Elezioni europee: malessere sociale reale e onde nere immaginarie

Scriviamo qualche breve commento su quello che bolle nella pentola elettorale per il rinnovo del parlamento europeo. Si sono appena concluse, infatti, le elezioni, e ovviamente si sono subito scatenati i commenti e le dichiarazioni di giornalisti e politici. Ma prima di dare conto dei commenti della stampa e dei politici, è giusto ricordare i dati emersi dallo spoglio delle schede: affluenza 50%, i partiti di destra o sovranisti aumentano sensibilmente i loro voti, anche senza raggiungere la maggioranza, in Francia tuttavia la lista di destra della Le Pen tocca il 23% contro il 22% della lista di Macron. Un dato interessante è l’aumento dei voti ai verdi, sia in Francia (13%) che in Germania (21%). I popolari e i socialisti perdono  posizioni in Europa, anche se non in maniera intensissima. In Italia si registra l’aumento dei voti alla Lega di Salvini, che passa dal 17% delle politiche del marzo 2018, all’attuale 34%. I Cinque Stelle scendono dal precedente 33% del marzo 2018, a un deludente 17%. Il PD recupera una parte dei consensi persi nel 2018, attestandosi al 22,7%, Forza Italia 8,8%, fratelli d’Italia  6,5%, il resto dei voti è andato ad una serie di liste che non superando la soglia di sbarramento, non avranno propri candidati nel parlamento europeo. Alcuni giornali della buona borghesia italica, fautori del progetto europeo (quindi  sensibili alle sorti dell’attuale leadership economica, finanziaria e politica europea) hanno espresso da un lato giudizi preoccupati sulla crescita dei consensi delle forze sovraniste, ma anche, dall’altro lato, la consolazione per il quadro generale dei risultati che vede liberali, popolari e socialisti ancora maggioritari nel parlamento europeo.   

Abbiamo sempre sostenuto che le urne elettorali rispecchiano, fondamentalmente, il grado di condizionamento dell’ideologia dominante sugli elettori. Anche per questo motivo, già dalla sua nascita, la nostra corrente, in aperta polemica con altre forze di sinistra, ha predicato l’astensionismo. Inoltre, ammesso per assurdo che le elezioni dovessero premiare dei partiti fautori di programmi sgraditi al sistema, sarebbe gioco facile riportarli in breve tempo nell’alveo di una navigazione inoffensiva.

Quando descriviamo la natura dei regimi politici preponderanti dal dopoguerra ad oggi, con il termine demofascismo, in fondo ci riferiamo al fatto che l’apparente democrazia è sentita dalla maggioranza popolare (Demos), come una realtà. Invece il regime politico è oligarchico, poiché le decisioni essenziali le prendono poche migliaia di cuochi e sottocuochi, e quindi non il popolo (Demos) che si reca alle urne. Inoltre la minoranza borghese che tira davvero i fili della politica nazionale, è a sua volta condizionata, almeno in Italia, dall’alleanza militare con gli USA, paese imperiale da cui l’Italia non può prescindere. Il grado di autonomia della nostra borghesia è ulteriormente inficiato dal rapporto diseguale con le nazioni forti della comunità Europea. Queste nazioni utilizzano la valuta comune per ottenere dei vantaggi competitivi per la propria economia, utilizzando l’euro, una moneta sottostimata in relazione ai parametri della propria economia, per vendere a prezzi allettanti i propri prodotti. In sostanza quello che una volta poteva fare anche l’Italia, prima dell’euro, con la svalutazione competitiva della lira. All’epoca il deprezzamento autoindotto della lira, aveva come primo effetto l’aumento delle esportazioni, a causa del maggiore valore della valuta del paese importatore nei  confronti del paese esportatore (in questo caso l’Italia). A questo punto qualche lettore potrebbe chiedere, ma allora perché l’Italia non è rimasta fuori dall’euro, visto che così facendo avrebbe potuto continuare a fare la svalutazione competitiva? La risposta è semplice: perché lo strumento della svalutazione monetaria mentre da una parte favorisce le esportazioni, dall’altra parte penalizza le importazioni, con le ovvie ricadute nel campo dell’aumento dei prezzi (ad esempio benzina, nafta, metano), quindi in definitiva significa un aumento dell’inflazione e del carovita ( e un correlato calo della domanda interna).

Diciamo che la svalutazione competitiva, come altri strumenti di politica economica borghese, è solo un rimedio temporaneo, un palliativo, nei confronti delle criticità dell’economia capitalistica. Ricordiamo inoltre che la svalutazione di una moneta nazionale può derivare anche da fattori esogeni, cioè da attacchi della speculazione internazionale, o da eventi particolarmente negativi sia di tipo economico che di tipo politico. In passato l’instabilità delle maggioranze parlamentari, in Italia, tendeva a provocare un certo livello di sfiducia negli investitori nazionali e internazionali, provocando un calo degli investimenti o addirittura la fuga dei capitali. Un ulteriore dato associato a tutto il quadro precedente era costituito dalla maggiore tendenza a vendere quote di Bot, CCT e BTP da parte dei possessori, con la conseguenza di una seria difficoltà al rifinanziamento del debito pubblico.

Diciamo che l’ultimo dato, insieme all’inflazione e al calo della domanda, sussistono anche con la moneta unica euro, nel senso che essi possono manifestarsi nonostante la maggiore capacità di resistenza dell’euro di fronte ai pericoli di svalutazione esogena. Ovviamente per le economie forti, come quella tedesca, vale solo in parte il ragionamento fatto prima sulla svalutazione valutaria. Infatti l’economia tedesca esporta con il vantaggio competitivo di una valuta sottostimata rispetto al valore reale della propria economia nazionale, mentre è solo parzialmente penalizzata nelle importazioni, acquistando parte dei prodotti necessari da economie a loro volta inserite nell’area euro. Ma anche l’acquisto delle risorse energetiche (petrolio e metano) da un fornitore come quello russo, è ugualmente conveniente dato il rapporto di cambio euro/rublo, e il maggior valore dell’euro nei confronti del rublo.  In un articolo recente (Imperium e vassallaggio) abbiamo cercato di chiarire i rapporti fra il centro imperiale USA e gli stati alleati o vassalli. Consigliamo poi ai nostri lettori un articolo degli anni 60 ( Il mito dell’Europa unita) per una descrizione dei rapporti fra gli stati europei, e fra questi e gli USA. Torniamo ai dati elettorali emersi il ventisei maggio 2019. Un primo elemento da non sottovalutare è la crescita moderata degli orientamenti sovranisti da un lato e degli orientamenti ecologisti dall’altro. A nostro avviso entrambi gli orientamenti, sebbene lontani politicamente, esprimono un malessere verso l’attuale quadro socio-economico. Il sovranismo esprime innanzitutto la preoccupazione del ceto medio verso la perdita di status economico collegata alla crisi economica, o meglio alla tendenza immanente del capitalismo alla proletarizzazione delle mezze classi. Le simpatie ecologiste segnalano il malessere di vasti settori interclassisti della società europea, e non solo europea, verso il degrado ambientale causato dal modo di produzione capitalistico. Naturalmente sia la prima tendenza che la seconda sono destinate a non ottenere alcunché dal voto, poiché solo un diverso modello socio-economico potrebbe risolvere le ragioni di fondo da cui nasce il malessere delle diverse schiere di elettori.

Una parte non risibile dei commenti post elettorali è improntata a un allarmato presagio di onde nere, populismo trionfante, minacce alla democrazia. Questi commenti sono spesso espressione di un particolare equivoco di partenza: ovvero, oggi saremmo governati da un sistema democratico, domani potremmo essere governati da un sistema fascista. In cosa consiste l’equivoco? Risposta: nel ritenere che la dittatura di classe della borghesia, finalizzata al parassitismo di pluslavoro, sia migliore nel regime democratico che in quello fascista. Il fascismo nacque come risposta ad una minaccia rivoluzionaria, esso potrebbe tuttora essere utile per la borghesia solo nel caso che il proletariato dovesse insorgere per liberarsi dal parassitismo del capitale:  tuttavia nella situazione presente, non esistendo nessuna minaccia, non esiste di conseguenza neppure il bisogno di ricorrere alle maniere forti. Solo quando si verificano delle sporadiche rivolte, il sistema rivela il suo volto demofascista. Tuttavia la dittatura di classe non smette mai di esistere, essa è permanente, sia quando il sistema è costretto a ricorrere alla violenza cinetica, sia quando gli basta solo la minaccia di esercitare la forza. Dunque è il grado di intensità dell’azione proletaria a determinare la prevalenza della illusoria maschera democratica, o il disvelamento del volto dittatoriale autentico del dominio borghese.

Un testo esemplare per comprendere queste dinamiche altalenanti di coercizione diretta, cintetica, o indiretta, latente, è ‘Forza, violenza e dittatura nella lotta di classe’.

In verità alcune forze politiche che oggi in Italia sostengono la imminenza del pericolo fascista, sono state invece molto solerti, quando stavano al governo, a proporre e votare delle ‘riforme’ molto discutibili: pensiamo al ‘Jobs act’, alla buona scuola, alla pubblica amministrazione. Forse sarebbe il caso di fare un bilancio di queste riforme, dei loro costi sociali in termini di precarietà e maggiore subordinazione reale dei lavoratori, invece di fissare il focus sul presunto pericolo fascista. La verità è che gli apparati statali capitalistici contemporanei, soprattutto i maggiori Moloch statali, sono già sufficientemente centralizzati e attrezzati per svolgere i compiti di controllo e repressione affidatigli dalla classe dominante. Dunque il fascismo, inteso come riproposizione di esperienze del secolo scorso, è fondamentalmente inutile e superfluo. Le frange sociali che oggigiorno si muovono agitando parole d’ordine nostalgiche del ventennio, esprimono in realtà innanzitutto un malessere sociale, si tratti di giovani disoccupati sottoproletari o di pensionati poveri, oppure di mezze classi infuriate contro la perdita di status. Per il sistema, costoro rappresentano più un problema che un mezzo da impiegare contro i proletari, come era invece accaduto alle origini del fascismo.

Esemplare, in questo senso, è la vicenda delle recenti proteste avvenute in alcune realtà europee, condotte da movimenti interclassisti egemonizzati dal ceto medio, decisamente osteggiate dalle forze dell’ordine, senza nessun guanto di velluto.

Dunque quali insegnamenti trarre dalle vicende delle recenti proteste interclassiste e del contrasto di esse da parte degli stati borghesi? Semplice, quando la minoranza sociale borghese è minacciata dal proletariato, essa può ben ricorrere alla massa di manovra formata dalla triade aristocrazia operaia, ceto medio e sottoproletariato, che furono indubbiamente presenti nelle prime squadre di azione fasciste, tuttavia quando la triade non serve a questo scopo, le sue proteste vengono normalmente represse senza troppe incertezze dallo stato. Le elezioni europee hanno confermato come  sempre la potenza  delle idee  dominanti nella mente di chi si recava alle urne, ma anche l’esistenza di varie tipologie e livelli di malessere sociale. Questo malessere è la risultante di condizioni reali, l’illusorio senso comune di vivere in una democrazia può pensare di dare ad esso una soluzione con il voto, ma la farsa elettorale serve solo a confermare nei ‘cittadini’ la credenza di potere decidere qualcosa. Invece, quelle che decidono realmente, al posto del cittadino elettore, sono le inesorabili leggi di sviluppo del capitalismo. Se l’umanità non si deciderà a chiudere finalmente l’esperienza del capitalismo, fra qualche decennio avremo raggiunto il punto di non ritorno della catastrofe sociale e ambientale. Secondo alcune ricerche scientifiche, se non verrà fermato entro un paio di decenni il demente modo di produzione e di consumo capitalistico, moriremo tutti a causa dell’aria  irrespirabile, asfissiati dalla scarsa presenza di ossigeno, o a causa della miseria crescente, e quindi per le malattie e la denutrizione che derivano da questo secondo fattore di estinzione. Prima di piombare nel baratro dell’autodistruzione, si può forse prevedere che il proletariato, guidato dal suo partito, possa tentare di dare ancora una volta battaglia al folle sistema che ci sta conducendo verso il nulla.

 

 

 

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