltre senza grande convinzione e meno che mai con entusiasmo, “come semplice Ersatz [cioè surrogato] dello sciopero divenuto troppo difficile”, ovvero come “mezzo più economico per imporre il nuovo contratto collettivo di lavoro”.

Imponente, il moto fornirà ammirevoli prove di solidarietà, abnegazione e disciplina operaia, ma – terzo punto – resterà imprigionato entro le mura dei posti di lavoro, e, nonostante il numero enorme di partecipanti, terminerà relativamente in buon ordine, senza che si siano registrati veri e propri scontri in piazza. Clima di festa più che di battaglia all’inizio; di bocca amara più che di rabbia alla fine: l’interludio passa come un sogno intessuto di illusioni, prima fra tutte l’illusione – alimentata negli operai dall’opportunismo – di aver “conquistato il potere” per aver preso possesso delle fabbriche anziché degli organi politici centrali e periferici del dominio borghese, col risultato di uscirne politicamente sconfitti e anche sindacalmente insoddisfatti (o gabbati).

Colti di sorpresa dall’estensione del moto e dalle conseguenze oggettive della linea di condotta assunta di fronte al padronato, i dirigenti riformisti della FIOM e, ultimi arrivati, della CGL – quarto punto – ne tengono tuttavia sicuramente in mano le redini dal primo all’ultimo giorno, liberi di stabilirne i metodi e di fissarne le scadenze, mostrando nei fatti come sia la destra sindacale e politica a dominare, se occorre a colpi di ricatti, il centro massimalista teoricamente a capo del partito, paralizzando con la sua complicità il movimento e condannandolo ad esaurirsi per mancanza di prospettive prima ancora che l’azione congiunta del bonzume e del governo lo conduca a placida fine. Parallelamente, infine, il governo (che gli industriali accusano di eccessiva debolezza) tiene saldamente in un pugno la situazione politica e sociale mobilitando il minimo appena appena indispensabile di forze dell’ordine, e lasciando astutamente che lo slancio operaio si spenga per assenza di ossigeno: verrà allora il momento di concedere agli occupanti una semi-vittoria immediata nella certezza di poterla barattare contro la garanzia di un loro fatale arretramento dalle posizioni conquistate nel prossimo futuro.

Non a caso, del resto, la conclusione del moto coincide con l’inizio della vera e propria offensiva fascista, scatenatasi contro un avversario reso vulnerabile proprio dal suo ripiegamento su se stesso, cioè sui posti di lavoro, e indebolito dai frutti amari della sostanziale sudditanza al riformismo. Il guanto di velluto giolittiano e il pugno di ferro squadrista si sostennero a vicenda: tutta la loro forza risiedeva nella debolezza oggettiva e soggettiva dell’avversario.

Il fatto è che, se è vero che in settembre la tensione sociale mostrava d’essere ancora così forte da sembrar vicina al punto di rottura, a neutralizzarne i coefficienti rivoluzionari avevano provveduto da tempo – a parte fattori oggettivi come il logorio e la conseguente stanchezza seguiti a lunghe battaglie spesso infruttuose, e l’incertezza crescente del posto di lavoro – sia il perenne e sempre coerente disfattismo riformista, sia il vaniloquio, l’inconcludenza e il codismo del massimalismo serratiano nei confronti della destra. La fine non certo gloriosa dell’occupazione delle fabbriche era quindi obbligata, e tale sarebbe rimasto nel prossimo avvenire qualunque episodio delle lotte di classe se si fosse permesso all’equivoco unitario di sussistere.

Solo ponendosi da questo punto di vista, che non è di arrogante svalutazione, ma di necessario ridimensionamento di un moto intorno al quale nacquero allora tante illusioni o, nell’ipotesi più benevola, semplificazioni, e ancor oggi abbondano le mistificazioni, si possono capire sia gli sviluppi dell’azione nei mesi di agosto e settembre 1920, sia le loro ripercussioni politiche su una fascia non indifferente del vecchio partito socialista. Perciò, una sua ricostruzione e, insieme, valutazione critica è anche premessa necessaria alla comprensione, in molti dei suoi aspetti, della fase conclusiva del processo di costituzione del Partito comunista d’Italia”Storia della sinistra comunista, terzo volume

Considerazioni…

Le sconfitte, o le vittorie, nel corso della vita possono costituire lezioni importanti per i soggetti che le hanno vissute, o per coloro che ne hanno avuto notizia.

In effetti la conoscenza, in via di massima, si basa soprattutto sulle lezioni tratte dall’esperienza della vita, e di conseguenza sulla capacità di comprendere il loro significato (astraendo/inducendo dal dato fattuale particolare dei modelli/schemi generali, a loro volta utilizzabili  per prevedere gli eventi futuri o interpretare il presente)
Nel 1920 in Italia ebbe luogo un lungo periodo di lotte operaie, definito in molti testi di storia ‘movimento di occupazione delle fabbriche’.
Dopo alcuni mesi di ininterrotta occupazione, il movimento si estinse, sia per la stanchezza dei partecipanti, sia per l’inconcludenza della stessa lotta, praticamente innocua per il sistema. Occupare le fabbriche, senza porsi l’obiettivo politico della presa del potere, e quindi dello scontro con l’apparato statale borghese, non rappresentava un problema mortale o una minaccia esistenziale per la borghesia. La direzione sindacale e politica della lotta dimostrò tutti i limiti del riformismo imperante nella Cgl e nel partito socialista, seppure ammantato, talora, da roboanti toni massimalisti.
Un contentino gettato in pasto agli operai, per lenire un poco la delusione della sconfitta di fatto, fu la vaga promessa di una futura cogestione delle aziende dove più forte si era dimostrata la mobilitazione proletaria.
Naturalmente non se ne fece nulla, d’altronde, se pure avesse visto la luce, una tale idea non avrebbe cambiato di una virgola i rapporti reali di produzione e di potere fra le classi.
Giolitti, il capo del governo dell’epoca, riuscì a sfruttare l’inconcludenza degli obiettivi del movimento di occupazione delle fabbriche, per smorzare la protesta operaia, senza fare ricorso alla forza.
A proposito delle proteste: ricordiamo che nel 1920, con la fine della produzione intensiva di armamenti, causata dalla fine della guerra, era cresciuta la disoccupazione, e inoltre una parte consistente di operai occupati veniva sottopagata, rispetto agli stessi standard di quel periodo.
Entro certi limiti, la situazione del conflitto di classe, pur non essendo espressamente pre-rivoluzionaria, presentava indubbie caratteristiche di forza ed energia, suscettibili di ulteriori intensificazioni.
L’improvvida direzione politico-sindacale riformista, unita alla sapiente politica di Giolitti, riuscirono a dirottare su un binario morto la protesta operaia.
Tuttavia, dalla sconfitta del movimento di occupazione, alcune avanguardie di lotta trassero la conclusione che era ormai tempo di cambiare registro.
E furono queste avanguardie a dare linfa sociale alle forze politiche della sinistra comunista, quando si pose finalmente  la possibilità di chiudere con le vecchie direzioni politico-sindacali riformiste, e quindi  formare un nuovo partito collegato all’internazionale comunista, un partito dalle dimensioni organizzative e di militanza non ininfluenti sui processi politici e sociali contingenti. Un partito caratterizzato da un programma comunista strettamente collegato alla teoria marxista, e dunque da una strategia e da una tattica realmente riconducibili a quella teoria e al programma su di essa fondato. 

Capitolo 2: la fine e l’inizio

”L’occupazione era stata pacifica: pacifica, ma in uno stato d’animo inverso, fu l’uscita dalle fabbriche. Il cerchio si era chiuso. Stanchezza e apatia da un lato, collera impotente dall’altro: come stupirsene? Se era stato ingenuo illudersi che un movimento le cui caratteristiche abbiamo cercato di illustrare nel modo più obiettivo potesse avere uno sbocco rivoluzionario, era però lecito aspettarsi quanto meno che un’azione di quella vastità, di quella spontaneità, di quella compattezza, di quella disciplina si concludesse con risultati economici ben più consistenti, e con conquiste sul terreno normativo ben più tangibili, di quelli di cui la FIOM e la CGL avevano la faccia di menare vanto, nascondendosi dietro l’illusorio paravento di un “controllo” destinato a rivelarsi in ogni caso una lustra (il decreto legge del febbraio 1921 morì di morte naturale alla Camera, prima ancora che si cominciasse a discuterlo) e che, quand’anche avesse visto la luce, avrebbe assolto un solo compito concreto – quello di favorire non il sovvertimento ma la conservazione dell’ordine costituito”. Storia della sinistra comunista, terzo volume

Dunque il cerchio si chiude, fra settembre/ottobre 1920 la rappresentazione socio-politica delle occupazioni giunge all’epilogo: gli attori sulla scena (Giolitti, Cgl, socialisti riformisti, confindustria, operai) smettono di muoversi su quel determinato piano di confronto.

Il bilancio del movimento delle occupazioni è il seguente; uno) esso non ha prodotto nessun miglioramento economico per gli operai, due) i rapporti di forza fra le classi pendono ora maggiormente a favore della borghesia, che conserva il controllo dei mezzi produzione e dello stato, e può inoltre sguinzagliare le squadre fasciste contro i proletari.

Le dirigenze riformiste politico-sindacali avevano propagato fra gli operai l’idea del controllo, e proprio questa idea contribuì a affievolire la lotta di classe. Alla fine, come in una vera e propria cena delle beffe, i proletari risultarono traditi e bastonati: traditi, perché il controllo della produzione abortì in parlamento già nel febbraio del 1921, bastonati perché ”la borghesia, dopo aver fatto buon viso al metodo “indolore” di governo dei contrasti sociali, spostava il baricentro delle sue simpatie e dei suoi appoggi verso i teorici e i praticanti del metodo sbrigativo della violenza aperta: il fascismo nella sua veste più brutale, quella squadrista”. Storia della sinistra comunista, terzo volume

Riportiamo l’intero passo :‘Si deve dire a questo proposito che il “mito del controllo” non solo, mentre durava l’occupazione ed esso era agitato come semplice parola d’ordine, ebbe di per sé l’effetto di indebolire il movimento cullandolo nell’illusione di disporre di forze irresistibili proprio quando, sul terreno reale della lotta, perdeva di slancio, ma continuò ad esercitare un’azione soporifera per settimane e mesi dopo che le fabbriche erano state sgomberate, via via che i dirigenti politici e sindacali socialisti si sbizzarrivano in speculazioni sulle forme, gli obiettivi e il significato del controllo, e così ne mantenevano vivo e caldo il fantasma. In altri termini, se, a vertenza ancora aperta, la parola d’ordine del controllo sindacale era servita a seminare di fatali illusioni la già difficile via del movimento di difesa operaia, nel periodo successivo allo sgombero essa contribuì a ritardare la ripresa delle lotte di classe nel momento stesso in cui la borghesia, dopo aver fatto buon viso al metodo “indolore” di governo dei contrasti sociali, spostava il baricentro delle sue simpatie e dei suoi appoggi verso i teorici e i praticanti del metodo sbrigativo della violenza aperta: il fascismo nella sua veste più brutale, quella squadrista”. Storia della sinistra comunista, terzo volume

Scrivevamo, nel primo capitolo, che il bilancio negativo delle occupazioni doveva tuttavia essere temperato da altre considerazioni. In effetti due conseguenze che derivarono dalla fine del periodo delle occupazioni furono, in primo luogo, lo smascheramento della linea fallimentare del riformismo, e in secondo luogo la maturazione di una nuova determinazione politica da parte di una frazione degli operai coinvolti.

”L’occupazione delle fabbriche ebbe quindi immediati riflessi sul processo di maturazione, in una minoranza dei massimalisti, del riconoscimento della necessità della scissione: essa aveva dimostrato la completa sudditanza del massimalismo alla destra riformista, l’irresponsabilità massimalista nel predicare la rivoluzione senza far nulla per preparare ad essa il partito e la classe operaia, la confusione nelle questioni generali e particolari di principio nella quale esso nuotava, l’incapacità di intervenire negli stessi movimenti rivendicativi per imprimere loro una maggiore incisività ed estensione; aveva dimostrato che, con la duplice palla al piede di un riformismo orientato (anche se con mille esitazioni) verso la partecipazione ministeriale e, comunque, “intrinseco” (come è stato detto di Turati) alla politica giolittiana e, in genere, democratico-liberale, quindi incline a liquidare anche le forme più elementari di lotta sindacale, e di un massimalismo vacuo ed imbelle al servizio della destra, non solo la preparazione rivoluzionaria, ma la stessa difesa delle condizioni di vita e di lavoro degli operai, sarebbero ormai state impossibili. Per molti che erano rimasti sordi alla propaganda del Soviet e in genere degli “astensionisti”, fu quello il banco di prova definitivo della giustezza, se non altro, della rivendicazione di una rottura irrevocabile con il PSI”. Storia della sinistra comunista, terzo volume

Abbiamo voluto, di proposito, sottolineare il rapporto fra la fine delle occupazioni nell’autunno 1920, e la nascita del partito nel gennaio 1921.

Il partito, come si può ben arguire, non sorge come una setta dal progetto segreto di una cerchia di illuminati, esso sorge, sul piano organizzativo-formale, in quanto sono maturate determinate condizioni (necessarie ed adeguate al suo formarsi).
Esso è dunque diretta espressione della parte più avanzata della classe, che è maturata politicamente imparando le dure lezioni di realtà dalle sconfitte delle lotte guidate dal riformismo. Una base sociale operaia, che trova il proprio strumento politico di lotta in un nuovo contenitore politico.
La teoria e il programma di questo contenitore sono quelli della corrente comunista di sinistra del PSI, che da almeno un decennio  lavora sul piano politico e teorico, in coerenza con la teoria marxista, in quanto teoria storicamente verificata.
La strada indicata dalla rivoluzione d’ottobre, dunque gli insegnamenti tratti dalle vittorie, insieme alle lezioni tratte dalle sconfitte subite in Germania ed Ungheria, oltre che in Italia, confermano la decennale elaborazione teorica della corrente comunista.
Nata sul terreno sociale delle esperienze di lotta del proletariato italiano, e in modo particolare di quello dell’area metropolitana di Napoli e dei comuni limitrofi, la corrente esprime per questo motivo il massimo grado possibile di realismo politico.
Proprio nei territori dove maggiore è il degrado sociale capitalistico, e dove più virulenta è la complicità delle direzioni dei partiti operai con le forze politiche borghesi (pensiamo alla politica dei blocchi comunali dei socialisti con i partiti borghesi dalle mani pulite), proprio qui è possibile la risalita dal baratro, perché proprio qui il proletariato, almeno una sua parte notevole, vive in condizioni di sfruttamento estreme, e può vedere senza illusioni e abbellimenti la vera natura dell’oppressione capitalistica, e quindi i mezzi per superarla.

Capitolo terzo: Livorno 1921 (alcuni aspetti)

Dedicheremo le righe iniziali di questo capitolo non alle proposizioni politiche della nostra corrente, che furono decisive nella elaborazione della linea del partito comunista nato a Livorno, ma alla zampata del vecchio leone riformista Filippo Turati, non a caso menzionata con parole di rispetto nel terzo volume della storia della sinistra comunista. Diversamente dai socialisti massimalisti che avevano gestito il partito negli ultimi 3 anni, barcamenandosi fra appelli battaglieri e pratiche politiche inconcludenti, Turati rivendicava e teorizzava con grande coerenza la via pacifica del gradualismo riformista. Riportiamo una ampia citazione dal terzo volume: ”Il solo discorso che, dall’altra parte della nostra barricata, si elevi al di sopra della contingenza per cercar di inquadrare i problemi dell’oggi in una visione di insieme, collegandoli al filo di una tradizione di battaglia per dar loro continuità e coerenza, è quello di Turati. Non per la prima volta nell’arco di tre decenni, il “grande isolato” polarizza nel suo breve intervento tutti gli umori socialisti del Congresso: è di qui che si capisce l’insistenza di Serrati affinché non si getti al vento quello che, malgrado tutto, è in Italia il vero ago della bilancia del socialismo secondo-internazionalista. Modesto è il suo arsenale teorico: come a Bologna, il suo asso nella manica è il testo mutilo e mal digerito della prefazione 1892 di Engels alle ‘Lotte di classe in Francia’, scambiato per un… antidoto all’essenza rivoluzionaria del marxismo. Ma esso non è che un lasciapassare per lo smercio delle briciole di una saggezza tutta sperimentale nelle file di un pubblico non tanto socialista, quanto radicale con venature socialdemocratiche, cresciuto alla scuola del positivismo sul piano della cultura e del minimalismo sindacale e del riformismo parlamentare sul piano della politica attiva. La sua forza sta tutta nella coerenza; perciò egli segue l’andamento del dibattito col distacco di chi sa di potersi aspettare un finale tributo di applausi dalla stessa maggioranza dei suoi critici; quindi, di potersi tutto permettere, qualunque cosa essi pretendano di pensare o volere. A Bologna, aveva chiuso un lungo discorso con la profezia che sarebbe stato il massimalismo a scindersi, “non vantando che la maggioranza di un’ora”; a Livorno, assiste compiaciuto ma senza vanagloria allo spettacolo degli unitari che si coprono il capo di cenere, correndo a rifugiarsi sotto l’ala protettrice della destra ancora una volta vittoriosa, e chiedendole venia dell’orgia di parole consumata in poco più di un anno di governo del partito.

Per lui, che rivendica “solennemente” alla sua frazione “il diritto di cittadinanza nel socialismo che è il comunismo”, il programma del partito contiene da una parte la visione delle finalità ultime, il piano dei principi, dall’altra – e senza alcun collegamento – la scelta dei mezzi nella loro applicazione contingente alla pratica, un piano sul quale tutto è lasciato alla mercé di considerazioni empiriche di convenienza o sconvenienza, di utilità o danno; se dunque qualcosa “oggi ci distingue, non è la generale ideologia socialista, la questione dei fini, e neppure quella dei mezzi, ma una pura e semplice valutazione della maturità delle cose e del proletariato a prendere determinate posizioni in un dato momento; è unicamente la valutazione della convenienza di determinati mezzi episodici della lotta”.

E, alla luce di questa valutazione, che pretende d’essere un fatto di esperienza ma subito dopo assume valore universale e portata eterna, la violenza “non è, non può e non deve essere un programma”; la dittatura del proletariato “o è dittatura di minoranza, e allora è imprescindibilmente dispotismo tirannico, o è dittatura di maggioranza, ed è un vero non senso, perché la maggioranza non è dittatura, è la volontà del popolo, è la volontà sovrana”. La via della rivoluzione, che è “quella dell’evoluzione” ed è, si, lunga, ma “la più breve”, consiste a sua volta nella via delle lente conquiste quotidiane (a Bologna aveva detto: “non vi è rivoluzione che non sia composta di riforme, come non vi sono riforme socialiste che non abbiano un contenuto e uno sbocco rivoluzionario”), mentre il “culto della violenza”, che s’immagina il processo rivoluzionario come “l’improvviso alzarsi di un sipario e il calare di uno scenario nuovo”, “non è che un fiore di serra, effimero, che dovrà presto morire” (non senza, purtroppo, aver “creato la reazione”, fascista o popolare che sia, “intimidendo, intimorendo oltre misura, proclamando con suprema ingenuità […] la preparazione dell’azione ultima, vuotando del suo contenuto quell’azione parlamentare, che non è l’azione di pochi uomini al di sopra degli uomini, ma che dovrebbe essere la più alta efflorescenza dell’azione comune di tutto il partito entro i quadri nazionali e, per accordi reciproci, anche entro il quadro internazionale”; insomma, senza aver prima creato la controrivoluzione).

L’oratore pensa di aver cosi dimostrato: 1) che “dell’impazienza, del miracolismo, del culto della violenza” – insomma della pretesa di “far camminare il mondo sulla propria testa […] mentre il grande vanto di Marx è stato il rimettere il mondo sui propri piedi” – il partito si è liberato fin dal 1892 a Genova; 2) che non meno rapidamente “evaporerà” il mito bolscevico, giacché “la forza del bolscevismo russo è in un nazionalismo russo che avrà una grande influenza nella storia del mondo come opposizione all’imperialismo dell’Intesa, ma è pur sempre una forma di nazionalismo orientale”, destinato bensì a chiamare “alla vita della storia le vecchie razze che sono negli ipogei della storia”, non però a sostituirsi alla “Internazionale maggiore dei popoli più evoluti”; 3) che il solido nucleo sopravvissuto o in grado di sopravvivere alla miriade di lotte di cui è intessuta la storia contemporanea

“non è la rivoluzione in un giorno o in un anno, ma l’abilitazione progressiva, faticosa, misera, per successive graduali conquiste, obiettive e soggettive, nelle cose e nelle teste, della maturità proletaria a subentrare nella gestione sociale.

Sindacati, cooperative, potere comunale e parlamentare, cultura, tutta la gamma, questo è il socialismo che diviene! E non diviene per altre vie: ogni scorciatoia non fa che allungare la strada” .

Create pure, dunque, il partito comunista, impiantate pure i soviet:

“se volete fare qualche cosa che sia rivoluzionaria davvero, che rimanga come elemento di civiltà nuova, voi sarete forzati, a vostro dispetto, ma dopo ci verrete, perché siete onesti, con convinzione, a percorrere completamente la nostra via, a percorrere la via dei social-traditori, e lo dovrete fare perché questo è il socialismo che è il solo immortale […]. Dovrete fare questa azione graduale, e dovendo fare questa azione, che non può essere che quella, non ce n’è altre e tutto il resto è clamore, è sangue, è orrore, è reazione, è delusione, dovendo fare questa opera voi dovrete poi anche fare da oggi un’opera di ricostruzione sociale [e qui Turati ricorda il suo discorso ‘Rifare l’Italia’]. Voi temete oggi di costruire per la borghesia. Preferite lasciar crollare la casa comune al conquistarla per voi. Fate vostro il ‘tanto peggio tanto meglio’ degli anarchici. Credete o sperate che dalla miseria crescente possa nascere l’emancipazione sociale; non ne nascono che le guardie regie e il fascismo, la milizia, l’ignoranza, lo sfacelo”.

Sarebbe troppo facile infierire sulla mancanza di realismo politico presente in tale perorazione della via riformista, sarebbe troppo facile ricordare che tutti i passaggi da un modo di produzione ad un altro sono, nel corso della storia reale, avvenuti attraverso periodi prolungati di scontri socio-politici, sarebbe troppo facile ricordare che la violenza e i rapporti di forza governano innanzitutto le relazioni internazionali fra le varie borghesie nazionali…e tuttavia il Turati ha il merito di mostrare senza maschere il volto autentico del riformismo: 1) fiducia scientista/ positivista nell’evoluzione naturale della società, 2)fiducia negli strumenti della democrazia parlamentare per accelerare i processi naturali di cambiamento.

Si tratta di due punti molto attuali, poiché anche oggi, sebbene da versanti politici apparentemente lontanissimi dal Turati/pensiero, vengono prodotte a getto continuo delle idee sostanzialmente omogenee.

Elenchiamone solo due: 1) il comunismo esiste già, la produzione è già di fatto socializzata, ma anche i rapporti di lavoro interni alle aziende sono liberi dalla legge del valore di scambio, dunque gli stati borghesi (sovrastruttura)si stanno indebolendo, sottoposti alla potenza dissolvente che promana dalla struttura economica già comunista (evidente il tributo a Kautsky); 2) in apparente ausilio a questa prima proposizione troviamo l’idea del crollo automatico del sistema (collassismo-fatalista),senza nessun intervento del partito e della classe (quindi del conflitto sociale). Questa seconda proposizione suscita un interrogativo: ma se la struttura economica è già comunista, allora cosa deve collassare?

Al di là delle evidenti contraddizioni logiche esistenti fra le due proposizioni: il comunismo esiste già (prima proposizione) il sistema (quale?) è inevitabilmente destinato al collasso (seconda proposizione), è significativo che queste due proposizioni contengano la stessa svalutazione della realtà presente nella perorazione riformista di Turati, poiché unica è la loro fonte ispiratrice: il positivismo scientista.

Si tratta dunque di posizioni anti-dialettiche, presenti già all’origine del movimento operaio, in forme differenti, ma nella essenza politica gradualista-fatalista perfettamente simili.

Nel 1921 il partito comunista sorge anche come reazione a questo irrealismo riformista, che affermava (allora) che lo stato borghese, nella sua versione democratico-parlamentare, sarebbe stato un fattore di emancipazione e una via verso il socialismo (Turati). Lo stesso irrealismo che sostiene (oggi) l’estinzione/indebolimento degli stati borghesi come processo meccanico, insito nella natura evolutiva delle cose. 

Ecco allora spiegata l’importanza del discorso di Turati, che chiarisce senza finzioni la quintessenza del gradualismo positivista, e per logica degli opposti, la quintessenza del discorso politico diametralmente antitetico all’irrealismo gradualista. 

La perorazione gradualista di Turati, al di là del merito di essere esplicita e chiara sui contenuti del riformismo,era anche utile per far comprendere ai militanti/congressisti  indecisi i termini della scelta politica che avrebbero dovuto prendere al congresso di Livorno.

Il contenuto formale, apparentemente coerente, del discorso di Turati, veniva invece smentito dai fatti: 1) le pacifiche occupazioni delle fabbriche, avevano solo sprecato le residue energie di lotta dei proletari, dimostrando tutta la inconcludenza della strada riformista 2) i proletari e le loro rappresentanze politiche e sindacali erano ora esposti alla violenza squadrista, mentre importanti segmenti dello stato borghese voltavano lo sguardo altrove, oppure contribuivano all’azione di repressione anti-operaia.

Riportiamo ora una lunga citazione, sempre tratta da ‘Storia della sinistra comunista’ terzo volume, molto importante per comprendere il quadro politico dell’opportunismo a cui si opponeva il lavoro teorico e pratico della corrente comunista, sia nel 1921 a Livorno, sia negli anni precedenti:  Di tutta la storia del movimento proletario internazionale, dal Manifesto alla vigilia della grande guerra mondiale, ci interessa rammentare quale carattere avesse assunto l’organizzazione socialista negli ultimi decenni precedenti il 1914, nei quali visse la II Internazionale.

I fondamenti della dottrina e del metodo marxista erano stati a poco a poco travisati. Il revisionismo aveva poste in dubbio le basi fondamentali della critica marxista al sistema capitalistico, fondandosi sul fatto che le previsioni di un rapido volgere di esso alla crisi finale apparivano non essersi verificate, ed aveva a poco a poco elaborate nuove teorie nelle quali l’acutizzarsi della lotta di classe, la violenza rivoluzionaria, la dittatura proletaria più non avevano parte, ma in realtà si ripiegava sulle superate posizioni democratiche, affermando la possibilità di una lenta evoluzione delle forme capitalistiche verso il socialismo, che economicamente si sarebbe presentata come un elevamento graduale ma sicuro del tenore di vita del proletariato, politicamente come una partecipazione sempre più larga della classe lavoratrice agli istituti rappresentativi e anche governativi attuali. Al travisamento delle direttive teoriche si accompagnò un’azione proletaria totalmente diversa da quella tracciata dal marxismo rivoluzionario.

I partiti socialisti o socialdemocratici, trascurando ogni lavoro diretto alla realizzazione del programma massimo, che fu ridotto ad uno scialbo motivo di propaganda e di retorica demagogica, si posero come obiettivo la soddisfazione dei piccoli interessi dei vari aggruppamenti proletari, concludendosi tutta l’azione in un corporativismo economico sindacale tenero solo di piccole e insensibili migliorie, ed in una pratica politica puramente elettorale e parlamentaristica volta a fiancheggiare il prevalere di quei minimi interessi e ad introdurre riforme favorevoli al proletariato nella legislazione borghese.

Questo movimento proletario, mentre acquistava estensione registrando grandi ed apparenti successi numerici nel campo sindacale ed elettorale, mancava completamente del carattere di fucina delle forze rivoluzionarie tendenti ad abbattere il capitalismo, e di questo divenne un elemento di conservazione, contemperando il rigore delle sue contraddizioni intime e dei loro riflessi rivoluzionari col gioco delle concessioni proposte ed ottenute a tacitare l’insofferenza delle masse. Una piccola schiera del movimento socialista della II Internazionale rimase fedele al marxismo rivoluzionario; mentre quella parte del proletariato che istintivamente ripugnava dalla pratica di transazione e di compromesso dei capi riformisti si volgeva in molti paesi a scuole derivanti da un altro revisionismo (che non meno del primo rimetteva a nuovo vecchi errori già demoliti dal marxismo), all’anarchismo cioè ed al ‘sindacalismo rivoluzionario’ che vanamente deducevano dal fallimento dei partiti proletari esistenti un programma di azione rivoluzionaria che pretendeva fare a meno del partito politico come organo della lotta, e del potere politico centrale del proletariato come strumento della trasformazione del sistema economico dal capitalismo al comunismo.

Di tali scuole ci basta dire che mai rappresentarono le depositarie del sano metodo rivoluzionario; che il processo attraverso il quale nel 1871-72 Marx si separava da Bakunin nella I Internazionale, non è in alcun modo un aspetto del volgere a destra del movimento socialista, ma è riconosciuto e riconfermato nell’attuale lavorio di costituzione della Internazionale rivoluzionaria di cui ci occupiamo in appresso, cosicché è un grossolano errore – non potendo essere una accusa – attribuire ai comunisti anche di sinistra tendenze sindacaliste e anarchiche.

I grandi partiti socialdemocratici che si erano formati nell’epoca della II Internazionale non seguivano dunque né una dottrina né una tattica rivoluzionaria; tutta l’organizzazione di essi era caratterizzata da una doppia schiera di capi: i funzionari del movimento sindacale, abituati in una pratica inveterata a transigere cogli esponenti della borghesia; ed i parlamentari, che manovravano sul terreno di più vasti compromessi politici e governamentali coi poteri costituiti, rappresentando gli uni e gli altri lo ‘stato maggiore’ del proletariato, i depositari, oltre che della sua fiducia, delle sue casse, della sua stampa, in una parola di tutti i suoi mezzi di azione.

Dello scoppio della bufera guerresca nel 1914 il movimento della II Internazionale, nonostante l’ottimismo cronico di cui era tutto imbevuto, aveva avuto qualche sentore, ed il Congresso di Basilea del 1912 ne aveva dato prova, deliberando che il movimento della classe operaia dovesse opporsi alla guerra, e ove non l’avesse potuta deprecare, dovesse tentare di approfittarne per l’abbattimento del capitalismo.

Tutto il bagaglio teorico e tattico della II Internazionale la spingeva però a non parlare della seconda eventualità, se non nel tono affatto accademico nel quale ancora si nominava talvolta la ‘rivoluzione sociale’. In realtà tutta la sua preparazione era imperniata sulla ipotesi di una graduale evoluzione storica che, come avrebbe reso superflua la rivoluzione catastrofica di Marx, così rendeva impossibile la guerra tra i grandi Stati moderni.

Lo scoppio della guerra europea demoliva d’un colpo entrambe queste fallaci previsioni, poiché demoliva la loro base comune: l’ottimismo riformista, per venire a riconfermare il tragico pessimismo di cui era improntata la concezione marxista originaria nei riguardi dell’avvenire del mondo capitalistico.

Le tesi favorite del revisionismo sugli errori delle leggi puramente economiche tracciate nel Capitale sulla concentrazione della ricchezza, la miseria crescente, le inevitabili e incalzanti crisi del capitalismo, non intaccarono menomamente la costruzione marxista, il cui coronamento era la condanna del sistema capitalistico a sparire in una crisi spalancata dalle sue contraddizioni, dalla barbarie che esso avrebbe apprestata sotto la vernice chiassosa della sua vantata civiltà.

Tutto l’insieme dell’opera politica e storica di Marx ci permette di dire – e lo dichiara d’altronde anche la prefazione alla sua Critica della economia politica – che i primi volumi del Capitale rappresentano una critica dello schema del capitalismo dal punto di vista della scienza economica, destinata a costituire la base dell’ulteriore trattazione che doveva abbracciare l’esame di altri argomenti politici e storici, sino alla funzione dello Stato e ai rapporti internazionali, argomenti che del resto sono trattati in modo molteplice in altri scritti conducendo logicamente a quella critica dell’imperialismo svolta successivamente – e in modo che si potrebbe provare non discontinuo – dalla ‘sinistra marxista’ e oggi completata nel pensiero della Internazionale Comunista e dei suoi teorici.

Le dottrine economiche di Marx sulla natura e lo sviluppo del capitalismo non escludono, ma concludono all’obiettivo esame dei fatti storici che hanno compensato il maturare fatale della crisi interna del sistema dell’economia borghese, introducendo come elementi di equilibrio lo sfogo della sovrapproduzione capitalistica nei mercati esteri e nella preparazione militare, e lo stesso movimento operaio imprigionato in una prassi minimalistica e ridotto a complemento integratore del regime borghese. L’errore del revisionismo della II Internazionale è stato di non intendere come tali coefficienti dilatori, se allontanavano la crisi suprema, non ne eliminavano però la necessità, anzi la preparavano più acuta e tremenda, tale da non presentare altra soluzione che quella già contenuta nelle lapidarie prospettive del programma marxista: l’insurrezione violenta del proletariato e la instaurazione della sua dittatura.

Gli ideologi della borghesia poterono pensare di coronare la demolizione del pensiero rivoluzionario elaborata dal riformismo socialista, con la constatazione della fine di ogni lotta di classe nella collaborazione nazionale ovunque determinata dalla guerra. Ma il riformismo vedeva in realtà crollare i suoi schemi, essendo troppo evidente che la guerra, oltre al creare una terribile e sanguinosa situazione al proletariato, uccideva ogni speranza di future pacifiche e rosee evoluzioni verso un migliore e benefico assetto del sistema attuale, e nello stesso tempo risospingeva le masse alla soluzione rivoluzionaria.

Così il movimento della II Internazionale veniva strappato ai suoi obiettivi teorici e tattici. Il fatto che esso, dinanzi a questa cosi palmare constatazione, non si riportasse sul terreno della vecchia dottrina e prassi rivoluzionaria marxista, viene comunemente indicato come il tradimento dei partiti della II Internazionale. Ma quel fatto non era che la logica conclusione delle premesse revisionistiche, e la fatale conseguenza della dialettica storica, per cui la coscienza critica e l’orientamento di pensiero proprio di movimenti collettivi non sono dati astratti che si determinano al di sopra delle cose umane, ma sono effetti delle circostanze storiche, e non si mutano da un giorno all’altro.

L’attitudine adunque del movimento della II Internazionale allo scoppio della guerra nella maggior parte dei paesi capitalistici non va spiegata colla perfidia e la viltà di alcuni uomini, ma è la conseguenza fatale di tutto l’indirizzo precedente del movimento e della sua azione.

I partiti della II Internazionale nel 1914 coi loro capi sindacali e parlamentari, col loro ingranaggio e la loro routine collaborazionista, anche se crollava nella guerra la possibilità di ottenere quanto essi avevano posto come fine della loro collaborazione, abbandonarono totalmente il fine – graduale e continuo miglioramento delle condizioni dei lavoratori – e continuarono nella loro pratica, ossia si associarono anche nella guerra e per la guerra alla borghesia dominante.

Riprendendo un tema già svolto in un intervento del delegato della Sinistra al II Congresso, il capitoletto su Gli insegnamenti della rivoluzione russa addita l’importanza decisiva di quest’ultima nel fatto che proprio là dove ci si poteva attendere che il moto rivoluzionario si esaurisse nel completamento dei compiti storici di ogni rivoluzione borghese e si adagiasse nelle forme democratiche di governo, queste erano state invece superate con la instaurazione di una dittatura dichiaratamente proletaria e comunista. Da ciò si trae l’insegnamento del valore non locale né contingente ma universale e duraturo dei “grandi episodi della rivoluzione russa, la dispersione dell’assemblea costituente, la rottura di ogni alleanza tra il Partito rivoluzionario e i partiti della borghesia, ecc.” e la dimostrazione del carattere anch’esso necessario e universale dell’atteggiamento dei partiti operai non solo di destra ma di centro nei confronti della rivoluzione e della dittatura di classe”.Storia della sinistra comunista, terzo volume.

Nel presente lavoro non intendiamo fare la storia del partito, ma solo cogliere alcuni aspetti del passato che si collegano alle nostre battaglie contingenti, in modo particolare ci sembra importante questo passaggio congressuale del 21, in cui si rimarca il ruolo del partito:

”Il grande tracciato programmatico del marxismo, che si riconsacra oggi nei testi, e più ancora nelle conquiste del movimento comunista internazionale, si può riassumere così: organizzazione del proletariato in partito di classe – lotta per l’abbattimento del potere politico borghese – organizzazione del proletariato in classe dominante, tradotta nella espressione ciclopica di dittatura proletaria – intervento del potere proletario nei rapporti della produzione per realizzare la socializzazione dei mezzi e delle funzioni economiche, che condurrà alla sparizione delle classi e di ogni altro apparato statale di potere.

Parlando fin d’allora di dittatura proletaria Marx volle stabilire una differenza fondamentale: mentre il potere borghese è in realtà una solidissima dittatura, ma è protetto da una apparente eguaglianza di diritto di rappresentanza politica negli uomini d’ogni classe – e la borghesia non può porre il proletariato in una condizione patente e costituzionale di inferiorità, poiché essa non può vivere senza il proletariato – il potere della classe proletaria dovrà essere una aperta e palese dittatura, ossia si fonderà sulla esclusione dei membri della classe borghese da ogni ingerenza nella formazione degli istituti dello Stato – e ciò perché il proletariato tende ad eliminare la borghesia, e con essa l’esistenza stessa delle classi e delle dittature di classe.

In tutta questa sua tragica via, alla classe proletaria è indispensabile il suo partito rivoluzionario. Solamente una piatta interpretazione delle tesi marxiste, che viene talvolta dalla estrema destra, talvolta dalla ‘estrema sinistra’, riconosce o esalta la classe in organismi che istituzionalmente ne comprendono la totalità o la grande maggioranza – prima della rivoluzione nei sindacati o nei consigli d’azienda, dopo nei consigli operai – più che nel partito che ne raccoglie solo una parte. È invece proprio per l’intimo valore delle ragioni marxiste che la maggioranza della classe proletaria non potrà accogliere ed esprimere la coscienza e la volontà dei compiti storici della classe, se non quando le sue condizioni di inferiorità nel tenore di vita fisica saranno eliminate; quando cioè già sarà in atto il comunismo. Fino allora non solo la classe sarà rappresentata solo nel partito, ma in tanto il proletariato apparirà ed agirà come classe, in quanto esprimerà dal suo seno questo partito, capace di critica e di coscienza storica, e perciò stesso capace di volontà e di azione.

Nel suo cammino nella storia, il Partito Comunista troverà sempre più larghi strati della classe attorno a sé, trascinati, inquadrati, diretti nella sua opera rivoluzionaria.

Questi effettivi e queste forze esso avrà ed usufruirà sicuramente, solo in quanto avrà mantenuto i suoi caratteri specifici, che appunto lo differenziano sopra ogni altro organismo operaio: coscienza critica e teorica, decisione nell’azione – caratteri per i quali è soprattutto indispensabile condizione l’omogeneità di vedute e di volontà nei suoi membri, che in nessun altro organo proletario esiste né può pretendersi che esista.

Anche i rapporti tra il partito e i più larghi immediati organi operai, tra la lotta del partito per un programma ‘massimo’ e le azioni dei gruppi operai per minime realizzazioni limitate e contingenti, sono nella dottrina di Marx ben chiari. Il partito non nega né trascura quei movimenti, ma, senza accettarli come fine a se stessi o alla propria azione, li considera come le occasioni per allargare il campo della lotta e condurre un sempre maggior numero di operai alla constatazione che occorre mirare a più vasti obiettivi e foggiarsi un organo di più alta potenzialità per la lotta contro il fondamento stesso dello sfruttamento capitalistico.

Ed il problema della tattica comunista sta qui: nel raggiungere più larghi strati della massa e condurli sul terreno dell’azione rivoluzionaria, preparandoveli in armi ideali e materiali, conservando al partito il suo carattere di qualità che garantisca il successo di tale preparazione – evitando l’errore di prospettiva di credere di poter raggiungere più facilmente la massa allargando le basi del partito rivoluzionario in quantità, ma avendo attenuato il carattere e il contenuto del partito e della sua opera, che, perdendo il loro carattere generale e massimale, vadano a combaciare con le manifestazioni frammentarie di limitati interessi, e si risolvano nel conseguire obiettivi immediati e contingenti a scapito del supremo risultato rivoluzionario”. Storia della sinistra comunista, terzo volume.

Riportiamo ora ancora una citazione da terzo volume, indispensabile per sfatare i soliti luoghi comuni sul presunto settarismo del partito nato nel 1921:Omogeneità di indirizzo, fermezza di direzione, rigore di orientamenti tattici e di criteri organizzativi: queste, che per gli storici di scuderia sarebbero le caratteristiche distintive di un partito settario ed “elitistico”, immobile nella gelosa salvaguardia della propria unicità, si dimostrarono invece (ma questo, per il marxismo, non ha bisogno di controprove) i presupposti e gli strumenti di una politica di energica iniziativa nei confronti della classe, le cui manifestazioni non seguirono a distanza il processo di strutturazione organizzativa del partito ma lo accompagnarono fin dai primi giorni, alimentandolo nell’atto di nutrirsene – un partito di azione rivoluzionaria come il III congresso chiederà a tutte le sezioni nazionali dell’IC di diventare.

Una fitta successione di convegni degli organizzatori comunisti, di assemblee nelle principali Camere del Lavoro e nelle Federazioni di mestiere nelle quali il partito era forte, di appelli del CS comunista ai proletari organizzati e di articoli di chiarificazione ed indirizzo, precedette l’intervento al V congresso della CGL, X della Resistenza, tenutosi a Livorno dal 26/II al 3/III, cui il PCd’I partecipò in forze non con l'”illusione puerile di ottenere un successo di qualsiasi genere, ma con animo di esporre in modo evidente il proprio punto di vista e richiamare su di esso l’attenzione delle masse e di tutti quelli che hanno occhi per vedere e imparzialità di mente per giudicare” . Il problema non era soltanto di controbattere l’accusa dei riformisti e dei centristi, secondo cui la tattica dei comunisti consisteva nel “foggiare a loro immagine e somiglianza sindacati di minoranza”, mostrando come essa mirasse invece a “penetrare e conquistare i sindacati che ci sono, nei quali è la grande maggioranza operaia, da cui non si può straniarsi, nella quale occorre lavorare per strapparla all’influenza degli attuali capi riformisti”  – tutto il contrario, dunque, di quanto predicavano i tribunisti olandesi o il KAPD. Il problema era altresì – come fecero in sede di congresso Repossi e Tasca, Vota e Azzario – di contrapporre al tentativo dei capi confederali di ridurre le questioni sul tappeto a semplici problemi tecnici e organizzativi, l’esigenza di una svolta radicale nell’impostazione dell’attività rivendicativa, non – beninteso – nel senso di negare o sottovalutare le lotte e le rivendicazioni immediate dei lavoratori, ma in quello di orientarle e dirigerle in funzione della preparazione delle masse all’assalto rivoluzionario, di spezzare a questo scopo i ceppi del patto di alleanza col PSI, e di aderire senza riserve all’Internazionale dei Sindacati rossi rompendo ogni legame con Amsterdam. Si trattava nello stesso tempo di mettere in risalto la necessità di un cambiamento non meno radicale nella struttura delle organizzazioni sindacali, che rendesse possibili una più intensa vita interna, una più diretta partecipazione degli iscritti ai dibattiti e alle decisioni di interesse politico collettivo, un più stretto controllo degli organizzatori da parte degli organizzati – non in nome di una “maggior democrazia”, ma nella convinzione che su questa base sarebbe stata assai più agevole la conquista degli organismi di “resistenza operaia” alla causa della rivoluzione”.Storia della sinistra comunista, terzo volume.

 

Come abbiamo scritto poco sopra, non è nostro scopo fare un riassunto storico sull’argomento ”nascita del partito comunista d’Italia”, Chi vuole conoscere nel dettaglio, fatti, nomi, circostanze, può benissimo leggere il terzo volume di ‘Storia della sinistra comunista”, il nostro scopo è invece di analizzare, come abbiamo già fatto, alcune circostanze storiche che hanno posto in essere la risposta/riscossa di classe insita nella scissione di Livorno.

Questo ci interessa, oggi, anno 2018, di fronte all’imbarbarimento senza fine della vita sociale, alla crescita vertiginosa della miseria, al desolante quadro politico-sindacale predominante. Chi vuole conoscere il programma comunista del 1921 può leggerselo nel terzo volume anzidetto, a noi interessa chiarire solo un ultimo punto: il partito comunista d’Italia nasce nel 1921 come alternativa politica al riformismo socialdemocratico, funzionale al sistema: questo partito raccoglie le migliori avanguardie operaie selezionate nel corso di lotte sociali precedenti, e si richiama esplicitamente agli insegnamenti della rivoluzione bolscevica. Di fronte alla verifica empirica del fallimento riformista, e in base alle lezioni storiche della comune di Parigi e della rivoluzione d’ottobre, il partito diventa la quintessenza politica di una elementare equazione socio-politica, prefigurativa di un percorso possibile (non inevitabile o fatale), tuttavia indispensabile per uscire dal film horror del capitalismo; 1) conflitto di classe, 2) partito comunista, 3) rottura del dominio di classe borghese, 4) stato proletario. 

Questa equazione marxista è fondata sulle lezioni della storia, e quindi non è l’elucubrazione di una setta di rivoluzionari lontani dalla realtà. Al bivio storico in cui ci troviamo vale ancora oggi il vecchio motto ‘Socialismo o barbarie’, o meglio, ‘Socialismo o mineralizzazione del pianeta’.

 

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