Dimensione alienata e rimedi tossici

Introduzione

La ricerca che stiamo iniziando, come già segnalato nel titolo, cercherà di analizzare la correlazione fra l’alienazione capitalistica e l’uso di varie tipologie di sostanze tossiche da parte dell’uomo contemporaneo, al fine di soddisfare dei bisogni indotti, evidentemente, dal tipo di esistenza vissuta nell’attuale società.

Ipotizziamo, dunque, un doppio tipo di cause principali nella diffusione dei comportamenti tossicologici: 1) un generico mal di vivere, legato in senso generale al tipo di rapporti sociali basati sulla violenta mercificazione della vita 2) il condizionamento dei modelli consumistici e dei correlati bisogni edonistico-nichilisti.

Nelle pagine successive tenteremo di dare conto anche di un altro tipo di uso, nel corso della storia conosciuta, delle sostanze stupefacenti: un uso mirato a provocare gli stati alterati di coscienza tipici dei viaggi sciamanici, oppure a favorire, come nei riti dionisiaci, dei momenti di separazione dal piano ordinario di vita. In questi casi il ruolo  di determinate sostanze si spiega come accessorio di un rito socialmente riconosciuto, ovviamente estraneo alla moderna società occidentale ( in cui invece, parimenti, avviene il consumo di sostanze oppiacee e psicotrope, per motivi differenti).

I comportamenti tossicomani possono assumere varie forme, ad esempio l’utilizzo di droghe leggere e pesanti, oppure l’abuso di sostanze alcoliche o di tabacco. Anche i disturbi della sfera alimentare, in modo particolare la bulimia, denotano una dipendenza verso il cibo causata da un malessere personale e insieme sociale.

Entrando nel campo generale delle dipendenze, tuttavia, andiamo oltre il puro ambito di studio delle sostanze tossiche, poiché anche il bisogno compulsivo del gioco d’azzardo, o di fare sesso, denotano una dipendenza. Bisogna riconoscere che i comportamenti maniacali e ossessivi sono ormai largamente diffusi ai nostri giorni, questo dato, ovviamente, ci riporta alla potenza negativa dell’ambiente sociale contemporaneo che costituisce il loro terreno di coltura.

Nei primi scritti di Marx si sostiene che la religione è l’oppio dei popoli, e al contempo il lamento della creatura oppressa.

Ferma restando la validità di questa proposizione, possiamo constatare che quando l’oppio religioso perde forza e presa, come nella nostra società contemporanea laica e secolarizzata, allora subentrano al suo posto dei veri e propri oppiacei materiali, sostanze tossiche vanamente assimilate per ottundere il vuoto interiore causato dalla radicale insignificanza dell’esistenza.

Tuttavia il rimedio, in questo caso, è peggiore del male, e la conclusione prevalente di tali comportamenti tossicomani o genericamente compulsivo-maniacali, non può che essere la ulteriore creazione di disagio e sofferenza, sia per il tossicomane sia per i suoi cari.

Analizzando un campo come quello delle tossicodipendenze è inevitabile ricordare che una potente concausa di diffusione del consumo di sostanze stupefacenti è il giro di affari collegato. Un giro di affari gestito da varie mafie e organizzazioni criminali, esse stesse inevitabili escrescenze della società capitalistica.

Definire il velo che separa legalità e illegalità, in una società basata sullo sfruttamento della forza lavoro, è impresa ardua. Le imprese capitalistiche legali rispettano le norme previste dall’ordinamento giuridico, tuttavia è proprio quest’ordinamento che consente a tali imprese di appropriarsi del pluslavoro, all’interno di un contratto fra contraenti formalmente liberi.

Le attività criminali delle mafie sono invece non rispettose dei vincoli di legge previsti dall’ordinamento, e dunque la loro nocività sociale si pone su un piano ulteriormente distruttivo, rispetto ovviamente all’economia legale. L’elemento della violenza e della coercizione è svelato, è palese, nelle attività criminali, mentre è invece dissimulato nella vendita della forza lavoro al capitale, almeno formalmente libera, se si astrae dalla circostanza che se non vuole morire di fame, il proletario deve cercarsi un lavoro, alle condizioni dettate dal contraente capitalista, il quale è consapevole del bisogno di sopravvivenza del contraente proletario.

Il processo di produzione capitalistico, sebbene svolto nel rispetto delle norme che formano l’ordinamento legale, è umanamente riprovevole, essendo in sostanza una forma di parassitismo delle energie vitali di esseri viventi, costretti a vendere la propria forza lavoro sotto l’impellente necessità di sopravvivere. Dunque uno dei due contraenti non è materialmente libero, a meno di non considerare che egli sarebbe comunque libero di morire di fame, rifiutando le condizioni salariali e lavorative offerte dal capitalista. L’alternativa, in ultima istanza, è solo quella fra la morte o lo sfruttamento.

Comprensibile che una alternativa estremamente violenta, come quella anzidetta, produca una radicale caratterizzazione dei rapporti sociali in senso  anti-umano, antisociale, anti-solidaristico, aspetti invece predominanti nelle antiche società di condivisione.

La spada di Damocle contenuta nell’alternativa fra lavoro salariato e morte per fame, in quanto fattore di disumanizzazione dei rapporti sociali, agisce dietro al bisogno derivato di rimediare alla disumanizzazione, con un falso rimedio come l’assunzione di oppiacei materiali e immateriali.

In questo senso si delinea la correlazione fra l’alienazione capitalistica del lavoro, intesa come perdita di energie di lavoro (il pluslavoro) e perdita di controllo sui mezzi e sulle condizioni organizzative del lavoro, e il vano tentativo di dimenticare, o almeno alleviare, tale condizione alienata con il rimedio tossicomane.

 Non tutti approveranno la nostra lettura del fenomeno delle tossicodipendenze, e più in generale delle dipendenze di tipo ossessivo-compulsivo, poiché è facile confondere il ruolo e la funzione di fenomeni simili, in contesti storico-sociali differenti.

Ci riferiamo agli equivoci sorti sull’uso di certe sostanze, soprattutto negli anni 60 del secolo scorso, per mezzo della corrente artistica e letteraria psichedelica. I maggiori esponenti di questo filone culturale ritenevano che l’uso di sostanze psicotrope poteva aprire i ‘cancelli della coscienza’ e consentire in tal modo un ‘viaggio cosmico’, ovvero un ampliamento della consapevolezza.

Queste considerazioni,  per non risultare fuorvianti, avrebbero dovuto essere inserite in un contesto di studi di antropologia culturale comparativa, almeno per chiarire il ruolo e la funzione dell’uso di determinate sostanze, all’interno di determinati contesti socio-culturali a noi estranei. In parole povere, doveva essere chiaro a tutti che la stessa sostanza psico-tropica funzionava in modo radicalmente diverso, se ad usarla era un occidentale annoiato, oppure uno sciamano siberiano, tolteco o africano. Alla fine, l’uso massificato di certe sostanze, al di fuori del contesto dei riti sciamanici presenti in altre società, ha portato alla deformazione radicale del loro significato originario, a tutto vantaggio del solito consumismo onnivoro tipico del capitalismo. Alla fin fine, dopo un decennio abbondante di mitologie psichedeliche, i cancelli della coscienza son rimasti serrati, mentre l’unico ampliamento che si è verificato non è stato quello della coscienza, ma quello del giro d’affari relativo alla vendita di certe sostanze, e purtroppo delle vittime di certi ‘viaggi’ finiti male. 

Volendo riassumere il senso essenziale di queste considerazioni introduttive, potremmo dire che nella società capitalistica, la dimensione alienata della vita, fornisce la base per l’attuale e reale  psicopatologia di massa, i cui sintomi visibili sono le dipendenze ossessivo-compulsive verso le droghe, il tabacco, l’alcool, il consumo sregolato di cibo, di sesso, e via dicendo.

L’orizzonte di valori che caratterizza la cultura capitalistica è oggigiorno di tipo edonista e nichilista, poiché in tal senso  è orientata la pubblicità trasmessa dal sistema economico-aziendale per favorire i comportamenti consumistici.

Dunque fra le concause che favoriscono la diffusione delle dipendenze ossessivo-compulsive troviamo pure, come già ricordato all’inizio della introduzione, il consumismo e la correlata cultura dell’edonismo narcisista e individualista.

Ovviamente questa cultura, che è anche un modo di pensare e di agire, funzionale al consumo di merci inutili e alla conservazione del sistema, in fondo è solo una maschera che nasconde il volto della dimensione alienata in cui è immersa la società.

Nella comparsa della psicopatologia di massa delle dipendenze ossessivo-compulsive, giocano dunque due fattori: 1) il volto alienato reale del capitalismo, e la ricerca di un rimedio oppiaceo al malessere prodotto dalla sua visione, 2) la maschera edonista, narcisista, individualistica, che copre il volto dell’alienazione, e a sua volta ci spinge ai consumi tossici, apparentemente alla ricerca del piacere, ma in verità per dimenticare la bruttezza del volto reale, e soprattutto la incombente spada di Damocle dell’alternativa fra sfruttamento sul luogo di lavoro o morte per fame.

Una terza spiegazione, che integra dal punto di vista degli studi di psicologia, le due precedenti cause, è la seguente.

Gli studi di psicologia hanno da tempo dimostrato che le persone traumatizzate da azioni violente, sviluppano prima o poi delle sindromi reattive di vario tipo. Il senso di colpa, causato dal fatto di non essere stati in grado di opporsi alla violenza, produce un malessere continuativo, variamente affrontato con le dipendenze ossessivo-compulsive.

Come si vede tale spiegazione può integrarsi, su un piano sociale generale, quindi oltre il piano dei traumi individuali, con la violenza sistemica dell’alternativa; schiavitù salariata/morte per fame, e con la successiva alienazione capitalistica del lavoro. Quest’alternativa e la susseguente alienazione si impone coercitivamente sulle vite proletarie, operando come trauma di massa, e quindi come fattore sistemico di insorgenza di correlate psicopatologie. Il rimedio tossico, in quanto tale, è una forma di autodistruzione funzionale alla conservazione del sistema.

Nella società capitalistica l’alienazione è la regola, anche il capitalista è alienato dalla sua essenza di essere sociale di specie, poiché egli è solo un essere parziale, funzionario di un meccanismo impersonale teso alla riproduzione infinita del processo di valorizzazione del capitale, e quindi del parassitismo delle energie di vita proletarie.

Il malessere e l’infelicità, almeno ad un livello esistenziale profondo, sono quindi potenzialmente diffusi in tutte le classi sociali. Per questo motivo l’emancipazione del proletariato è l’emancipazione dell’intera umanità.  

 

 

Prima parte: tossicomania (dati numerici europei)

In questa prima parte della ricerca riporteremo alcuni dati sul consumo di droghe nell’ambito delle nazioni europee.

Tale ricognizione ha lo scopo di dettagliare la dimensione quantitativa del fenomeno, indispensabile per valutare il suo peso sociale.

24 milioni di persone in  Europa, di età compresa fra i quindici e i sessantaquattro anni, hanno fatto uso di cannabis, nell’anno 2016.

Inoltre 88 milioni di europei hanno fumato almeno una volta nella vita la cannabis.

In merito al consumo di cocaina, le statistiche indicano in tre milioni e mezzo di europei il numero di consumatori abituali, con riferimento all’anno 2017.

Il consumo di cannabis e di cocaina produce effetti diversi, secondo gli studi medici, sul soggetto che assume tali sostanze.

Un elemento psicologico comune ai due tipi di consumatori, elemento che riassume su un piano superficiale le concause menzionate nell’introduzione, è il bisogno di un benessere psichico che non è attingibile naturalmente, cioè senza il supporto di sostanze tossiche.

Questo bisogno richiama, ovviamente, il problema dell’insoddisfacente interazione fra l’uomo e l’ambiente (famiglia, lavoro, scuola).

Al netto dei problemi tipicamente personali, è questa infelice interazione fra uomo e ambiente sociale, a fungere da fattore preminente nell’uso di sostanze tossiche.

Dimensione alienata e uso di sostanze tossiche. Dunque…

Secondo l’opinione di alcuni gestori di discoteche, confermata peraltro da eminenti psichiatri, l’uso di sostanze tossiche nel fine settimana in discoteca è oggigiorno slegato da qualsiasi riferimento alla cultura psichedelica della beat generation.

D’altronde, anche negli anni sessanta, la motivazione psichedelica nascondeva solo il problema di una ricerca di rimedi alla generale condizione di alienazione.

Come abbiamo spiegato nell’introduzione, l’uso di sostanze stupefacenti/psicotrope in altri tipi di società, aveva scopi e funzioni addirittura antitetici all’uso corrente.

Vedremo nei prossimi capitoli di indagare su questo argomento.

Lo sballo di fine settimana, in discoteca o in altri ritrovi, al netto delle concause da noi precedentemente descritte, viene raccontato dai gestori di bar e discoteche, e dagli studiosi della psiche, come un fatto puramente consumistico, ordinario, quasi assimilabile a un bisogno fisiologico (per quanto autodistruttivo).

Dunque, almeno a un livello di lettura superficiale, il consumatore medio delle sostanze tossiche non associa al suo atto di consumo nessun intento trasgressivo o psichedelico. Il consumo di cannabis, cocaina o pasticche fa parte degli atti regolari, normalmente necessari per un buon fine settimana,proprio come fare benzina, pulire il parabrezza dell’auto, ritirare soldi al bancomat e via dicendo. La circostanza fattuale insita nella percezione banalizzante del consumatore, non inficia, ovviamente, le nostre ipotesi relative alle cause reali del consumo.

Ma veniamo ora alle dolenti note relative alle morti e ai ricoveri per overdose. In Italia, solo nel 2017 sono stati oltre 6500 i ricoveri e quasi 300 i morti. Una carneficina, che associata alle morti per alcolismo e tabagismo, diventa una vera ecatombe da tossicodipendenze.

Alla distruzione del lavoro vivo, regolarmente eseguita nelle galere aziendali, il capitalismo associa dunque le ulteriori autodistruzioni da tossicodipendenze indotte ( indotte dall’alienazione capitalistica del lavoro e dalla violenza dell’alternativa lavoro schiavile/ morte per fame).

Un piccolo inciso merita il capitolo della mercificazione delle relazioni personali e del sesso, all’interno dei luoghi di divertimento ed evasione del fine settimana.

Inevitabilmente, la mercificazione e reificazione dell’essere umano, inizialmente  manifestatasi nelle galere aziendali, tende poi a  riversarsi in tutti gli ambiti della vita.

Quindi, anche un momento di comunicazione multilivello fra due persone, come potrebbe essere il sesso, diventa invece un semplice rapporto di scambio di piacere fra persone-oggetto, una pura manifestazione fisiologica slegata da ogni piano simbolico e rituale. Un consumo uguale ad altri consumi.

Il significato di un atto o di un oggetto, si ferma ora alla sola superficie materiale, poiché il capitalismo riduce tutto il significato della vita alla pura apparenza di ciò che appare.

In un capitolo del primo libro del Capitale: ‘il carattere di feticcio della merce e il suo arcano’, Marx affronta la tematica del rapporto fra l’apparenza superficiale e il suo livello arcano, dimostrando come l’intero complesso dei fenomeni socioeconomici possa rientrare in questo dualismo.

Ogni aspetto della vita alienata capitalistica è caratterizzato da un rapporto fra la superficie e l’arcano ( la banale ovvietà e il suo sottofondo nascosto).

L’ideologia dominante del capitalismo, materialista e mercificatrice, ci spinge a credere che ogni aspetto della vita (il lavoro, il sesso, l’amicizia, i sentimenti…) sia riconducibile entro una logica di scambio e di consumo, al di là del significato che queste esperienze possedevano in tipi diversi di società.

Dunque eccoci al punto che come un epidemia, anche nella vita di relazione  svolta al di fuori delle galere aziendali, si riproduce la reificazione dei rapporti umani, e quindi del sesso. Infatti l’attività sessuale, al di fuori di ogni valenza simbolico-culturale, è ora ridotta alla sfera di un puro atto fisiologico. L’architetto umano, e la sua progettualità cosciente,  regrediscono al semplice istinto costruttore dell’ape. Si svela, in questa regressione, uno degli aspetti peggiori del capitalismo, in quanto forza vampirico-parassitaria che sottrae alla vita umana, insieme al plus-lavoro, anche i significati simbolici, rituali, metaforici, archetipici.

L’uomo, ridotto ad oggetto, tende ( o meglio viene spinto) ad oggettualizzare ogni aspetto della sua vita. Un meccanismo di comportamento che abbiamo già descritto nel campo delle tossicodipendenze. Ridotta alla pura apparenza del dare e avere come nella contabilità in partita doppia, l’esistenza viene svuotata di senso, demitizzata, impoverita di tutto ciò che la rende umana.

Nelle società ‘primitive’ogni aspetto del reale rimanda, metaforicamente, a qualcosa di più profondo, ogni cosa è intrecciata in un tessuto comune, denso di significati che vengono progressivamente resi visibili, nel corso dell’esperienza della vita. Ogni cosa è animata, cioè dotata di vita. L’uomo è ancora teso a conoscere se stesso e la realtà che lo circonda. Il soffio dell’ineffabile e del mistero non ha ancora lasciato il posto alla beata ignoranza dei nostri tempi, i tempi della banalizzazione mercantilistica della vita ridotta a un  giro contabile  di entrate e uscite, costi e ricavi, crediti e debiti.

Torniamo ora al tema principale del capitolo. Pecunia non olet, il motto latino calza a pennello per descrivere il giro di affari delle sostanze illegali.

Il mercato degli stupefacenti in Italia, almeno in base ai dati ufficiali del 2016, è quantificabile in 14 miliardi di euro, ripartito fra cocaina 43%, cannabis 28%, eroina 16,2%, sostanze sintetiche 12,7%.

La fascia di consumatori di giovane età è davvero notevole. Sembra che 640.000 studenti, cioè il 25% del totale, abbiano consumato una sostanza illegale nel 2016.

Da tempo esiste un acceso dibattito fra proibizionisti e antiproibizionisti, entrambe le posizioni ignorano che il consumo di sostanze tossiche prodotto dall’alienazione, potrà scomparire solo con la scomparsa dell’alienazione, proprio come dovrebbe accadere per il sentimento religioso monoteista.

Un tossicologo sostiene che ”Criminalizzare la musica e i locali è fuorviante”, in quanto ” il consumo di sostanze è solo un indicatore di disagio. Chi avverte il bisogno di assumere certe sostanze, in realtà rivela carenze psicologiche che hanno a che fare con la sua sfera personale”.

Tale sintomatologia andrebbe a nostro avviso allargata alle cause sistemiche che determinano le carenze psicologiche, come cerchiamo di fare nella presente ricerca.   

Secondo recenti inchieste in certi locali (da qualche parte in Europa) una bottiglietta d’acqua arriva a costare 9 euro. L’acqua è indispensabile per mandare giù delle droghe che costano meno degli alcolici. Alcune sostanze si comprano con 20 euro, esse vengono successivamente sciolte poi nell’acqua. L’effetto della ‘bevanda truccata’ può durare una serata intera, anche alcune pasticche non costano più di 10 euro.

Accanto alla febbre del sabato sera nei locali notturni e nelle discoteche, troviamo l’antagonismo dei rave party, un tipo di feste più economiche e dalle vaghe motivazioni ‘politiche’.Ovviamente il sistema resta olimpicamente indifferente di fronte all’antagonismo dei rave party, o al ‘comunitarismo’ dei centri sociali. Sarebbe interessante verificare il grado di parentela politico-teorica fra le teorie che sostengono che il comunismo già esiste (a livello economico-aziendale, di rapporti sociali come il poli-amore, di istituzioni internazionali come l’organizzazione mondiale della sanità e via delirando), e le teorie del comunitarismo in atto nei centri sociali.

Qualcuno dei lettori più attempati ricorderà senza dubbio il movimento hippie, e i collegati esperimenti delle comuni hippie. In queste esperienze di vita fuori dai canoni borghesi (almeno questo era il pensiero di qualche hippie), l’uso di sostanze come la cannabis o anche altro aveva ancora lo scopo di allargare gli orizzonti della coscienza, in piena coerenza con i principi della ‘rivoluzione psichedelica’. 

Questi esperimenti, il cui ricordo rimanda molti di noi al periodo della gioventù, in realtà si ricollegavano alle utopie anarchico-sindacaliste basate sull’idea della costruzione del socialismo dal basso, cioè attraverso l’autogestione e le cooperative (ma in fondo anche attraverso i consigli di fabbrica di gramsciana memoria). Una variante di questo filone politico utopistico, successiva di qualche anno al fenomeno delle comuni hippie, è stata quella dell’esodo. Anche l’esodo postulava e postula la possibilità di vivere qui ed ora dei rapporti sociali comunitari liberi dall’alienazione, questa possibilità si attualizzerebbe semplicemente andando via, smettendola di fare il lavoratore salariato, di pagare le tasse, di consumare in modo demente merci inutili. Ovviamente l’esodo non sospinge i suoi adepti verso l’eremitaggio, la vita contemplativa, l’anacoretismo, poiché gli esodanti, nel loro vagare, sono spesso attratti dalla direzione che conduce ai centri sociali. Comuni hippie, centri sociali, consigli di fabbrica, autogestione, sono in fondo i molti nomi dell’utopia che sogna di costruire isole di vita comunitaria dal basso, ignorando la questione del potere, la questione della realtà dello stato, in quanto serbatoio energetico di dominio di una classe sociale. La questione reale è che le isole di vita comunitaria lo stato borghese può anche tollerarle, in quanto ghetti di raccolta dello scontento sociale, praticamente ininfluenti sulle dinamiche di conservazione del sistema.   

Torniamo ora alla problematica principale. Fra le varie sostanze normalmente definite ”droghe’ troviamo la cannabis, anche detta marijuana.

La parola marijuana viene usata per indicare foglie, fiori, steli e semi essiccati della canapa Cannabis sativa. La cannabis è una pianta, che contiene varie molecole,  come il delta-9-tetraidrocannabinolo (THC) e derivati, si tratta di una molecola dotata di proprietà psicotrope. La pianta di canapa può dunque essere usata per l’estrazione di THC.

La marijuana è considerata una droga leggera, tuttavia questa sua leggerezza non esclude un certo grado di nocività. Secondo alcuni studi e prove di laboratorio, essa  interferisce con lo sviluppo del cervello. Tale interferenza si manifesta se il consumo di marijuana inizia durante l’adolescenza. In questo caso la marijuana può limitare le capacità di elaborazione, di apprendimento e anche le capacità mnemoniche.

Gli effetti negativi della marijuana su queste capacità hanno durata lunga, talora permanente. Altri studi provano che l’uso di marijuana prima dei venti anni provoca una perdita media di otto punti nel quoziente intellettivo.

Ovviamente anche l’uso continuativo di altre sostanze tossiche, e l’abuso di alcool, producono gli effetti sopra descritti.

L’uso prolungato nel tempo della cocaina produce i seguenti effetti: danni permanenti ai vasi sanguigni del cuore e del cervello, pressione alta con rischio correlato di attacchi di cuore e ictus, danni epatici, danni ai reni e ai polmoni, inoltre la distruzione dei tessuti del naso, quando essa viene inalata, ma anche Insufficienza respiratoria, se essa viene invece fumata.

I dati medici sugli effetti negativi dell’assunzione di determinate sostanze, soprattutto se prolungata nel tempo, sono facilmente reperibili sui siti di informazione medico-farmacologica.

Seconda parte: Droghe e dipendenze (comparazione di modelli interpretativi)

Nel linguaggio comune il termine droga indica innanzitutto le sostanze illegali, sostanze in grado di interferire con la percezione e l’attività mentale, tuttavia in origine il termine “droga” si riferiva a ogni tipo di aromi e spezie.

Un ex tossicodipendente dichiara che grazie ai trip viveva in un mondo tutto suo, inesistente ma pieno  di bellezza, in questo mondo i problemi venivano annullati. Un prodotto immaginario, un surrogato illusorio di una condizione di benessere personale, senza dolore e angoscia. L’aspetto della fuga da una realtà piena di angoscia e sofferenza è un elemento che ricorre spesso nelle esperienze di tossicodipendenza.

In questa seconda parte cercheremo di capire quali approcci impiegano le scienze umane, soprattutto la psicologia, per tentare di dare una spiegazione al comportamento dei tossicodipendenti.

Esamineremo la sintomatologia associata alla dipendenza da sostanze tossiche, e i vari filoni di lettura sorti nel tempo per decifrarne le cause.

Le spiegazioni psicologiche più diffuse (sulle motivazioni che spingono un soggetto verso la droga) cercano di evidenziare il ruolo dei fattori esterni e interni all’individuo. Tuttavia raramente esse affrontano e riconoscono il ruolo del generale male di vivere, l’alienazione capitalistica, come fattore ‘esterno/interno’ preponderante. Il termine più calzante per definire alcune ricerche è riduzionismo psicologico. Ma andiamo a presentare i cosiddetti fattori esterni, normalmente individuati in queste ricerche: 1) contatto con un gruppo che fa uso di droghe; 2) desiderio di essere accettati all’interno del gruppo, assumendone i comportamenti, per paura, in caso contrario, di essere estromessi;3) rapporti familiari o interpersonali difficili, problemi relativi al lavoro o di tipo economico.

Il punto tre, che sarebbe quello più importante per uno studio realistico, viene normalmente subordinato ai fattori personali-individuali. L’equivoco di fondo (in alcune ricerche) consiste nel considerare come cause agenti alcuni tratti caratteriali, o motivazionali, che andrebbero invece considerati quantomeno condizionati o derivati dal contesto socio-economico.

Secondo la vulgata corrente degli studi psicologici, i fattori esterni rappresenterebbero difficoltà comuni a molti soggetti, non sufficienti da soli a spiegare l’insorgere della tossicodipendenza. Dunque essi andrebbero integrati in un quadro di riferimento più ampio, dove sia prevista l’interazione con i cosiddetti fattori interni, afferenti alla sfera emozionale/motivazionale. In linea di massima tale schema euristico non è sbagliato, a patto che esso preveda una realistica suddivisione del peso dei fattori interni/esterni, una loro gerarchia, e quindi l’individuazione dei fattori di causa prioritaria e secondaria. Senza questa individuazione lo schema risulta inefficace. Tuttavia la corretta individuazione implicherebbe la capacità, e soprattutto la volontà, di criticare la società capitalistica, terreno di coltura prioritario dei comportamenti individuali: capacità e volontà non sempre presenti nei moderni studi sulle tossicodipendenze. Tale questione dovrebbe far riflettere i cenacoli pseudo-marxisti di impronta scientista-positivista, sui limiti della scienza borghese, e di conseguenza sull’errore insito nel loro assurdo scientismo. Ma passiamo pure oltre le miserie dello scienticismo, un ingenuo errore teorico efficacemente criticato nell’articolo degli anni 50, di recente ripubblicato, ‘Il dettaglio e l’essenziale’.

La nostra critica di fondo al riduzionismo psicologico è questa: ha un senso scientifico dire che la causa del comportamento umano risiede nella sfera emotivo-motivazionale? Non sarebbe meglio provare a capire se esiste una sfera generale entro cui si forma la sfera emotivo-motivazionale?

Per noi marxisti è l’essere sociale che determina la coscienza, e quindi anche i caratteri generali della sfera emotivo-motivazionale.

Determinati disturbi del comportamento e quindi della sfera emotivo-motivazionale sono solo dei sintomi, sono la superficie fenomenica di una malattia sociale – l’alienazione – che dovrebbe essere individuata come vero fattore generatore dei disturbi del comportamento.

Parlando di fattori interiori, va ricordato un modello psicologico abbastanza diffuso, che spiega la dipendenza da sostanze stupefacenti (ma anche da alcool e tabacco) come una semplice esperienza piacevole. Il piacere dato dall’assunzione di droghe, alcool e tabacco nascerebbe dalla temporanea scomparsa di stati d’animo negativi e spiacevoli (insoddisfazione verso la vita, paura di affrontare le sue difficoltà, ansia, depressione). In altri termini il modello psicologico in oggetto, indicherebbe nelle dipendenze un rimedio fasullo a un disagio personale, un automedicazione mirante a lenire la pressione emotiva creata dall’esistenza di problemi (interiori ed esteriori).

Lo schema suddetto può essere utile per comprendere la dipendenza nella sua dimensione immediata, tuttavia in questo schema la dipendenza è di fatto spiegata secondo il modello pavloviano, cioè come un riflesso condizionato da una stimolazione continuata nel tempo.

Dunque la dipendenza da sostanze alteratrici sarebbe una risposta a stimolazioni negative.

In se stesso lo schema stimolo/risposta è ineccepibile, almeno su un piano descrittivo elementare, psicofisico. Tuttavia, in termini di indagine sulle cause psicosociali del disagio psicofisico, tale schema è ovviamente insufficiente. Se ci si ferma allo schema stimolo risposta, senza indagare sulla complessità di contenuti che formano lo stimolo, si rischia di essere tautologici e lapalissiani, come dire l’acqua calda è calda, la pioggia è bagnata, il sale è salato (1).

 

Nel campo scientifico troviamo due orientamenti relativi alla genesi delle dipendenze: un orientamento di tipo medico-farmacologico, che è imperniato sul ruolo della predisposizione individuale e delle proprietà farmacologiche delle droghe, e un orientamento psicologico-comportamentale imperniato sul ruolo dell’adattamento. Ovviamente il nostro interesse è rivolto al secondo filone di studi, anche se non vanno sottovalutate questioni come la predisposizione genetica e le proprietà intrinseche delle sostanze.

Le teorie fisiologiche postulano la presenza di disfunzioni di tipo biochimico endogeno, correlate al modo in cui un certo organismo metabolizza una sostanza, o esogene, determinate dall’uso ininterrotto di una droga (assuefazione). In questo contesto la dipendenza implica il bisogno di assunzione della sostanza, che può essere contrastato con il ricorso a farmaci antagonisti.

Le spiegazioni della tossicodipendenza di tipo psicoanalitico inizialmente parlavano di disturbo della personalità, in modo particolare di fissazione orale, narcisismo. La tossicomania era vista come la fissazione ad una fase pre-genitale dello sviluppo libidico.
Dunque una fissazione alla fase orale, come accade con il seno materno, un oggetto d’amore che nutre e placa il dolore.

Crediamo che sia superfluo rimarcare la parzialità dell’approccio psicoanalitico. Anche in questo caso, ammesso che sia verificata l’esistenza di una fissazione orale, bisognerebbe capire poi quali fattori di causa provocano la fissazione, a meno di non supporre che essa si spieghi da se stessa.

Proviamo, in conclusione del capitolo, a presentare altri due approcci di studio, a nostro avviso più vicini al nostro metodo.

Il primo filone viene comunemente denominato adattivo, e si basa sull’idea che le tossicomanie siano causate dalla ricerca di un adattamento ai problemi  dell’ambiente sociale (famiglia, scuola, lavoro).

Il secondo filone è definito inter-azionista, e completa il complesso di cause causanti del primo, aggiungendovi un fattore psicologico come lo stress, cioè le condizioni psicologiche del soggetto tossicomane, non direttamente originate dalla pressione ambientale. Il nostro approccio cerca di spiegare i comportamenti tossicomani come una risposta ai problemi dell’ambiente, denunciando il sottofondo generale (l’alienazione capitalistica) che opera come generatore dei problemi ambientali e delle correlate risposte adattive.

Nel prossimo capitolo, il conclusivo, tenteremo di indagare sul ruolo di alcune sostanze presenti in natura (erbe, funghi, bacche, foglie) utilizzate all’interno delle antiche società di condivisione, soprattutto dagli sciamani. Tali società sono state definite anche ‘comunismo primitivo’, tuttavia sarebbe il caso di relativizzare l’aggettivo ‘primitivo’, e magari proporre un altro aggettivo, ad esempio ‘reale’, poiché per decine di migliaia di anni è stato il comunismo la reale modalità di organizzazione socio-economica dominante. 

(1) “In genere, la riflessione sulle forme della vita umana, e quindi anche l’analisi scientifica di esse, prende una strada opposta allo svolgimento reale. Comincia post festum e quindi parte dai risultati belli e pronti del processo di svolgimento. Le forme che danno ai prodotti del lavoro l’impronta di merci e quindi sono il presupposto della circolazione delle merci, hanno già la solidità di forme naturali della vita sociale, prima che gli uomini cerchino di rendersi conto, non già del carattere storico di queste forme, che per essi anzi sono ormai immutabili, ma del loro contenuto”. Marx, il capitale, primo volume.

 

Parte terza: Sciamano

In campo antropologico sono presenti due scuole principali: americana e inglese. La scuola americana concentra l’attenzione sulla cultura, sui  sistemi di conoscenza e idee condivise, e sulla espressione di una certa cultura nei modi di vita.

La scuola inglese ( Malinowsky) invece pone l’accento sulle forme e le strutture della organizzazione sociale ( in continuità con il filone di studi dello strutturalismo e del funzionalismo).
L’organizzazione sociale viene definita come un sistema composto da diversi organi, dinamicamente concatenati e in divenire.

Almeno a livello formale-superficiale questo approccio presenta punti di contatto con il nostro metodo dialettico.
I diversi  approcci antropologici sono collegati ai diversi contesti storico-politici in cui tali discipline si sono affermate.

Possiamo fare due ipotesi: 1) la corrente sociale, inglese-europea, è stata influenzata dall’esigenza delle potenze coloniali di conoscere la società dei popoli colonizzati, per meglio dominarli. Allo scopo di dominare diventa fondamentale la conoscenza globale dell’organismo sociale parassitato, 2) la corrente culturale americana subisce l’influenza della situazione specifica, nel 1800 gli USA non sono potenza coloniale, mentre hanno il problema di integrare/neutralizzare le resistenze dei nativi, gli indiani, quindi a tale scopo diventa preminente lo studio della loro cultura, onde individuare le chiavi di accesso adeguate alla loro integrazione.

Il nostro metodo di ricerca potrebbe essere assimilato alla corrente strutturalista e funzionalista, tuttavia le cose stanno in modo diverso, poiché sono queste due correnti ad avere un debito verso il marxismo.

In questa terza parte tenteremo di descrivere il ruolo dello sciamano nelle antiche società di condivisione, e dunque anche il significato delle sostanze alteratrici della percezione nelle esperienze estatiche. E’ importante chiarire subito che lo sciamano è l’espressione di una cultura collettiva, condivisa da tutti i membri della comunità; non sono dunque i singoli uomini medicina, gli sciamani, a formare la coscienza sociale della tribù, bensì è questa coscienza tribale, formatasi sulla base delle esperienze concrete di adattamento all’ambiente, a incarnarsi più o meno efficacemente nei singoli membri della tribù.  Lo sciamano rappresenta una funzione sociale, egli è da un lato la personificazione di una visione comune del mondo, e da un altro lato il garante della risoluzione dei problemi del gruppo di appartenenza. Egli è il tramite con il mondo degli spiriti, con le forze invisibili che interagiscono con il mondo visibile, e che vanno blandite o sconfitte per ripristinare un equilibrio alterato. La vittoria sulle influenze negative può essere ottenuta solo attraverso la conoscenza della loro natura, quindi solo a mezzo dell’estasi che consente agli sciamani di viaggiare nei molteplici piani del reale, dove si trovano le cosiddette influenze negative.

Il ruolo sciamanico è legato ai bisogni della comunità, è l’espressione di una dinamica sociale positiva, e diversamente da ciò che avviene nella società capitalistica, l’uso di sostanze alteratrici serve a favorire l’estasi e la comunicazione con le forze invisibili che possono condizionare in positivo e negativo.la vita della comunità. Lo sciamano è l’organo di un corpo sociale che tenta di conoscere la realtà, oltre la superficie sensibile, allo scopo di ottenere i favori degli spiriti degli antenati, o semplicemente di sconfiggere le loro interferenze negative.

 

In ‘Animismo, magia e onnipotenza dei pensieri’, Freud scrive:

“Essi ( i popoli ‘primitivi’) popolano il mondo con una quantità di esseri spirituali benevoli o malevoli; attribuiscono a questi spiriti e demoni la causa degli eventi naturali, e ritengono che essi vivificano non soltanto gli animali e le piante, ma anche le cose inanimate dell’universo. Un terzo elemento, e forse il più importante, di questa ‘filosofia naturale’ primitiva ci appare assai meno singolare, poiché noi stessi non ce ne siamo ancora allontanati abbastanza, pur avendo circoscritto sensibilmente l’esistenza degli spiriti e benché oggi spieghiamo i processi naturali in base all’ipotesi di forze fisiche impersonali: si tratta della credenza primitiva che anche i singoli esseri umani siano soggetti ad un’analoga ‘animazione”.

L’animazione rappresenta l’interferenza di una forza esterna (spiriti), con piante, animali, oggetti, e uomini. Lo sciamano, secondo molti studi antropologici, interviene allo scopo di liberare, e prendere su di sé le negatività insite in queste interferenze. 

Le indagini e i libri scritti sul sistema di conoscenze/pensieri dei ‘primitivi’, almeno in buona parte hanno risentito e risentono dei pregiudizi positivistici-illuministici tipici dell’ideologia borghese, di cui in parte anche le righe di Freud sono debitrici. Sarà la fisica quantistica a smontare la semplicistica visione predominante del pensiero ‘primitivo’, dimostrando sperimentalmente gli assunti essenziali (olistici e immanentisti) di questo pensiero. Nel maggio 2015, in un articolo sulla riforma della scuola scrivevamo a tal proposito: ”All’alba del tempo storico (6000/7000 anni fa) abbiamo ancora notizia della presenza di formazioni sociali senza classi e senza proprietà privata dei mezzi di produzione, tali comunità, definite da Marx ed Engels ‘comunismo primitivo’, hanno segnato (e consentito) per lunghissimo tempo l’evoluzione della specie.

L’apparato conoscitivo di questi nostri ‘primitivi’ antenati si basava su una visione olistica della realtà, che noi moderni abbiamo poi definito a posteriori ‘animismo magico-sciamanico’.
Ritroviamo alcune interessanti riflessioni sull’argomento in un testo di Ermanno Gallo, pubblicato nel 2000, dal titolo ‘Maghi, sciamani e stregoni ’. Il testo di Gallo non vuole essere solo una disanima teorica sull’argomento, ma si presenta innanzi tutto come una descrizione di ‘aneddoti,
racconti,ricostruzione di personaggi e situazioni magiche’. Tuttavia, sono proprio i pochi spunti teorici a costituire il motivo d’interesse iniziale per la nostra indagine, poiché da essi ricaviamo alcuni dati coerenti sul rapporto organico fra pensiero e vita (coscienza e realtà sociale) .

Agli inizi del lavoro l’autore premette che la trattazione dell’argomento è stata suddivisa in tre fasi di sviluppo, storicamente definite nel seguente modo: Nella prima si considera la magia, riferita al proprio contesto originario, di tipo storico-sociale, come un’esigenza collettiva. Lo sciamanismo è fondamentale nelle società di condivisione, in cui l’individuo non è che una cellula del corpo sociale. Alla sua origine c’è la ricerca del cibo, il mistero della riproduzione umana, della natura e della morte: esigenze alle quali le pratiche magiche danno una risposta animistica volta a mantenere l’armonia tra gruppi umani ed energie cosmiche ’. Pagina 8.‘Maghi, sciamani e stregoni’ 

Nella fase di sviluppo successiva ‘si rileva che, in seguito alla creazione dei grandi imperi, la magia tendenzialmente si è individualizzata, diventando divinazione, mantica, e voce oracolare rivolta soprattutto agli individui, al loro benessere materiale e spirituale. Inoltre, il pensiero magico si è specializzato nel prevedere e confermare il potere di alcuni uomini e caste sugli altri uomini‘.Pag.8. Ibidem. Anche questa considerazione contiene degli spunti analitici importanti, confermando con parole inequivocabili la funzione strumentale della magia all’interno delle società divise in classi sociali antagoniste.

La magia ( intesa come tecnica di conoscenza e dominio del reale, posseduta da un segmento della specie umana) è ora al servizio prevalente del potere, e costituisce uno strumento di oppressione e coercizione verso i gruppi sociali asserviti e schiavizzati dalla nuova organizzazione sociale.

Proviamo a tratteggiare brevemente le caratteristiche di base del nuovo apparato conoscitivo. Le società divise in classi sociali antagoniste sono in rapporto causale e determinato con un tipo di conoscenza alienata, scissa in dualismi successivi come soggetto pensante e oggetto pensato,materia e spirito, anima e corpo, essere immutabile assoluto e divenire fenomenico transitorio.

Sono i dualismi dell’apparato conoscitivo caratteristico di una società divisa in servi e padroni, in cui i padroni, esercitando un dominio sociale sui servi condannati a lavorare per essi,trasferiscono tale circostanza (contingente e storicamente transitoria) nel mondo stesso della conoscenza.

Questo processo avviene ponendo il pensiero come il produttore della realtà (Hegel), l’assoluto, sottratto al mondo del divenire; così come il padrone, in quanto direttore e dominatore intellettuale della produzione è sottratto alla fatica del lavoro manuale, destinato invece al servo.
Il padrone, in questa dimensione alienata della conoscenza, è quindi assimilabile all’essere assoluto incorporeo e immutabile (piano metafisico); il servo, invece, diventa la metafora del divenire fenomenico transitorio (piano fisico).

In questa scissione della realtà dell’intero ontologico in due piani contrapposti, si manifesta quindi il superamento della cosmologia presocratica; il superamento illusorio della sapienza monistica che ancora riconosceva il carattere unitario del mondo. Il superamento è definito illusorio, perché solo in modo ingannevole si può negare l’unione di tutte le cose esistenti nel comune grembo dell’essere (cfr. Anassimandro).

Questo comune grembo dell’essere è l’intero in cui consiste la realtà dell’esistenza, è il compiuto cui nulla può essere aggiunto poiché la sua totalità ontologica esclude che qualcosa non sia già compreso al suo interno.

La fisica moderna ha ripresentato, partendo da percorsi cognitivi differenti, le proposizioni eleatiche sulla natura dell’essere, ridando spessore e attualità a temi in apparenza relegati nell’ambito filosofico. La visione predominante del divenire inteso come successione di eventi inseriti nel flusso temporale, in cui il tempo coincide con la tripartizione sequenziale invalicabile di passato, presente e futuro, è stata duramente colpita dalla teoria della relatività e da teorizzazioni scientifiche come quelle di Tesla”. da ‘Fatti e misfatti della riforma scolastica Renzi’.  Maggio 2015.

Riducendo il ‘pensiero’ primitivo sciamanico-animistico alla stregua di un semplice sistema di credenze superstiziose, non si coglie il doppio aspetto (essenziale) di quel ‘pensiero’: 1) esso era comunque funzionale alla sopravvivenza del gruppo sociale tribale, in quanto fattore di risoluzione ‘magica’ delle crisi psichiche poste in essere dalla quotidiana lotta per l’esistenza, 2) nei suoi tratti fondamentali tale ‘pensiero’ si basava su una visione della realtà come ‘continuum’ dialettico, intreccio, interdipendenza, inesistenza della tripartizione temporale, proprio come postulato dalla fisica moderna. Dunque, da questo punto di vista, tale pensiero non può essere ridotto ad un semplice sistema di credenze fallaci, poiché esso esprimeva, invece, con i limiti del linguaggio del tempo, un tentativo di conoscenza della realtà, rivelatosi funzionale all’evoluzione della specie. Inoltre era un apparato conoscitivo sorto all’interno di una società comunista, e dunque, per quanto esso esprimesse dei concetti con i limiti di un linguaggio ingenuo, è verosimile che questi stessi concetti, formulati con un linguaggio evoluto, e verificati sperimentalmente,  potrebbero ripresentarsi in una società comunista futura.

Tornando al confronto fra uso moderno e uso ”primitivo’ delle sostanze alteratrici, possiamo dunque intravedere una netta demarcazione tra i due tipi di utilizzo.

Mentre l’assunzione di sostanze stupefacenti nella società capitalistica è essenzialmente una risposta (inefficace e autolesionista) all’alienazione, nelle società di condivisione essa è uno strumento, fra l’altro non sempre indispensabile, per favorire l’estasi sciamanica, la comunicazione con i piani invisibili e la cura delle crisi psichiche nate nel corso della lotta per l’esistenza. Mentre il moderno tossicodipendente è vittima di una patologia da curare, l’antico sciamano è colui che cura le patologie e ristabilisce l’equilibrio all’Interno del gruppo tribale.

 
Nelle società di condivisione la droga assunta dallo sciamano – e talora da altri membri della tribù – serviva ad ampliare gli orizzonti della percezione, serviva ad aprire le porte di una realtà ulteriore; quest’ultima non era la soppressione del mondo materiale-naturale, ma una parte di esso. Conoscere gli aspetti nascosti della realtà, entrare in contatto con le forze invisibili che interagiscono con realtà visibile, questa è stata la funzione essenziale dell’estasi nei viaggi sciamanici. La corrente psichedelica che teorizzava negli anni 60 l’uso di sostanze allucinogene per ampliare la coscienza,  ovviamente non raggiunse il suo scopo, poiché estrapolate dal contesto socio-culturale di origine, queste sostanze, cioè il loro uso, assumeva significati diversi.  
L’uso delle droghe nello sciamanesimo era normalmente regolato da un cerimoniale, gli uomini della tribù potevano farne uso solo se venivano rispettate determinate regole. L’estasi (apertura) collettiva stimolata talora dalle droghe, in altri casi dal battito ritmico dei tamburi, o da altre sonorità, doveva svolgersi in modo rituale, nel rispetto di un cerimoniale, pena lo smarrimento della coscienza nel mondo ulteriore dischiusosi con l’estasi.  
Lo sciamano è colui che fa da officiante del rito estatico, è colui che vigila affinché la coscienza individuale faccia ritorno dal viaggio, cioè dalla condizione di dilatazione della conoscenza. Lo sciamano, in questi riti estatici collettivi, aiuta i partecipanti a specchiarsi nell’infinito, senza smarrirsi in esso. 

Conclusione riassuntiva

Abbiamo tentato di analizzare il fenomeno delle dipendenze, in particolare le tossicomanie, alla luce della forza di condizionamento della dimensione alienata capitalistica.

Nel corso della storia l’uomo ha fatto spesso uso di sostanze psicotrope, questo uso ha svolto funzioni differenti all’interno dei diversi modi di produzione.

La diffusione massiccia delle droghe è iniziata negli anni sessanta, essa è stata  favorita parzialmente dalla cosiddetta cultura psichedelica, fautrice di una rivoluzione delle coscienze tramite l’assunzione di sostanze psicotrope. Ai nostri giorni la tossicomania non si ammanta di nobili motivazioni psichedeliche, essa è un puro fenomeno di consumo intorno a cui girano affari illegali per svariati miliardi di euro.

Se in un futuro prossimo l’uomo sarà in grado di spezzare le catene dell’alienazione capitalistica, allora anche i rimedi tossici tenderanno progressivamente a scomparire.
  

 

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