Nella rossa luce del sacrificio «Il Soviet», N.6, 26.1.1919


 

Nota redazionale: il tragico epilogo della rivoluzione spartachista, e l’articolo che ne riporta la notizia, hanno ormai un secolo di vita. L’articolo descrive la violenta reazione dello stato borghese tedesco che provocò, cento anni fa, la morte dei generosi militanti spartachisti, come quasi cento-cinquant’anni fa la reazione dello stato borghese francese  aveva soffocato la comune di Parigi.Carlo Liebknecht e Rosa Luxemburg sono stati esposti, con barbara gioia di vendetta, agli insulti della plebaglia incosciente, ubriacata di menzogne, probabilmente venduta; sono stati colpiti, martoriati, assassinati vilmente, i loro corpi esanimi oltraggiati, dati in balia all’odio torvo di abbrutiti delinquenti”. In fondo, l’esistenza del capitalismo è sempre stata disseminata di morte e violenza, anche il nazismo, lo stalinismo e il fascismo, contemporanee mascherature politiche borghesi, hanno avuto la mano pesante con i proletari dalla schiena dritta. Ma anche i moderni stati borghesi, compiutamente demofascisti, sanno all’occorrenza colpire con violenza i nemici del sistema di parassitismo capitalistico.

Tuttavia certe azioni, alle volte, assurgono ad un piano superiore alle umane miserie e debolezze, diventando fattore di storia. ” Allora, Carlo Liebknecht e Rosa Luxemburg copriranno il mondo rinnovato colla loro ombra gigantesca e riceveranno il culto degli eroi e dei precursori dai cuori fedeli dei proletari di tutto il mondo”.

 

Nella rossa luce del sacrificio

Nel numero scorso noi non volemmo fare alcun accenno all’orrendo misfatto perpetrato in Germania dalla sogghignante reazione. Vi era ancora qualche elemento di dubbio nelle notizie, v’era ancora qualche possibilità che l’obbrobrio sa tragedia fosse soltanto il parto della sinistra fantasia torquemadesca delle eleganti iene di giornalisti del capitalismo…

Purtroppo la realtà ha superato nella sua atroce attuazione, ogni più raffinata e sadica fantasia di aguzzino. Carlo Liebknecht e Rosa Luxemburg sono stati esposti, con barbara gioia di vendetta, agli insulti della plebaglia incosciente, ubriacata di menzogne, probabilmente venduta; sono stati colpiti, martoriati, assassinati vilmente, i loro corpi esanimi oltraggiati, dati in balia all’odio torvo di abbrutiti delinquenti.

Che i proletari non dimentichino mai questo scempio! Che quella data, quei nomi, quei particolari raccapriccianti si figgano bene nella loro memoria e nel loro cuore, per il giorno augusto della vendetta! Il giornale dei rinnegati del social-nazionalismo tedesco, il degenere «Vorwärts!», aveva ben compiuto la sua opera infame di pervertimento sanguinaria, di eccitamento delle più basse passioni plebee. Il foglio, che non aveva mai trovato niente da ridire quando il Kaiser, il Kronprinz, e Ludendorff, e Hindenburg, mandavano avanti al macello, negli insanguinati campi di Francia, milioni di proletari, ed essi stavano bene addietro, al riparo nei loro comodi quartieri generali, a ubriacarsi di champagne rubato con femmine da conio; aveva però subito trovato il motivo della satira e della sobillazione contro Carlo e Rosa, che non erano fra i cento morti proletari della settimana rossa, come i suoi redattori tirapiedi della reazione borghese e militarista avevano bramato.

Ma l’odio di coloro che nella vita intemerata dei due grandi Lottatori, nella coerenza ferrea della loro condotta, nella rigidità mai smentita dalle loro convinzioni e della loro azione, vedevano con rabbia una rampogna permanente al proprio subdolo asservimento passato al kaiserismo, fu finalmente soddisfatto.

Carlo e Rosa, gli assertori incrollabili del diritto integrale del proletariato, gli oppositori irreconciliabili di ogni patteggiamento degli sfruttati con gli sfruttatori, gli apostoli della nuova società comunista ed egualitaria, caddero idealmente consociati nei nobilissimo martirio come già nella vita d’azione.

E i profanatori del socialismo, gli Ebert, gli Scheidemann, i Noske, esultano, e la loro esultanza traspare dai contorcimenti ipocriti con cui cercano di ostentare dolore e riprovazione, e dietro a loro esultano ancora più i militaristi, quei generali che ridiventano d’un tratto, come nell’agosto 1914, i salvatori della patria quegli ufficiali che di nuovo spadroneggiano, chiodati e spallinati, per le vie di Berlino, come negli aurei tempi di Guglielmo e della Tavola Rotonda, a insultare e malmenare i passanti, a oltraggiare e… accarezzare le donne, a fucilare nelle caserme i proletari ribelli.

E, dietro loro, s’ode già il cachinno beffardo del capitalista, dello junker che potrà ancora derubare e bastonare i contadini del suo latifondo, dell’industriale liberato dal pericolo di dover lasciare all’operaio l’intero frutto del lavoro, del commerciante abilitato a continuare la sua nobile operazione di rubare al produttore e al consumatore, del rentier esentato dall’obbligo di lavorare anch’egli per mangiare…

Il governo ha vinto, con le baionette della guardia bianca. Ma vi sono vittorie che disonorano, e sconfitte che preparano le vie dell’avvenire!

I maggioritari tedeschi non potranno godere con gioia il frutto della vittoria, pagata col sangue proletario e con la vita dei più strenui e convinti difensori del diritto proletario in Germania. Essi, armando a difesa del loro potere, truffato alla Rivoluzione, i borghesi, gli ufficiali, gli studenti, i soldati reduci appena da quattro anni di stenti indicibili e desiderosi di riposa ad ogni costo, hanno segnata la sentenza della propria morte politica. Essi già sono prigionieri della reazione, e alla reazione borghese militare, capitalista, dovranno cedere il posto e consegnare la direzione dello Stato.

Quel giorno, la colossale frode politica da loro commessa a danno della rivoluzione, del socialismo, del proletariato, diventerà evidente anche agli occhi di quella parte del proletariato tedesco che ancora non s’è risvegliato dagli effetti del narcotico patriottarda propinatogli profusamente dai borghesi e dai maggioritari nei quattro anni di guerra.

Quel giorno, il proletariato vedrà e saprà. E sarà il giorno dell’apoteosi immancabile di Carlo Liebknecht e di Rosa Luxemburg, sarà il trionfa di Spartaco!

Noi lo aspettiamo con sicura fiducia. Non passerà molto che il proletariato tedesco si accorgerà della stoltezza commessa cedendo, per il piatto di lenticchie dell’ordine e della generosità delle borghesie vittoriose, la primogenitura della sua totale e definitiva emancipazione dal capitalismo indigeno e straniero. Né sarà tardi, perché nessuna forza può ormai arrestare la rivoluzione proletaria nel mondo e perché il proletariato tedesco è una forza troppo gigantesca perché, diventata conscia di sé, la si possa contenere con le pastoie parlamentari e costituenti.

Allora, Carlo Liebknecht e Rosa Luxemburg copriranno il mondo rinnovato colla loro ombra gigantesca e riceveranno il culto degli eroi e dei precursori dai cuori fedeli dei proletari di tutto il mondo.

Spartaco lo ha detto poco prima di morire:
«
La vittoria sarà nostra perché Spartacus significa fuoco e spirito, anima e cuore, violenta azione della Rivoluzione proletaria. Spartacus significa tutte le miserie, tutto il desiderio di felicita dei proletariato. Significa il socialismo, la rivoluzione mondiale».

Perciò noi, sebbene addolorati e frementi dello scempio fatto dei due apostoli dei comunismo, accettiamo il loro destino. Ogni idea, prima di trionfare, deve essere nobilitata dai sacrificio dei suoi primi e più generosi assertori; ogni religione – e il socialismo è la religione dell’età nuova – vuole i suoi martiri.

Ieri essi si chiamavano Cristo, Huss, Giordano Bruno. Oggi si chiamano Jaurès, Liebknecht, Luxemburg. Gli uni e gli altri caddero per la loro fede. Ma passarono i carnefici e trionfò il cristianesimo, la riforma protestante, il libero pensiero. E passeranno gli assassini di oggi, cedendo il passo alle nuove genti, libere, eguali, affratellate in tutto il mondo, che in ogni ora della loro vita divenuta finalmente lieta ed amata leveranno un commosso pensiero di memoria di riconoscenza alle due grandi figure, il cui sacrificio avrà preparata la loro felicità, a Carlo Liebknecht e Rosa Luxemburg.

  «Il Soviet», N.6, 26.1.1919

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