Europa capitalistica ( maggio 2019)

Introduzione

Il presente lavoro approfondisce le analisi contenute in un articolo pubblicato nel marzo 2018, dall’omonimo titolo.

Le elezioni europee che si sono svolte nel maggio 2019 hanno segnalato un disagio sociale di tipo non omogeneo, da una parte il rafforzamento del sovranismo, in  prevalenza espressione della piccola borghesia infuriata contro la perdita di status socioeconomico, e quindi contro le attuali politiche europee a guida franco-tedesca. Dall’altro lato la crescita dell’ecologismo, espressione di un movimento sociale interclassista, orientato a criticare gli effetti del modello industriale capitalistico.

Il dato da non sottovalutare è che il doppio malessere sociale emerso dalle urne elettorali, in un certo qual modo si interconnette a certe tendenze di lungo periodo miranti alla ristrutturazione degli attuali assetti politici e normativi europei.

Queste tendenze endogene, cioè espressione innanzitutto del malessere sociale della piccola e media borghesia presente nei paesi europei, principalmente in quelli dalle economie nazionali deboli, si incrociano con le tendenze esogene provenienti dagli USA, ugualmente miranti a ristrutturare gli attuali assetti europei a guida franco-tedesca ( per ovvi motivi di bottega). La competizione fra economie nazionali (interne all’area euro, ed esterne a questa aerea) può aiutare a comprendere una parte delle attuali tendenze di sviluppo dell’Europa capitalistica. Nell’articolo precedente abbiamo ricordato i motivi economici che hanno spinto le economie forti e quelle deboli ad adottare una moneta comune come l’euro. In sintesi per il primo gruppo l’euro presenta i vantaggi tipici della svalutazione competitiva monetaria, mentre per il secondo gruppo presenta il vantaggio di una difesa contro le svalutazioni esogene di origine speculativa.

I rapporti fra economie forti e deboli sono di tipo funzionale. Le economie deboli forniscono forza-lavoro a basso prezzo alle aziende presenti nelle economie forti, sia come massa di emigranti in cerca di occupazione, che vanno a rinfoltire l’esercito industriale di riserva, contribuendo ad abbassare il prezzo del lavoro, sia come nuovi occupati in attività pesanti e nocive,  normalmente evitate dai proletari già in loco, quando è possibile. Inoltre si deve considerare che il basso costo del lavoro presente nelle economie deboli, invoglia i capitali delle economie forti ad investire in esse. Un altro aspetto da non trascurare è la convenienza nell’acquisto di quote di debito pubblico dei paesi deboli, normalmente caratterizzati da tassi di interesse piuttosto remunerativi rispetto a quelli dei paesi forti. Seppure essi siano più problematici sul piano della sicurezza complessiva dell’investimento, cioè della restituzione del capitale monetario impiegato per l’acquisto dei titoli pubblici. Il capitalismo è sempre contraddistinto dallo sviluppo diseguale delle varie economie nazionali, e all’interno di esse dalle differenze di sviluppo fra regioni, aree geografiche e  territori. La presente ricerca, riprendendo e ampliando le analisi contenute in Europa capitalistica e Imperium e vassallaggio, tenterà di tratteggiare i possibili scenari di sviluppo politici ed economici della variegata realtà europea.

 

Capitolo uno: il mito dell’Europa unita

Le recenti elezioni europee, a detta di molti osservatori, hanno dato un ulteriore spinta ai processi disgregativi della comunità Europea.

Popolari e socialisti hanno perso consensi, mentre sono aumentati i voti alle liste euro-scettiche.  A questo punto si pone una domanda: possiamo davvero credere che il voto dei cittadini possa influenzare gli assetti di potere interni alla classe dominante?

La nostra risposta è no, altrimenti le elezioni non sarebbero neppure consentite. Esse tuttavia servono come segnale rivelatore, sebbene parziale, di una certa serie di umori sociali diffusi. Dunque per questo meritano almeno un minimo di studio e di analisi.

Invece, le dinamiche di redistribuzione del potere fra le varie borghesie nazionali europee, sono determinate da fattori meno volatili degli orientamenti espressi nel voto ‘democratico’. Non si tratta di realtà difficili da capire, si tratta semplicemente del grado di potenza raggiunto dai singoli apparati capitalistici nazionali (simbiosi funzionale di struttura e sovrastruttura). Gli accordi politici e commerciali fra i soci nazionali europei, in fondo sono la ratificazione dei rapporti di forza esistenti fra i contraenti. Vale sempre il principio che il più forte deve ottenere il vantaggio maggiore nella stipulazione finale di un accordo. Facciamo un esempio pratico: il rapporto iniziale lira euro e marco euro, è evidente che mentre nel primo caso era sovrastimato nel secondo era invece sottostimato, con un conseguente vantaggio per le esportazioni germaniche. Mentre per alcune aree economiche italiane ( ad esempio il nord-est ) il rapporto di cambio iniziale lira euro poteva essere adeguato al grado di produttività e competitività dell’economia, per le aree meridionali e insulari era sovrastimato, e quindi penalizzante per le esportazioni. Abbiamo affrontato in modo più dettagliato questo problema nel precedente articolo, che era dedicato ai risultati delle elezioni europee. 

Dunque gli accordi commerciali e valutari fra le economie capitalistiche ( e quindi fra le relative sovrastrutture statali ), sono sempre accordi fra contraenti diseguali, patti leonini, in cui qualcuno fa la parte del leone, e qualcun altro la parte della pecora. Come scrivevamo prima gli accordi di questo tipo sono una semplice constatazione dei rapporti di forza sussistenti, in un dato momento, fra gli apparati capitalistici presenti sul campo.

Facciamo un altro esempio: i vincoli relativi al rapporto fra crescita del PIL e diminuzione del debito pubblico. Dunque le direttive europee fissano certi parametri numerici per entrambi, tuttavia la Germania, principale vestale dell’applicazione rigorosa di tali parametri formali da parte dei soci europei, è invece molto elastica sul problema ( non contemplato fra gli indicatori ufficiali) del livello di indebitamento delle banche. Guarda caso risulta che due grandi banche tedesche si trovino in una situazione di forte indebitamento, ovviamente questo dato, se sommato al debito pubblico germanico, cambierebbe sensibilmente il quadro contabile generale, per cui alla fine sarebbe l’Italia a trovarsi in una situazione debitoria migliore di quella tedesca ( appurati i migliori assetti patrimoniali delle maggiori banche italiane). Tuttavia il peso di una economia si basa anche su altri fattori, che hanno poco in comune con il livello di indebitamento pubblico e privato. Dunque la Germania possiede una capacità produttiva del settore industriale, e un tale livello tecnologico ( industria 4.0) che può ben permettersi di dettare legge al resto dei soci europei meno economicamente forti.

Ultima osservazione prima di passare al secondo capitolo. Il significato macroeconomico delle politiche di austerità e dei sacrifici, e delle opposte politiche neokeynesiane, alla luce dei rapporti fra economie deboli e forti. Premettiamo subito che anche i passati governi Renzi e Gentiloni, indubbiamente molto attenti alle raccomandazioni della commissione europea in materia di conti pubblici, hanno alternato misure di austerità a misure di sostegno alla domanda interna. Basti pensare al bonus degli ottanta euro, oppure alla immissione in ruolo di decine di migliaia di docenti precari, spesso in assenza di cattedre vacanti, con la creazione di cattedre di ‘potenziamento’. Cioè cattedre non basate su ore curricolari mancanti, ma su progetti e attività di supporto all’offerta formativa della scuola ( supplenze, tutoraggio dell’alternanza scuola lavoro, e così via).

Dunque tutti gli stati borghesi tentano di alternare austerità e sostegno alla domanda, tuttavia nel caso delle economie deboli, è la ricetta della austerità quella che prevale. Intendiamoci, definire l’economia greca debole, non significa fare un riferimento di tipo assoluto, ma viceversa di tipo relativo. Infatti è in relazione all’area economica europea che quella greca può essere definita economia debole.

Nondimeno l’austerità significa aumento della pressione fiscale, taglio dei servizi sociali, blocco degli aumenti salariali, e via sacrificando. Con i tagli al welfare e con gli aumenti di tasse e imposte, l’apparato statale può reperire le entrate monetarie necessarie a pagare gli interessi sul debito pubblico, penalizzando, tuttavia, il sostegno alla domanda interna. Nel lungo periodo le politiche di austerità incidono negativamente sulla crescita economica. La Germania, pur in presenza di un debito pubblico percentualmente più basso di quello italiano, è comunque più indebitata dell’Italia nel settore creditizio. Ora, essendo quelli delle banche debiti di aziende private, non rientrano in prima istanza nel conteggio formale del debito pubblico, tuttavia se qualche banca dovesse trovarsi in una condizione davvero critica, allora non sarebbe forse lo stato, in ultima istanza, a garantire ai correntisti bancari la restituzione, sebbene parziale, dei propri risparmi?

Considerazioni finali relative al primo capitolo: non si potrà mai comprendere lo sviluppo diseguale dell’economia capitalistica, senza ricordare che esso dipende dalle seguenti cause, uno, anarchia della produzione, due, concorrenza fra aziende, tre, centralizzazione dei capitali aziendali.

 

 

Capitolo due: vassalli o ribelli

La maggiore economia capitalistica europea, quella tedesca, si trova di fronte ad un bivio: vassallaggio o ribellione. Continuare ad accettare i diktat USA e quindi troncare i lucrosi affari con la Russia e l’Iran, oppure osare il cammino della piena indipendenza dai condizionamenti del Chaos Imperium, aprendosi ai ricchi pascoli dell’Eurasia capitalistica come chiedono da tempo ampi settori della propria imprenditoria?. India, Cina, Russia, Iran, nuova via della seta, forniture energetiche, tecnologia 5G…tutto questo  e anche di più attrae la Germania verso l’Eurasia, sia in termini di mercato di sbocco, sia come mercato di fornitura.

Nel 2014 a seguito della annessione della Crimea alla Russia, secondo un altro punto di vista, del ritorno di una regione storicamente russa alla patria di origine, gli USA e l’Europa hanno imposto delle sanzioni economiche alla federazione Russa. Mal gliene incolse. Le sanzioni hanno solo accelerato i processi di collaborazione militare e di interscambio commerciale fra Cina e Russia. Quest’ultima ha facilmente compensato il diminuito volume di affari con USA ed Europa, ampliando il volume di affari con la Cina e con altri paesi. Inoltre nel 2015, di fronte alla destabilizzazione del proprio alleato siriano per mezzo della strategia del caos,  orchestrata da vari stati avversari, la federazione Russa è intervenuta direttamente con l’aviazione e alcuni reparti di truppe speciali, contribuendo alla distruzione delle milizie jihadiste che occupavano buona parte del territorio siriano. Dal 2008 la federazione Russa risponde colpo su colpo alle mosse dell’avversario USA, il quale cerca di muovere i propri giocatori anche ai limiti dei confini russi. Generalmente gli eventi bellici e politici sostenuti dagli USA si sono sempre risolti a favore dell’altro giocatore, facciamone  un elenco: uno, conflitto fra la Georgia e la regione separatista dell’Ossezia del sud (Agosto 2008), risoltosi con i carri russi a pochi km dalla capitale della Georgia, due, regime change filo USA in Ucraina e successiva perdita per l’Ucraina della Crimea e del Donbass (aprile/agosto 2014), tre, tentativo di regime change in Siria e sconfitta del tentativo in una guerra iniziata nel 2012, e tutt’ora in corso in una sola provincia non ancora rientrata sotto il controllo statale (Idlib), quattro, grottesco tentativo fallito di regime change in Venezuela (marzo/aprile 2019), cinque, grottesco e impotente tentativo di minaccia militare all’Iran ( aprile/maggio 2019). I punti quattro e cinque sono stati descritti e analizzati in vari articoli, a partire dal mese di gennaio 2019, e anche in questi due scenari di conflitto fra potenze regionali e superpotenze imperiali avevamo previsto la debacle degli USA. Cosa collega questa serie di insuccessi USA nei cinque scenari sopra esposti, e l’attuale dilemma fra vassallaggio o ribellione che attanaglia la Germania e qualche altro paese europeo?

Rispondiamo con un altra domanda: la debolezza o la forza di un apparato capitalistico imperiale come si misurano? E soprattutto, la forza o la debolezza di un potere imperiale sono o non sono in un rapporto di causa/effetto con il grado di vassallaggio o di indipendenza di uno stato nazionale?

Rispondiamo in blocco a queste domande: i cinque insuccessi geopolitici degli USA (e in parte di alleati come Francia, Inghilterra, Israele, Arabia Saudita nella situazione siriana), sono una dimostrazione di debolezza, e dunque una causa del timido scollamento dei paesi vassalli dai condizionamenti del centro imperiale, tuttavia bisogna ricordare che questo centro, sfruttando a proprio vantaggio le divergenze di interessi fra le economie deboli e forti dell’Europa, potrebbe utilizzare le spinte disgregative come la brexit inglese, o il sovranismo anti-euro emerso in paesi come l’Italia, per contenere l’attrazione fatale della Germania verso i mercati di sbocco e fornitura eurasiatici. Infatti, se il gigante economico tedesco dovesse integrare la sua potenza industriale e tecnologica nel blocco capitalistico euroasiatico, gli USA si troverebbero ad affrontare un blocco rivale capitalistico di forza ancora maggiore del blocco esistente. Gli USA sono un impero in declino, indotto a tentare di arrestare o rallentare la propria caduta, e la contemporanea ascesa degli apparati avversari, giocando la carta del caos, delle minacce militari, delle sanzioni economiche, e delle ritorsioni verso chi non applica le sanzioni decise in modo unilaterale. Tuttavia, in un delirio di onnipotenza impotente, il gigante indebolito si è scontrato infine con la realtà dei nuovi rapporti di forza internazionali, ed è stato costretto a scendere a più miti consigli.

In questo contesto anche un apparato capitalistico non pienamente sovrano come la Germania, potrebbe iniziare a prepararsi per una libera navigazione economico-commerciale verso il business euroasiatico. In vista di questa prospettiva potrebbe diventare vitale rinforzare l’asse con la Francia, e al contempo neutralizzare o limitare i danni insiti nelle tendenze anti-euro attualmente in corso. Anche lo stretto legame fra gli Usa e i paesi europei dell’Est, come i baltici, la Polonia, la Romania e l’Ucraina, potrebbe essere un problema da risolvere in vista della prospettiva di una integrazione euroasiatica. Quale scenario è più probabile che si avveri alla luce dei dati e delle considerazioni appena presentate?

Ipotizziamo la possibilità di almeno tre scenari: il primo scenario si basa sulla piena subordinazione del capitalismo tedesco alle strategie USA, questa ipotesi implicherebbe tuttavia una rottura del rapporto simbiotico fra la sovrastruttura statale e la struttura economica tedesca (dato per appurato che la seconda è interessata al business con il mercato euroasiatico, mentre non altrettanto dicasi per il business con gli USA).

Il secondo scenario potrebbe essere la semplice continuazione della attuale condizione di timida autonomia dai diktat USA in campo economico-commerciale, senza tuttavia una rescissione definitiva dei legami ‘atlantici’ con la Nato a guida USA, e di conseguenza con le richieste politico-militari che tale alleanza implica. Ma tale scenario potrebbe non essere ancora praticabile in modo agevole come un tempo, constatata la maggiore debolezza del centro imperiale, e la conseguente esigenza di attingere dai vassalli la forza mancante ( esemplare in questo senso la recente richiesta di maggiori quote contributive ai membri della Nato, oppure la più intensa richiesta di applicazione delle sanzioni decise unilateralmente contro gli stati avversari).

Il terzo scenario, alquanto improbabile, dovrebbe essere basato sul perseguimento dell’interesse economico nazionale allo stato puro. Dunque, sull’integrazione nel mercato euroasiatico, a dispetto dei condizionamenti degli USA, ma inutile dire che tale scenario implicherebbe la rottura politica dichiarata con il centro imperiale e con i vari vassalli europei più ostinatamente fedeli al centro.

Ipotizzate le tre scelte possibili per la maggiore economia Europea, si tratta di capire quale delle tre eventualità potrebbe avere una maggiore probabilità di verificarsi. Considerati i dati esistenti, è facile prevedere che la leadership politica tedesca, anche a dispetto degli interessi di alcuni settori della propria imprenditoria, proverà a continuare a barcamenarsi tra la politica del moderato sostegno alle strategie geopolitiche USA, e la politica della moderata apertura ai mercati di sbocco e approvvigionamento euroasiatici.

Tale dualismo è tuttavia destinato a diventare insostenibile nel medio periodo, cioè nei prossimi cinque anni. Per due motivi fondamentali. Uno, gli USA sono in una fase di declino, è vero, ma sono ancora abbastanza forti, per cercare di impedire l’integrazione delle maggiori economie europee nel blocco rivale di apparati capitalistici imperniato sull’alleanza russo cinese. La recente trattativa fra USA e Germania per un maggiore coinvolgimento dei Tornado tedeschi nel nord della Siria, a protezione della zona curda, è un esempio di quanto appena scritto. Pur di accontentare gli USA, la dirigenza politica tedesca è disposta ad accettare le conseguenze negative che tale mossa avrà nei rapporti con la Russia e con la Turchia, due potenze presenti in Siria con strategie opposte a quelle degli USA.

Se si riflette su questa mossa e sul suo contenuto reale, si può prevedere che i Tornado tedeschi non modificheranno il quadro complessivo della situazione militare sul campo. Dunque quale senso politico attribuire a questa mossa?

A nostro avviso si tratta di una mossa obbligata per la dirigenza politica tedesca, costretta ad onorare i doveri implicati nell’adesione alla NATO, almeno formalmente. I Tornado tedeschi, dislocati nel nord della Siria a difesa delle milizie curde, potrebbero essere un facile bersaglio per i caccia e la contraerea russa, ma questo è un pericolo inesistente, perché i russi non attaccherebbero mai un importante compratore del proprio metano e petrolio, oltretutto impegnato  nella costruzione di North stream due. Quello tedesco è a tutti gli effetti un difficile gioco di equilibrismo fra due schieramenti capitalistici, un gioco destinato  a subire bruschi scossoni da parte degli USA, in modo proporzionale alla velocità del declino e delle difficoltà di quest’ultimo.

 

Conclusioni

Vassallaggio o ribellione, l’alternativa non è così netta come sembra, fra il bianco e il nero ci sono sempre, nella vita reale, delle sfumature intermedie di grigio. Il caso della Germania è esemplare, e ovviamente non riguarda solo questo paese. Il capitalismo contemporaneo non consente alle piccole realtà economico-statali, alle piccole patrie,  di prosperare in totale indipendenza e sovranità. Questo concetto è apertamente sostenuto in un testo degli anni cinquanta (Inflazione dello stato). Solo uno stato forte, la cui giurisdizione si estende su un vasto territorio, popolato da una quantità adeguata di forza lavoro da sfruttare, con la presenza di vaste risorse naturali, da convertire in armamenti per il complesso militare industriale, può pretendere di essere davvero sovrano. In fondo, per comprendere questi presupposti per la sovranità, bastava pensare al destino riservato alle piccole imprese dalle leggi capitalistiche della concorrenza e della centralizzazione dei capitali. Il caso della Germania, gigante economico e nano politico, è esemplare per la smentita delle sciocchezze di un certo marxismo economicista. Se davvero contasse solo la potenza economica, allora la Germania non sarebbe tuttora costretta al difficile gioco di equilibrismo fra l’impero USA e il mercato euroasiatico a cui guarda una parte importante della sua imprenditoria. Invece il grado di potenza di una borghesia nazionale non si misura solo in base ai caratteri della struttura economica, ma tenendo conto del rapporto funzionale, simbiotico, fra questa struttura e la sovrastruttura politico-statale, dunque in base al rapporto con il complesso militare-industriale e i laboratori scientifici da cui derivano le innovazioni tecnologiche per l’esercito. È vero che solo una struttura economica fortemente sviluppata in senso industriale, può dare  al complesso militare-industriale la forza necessaria a svolgere i suoi compiti di difesa e offesa, però è anche vero che le vicende storiche, le sconfitte subite in precedenti conflitti con altre borghesie nazionali, possono spingere un paese come la Germania, o il Giappone e l’talia, a penalizzare lo sviluppo autonomo di una propria forza militare significativa ( almeno fino a quando non dovessero mutare i rapporti di forza generali fra i blocchi capitalistici rivali, e di conseguenza i rapporti di forza fra un determinato centro imperiale e i suoi vassalli).

 

 

 

 

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