Punto n°8: le condizioni indispensabili per il successo della lotta rivoluzionaria

Nota redazionale: il punto otto vuole ribadire quali sono le basi per una efficace azione politica, nel periodo che precede il mutamento di sistema. Come al solito non si tratta di scoprire nuove viventi strategie, ma solo di restare sulla retta via del programma politico derivato dalla invarianza marxista.

Anche la capacità di restare dentro i binari della conoscenza derivata dalle lezioni della vita, fu estremamente deficitaria per i Bardi del nuovo corso. Allora si arrampicarono sugli specchi per sostenere l’insostenibile, ma si consideri che il virus attivistico, a dispetto della catastrofe non si estinse,  infatti anche oggi diversi soggetti politici si affannano ad adattare le lezioni della vita, al loro bisogno di fare qualcosa, di muoversi, di scambiare lucciole per lanterne. Riportiamo subito un passaggio essenziale del punto otto.

Le “condizioni indispensabili per il successo della lotta rivoluzionaria” sono rappresentate “secondo tutte le tradizioni del marxismo e della Sinistra italiana e internazionale” da tre elementi: 1) “il lavoro e la lotta nel seno delle associazioni economiche proletarie”; 2) la “pressione delle forze produttive contro i rapporti di produzione”; 3) la “giusta continuità teorica, organizzativa e tattica del partito politico” (2). Quindi, chiosando il testo, i coefficienti utili alla Rivoluzione sono: 1) il contatto del partito con la classe; 2) la pressione dei fatti materiali; 3) la capacità del partito di affermare e proclamare la giusta prospettiva rivoluzionaria. 1 + 2 + 3 = successo della lotta rivoluzionaria (un successo che presuppone come già avvenuta la “ionizzazione sociale” verso il polo rivoluzionario, rappresentato dalle posizioni comuniste, ed anche verso il polo opposto, quello della controrivoluzione). Non c’è posto quindi per una quarta condizione, rappresentata dalla capacità del partito di trasformare il programma rivoluzionario, cento volte riaffermato a stretto contatto con la classe sul filo della sua continuità teorica, organizzativa e tattica, in una “vivente strategia”.

Dunque sono tre gli elementi necessari per una valida azione politica. Questi elementi sono stati dedotti dalle esperienze storiche reali, sono il prodotto della vivente capacità di imparare gli insegnamenti della realtà di fatto. Come la teoria marxista è invariante, perché essenzialmente invariante è l’oggetto del suo studio, cioè il capitalismo, così anche il programma di azione del partito è invariante e refrattario alle viventi stategie di adeguamento dei suoi capisaldi ai condizionamenti del sistema borghese.

In fondo la storia del nuovo corso ci racconta ancora oggi, a distanza di quasi quarant’anni, la potenza dei condizionamenti del sistema sui soggetti politico-sociali antagonisti.

Bastava rileggersi ‘Prometeo incatenato’ per comprendere come il parassitismo della borghesia si perpetua attraverso la metamorfosi dei suoi antagonisti politico sociali.

 

Buona lettura

 

 

Punto n°8: le condizioni indispensabili per il successo della lotta rivoluzionaria

LA TRASFORMAZIONE DEI NOSTRI POSTULATI PROGRAMMATICI IN UNA “VIVENTE STRATEGIA” E’ UN COEFFICIENTE DI DISORIENTAMENTO E DISCONTINUITÀ’ DEL PARTITO, QUINDI DI SICURA SCONFITTA DELLA LOTTA RIVOLUZIONARIA.

Il marxismo non adulterato ha sempre sostenuto che la ripresa classista e rivoluzionaria avverrà in forza dell’interazione tra le spinte oggettive che scaturiscono dai fatti economici e il depositarsi subliminale dei postulati comunisti propagandati di lunga mano dal Partito comunista tra i proletari, o, se si preferisce, per la semplice interazione tra un Partito che spiega la natura dei rapporti di classe esistenti e proclama la via da percorrere per liquidarli per sempre e una classe che assimila quasi subliminarmente e poi – sotto la pressione dei fatti materiali- si schiera dalla parte della Rivoluzione. In questa capacità di discernere l’essenziale dall’accessorio -e quindi di semplificare e di schematizzare- risiede, per gli opportunisti di ogni specie, il peccato originale di quello che essi definiscono “marxismo rozzo e volgare”, ed al quale pertanto ci compiaciamo di essere stati polemicamente associati (1): per gli adepti del “marxismo raffinato”, infatti, la semplicità è sinonimo di semplicismo in quanto da sempre i rinnegati campano -proprio come i burocrati dello Stato borghese- sulla complicazione degli affari semplici. Secondo costoro, perché la ionizzazione sociale possa avvenire, è necessario infatti -oltre al persistere della compagine organizzata del Partito, al suo contatto con la classe ed alla sua attività intesa a propagandare, agitare e trasformare, se possibile, in azione i postulati programmatici comunisti- che vi sia anche un quarto coefficiente, rappresentato dal fatto che il Partito, che grazie alla sua dottrina è in grado di proclamare le «cose giuste», sia capace altresì di trasformare quelle proclamazioni in una vivente strategia, ossia di svolgere i percorsi dialettici attraverso cui le posizioni comuniste possano infine articolarsi in parole d’ordine precise e comprensibili. Senza questa necessaria opera di adattamento, infatti, le storiche parole d’ordine del movimento operaio non potrebbero che risultare stravolte ed immiserite nella loro immediata attualizzazione, e l’attività del Partito si risolverebbe in uno sterile «volontarismo» politico-educazionista. I liquidatori del 1982-83 non avevano detto niente di diverso, scagliandosi contro le “proclamazioni” e le “declamazioni” di un Partito congenitamente incapace di “far politica”, ossia di mediare tra le rivendicazioni e le parole d’ordine storiche (leggi: rivoluzionarie) e le necessità di adattamento che scaturiscono dal quotidiano decorso della civiltà capitalistica (leggi: opportuniste). Occorre quindi fare un passo indietro e riaprire i nostri testi. Le “condizioni indispensabili per il successo della lotta rivoluzionaria” sono rappresentate “secondo tutte le tradizioni del marxismo e della Sinistra italiana e internazionale” da tre elementi: 1) “il lavoro e la lotta nel seno delle associazioni economiche proletarie”; 2) la “pressione delle forze produttive contro i rapporti di produzione”; 3) la “giusta continuità teorica, organizzativa e tattica del partito politico” (2). Quindi, chiosando il testo, i coefficienti utili alla Rivoluzione sono: 1) il contatto del partito con la classe; 2) la pressione dei fatti materiali; 3) la capacità del partito di affermare e proclamare la giusta prospettiva rivoluzionaria. 1 + 2 + 3 = successo della lotta rivoluzionaria (un successo che presuppone come già avvenuta la “ionizzazione sociale” verso il polo rivoluzionario, rappresentato dalle posizioni comuniste, ed anche verso il polo opposto, quello della controrivoluzione). Non c’è posto quindi per una quarta condizione, rappresentata dalla capacità del partito di trasformare il programma rivoluzionario, cento volte riaffermato a stretto contatto con la classe sul filo della sua continuità teorica, organizzativa e tattica, in una “vivente strategia”. Ma apriamo anche un altro testo, a fini di un miglior chiarimento di questa delicata questione. “Il partito comunista […] finché la borghesia conserva il potere assolve i seguenti compiti: a) elabora e diffonde la teoria dello sviluppo sociale, delle leggi economiche caratterizzanti il sistema attuale dei rapporti produttivi, dei conflitti di forze di classe che ne sgorgano, dello Stato e della rivoluzione; b) assicura l’unità e la persistenza storica dell’organizzazione proletaria. La unità non è il raggruppamento materiale degli strati operai e semi-operai che subiscono, per il fatto stesso del dominio della classe sfruttatrice, l’influenza di direzioni politiche e di metodi di azione dissonanti, ma lo stretto legame internazionale delle avanguardie pienamente orientate sulla linea rivoluzionaria integrale. La persistenza è la rivendicazione continua della linea dialettica senza rotture che lega le posizioni di critica e di battaglia assunte successivamente dal movimento nella serie delle condizioni mutevoli; c) prepara di lunga mano la mobilitazione e l’offensiva di classe con l’impiego armonico di ogni possibilità di propaganda e di agitazione e di azione in ogni lotta particolare scatenata dagli interessi immediati, culminando nell’organizzazione dell’apparato illegale ed insurrezionale per la conquista del potere” ( 3). Ancora una volta, come si vede, i compiti del Partito si compendiano in una triade: elaborazione teorica + assicurazione della continuità della classe nello spazio-tempo + preparazione dell’offensiva rivoluzionaria; e poi si precisa anche che la preparazione dell’offensiva finale è basata sull’intervento del Partito nelle lotte parziali con una propaganda, una agitazione e (se possibile, aggiungiamo noi) con un’azione (altra diabolica triade!) intese ad unificarle e ad indirizzarle verso l’obiettivo finale rivoluzionario. Tra i compiti del Partito Comunista prima della rivoluzione, vediamo quindi che, ancora una volta, la Sinistra annovera: 1) l’elaborazione e la diffusione della teoria scientifica marxista, unico strumento per analizzare la dinamica della società esistente e per poter dire ai proletari le “cose giuste”; 2) l’assicurazione della continuità del movimento rivoluzionario proletario, che proprio stringendosi saldamente attorno alla riaffermazione di quelle “cose giuste” (le “vecchie parole” e i “vecchi chiodi” della tradizione rivoluzionaria) sopravvive, si afferma e si tempra; 3) la preparazione dell’offensiva finale, che avviene sfruttando ogni spiraglio per proclamare e spiegare le “cose giuste” a quei proletari –necessariamente pochi- che sono interessati all’insieme delle nostre posizioni (propaganda), per proporle come obiettivo immediato a strati più ampi di proletari in lotta (agitazione) e infine, quando la temperatura sociale lo consente, per improntare ad esse l’azione della classe. L’offensiva finale non si prepara quindi affatto trasformando le “cose giuste” in una “vivente strategia”, ma semplicemente proclamandole, agitandole e infine trasformandole in azione. In conclusione ribadiamo nel modo più categorico che nella tradizione della Sinistra -così come è codificata in “Teoria e azione nella dottrina marxista” e “Dittatura proletaria e partito di classe”– non c’è assolutamente posto per un quarto coefficiente, rappresentato dalla sedicente trasformazione dei postulati marxisti in una “vivente strategia”. Perché tale operazione per definizione non può che essere una operazione volta a trasfigurare quei postulati, a mutarli in qualcosa di diverso da quello che erano e che sono, e quindi a snaturarli. Il coefficiente che viene invocato è pertanto un coefficiente di disorientamento e discontinuità del Partito, e quindi di sicura sconfitta della lotta rivoluzionaria. Giusta la tradizione della Sinistra i postulati comunisti non abbisognano di essere in alcun modo trasformati in qualcosa d’altro: devono solo essere propagandati tra i proletari più avanzati nelle fasi di rinculo, agitati tra le masse operaie in quelle di ripresa del movimento e tradotti in azione nel fuoco della lotta rivoluzionaria. Il fatto di porre in rilevo la necessità di opporsi al “lento abbandono dell’azione pratica” (4), come abbiamo fatto in tempi recenti, non è affatto sinonimo, quindi, di un presunto «volontarismo» politico-educazionista perché tale attività pratica, coincidendo con “quel lavoro politico a contatto della classe operaia, che è uno dei nostri cardini di azione, e che definisce il nostro stesso essere Partito” ( 5), non si limita ai tanto vituperati volantinaggi, ma consiste nel portare la nostra parola e il nostro giornale in tutte le forme, anche limitate, di vita della classe, quindi nelle assemblee, nelle manifestazioni, negli scioperi, ecc., ed ha soprattutto un senso e uno scopo ben preciso, che non è certo quello di affrettare l’incontro teoria-masse o di avvicinare le curve del Partito e della società, come pretendevano i sostenitori del “Nuovo Corso” prima del 1982, che non è, insomma, quello di imboccare le scorciatoie che contraddistinguono il velleitarismo educazionista, cui la Sinistra si è sempre tenacemente opposta, ma è quello di far sedimentare nella memoria degli operai una traccia, che consentirà poi loro, nelle fasi di ripresa anche solo parziale delle lotte fuori dal controllo degli apparati borghesi, di non confondere il Partito con gli innumerevoli opportunismi dipinti di rosso che si desteranno allora dal loro precedente letargo o dal torpore della loro routine collaborazionista al solo scopo di “cavalcare la tigre” con frasi roboanti e dal suono “rivoluzionario” e di ricondurla poi all’ovile. Una traccia, quindi, che consentirà alla classe di riconoscere il Partito sulla base di una verifica diretta, immediata, della limpida continuità delle sue posizioni e delle sue parole d’ordine, in cui è scolpita la sua inconfondibile fisionomia. Perciò la nostra parola deve essere sempre la stessa, pur aderendo e rispondendo alle diverse situazioni contingenti. Come dicevano i vecchi compagni: un comunista, una parola, un opportunista, un vocabolario. Per dirimere in via definitiva il dilemma sulla necessità o meno di “viventi strategie”, diamo infine la parola allo stalinismo nascente. “Sentite quello che il relatore Bucharin, in sede di discussione del 1° punto all’O.d.G. dell’Esecutivo allargato dell’Internazionale Comunista (25 febbraio 1926) diceva: «Esistono due metodi, a fondo differenti, di lotta per la prospettiva rivoluzionaria. Il primo è il metodo marxista: esso consiste [udite, udite] nell’adattare alla realtà concreta la nostra lotta per la prospettiva rivoluzionaria, nel prendere la realtà così com’è, anche se sfavorevole. L’altro metodo è quello di Bordiga, il quale fa completamente astrazione dalla situazione e si contenta di affermare che noi siamo dei rivoluzionari e che dobbiamo combattere per la rivoluzione. Quanto alla analisi marxista della situazione obiettiva e alla tattica che ne scaturisce, essa è, presso Bordiga, completamente assente. Non è un caso fortuito se nel suo lungo discorso non abbiamo udito una sola parola sugli indizi specifici della situazione attuale. Ciò non gli importa affatto, perché egli considera tutto da un punto di vista generale ed astrattamente rivoluzionario e si contenta di coniugare il verbo ‘fare la rivoluzione’. Inutile dire che questo metodo conduce a rendere volgare la nostra tattica, il che non ha niente di marxista»” (6). Perciò va respinto ogni conato, periodicamente risorgente, ad adattare le storiche parole d’ordine del movimento operaio piegandole alle esigenze di moderazione dettate dalla fase morta che attraversiamo. Perciò la loro attualizzazione, lungi dall’immiserirle, le valorizza in quanto fa propaganda oggi delle cose che si dovrebbero fare e che domani torneranno ad essere prassi quotidiana della lotta operaia, in quanto cioè fa sedimentare nell’oggi quella traccia che in tanto è preziosa in quanto costituirà domani uno dei ponti attraverso cui la classe potrà “riconoscere i suoi”. Solo degli inguaribili immediatisti possono infatti stabilire un’equazione tra l’impossibilità a raccogliere un’immediato consenso attorno ad una parola d’ordine ed il fatto di “immiserirla”. Resta da precisare il fenomeno, anch’esso non certo nuovo, per cui alla fregola di dimenarsi alla ricerca di strategie politiche più o meno intelligenti o addirittura “geniali” -se a pilotare il barcone è un Grande Timoniere- corrisponde regolarmente il fatto di relegare in secondo piano il lavoro di l’analisi economica, che si concentra sui movimenti statistici e sui grafici dell’economia borghese in crisi, e che l’opportunismo ha sempre liquidato spregiativamente come banale statistica econometrica. La correlazione non è difficile da scoprire: senza la tanto decantata capacità di elaborazione strategica e di adattamento politico delle nostre posizioni classiche, infatti, secondo gli “strateghi dell’osteria dell’avvenire”, le spinte del sottosuolo economico resteranno sempre lettera morta. E’ perciò che esse rappresentano comunque una “éntité négligeable”. E’ perciò che il motto caratteristico degli opportunisti, smaniosi di trovate strategiche, è quello della “politique d’abord!”, e cioè: la Politica al primo posto! (7). Alla faccia del determinismo economico, che secondo l’insegnamento della Sinistra rappresenta l’essenza stessa del marxismo! “Oggi il misero Krusciov, per sganciarsi dalle condizioni cui è legata «una» tesi di Lenin, baratta le ultime luci del marxismo che mai lo abbiano raggiunto, e afferma che nel 1914 agivano i fattori economici, nel 1956 sarebbero in gioco anche altri fattori, morali e di volontà. «La guerra non è un fenomeno esclusivamente economico». «Nella questione se la guerra ci deve o non ci deve essere (ma che razza di questione è mai codesta?) assumono grande importanza i rapporti di classe le forze politiche, il grado di organizzazione e la volontà cosciente degli uomini». In quale spaventoso guazzabuglio siamo caduti, per tornare da Stalin a Marx?! Stalin avanzava in libreria col lanciafiamme, ma a quella luce qualche lembo di pagina si leggeva ancora; i vari Krusciov vi irrompono come tori ai quali, a copertura del rischio che abbiano appreso a leggere, si sono bendati gli occhi dopo avere spento tutte le luci. Per caso siamo marxisti, e dopo ciò abbiamo da una parte schierato «i fattori economici», dall’altra, in suggestivo ordine, i rapporti di classe, le forze politiche e di organizzazione, la coscienza, la volontà?! E avviando tra questi avversari una «gara emulativa» sentiamo lanciare un «a voi signori», mentre il maresciallo Bulganin, col più fotogenico sorriso, tiene la smarra?!” (8). Alla risorgente smania della politique d’abord noi opponiamo quindi, come al solito, la necessità assoluta, immediata e prioritaria di non perdere tempo in vuote chiacchiere strategiche ma di piegare la gobba sulle cifre, sulle tabelle e sui grafici dell’economia borghese nell’ambito della nostra attività teorica senza perciò voler ridurre l’attività teorica al solo studio del corso dell’imperialismo; e, per quanto riguarda l’attività pratica, di continuare ad essere presenti, nei limiti delle nostre forze, davanti alle fabbriche con la nostra parola, una parola che non può non apparire irrealistica e “demagogica” finché la ripresa classista non riproporrà all’ordine del giorno le storiche rivendicazioni del movimento operaio, e che, soprattutto, deve scendere dove è possibile nello specifico e, se si vuole, anche nel dettaglio di ciò per cui bisognerebbe lottare fin d’ora, pena il fatto, in caso contrario, di ridursi ad una generica petizione di principio, priva di qualsiasi impatto su coloro (pochi o tanti che siano) che sono già adesso disposti ad ascoltarci, e quindi incapace di lasciare quella traccia per l’avvenire in cui risiede il suo vero significato, che è sì di essere un pungolo e un mezzo per giungere ad una radicalizzazione delle lotte rivendicative, ma non certo (se non a livello del tutto episodico e marginale) delle lotte attuali, ma delle lotte a venire. Consegna conclusiva: ESCLUDERE VOLI “STRATEGICI” ATTI SOLO A SNATURARE LE NOSTRE POSIZIONI CLASSICHE, RIBADIRE LA DOPPIA NECESSITA’ DI FAR PARLARE LE CIFRETTE E DI NON DISERTARE L’ATTIVITA’ PRATICA A CONTATTO CON LA CLASSE OPERAIA.

1 La smania di manomettere il Programma per derivarne delle implicazioni strategiche “concrete” atte a snaturarlo e l’accusa di economicismo verso i rivoluzionari, che negano tale necessità proprio perché convinti che saranno i fattori economici a spingere gli operai verso di noi, è una malattia ricorrente che alligna non solo all’interno della nostra organizzazione, ma anche e soprattutto all’esterno di essa. Ne è un esempio edificante la prosa di cui ci delizia il gruppo di “Lotta Comunista”. Secondo costoro sarebbe infatti necessario “mettere a fuoco il carattere dialettico del rapporto tra struttura e sovrastruttura, affilando la critica sia verso il meccanicismo, che ridurrebbe l’analisi politica a valutazione econometrica, sia verso l’illusione del primato della politica che non vede l’effettiva determinazione economica” (A. Cervetto “L’involucro politico”, Ed. Lotta Comunista, 1994). E nello stesso tempo demolire “l’indifferentismo politico” della nostra corrente (pag. 146) e la sua “insufficienza strategica” (pag. 150). La mancanza nella Sinistra di “una strategia, scientificamente fondata sull’analisi del reale processo di sviluppo capitalistico nello stadio imperialista” avrebbe in particolare condotto la nostra corrente all’aberrazione di ritenere che “dato che la concentrazione del capitale determina il centralismo politico […] la democrazia si trasformi in fascismo” (pag. 171). Orrore! orrore meccanicista e indifferentista, strillano i “leninisti”: si osa affermare che “non si può più utilizzare una forma politica [la democrazia] che è finita perché è finita la situazione strutturale che la determinava” (pag. 178). Ne deduciamo che, siccome tutti i salmi finiscono in gloria, secondo i gusti dei nostri “leninisti”, Madama Democrazia i proletari la possono ancora utilizzare …

2 “Teoria e azione nella dottrina marxista”, 1951, punto 4, in “Partito e classe”, pag. 119. 3 “Dittatura proletaria e partito di classe”, 1951, in “Partito e classe”, pag. 65-66.

4 Rapporto alla R.G. di Partito del 2001. 5 Ibidem.

6 “Attivismo” (“Battaglia comunista” n. 6 e 7 del 1952). Si noti en passant l’affiorare nel lessico buchariniano del termine “volgare” per stigmatizzare le posizioni della Sinistra.

7 “Politique d’abord, non vuole dunque solo dire: indietro la massa e la base, indietro la realtà anche contingente delle situazioni economiche, tecniche, costruttive, amministrative; siano di scena le formazioni politiche in cui la nazione si divide, ossia i partiti. Vuole dire indietro anche questi, che ancora non si sono né schierati né messi in attività (né più si sottrarranno, prima ad un conformismo unico «risorgimentale», dopo a una coppia di conformismi convenzionalmente, retoricamente avversi tra loro, che più non si riscatteranno dalla passività di stile ventennio, e se volete di stile popolar-progressivo). Ed allora se le classi e i partiti non sono di scena, la formula, sfrontata ma veritiera, a quali rapporti di forza si riferisce? Quali sono gli attori sul palcoscenico, salvo ad indagare dopo se gli attori e specie i protagonisti non siano marionette di cui sono tirati i fili? Tutto si riduce ad un intrigo tra persone, tra «personalità», tra «uomini politici»; ciò viene apertamente confessato” («Politique d’abord»!, in «Battaglia Comunista», N.15, 4-17 settembre 1952).

8 “Dialogato coi Morti”.

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