Punto n. 20: tattica e strategia del partito rivoluzionario

Nota redazionale: Il punto venti affronta una problematica molto spinosa, ma chiara e ben definita nella nostra tradizione politica. Stiamo parlando del terrorismo, della sua funzione reale e dei suoi agenti sociali. Al di là di ogni deformazione interpretativa compiuta da chi non ha ben compreso il marxismo. Il terrorismo a cui alludiamo, subentrato allo stragismo di nera coloritura, aveva invece una apparente coloritura vermiglia. Ma le apparenze ingannano, e come ci ricorda Marx, la vera scienza cerca sempre di scoprire la realtà che si nasconde al di sotto della superficie dei fenomeni. E d’altronde le epoche e gli uomini, ci insegna ancora il marxismo, non si valutano per quello che dicono di essere, (cioè in base alla loro auto-rappresentazione) ma per quello che realmente sono. Il capitolo venti è esplicito nell’inquadrare la funzione socio-politica del terrorismo a tinte rosse: ”Assodato che non di lotta proletaria si trattava, ma di ondeggiamento piccolo borghese, resta stabilito che quei movimenti e quelle azioni non solo facevano parte a pieno titolo dell’atmosfera nauseabonda in cui mancava completamente l’ossigeno della lotta di classe, ma anche che le loro gesta non facevano che renderla ancor più ammorbante, assolvendo al triplice compito di svalutare la violenza agli occhi delle masse operaie, di ridare fiato all’opportunismo trasudante pacifismo sociale da tutti i pori e di incapsulare e distruggere in una guerriglia insensata le poche forze che il proletariato era riuscito tuttavia ad esprimere in controsenso rispetto alle direttive opportuniste. Resta inoltre fissato non solo che per dei comunisti il fatto di esprimere un presunto “dovere di solidarizzare con le vittime della persecuzione borghese” (13) non aveva nessun senso in quanto non ci risulta che per una sorta di “dovere” morale e quindi metafisico i comunisti si sentano chiamati a solidarizzare coi fascisti o coi ladri di regime o coi mafiosi anche quando essi vengono perseguitati dallo Stato borghese (14). E resta stabilito anche che era risibile per le stesse ragioni la pretesa di insegnare ai rottami della piccola borghesia ribelle e guerrigliera “il modo di concepire la propria difesa di fronte all’accusa(15) che è caratteristico del marxismo, invitando i “somari” a fare tesoro di “Forza, violenza e dittatura nella lotta di classe”: in quello, come in altri testi, è codificata infatti la dottrina del proletariato rivoluzionario, non quella che può adattarsi alle esigenze difensive delle mezze classi infuriate, per le quali le lezioni ivi contenute resteranno sempre un segreto avvolto in un mistero”. 

 

Il capitolo venti è dunque una condanna senza se e senza ma del fenomeno del terrorismo, sorto in Italia negli anni settanta, una condanna che va al di là delle coloriture politiche assunte da tale fenomeno nel corso del tempo. Terrorizzare il proletariato, espropriarlo della sua possibilità di agire autonomamente, sovrapporre il proprio progetto, funzionale al sistema, al pericolo di un ritorno del conflitto sociale. Questa è stata la funzione storica del terrorismo.

Nel lavoro dal titolo ‘Dominio di classe  e ragion di  stato’ ripercorrendo la tradizione di Machiavelli, Botero, Meinecke, abbiamo concluso che in nome della ragion di stato, cioè della conservazione del dominio di una certa classe sociale, non è raro che il potere politico utilizzi tutti i mezzi, inclusa la violenza cinetica, l’inganno, le operazioni sotto falsa bandiera. Abbiamo anche di recente constatato, in Siria, i rapporti fra determinate potenze statali e i cosiddetti insorti e ribelli al governo di Assad. All’interno del quadro generale esposto nel lavoro anzidetto, si può liberamente trovare qualche ulteriore spunto di riflessione per inquadrare le vicende del terrorismo degli anni settanta.

Secondo i teorici del diritto come kelsen lo stato è l’organizzazione che rivendica per se l’uso legittimo della violenza, cioè l’uso della forza in nome del bene comune. Questa forza può in determinati momenti assumere la forma del terrore, come extrema ratio.

Il terrore ha un effetto paralizzante sulle frazioni sociali più propense al conflitto, serve a favorire la loro passività. Dunque esso è uno strumento di controllo sociale. Ma il terrore è anche stato impiegato storicamente nelle contese interstatali, per piegare il nemico. Pensiamo solo ai bombardamenti sulle città durante la seconda guerra mondiale. Dunque la storia umana presenta molti esempi di impiego del terrore come mezzo di dominazione di un nemico interno, o esterno, di un apparato statale. Tornando al terrorismo anni settanta, non ci interessano le motivazioni personali degli attori che hanno operato sul piano del terrore, poiché era la funzione oggettiva delle loro azioni quello che allora contava davvero. Cioè il controllo sociale del conflitto. Una spirale di violenza insensata rivolta a colpire presunte figure simbolo del sistema, con annessi rapimenti, proclami, uccisioni. Puramente disumano.
La nostra posizione è dialettica, noi non facciamo discorsi astratti sulla violenza,sul suo rifiuto o impiego in termini assoluti. Infatti, come ogni stato, anche un futuro stato proletario guidato dal partito comunista, potrebbe essere costretto ( suo malgrado) ad impiegare il terrore (cioè la forza), se la borghesia tentasse di restaurare il parassitismo capitalistico. Questo è il terrore rosso (quindi l’uso della forza), storicamente registrato in Russia dopo il 1917, contro gli attacchi delle potenze capitalistiche esterne, e i tentativi di restaurazione della classe feudale russa. Allora si trattava in fondo solo di una legittima difesa del nuovo ordine contro le manovre e gli assalti del vecchio ordine. La violenza in questo senso sarebbe una triste necessità, a cui lo stato proletario del futuro potrebbe, obtorto collo, essere costretto a ricorrere, in nome del bene comune dell’umanità, cioè della sua liberazione ed emancipazione. Questo impiego della forza potrebbe durare almeno fino a quando il comunismo, cioè una società senza classi sociali portatrici di opposti interessi, non determinasse la fine della violenza insita nella lotta di classe. Si consideri che la missione storica del proletariato, il suo interesse di classe, è l’abolizione delle classi, e quindi anche di stesso in quanto classe. In questo senso solo lo stato proletario potrebbe rivendicare l’uso legittimo della violenza, perché solo esso opererebbe sotto la guida del partito umano comunista, in nome del vero bene comune della specie umana, e in fondo anche di tutte le forme di vita compatibili con l’umanità. Dialettica degli opposti. La violenza dello stato proletario, costretto suo malgrado a impiegare la forza in nome del bene comune, è solo la premessa della fine della violenza del conflitto di classe.
Un male minore viene impiegato per superare il male maggiore dell’alienazione e della schiavitù. Il nuovo corso, incapace di resistere ai condizionamenti di sistema, anche sulla questione del terrorismo riuscì a formulare delle bestialità, dimostrando l’inconsistenza della sua grottesca pretesa di essere la centrale, immemore ancora una volta del fatto che è centrale solo l’organizzazione formale che riesce a stare sulla dorsale del partito storico (teoria marxista). Negli anni settanta qualcuno predicava l’equidistanza fra stato e BR. Come si può evincere dal capitolo venti, il partito autentico non è equidistante, esso semplicemente è uno straniero ( comunista) in terra straniera (capitalista). Infatti se esso rivendica di essere metafisico, cioè di porsi oltre la fisica metamorfizzata della classe, a maggior ragione è lontano, è oltre, cioè metafisico, rispetto alle convulsioni del sottoproletariato, della borghesia e della piccola borghesia. Attori sociali della vicenda terroristica. Una vicenda su cui il punto venti parla chiaro. Il terrorismo è stato un nemico, un frutto avvelenato di un sistema malato. In nome di quale comunismo sono state compiute tante uccisioni? Non certo quello a cui noi ci richiamiamo. Per  il partito il comunismo esiste già, esiste nei testi che formano la teoria invariante marxista, esiste infine nella prassi organica, comunista, del partito formale realmente collegato alla conoscenza marxista, dunque erede dell’apparato conoscitivo della specie umana, vissuta per centinaia di migliaia di anni nelle società senza classi, variamente  e progressivamente in grado di evolvere fino al livello di Mohenio Daro e Harappa. Lo ripetiamo, il partito non è equidistante, fra stato e terrore, esso è semplicemente uno straniero nella terra straniera in cui si è verificata, fra le tante nefandezze, anche la vicenda terroristica, poiché è ad un altro tipo di società e di umanità lontane che si richiama. La sua anima rivoluzionaria è a cavallo del passato, del presente e del futuro. Come uno sciamano di antichi giorni perduti, esso è destinato a guidare le avanguardie proletarie verso una più intensa percezione delle cose. A guidare l’umanità verso la libertà.

Buona lettura

 

Punto n°20: tattica e strategia del Partito rivoluzionario

LA STRATEGIA E’ UNA PARTE DELLA TATTICA DEL PARTITO CHE PRENDE VITA NELLE FASI IN CUI LA LOTTA DI CLASSE TRASCRESCE IN GUERRA CIVILE, PER CUI PARLARE DI STRATEGIA OGGI E’ ESPRESSIONE DI SMANIE MILITARISTE FUORI TEMPO E FUORI LUOGO. LA GIUSTA CRITICA DEL TERRORISMO INDIVIDUALISTICO E ROMANTICO FATTA DAL PARTITO NEGLI ANNI ’70 VA RESA ANCORA PIU’ NETTA E TAGLIENTE ALLINEANDO ALLA CORRETTA IMPOSTAZIONE TEORICA DELLE VALUTAZIONI POLITICHE CON ESSA COERENTI E QUINDI CORREGGENDO LE POSIZIONI DEFORMI DEL “NUOVO CORSO” SUL TERRORISMO PICCOLO-BORGHESE COME “PRECURSORE” DELLA LOTTA DI CLASSE E SULLA “SIMPATIA ISTINTIVA” VERSO IL RIBELLISMO DELLE MEZZE CLASSI. Come stabiliscono limpidamente le nostre “Tesi di Lione”, “l’azione del partito prende un aspetto di strategia nei momenti culminanti della lotta per il potere, in cui la parte sostanziale di essa prende carattere militare” (1). Va osservato anche che il riferimento alla strategia sopra citato fa parte del Paragrafo Terzo delle Tesi, che è significativamente intitolato “Azione e tattica del partito”. Ne deriva che, mentre la strategia militare racchiude la tattica militare, la strategia rivoluzionaria è al contrario una parte della linea tattica generale del Partito, in quanto ne rappresenta l’aspetto strettamente e squisitamente militare. Discutere di strategia, quindi, ha un significato non velleitario solo nelle epoche di ferro e di fuoco della Rivoluzione e della guerra civile ed affermare che oggi il Partito si debba dare una strategia significa rovesciare in senso militarista il rapporto tattica/strategia, ricalcando pedissequamente le orme dei liquidazionisti del 1982-83. Anch’essi infatti invocavano una strategia politica, anche se la chiamavano impropriamente “piano tattico”, e identificavano nella incapacità di formulare una efficace strategia il limite storico della Sinistra Comunista d’Italia e la causa della sua presunta “minorità” rispetto all’esperienza bolscevica. Le loro smanie militariste, inoltre, si erano manifestate ben prima del 1982, traducendosi nella pretesa assurda e distruttiva di imporre delle “misure di sicurezza” da tempi di guerra civile ad un Partito immerso fino al collo nella melassa della pace sociale e di spostare sulla carta geografica i suoi malcapitati militanti con lo stesso piglio con cui un Von Clausewitz proletario in sedicesimo avrebbe spostato i reggimenti rossi e i cannoni strappati al nemico; poi, dopo l’esplosione dell’organizzazione, furono sempre quelle smanie a dettare la scelta pacchiana del termine “Combat” per denominare l’organo di stampa dei superstiti del “Nuovo Corso”. Oggi con un proletariato ancora fermo e completamente controllato dall’opportunismo, si torna -da parte di coloro che rivendicano il “Nuovo Corso”- al vaniloquio di allora, ben rappresentato dalle odierne “sparate” su una fantomatica “unità militante del proletariato combattente”! Questa ostinazione nel prendere lucciole per lanterne nasce, oggi come ieri, dall’ansia volontaristica di “avvicinare le curve” del Partito e della classe, proiettando in un presente grigio e impestato di opportunismo una dimensione strategica che avrà un senso solo quando la ripresa della grande lotta di classe porrà all’ordine del giorno la questione militare come un compito immediato del Partito. Ma c’è dell’altro e di peggio: l’ossessione di “generalare” non esprime solo la preoccupazione velleitaria di trovare stratagemmi, scorciatoie ed espedienti capaci di rovesciare il corso storico, ma anche la malcelata tendenza a scimmiottare i sommi duci della borghesia manovrando i militanti di Partito, al di fuori di una effettiva situazione di guerra di classe, come dei soldatini da spostare a seconda dei repentini mutamenti di rotta dettati dal Napoleone di turno, e trattandoli quindi come delle truppe partigiane, come degli “elementi” che non combattono per sé ma per altri e che quindi possono essere anche inconsapevoli dei fini per cui combattono. Ma se, nelle condizioni imposte dalla guerra civile, i militanti del Partito sono per evidenti motivi inconsapevoli dei dettagli tecnici dell’azione militare intrapresa, al di fuori di tali circostanze eccezionali essi, al centro come alla periferia, devono essere consapevoli non solo dei fini per cui il partito agisce, ma anche di tutte le manovre tattiche che esso intraprende per conseguirli. Perché i comunisti ed i proletari che ne subiscono l’influenza per la prima volta nella storia non combattono per altri, ma per sé stessi. E’ quindi in forza delle caratteristiche specifiche della rivoluzione proletaria che ogni riferimento ad una “strategia” è completamente fuori luogo finché lo scontro militare non è all’ordine del giorno e che, come stabiliscono le “Tesi di Napoli”, la adozione dei “precisi schemi di gerarchie” che assicureranno l’efficienza del Partito nello scontro con le forze nemiche “non deve essere inutilmente scimmiottata in ogni attività anche non combattente del partito” ( 2). Dimenticarlo significa rimanere prigionieri degli schemi delle vecchie rivoluzioni. Dato inoltre che siamo ancora in una situazione storica controrivoluzionaria e quindi ben lontani da ogni “attività combattente”, risulta quanto mai necessario ribadire e riprendere la critica del terrorismo individualista e romantico formulata a suo tempo dal Partito nello studio intitolato “Il terrorismo e il tormentato cammino della ripresa generale della lotta di classe” ( 3) rendendola ancora più risoluta e tagliente alla luce dell’ulteriore svolgimento dei fatti, che ha dimostrato anche ai ciechi che “romantico” voleva dire borghese. La messa a punto della critica del terrorismo individualistico e romantico contenuta in quella serie di articoli fu indubbiamente ineccepibile sul piano dei principi e della dottrina. Va subito rilevato, tuttavia: a) che manca una valutazione circostanziata della matrice di classe del terrorismo degli anni ’70, che deve identificarsi non solo nelle mezze classi, ma anche nel sottoproletariato, i cui esponenti guidavano comunque la danza della “lotta armata” sulla base dei loro disegni politici, anche se spesso utilizzarono come manovalanza i giovani proletari ribelli che a quelle organizzazioni affluivano in assenza di una visibile prospettiva classista; b) che, non soffermandosi a criticare a fondo le posizioni politiche dei gruppi della “lotta armata” l’articolo non mette in sufficiente rilievo il nazionalismo brigatista; c) che nel testo alcune smagliature appaiono evidenti allorché si passa dal piano della dottrina a quello della tattica. Nella Premessa, ad esempio, esso afferma che “la critica più radicale e, in date circostanze, la più ferma condanna di quel terrorismo sono possibili – come sono doverose- alla sola condizione di non mettersi sul terreno della neutralità e dell’equidistanza di fronte a fenomeni che mettono faccia a faccia lo Stato borghese, le sue istituzioni, le sue leggi, e chi vi si ribella; alla sola condizione, dunque, di respingere tutte le scappatoie attraverso le quali le false «estreme sinistre» hanno cercato, in Italia come in Germania e dovunque, di «tenere le distanze» da un fenomeno di cui il marxismo conosce le radici materiali e la collocazione storica, e di cui sa quindi anche valutare il peso, fosse pure soltanto marginale, e il valore di sintomo, fosse pure soltanto negativo”. Appare anzitutto molto discutibile sostenere che la più ferma condanna di quel terrorismo, del terrorismo piccolo-borghese fosse possibile e doverosa solo “in date circostanze”, come se ce ne fossero state altre, non meglio precisate, in cui tale condanna non era possibile, non era doverosa o non era comunque opportuna. In secondo luogo sarebbe stato importante precisare che il fatto di non porsi sul terreno della neutralità nello scontro tra piccolo-borghesi (e sottoproletari) infuriati da un lato e Stato borghese dall’altro è la conseguenza diretta del fatto che il Partito Comunista non è mai neutrale, e che non è neutrale per il semplice motivo che è in guerra –oggi sul piano ideologico, domani anche su quello delle armi- contro entrambi (se mai vi saranno ancora alla vigilia della Rivoluzione dei terroristi piccolo-borghesi in circolazione), anche se lo è in forma necessariamente diversa e con diversi accenti sui due lati della polemica che è chiamato a svolgere. E quindi che quella nostra non-neutralità non equivaleva e non poteva equivalere ad esprimere la minima simpatia per uno dei due fronti borghesi in lotta, e imponeva anzi al Partito, contrariamente a quanto si afferma nel testo citato, non solo di “tenere le distanze” da entrambi, ma di tenerle ben ferme. In terzo luogo –ed è la cosa più grave- ammettere che il terrorismo piccolo borghese potesse avere il valore di un sintomo “non soltanto negativo” della crisi del regime borghese significava, svolgendo la frase un poco contorta, riconoscere la possibilità che esso contenesse anche degli aspetti positivi per il proletariato e per la rivoluzione comunista, scivolando così lungo una china che si dimostrerà poi rovinosa per il Partito. Quali siano stati gli ulteriori sviluppi del terrorismo piccolo-borghese in Italia lo chiarisce molto bene un articolo inviato da un compagno ed intitolato significativamente “Dal «terrorismo rosso» al perdono legislativo dei terroristi” (4). In esso si afferma che lo Stato, che mai “mostrò di perdere il controllo del fenomeno terroristico”, come riconoscono del resto e non da oggi anche alcuni ex-BR (ad esempio Franceschini), colse anzi “l’occasione offertagli dai guerriglieri urbani-guevaristi [sic] per attuare un vero e proprio addestramento sul campo, non soltanto dei suoi corpi polizieschi, ma anche degli organi di indagine e di schedatura dei «servizi»”, per distruggere “in un continuo stillicidio di «azioni» e contro-azioni di polizia […] la possibilità di un «normale» lavoro organizzativo nella classe operaia e di critica su larga scala all’ormai evidente opportunismo sindacale e piccista” e per sventare in tal modo, in seno ad un proletariato “pressato da queste due opposte formazioni armate […] la possibilità di una ripresa non soltanto della lotta di classe, sia pure limitata alla difesa intransigente delle fittizie «conquiste» economiche e normative ottenute con le lotte sindacali del 1969-70, […] ma anche la possibilità di smascherare il PCI quale partito che tutto faceva tranne gli interessi della classe lavoratrice”. In questo obiettivo servizio reso su più livelli alle classi dominanti risiede “l’unica spiegazione dell’altrimenti inspiegabile debolezza degli «organi preposti al mantenimento dell’ordine pubblico» di fronte al crescere ed al ramificarsi dell’azione terroristica. E’ tutt’altro che da escludere infatti che fossero «inerzie», queste degli organi repressivi statali, assai ben calcolate, al fine di presentare lo Stato ed i suoi «servitori» come aggrediti dalla «violenza» dei terroristi e, siccome siamo nella patria del Machiavelli, al preciso scopo di scremare dalla massa proletaria, quel migliaio e forse più di elementi, quasi tutti giovani e ribelli, che era bene non restassero nelle fabbriche e negli uffici a far fermentare il loro malcontento a contatto di gomito con la massa grigia e immota dei lavoratori”. Infatti sarebbe bastato “attendere che questi «guerriglieri» di città si facessero un po’ di esperienza come «combattenti», che violassero un po’ di articoli del codice penale, opportunamente aggiornato, che entrassero nella clandestinità, per evitare che il loro ribellismo proletario contagiasse altri proletari e soprattutto perché queste energie di giovani schiavi del capitale che rifiutavano questa infame condizione, si consumassero in uno sforzo intenso quanto vano” col risultato di impedire definitivamente che esse “trovassero un inquadramento in un vero Partito proletario di classe”. A fronte poi del fatto che era “dal 1988 che il «proletariato prigioniero», ossia i condannati per atti di terrorismo non «dissociati», chiedeva, dopo una «riflessione autocritica» [non poteva mancare fra stalinisti!] una «amnistia uguale per tutti e senza condizioni, politica e non giudiziaria»”, l’articolo riprendeva poi la giusta posizione di Partito difesa contro il “Nuovo Corso” dalla Sezione di Schio nel 1983, quando “era stato costituito, dietro sollecitazione dei «prigionieri politici» ex terroristi il cosiddetto «comitato contro la repressione»”, posizione che riaffermava con nettezza “la necessità assoluta di evitare ogni metodo non classista ed ogni illusoria alleanza con forze opportuniste e strati piccolo borghesi per difendere chi é stato colpito”, illudendosi nella situazione attuale di poter “far rivivere un «Soccorso rosso» in miniatura”. E che con altrettanta nettezza ribadiva che “non sta scritto poi in nessun codice che i comunisti debbano mobilitare i proletari in difesa di chiunque cada nella rete della «giustizia», magari proclamandosi comunista perché promotore di infantili guerriglie individuali [o poco piu’] contro i padroni del vapore”. Va da sé infatti che l’inasprimento della nostra critica nei confronti del terrorismo piccolo-borghese è oggi facilitato –e quindi reso tanto più doveroso- dal fatto che la canea urlante del fronte antiterroristico si sia ormai acquietata ed anzi da costì si tenda un ramoscello d’ulivo ai figlioli prodighi di Mamma Resistenza e di Madonna Democrazia. Nell’odierno svolto infatti il Partito, senza timore di essere confuso con i paladini della legalità democratica, può dire fino in fondo la sua parola contro la nuova ed ignobile “tratta dei rossi” (5) consumatasi malauguratamente vent’anni or sono ed i cui strascichi non si sono ancora esauriti, rimediando anche nello stesso tempo alle precedenti sbandate. Si tratta infatti di mettere finalmente in chiaro che la violenza terroristica delle Brigate Rosse ed affini non fu violenza proletaria né manifestazione di impazienza da parte di settori operai, sia pure minoritari, ma fu violenza piccolo-borghese e sottoproletaria, espressione di un avventurismo tipico della disperazione delle mezze classi e della disgregazione degli strati infimi della società. E quindi di respingere in via definitiva le contro-tesi che furono enunciate dal “Nuovo Corso” alla fine degli anni ’70. Secondo quella tendenza infatti, pur essendo espressione della piccola borghesia, e cioè di strati sociali ferocemente anti-proletari, i gruppi terroristici non erano delle “organizzazioni nemiche” del proletariato, ma erano da considerare dei “precursori” del movimento sociale e quindi meritavano una “elementare simpatia” da parte dei comunisti ( 6). La Circolare del 1981 affermava infatti che “la formula del terrorismo «organizzazione nemica del proletariato e del partito» applicata ai NAPAP 1975-80 è del tutto inaccettabile […] perché non esprime un punto di vista di classe ; e, non esprimendo un punto di vista di classe, è «scientificamente» falsa, non ci aiuta a comprendere o a renderci conto della realtà, ma al contrario ci impedisce di vederla” ( 7). Ma sarebbe fuori luogo cercare il «punto di vista di classe» di cui qui si parla in una definizione materialisticamente fondata e circostanziata delle reali radici di classe del terrorismo di quegli anni. Il «punto di vista di classe» viene infatti riassunto in questi termini: “il nostro lavoro di analisi marxista scientifica e concreta non ha valore e non può dare dei risultati se non è ispirato ed alimentato dall’odio di classe contro l’ignobile ordine borghese” (8), cosa che è del tutto corretta e coerente con quanto la Sinistra ha sempre sostenuto. Ma da questa giusta premessa si trae immediatamente la falsa conseguenza che “quest’odio ci deve far considerare con un minimo di simpatia coloro che si rivoltano contro questo ordine, quali che siano le aberrazioni o le inconseguenze delle loro teorie e –fino ad un certo punto, s’intende- dei loro atti” (9). Siamo completamente fuori strada: l’odio di classe non può che farci rallegrare degli effetti dei colpi inferti all’apparato borghese, chiunque sia ad averli inferti, ma non certo indurci a simpatizzare con chiunque in tal modo si sia ribellato all’ordine costituito indipendentemente dalla sua collocazione di classe. Allorché le fiamme si levano alte sul Pentagono i rivoluzionari, giustamente, avrebbero dovuto levare in alto i loro calici e brindare, ma non avrebbero dovuto per questo simpatizzare con Al Qaeda come non avrebbero dovuto simpatizzare con i neonazisti che avrebbero destabilizzato l’apparato di comunicazione postale statunitense con l’antrace. Si dirà: quelli sono islamici furiosi o nazistelli arrabbiati. Ma non si è appena pontificato che la simpatia va profusa a chiunque si ribelli contro l’ordine costituito e anche soltanto ne graffi l’involucro corazzato, “quali che siano le aberrazioni o le inconseguenze delle sue teorie”? O escludiamo che islamici e neonazisti sino portatori di teorie aberranti, oppure li vogliamo escludere “per principio” dal novero di “coloro che si rivoltano contro questo ordine”. Per principio democratico, evidentemente. Col risultato di ricadere in ogni caso in una visione idealista, che privilegia l’ideologia e distribuisce patenti di “ribelle” a seconda della presenza o meno di una vaga rassomiglianza tra le teorie a cui il ribelle si ispira ed il marxismo. La definizione astratta e metafisica che mette in un solo calderone tutti coloro che si ribellano all’ordine costituito (dunque anche i poliziotti che eventualmente si ribellino allo strapotere della magistratura e scioperino per avere maggiori margini di autonomia), deve essere seccamente respinta come una bestialità antimarxista. E allo stesso titolo deve essere respinta la teoria deforme della “simpatia elementare” che ne deriva. La medesima Circolare pervenne inoltre, non potendo affibbiare ai terroristi di pseudo sinistra di allora l’etichetta di “avanguardie” (visto che con un minimo di buon senso si riconosceva che l’esercito proletario era ben lungi da qualsiasi mobilitazione), all’estrema aberrazione di appuntare sul loro petto la medaglia di “precursori” del movimento sociale: “sarebbe indubbiamente più appropriato, per queste ragioni, parlare di elementi o di correnti «precorritrici» del movimento sociale –ciò che non toglie nulla al fatto che producano delle autentiche figure di rivoluzionari” (10). Dalla “simpatia elementare” alla promozione sul campo dei ribelli a rivoluzionari, il passo è breve. Ma la premessa tattica erronea era già contenuta nell’articolo “Il terrorismo e il tormentato cammino della ripresa generale della lotta di classe” riportato in precedenza, e precisamente laddove non si escludeva che il terrorismo piccolo borghese potesse avere il valore di un sintomo “non soltanto negativo” della crisi del regime borghese. In effetti nella Circolare del 1981 si insiste proprio su questo aspetto, dando grande importanza al fatto che delle avanguardie possano per loro conto assimilare dei frammenti del programma comunista: “non si può escludere che degli elementi o gruppi di avanguardia acquisiscano, o scoprano, dei frammenti o dei lembi del programma e dei metodi marxisti” (11), il che è vero, sì, ma solo in riferimento a delle reali avanguardie della classe operaia, che erano e sono ancora di là da venire, non certo in riferimento ai rottami politici proiettati sul proscenio dalla crisi delle mezze classi. Le azioni del terrorismo piccolo- borghese degli anni ‘70 furono poi addirittura paragonate a delle autentiche azioni rivoluzionarie proletarie, anche se minoritarie, come “la partecipazione dei comunisti alla lotta disperata contro la reazione bianca, nel 1919, in Baviera alla quale il proletariato era stato spinto dalla forza controrivoluzionaria della socialdemocrazia e dall’avventurismo del centrismo indipendente, così come nel marzo 1921 davanti allo scatenarsi della violenza borghese”; i terroristi in definitiva avrebbero commesso sì l’errore di essere “troppo impazienti per intraprendere il lungo e difficile commino della lotta collettiva e disciplinata di classe”, ma cionondimeno erano da valutare, almeno in parte, positivamente, ossia come dei “precursori del futuro risveglio del gigante proletario”, come delle “rare boccate di ossigeno in una atmosfera nauseabonda”, per cui, “quando la classe avrà ritrovato la sua memoria collettiva, essi entreranno tra le figure di quelli che hanno contribuito a riaccendere la fiamma della lotta rivoluzionaria nelle vecchie metropoli”. Essi infatti avrebbero avuto il merito di “richiamarsi alla necessità della violenza per la lotta proletaria” (12). Assodato che non di lotta proletaria si trattava, ma di ondeggiamento piccolo borghese, resta stabilito che quei movimenti e quelle azioni non solo facevano parte a pieno titolo dell’atmosfera nauseabonda in cui mancava completamente l’ossigeno della lotta di classe, ma anche che le loro gesta non facevano che renderla ancor più ammorbante, assolvendo al triplice compito di svalutare la violenza agli occhi delle masse operaie, di ridare fiato all’opportunismo trasudante pacifismo sociale da tutti i pori e di incapsulare e distruggere in una guerriglia insensata le poche forze che il proletariato era riuscito tuttavia ad esprimere in controsenso rispetto alle direttive opportuniste. Resta inoltre fissato non solo che per dei comunisti il fatto di esprimere un presunto “dovere di solidarizzare con le vittime della persecuzione borghese” (13) non aveva nessun senso in quanto non ci risulta che per una sorta di “dovere” morale e quindi metafisico i comunisti si sentano chiamati a solidarizzare coi fascisti o coi ladri di regime o coi mafiosi anche quando essi vengono perseguitati dallo Stato borghese (14). E resta stabilito anche che era risibile per le stesse ragioni la pretesa di insegnare ai rottami della piccola borghesia ribelle e guerrigliera “il modo di concepire la propria difesa di fronte all’accusa” (15) che è caratteristico del marxismo, invitando i “somari” a fare tesoro di “Forza, violenza e dittatura nella lotta di classe”: in quello, come in altri testi, è codificata infatti la dottrina del proletariato rivoluzionario, non quella che può adattarsi alle esigenze difensive delle mezze classi infuriate, per le quali le lezioni ivi contenute resteranno sempre un segreto avvolto in un mistero.

1 Tesi di Lione, par. 3, Azione e tattica del partito (“In difesa della continuità del programma comunista” pag. 101).

2 “Tesi supplementari sul compito storico, l’azione e la struttura del partito comunista mondiale – aprile 1966”, in “In difesa della continuità del programma comunista”, pag. 186.

3 il programma comunista, nn. 7/8/9/10 del 1978.

4 L’articolo di cui riproduciamo ampi stralci, risale al Gennaio 1998, ma non ha perso affatto di “attualità”.

5 Il termine “tratta dei rossi” deriva dall’analisi della nostra Frazione all’Estero sulla guerra di Spagna e in particolare dalla analisi critica dell’attività delle Brigate internazionali. Il termine ci pare quindi che si adatti perfettamente a descrivere l’effetto obiettivo del reclutamento brigatista tra gli operai più combattivi.

6 Circolare del BCF (Bureau Central Français), 25.11.1981.

7 “la formule du terrorisme «organisation ennemie du prolétariat et du parti» appliquée aux Napap 197580 est totalement inacceptable […] parce qu’elle n’exprime pas un point de vue de classe; et, n’exprimant pas un point de vue de classe, elle est «scientifiquement» fausse, elle ne nous aide pas à comprendre ou à rendre compte de la réalité, elle nous empêche au contraire de la voir”.

8 “notre travail d’analyse marxiste scientifique et concrète n’a de valeur et ne peut donner des résultats que s’il est inspiré et alimenté par la haine de classe contre l’ignoble ordre bourgeois”.

9 “cette haine nous doit faire considérer avec un minimum de sympathie ceux qui se révoltent contre cet ordre, quelle que soient les abérrations ou les inconséquences de leurs théories et –jusqu’à un certain point, s’entend- de leurs actes”.

10 “il serait sans doute plus approprié, pour ces raisons, de parler d’éléments ou de courants «avantcoureurs» du mouvement social –ce qui n’enlève rien au fait qu’ils produisent d’authentiques figures révolutionnaires”.

11 “on ne peut pas exclure que des éléments ou groupes d’avant-garde acquièrent, ou découvrent, des bribes ou des pans du programme et des méthodes marxistes”.

12 Le ultime sei citazioni sono riprese dallo studio intitolato “Sinistra Comunista e terrorismo” (“Comunismo” – n. 5 – settembre-dicembre 1980).

13 “Les communistes, la répression bourgeoise et les procès politiques”, le prolétaire, n° 296, 22 sett. – 5 ott. 1979.

14 Che proprio di un dovere morale si trattasse traspare in modo evidentissimo dal fatto che di fronte alle gesta del terrorismo piccolo-borghese delle B.R. e altri gruppi dediti alla lotta armata si parlasse di “forme di ribellione all’ordine costituito che sono generose – e quindi meritano la solidarietà di ogni proletario verso chi, avendole compiute, paga di persona -, ma velleitarie perché slegate da un preciso rapporto tra classe e partito, e fra azione di classe e situazione oggettiva” (“7 operai armati”, il programma comunista, n° 9, 1977). Da quale deforme visione nascesse questo ossequio pretesco verso chi “paga di persona” non è dato sapere: certo non dal marxismo, che è amorale, che guarda alle classi da cui certe azioni emanano e non alle più o meno “generose” intenzioni dei loro esecutori, tantomeno all’opinione che questi ultimi hanno di se stessi e in forza della quale si pretendono “comunisti” e ancor meno al fatto che essi paghino o no “di persona”.

15 “Les communistes, la répression bourgeoise et les procès politiques” le prolétaire, n° 296, 22 sett. – 5 ott. 1979. 99

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