Dottrina del diavolo in corpo (testo del 1951)

Nota redazionale: al marxismo tocca il compito di sfatare i miti e le illusioni create dal pensiero dominante. Uno dei miti più difficili da smontare è quello dello stato tutore del bene comune. Noi sappiamo che non è così. L’esperienza storica e l’osservazione obiettiva della società capitalistica ci inducono a ritenere che gli stati contemporanei tutelano gli interessi di una classe sociale minoritaria, e non il bene comune. Come può essere possibile che il controllo o la proprietà di aziende o interi settori economici, da parte dello stato borghese, possa essere confusa con il socialismo?

Eppure non sono rari i miraggi che confondono la regolare opera di supporto statale agli interessi del capitale, con il suo opposto socio-economico, il socialismo.

In verità fra stato e capitale non vi è nessuna incompatibilità, infatti il capitalismo nasce statale, basti pensare al ruolo dello stato nelle repubbliche marinare o nell’Inghilterra del sedicesimo secolo. Infine senza la minaccia latente della violenza, o addirittura della violenza cinetica degli stati,  quanto potrebbe durare il dominio borghese?

Abbiamo di recente ricordato che la forma demofascista del regime politico borghese, dunque la forma in cui si alternano senza soluzione di continuità la violenza latente-cinetica e il miraggio democratico-partecipativo-elettorale sono la formula preponderante nell’epoca attuale.

Lo stato si rinforza per meglio assolvere la sua funzione di controllo e repressione del conflitto di classe, da un lato, e per meglio supportare l’appropriazione di pluslavoro da parte della minoranza borghese, con l’intervento diretto nell’economia, dall’altro lato. Dunque cosa c’entra tutto questo con il socialismo? Ovviamente nulla, se non fosse per il fatto che taluni soggetti politici confondevano, nel 1951, così come confondono oggi i loro eredi, la statizzazione con il socialismo. Pensiamo alla parabola della rivoluzione bolscevica, e dunque alla vittoria della controrivoluzione stalinista come pieno disvelamento del ruolo dello stato nella affermazione dell’economia capitalistica in Russia.

Piccolo inciso: alcuni soggetti che pensano erroneamente di potere innovare e aggiornare le linee guida del marxismo, sostengono che l’inflazione dello stato non significa rafforzamento, ma indebolimento, poiché il suo sviluppo successivo è l’ipertrofia, dunque la fine dello stato.

Tali arguzie rudimentali non aiutano a comprendere le cose, esse contengono il solito errore del riduzionismo dei processi sociali al meccanicismo positivistico, alias scientismo.

Per fortuna, anche grazie alla nostra opera di critica e analisi, le arguzie scientiste sono sempre meno credute e accettate da chi si richiama alla corrente internazionalista. Diciamo questo non per vanagloria, ma perché è fondamentale confutare con successo gli errori teorici indotti dal pensiero dominante. Gli errori teorici sono infatti sempre nefasti nella lotta di classe, per chi si fa irretire da essi, la lucida percezione delle cose viene sostituita da miraggi illusori.

Nella realtà dei processi storici osservati e documentati, ad esempio la rivoluzione d’ottobre, lo stato (semifeudale) non muore di ipertrofia, ma viene infranto da una forza superiore, costituita anche da importanti componenti dell’apparato di forza del vecchio stato. Se la crisi sociale, economica e politica non raggiunge il suo acme, non può neppure porsi la possibilità di un distacco e passaggio nell’altro campo di pezzi considerevoli dell’apparato statale borghese. La triplice crisi può raggiungere il suo acme, tuttavia, non sulla base illusoria di processi fatali, inevitabili, scritti nel destino, essa è una possibilità, non una necessità inevitabile. Si legga a tal proposito il testo ‘Mineralizzazione’, oppure ‘Il comunismo è inevitabile?’

Dottrina del diavolo in corpo

Per ricondurre ad essere indicatori di buona rotta le bussole che hanno smarrito il nord è indispensabile vedere chiaro sulla faccenda del capitalismo di Stato.

Abbiamo procurato di recare molti contributi, tratti dal corredo di nozioni tradizionali della scuola marxista, per dimostrare che il capitalismo statale non è solo l’aspetto più recente del mondo borghese, ma le sue forme anche complete sono antichissime e corrispondono allo stesso sorgere del tipo capitalistico di produzione; hanno servito da fattori primi della accumulazione iniziale, ed hanno di molto preceduto il fittizio e convenzionale ambiente, che si incontra assai più nel campo dell’apologia che in quello reale, della intrapresa privata, della libera iniziativa, ed altre belle cose.

Come già detto, nel campo dei comunisti di sinistra antistalinisti vi sono molti gruppi che non la vedono così. Sulla base dei primi testi noi diciamo loro, ad esempio:

“Dovunque esso sia, e dovunque sia la forma economica di mercato, il capitalismo è una forza sociale. E’ una forza di classe. Ed ha a sua disposizione lo Stato politico”.

Ed aggiungiamo la formula che per noi esprime bene i recentissimi aspetti dell’economia mondiale:

“Il capitalismo di Stato non è una soggezione del capitale allo Stato, ma una più ferma soggezione dello Stato al capitale”.

Questi gruppi trovano invece che quei termini della prima tesi erano

“esatti fino al 1900, epoca in cui si suole aprire la fase dell’espansione imperialista, e rimangono di per sè attuali ma sono incompleti quando l’evoluzione del capitalismo attribuisce allo Stato la funzione di sottrarre le punte terminali di tale evoluzione all’iniziativa privata”.

E si danno a dire che saremmo dei ritardatari nel mondo della “cultura” economica, se non capissimo che questa ove cessa di combaciare con la storia cessa di essere marxista, e non chiedessimo i complementi della analisi di Marx allo studio sulla economia di Stato, apprendendolo sui testi dovuti alla possente personalità dell’economista Kaiser. Vecchio e fatale malvezzo! Una tesi che vuole esprimere dati rapporti delle cose e dei fatti si verifica confrontandola con le cose e coi fatti e non leggendo la firma per basarsi sulla potente o impotente personalità dell’autore!

A noi delle personalità non ce ne importa un Kaiser, e se questi se ne viene nel 1950 ad intaccare l’idolo dell’iniziativa privata, noi ben sappiamo che don Carlo lo ridusse in minuti frammenti un buon secolo prima: si capisce lo sappiamo in quanto cocciuti ritardatari, pigri lettori delle ultime edizioni…

Nel marxismo la nozione di iniziativa privata non esiste: abbassate gli occhi sul quadrante della bussola anziché levarli al cielo come chi sente paradossi (paradosso: cosa che sembra al comune orecchio non vera, mentre è verissima).

Abbiamo in mille discorsi di propaganda detto che il programma socialista sta nell’abolire la proprietà privata dei mezzi di produzione, ed è giusto, con le glosse di Marx sul programma di Gotha e di Lenin su Marx. Proprietà, dicevamo, non economia privata. Privata era l’economia precapitalistica, ossia individuale. Proprietà è termine che non indica puro rapporto economico, ma di diritto, chiama in campo non più le sole forze di produzione ma i rapporti di produzione. Proprietà privata significa diritto privato quale è sancito dai codici borghesi: ci riporta allo Stato ed al potere, fatti di forza, di violenza, nelle mani di una classe. La nostra vecchia e sana formula nulla significa, se non contiene già la nozione che per superare l’economia capitalistica occorre superare l’impalcatura giuridica e statale che vi corrisponde.

Dovrebbero bastare queste elementari nozioni a scongiurare l’insidia contenuta nella tesi: divenuta la proprietà individuale proprietà dello Stato, nazionalizzata la fabbrica, il programma sociale è attuato.

Intendiamoci: i gruppi di cui contestiamo il parere non sostengono che il capitalismo di Stato sia già socialismo, ma cadono nel sostenere che esso sia, tra capitalismo privato e socialismo, una terza e nuova forma. Dicono infatti che sono due tempi diversi quello in cui “lo Stato ha più la vecchia funzione di carabiniere che quella di interessato all’economia” e quello in cui “potenzia al massimo l’esercizio della forza a particolare protezione dell’economia in esso accentrata”. Noi diciamo che in queste due formule, più o meno felicemente redatte, e meglio nei due tempi storici, il capitalismo è lo stesso, la classe dominante è la stessa, lo Stato storico è lo stesso. Economia è tutto il campo sociale in cui avvengono i fatti della produzione e della distribuzione, e tutti gli uomini vi partecipano; lo Stato è una precisa organizzazione che agisce nel campo sociale, e lo Stato del tempo capitalista vi ha sempre la funzione di carabiniere e di protettore degli interessi di una classe e del tipo di produzione che corrisponde storicamente a quella classe. Lo Stato che accentra in sé l’economia è formula incongrua. Per il marxismo lo Stato sempre è presente nell’economia, il suo potere e la sua violenza legale sono fattori economici dal primo all’ultimo momento. Si può al più esprimersi così: lo Stato in dati casi assume con la sua amministrazione la gestione di aziende di produzione industriale; e se le assume tutte avrà accentrato la gestione delle aziende, mai l’economia. Soprattutto mai, fin che la distribuzione avviene con prezzo in moneta (che sia fissato di ufficio non monta), e quindi lo Stato è una ditta tra ditte, un contraente tra contraenti; peggio in quanto esso considera ditta ciascuna delle sue aziende nazionali, come per i laburisti, i churchillisti, e gli stalinisti. Per uscire da questo, non si tratta di misure amministrative, ma del problema della forza rivoluzionaria, della guerra di classe.

Il problema è meglio posto in un interessante bollettino dei compagni del “Groupe français de la gauche communiste internationale” di cui – con infinito sfizio – ignoriamo nello scrivere i nomi e le personalità. E’ posto in quesiti sensati e che meritano il dovuto sviluppo, ed è posto in contrasto alla visione del noto gruppo Chaulieu, suggestionato dalla teoria della “decadenza” e del passaggio dal capitalismo alla barbarie, che poi ispirerebbe orrore nella misura in cui la ispirano i regimi “burocratici”. Una teoria in cui davvero non si capisce che Kaiser segnano le bussole, fino a quando si ciancia di marxismo. Sulla decadenza del capitalismo, abbiamo elementi del bollettino interno del nostro movimento, ove si è trattato della falsa teoria della curva discendente. Fuori di ogni sussiego scientifico, è ben scema la storia che dice: o capitalismo, fa pure, arrestaci, fregaci in pieno, riducici a tre gatti spelacchiati che non meritano nemmeno un calcio: facciamo presto a rifarci; ciò vuol dire che tu stai decadendo. Figuriamoci se non stesse decadendo…

Quanto alla barbarie, essa si oppone a civiltà, e quindi a burocrazia. I nostri antenati barbari, beati loro, non avevano apparati di organizzazione a base (vecchio Engels!) di due elementi: definito territorio – definita classe dominante. Vi era il clan, la tribù, non ancora la civitas. Civitas vuol dire città, e vuol dire anche Stato. Civiltà, opposto di barbarie, vuol dire organizzazione statale, e per forza vuol dire burocrazia. Più Stato, più civiltà, più burocrazia, e ciò finché si succedono civiltà di classe. Ecco che dice il marxismo. Non è il ritorno alla barbarie, ma l’avvio alla superciviltà che ci sta fregando in tutti i territori, cui sovrastano i mostri delle superorganizzazioni statali contemporanee. Ma lasciamo alle loro crisi esistenziali quelli di “Socialisme ou Barbarie”, che il citato bollettino confuta in uno scritto dal titolo giusto: Deux ans de bavardage, due anni di chiacchiere. Tra noi vietato bavarder, cosa nota!

Veniamo alle equilibrate formule con cui i compagni francesi formulano il quesito: Definizione della classe dirigente dei paesi di capitalismo di Stato. Esattezza o insufficienza della definizione: capitalismo erede delle rivoluzioni liberali.

La conclusione cui tende questo gruppo è la giusta: cessare di presentare la burocrazia come una classe autonoma, perfidamente scaldata nel seno del proletariato, e considerarla come un vasto apparecchio legato ad una data situazione storica dell’evoluzione mondiale del capitalismo. Siamo dunque sulla buona via: la burocrazia, che tutte le società di classe hanno avuta, non è una classe, non è una forza di produzione, è una delle “forme” della produzione proprie di un dato cielo di dominio di classe. In certe fasi della storia essa sembra essere sulla scena come protagonista: stavamo per dire anche noi nelle fasi di decadenza; sono invece le fasi di prerivoluzione e quelle di massima espansione. Perché chiamare decadente la società pronta all’intervento della révolution-sagefemme, della ostetrica che farà venire alla luce la società nuova? Non è decadente la donna gravida, ma la donna sterile. Gli Chaulleu vedono la pancia enorme della società capitalista, e scambiano la poca valentia dell’ostetrica davanti all’utero rigonfio con una immaginaria infecondità della gestante. Accusano il burocratismo del Kremlino di averci dato un socialismo nato-morto per abusi di potere, laddove il torto è di non avere impugnato il forcipe della rivoluzione per squarciare il ventre dell’Europa-America, premuto dalla rigogliosa accumulazione del capitale; e di aver dedicato sforzi inutili ad una infeconda matrice. E forse soltanto ad una matrice infecondata, ripiegando dalla battaglia del raccolto a quella della semina.

Passiamo alla parte puramente di economia marxista, dopo un solo breve chiarimento. La dizione “capitalismo erede delle rivoluzioni liberali” giustamente citata come centrale contiene la precisa tesi storica: è un ciclo, un corso unico di classe, quello del capitalismo, dalla rivoluzione borghese a quella proletaria, e non va rotto in più cicli senza rinunziare al marxismo rivoluzionario. Ma va detto, come poco più oltre: capitalismo uscito dalle rivoluzioni borghesi, non liberali. Meglio sarebbe dire dalle rivoluzioni “antifeudali”. Infatti è per l’apologetica borghese che il liberalismo, come ideale generale, era lo scopo e il movente di quelle rivoluzioni. Sorge Marx, a questo smentire, e per lui il fine storico di esse è la distruzione degli ostacoli posti al dominio di classe capitalistico.

Solo in tal senso la breve formulazione è esatta. Ne discende chiaro: ben può il capitale spogliarsi del liberalismo senza mutare natura. E ne discende anche chiaro: senso della dégénérescence, della degenerazione della rivoluzione in Russia, non è l’essere passata, da rivoluzione per il comunismo, a rivoluzione per un tipo sviluppato di capitalismo, ma a pura rivoluzione capitalistica: ossia concorrente al dominio capitalista in tutto il mondo, che in tappe successive elimina le vecchie forme feudali e asiatiche nelle varie zone. Poiché nella situazione storica del XVII, XVIII, XIX secolo la rivoluzione capitalista doveva avere forme liberali, nel XX ha forme totalitarie e burocratiche.

La differenza dipende non da fondamentali variazioni qualitative del capitalismo, ma da enorme divario di sviluppo quantitativo, come intensità in ogni metropoli, e diffusione sul pianeta.

E che il capitalismo alla sua conservazione come al suo sviluppo e ingrandimento adoperi sempre meno ciancia liberale, e sempre più mezzi di polizia e soffocamento burocratico, vista bene la linea storica, non induce ad esitare menomamente sulla certezza che questi stessi mezzi dovranno servire alla rivoluzione proletaria. Maneggerà questa violenza, potere, Stato, e burocrazia: dispotismo, dice col termine peggiore il Manifesto di 103 anni addietro; poi saprà disfarsi di tutto.

Il chirurgo non depone il bisturi insanguinato prima che il nuovo essere abbia emesso, con la prima aria inspirata, l’inno alla vita.

IERI

Collo sparire delle persone private che quali proprietari di azienda organizzano la produzione, non sparisce dunque la forma fondamentale del capitalismo? Ecco, in campo economico, l’obiezione che ferma molti.

“Il capitalista” è nominato cento volte da Marx. D’altra parte la parola “capitale” viene da caput che significa testa, e quindi tradizionalmente è capitale ogni ricchezza legata, intestata, ad ogni singola persona titolare. Eppure resta vera la tesi (a cui da tempo dedichiamo esposizioni che nulla apportano di nuovo, ma spiegano soltanto) che l’analisi marxista del capitalismo non ha come elemento necessario la persona del padrone d’azienda.

Le citazioni di Marx sarebbero innumerevoli: concluderemo con una sola.

Prendiamo il cosiddetto capitalismo “classico” della “libera” azienda. Marx mette tali aggettivi sempre in corsivo: essi caratterizzano appunto la scuola economica borghese che egli combatte e distrugge nelle sue concezioni. Questo il punto che sempre si scorda.

Naturalmente si suppone che nelle mani del signor X, primo capitalista apparso, vi sia una massa di moneta. Bene. Intere sezioni dell’opera di Marx rispondono alla quistione: o come mai? Le risposte sono varie: furto, rapina, usura, mercato nero, e come abbiamo visto non poche volte: ordine del re o legge dello Stato.

Ed allora X, invece di tenersi il sacchetto di monete d’oro e farselo scorrere ogni notte tra le dita, agisce da cittadino imbevuto delle idee civili liberali e umanitarie: nobilmente affronta i rischi di far circolare il suo capitale.

Dunque primo elemento; danaro accumulato.

Secondo elemento: acquisto di materie prime; il classico cotone greggio in balle, di tanti capitoletti e paragrafi.

Terzo elemento: acquisto di uno stabile ove si impianta la fabbrica e dei telai, per filare e tessere.

Quarto elemento: organizzazione e direzione tecnica ed amministrativa: il capitalista classico provvede lui; ha studiato girato viaggiato ed escogitato i nuovi sistemi che lavorando le balle e producendo i filati in masse li renderà meno costosi; vestirà a buon mercato i cenciosi di ieri e perfino i negri dell’Africa del centro usi ad andare nudi.

Quinto elemento: gli operai che stanno ai telai. Non avranno obbligo di portare un’oncia di cotone greggio o una sola spolettina di ricambio; ciò avveniva nei semibarbari tempi della produzione individuale. Ma nello stesso tempo guai se asportano un solo capo di cotone per rammendarsi le brache. Sono pagati con una mercede, giusto equivalente del tempo di lavoro.

Entrati questi elementi in combinazione, ne deriva quello che è il movente e lo scopo di tutto il processo: la massa dei filati, o dei tessuti. Il fatto essenziale è che questa può essere solo dal capitalista portata al mercato; e il ricavo in moneta è tutto e soltanto suo.

Sempre questa vecchia storia. Già. Il conticino lo sapete. Uscita: il costo del cotone greggio – un tanto per compensare il logorio dello stabile e del macchinario – i salari degli operai. Entrata: il prezzo del prodotto venduto. Questa partita supera la somma delle altre e la differenza costituisce il margine, il profitto dell’azienda.

Poca importanza ha il considerare che di questa riavuta moneta il capitalista fa quello che vuole. Poteva farlo anche con quella di partenza senza nulla fabbricare. Il fatto importante è che, dopo aver tutto ricomprato e ricostituite tutte le scorte, equivalenti al primo investimento, ha nelle mani una ulteriore massa di valuta. La può consumare personalmente: è certo. Ma socialmente non la può consumare, e qualcosa lo costringe in gran parte ad investirla, a ridurla a nuovo, ulteriore capitale.

Marx dice che la vita del capitale non consiste che nel suo movimento come valore perpetuamente avviato a moltiplicarsi. La volontà della persona del capitalista non è necessaria per questo, né potrebbe impedirlo. Il determiniamo economico non obbliga solo il lavoratore a vendere il suo tempo di lavoro, ma parimenti il capitale ad investirsi ed accumularsi. La nostra critica del liberalismo non consiste nel dire che vi è una classe libera ed una schiava: ve ne è una sfruttata ed una profittatrice, ma sono entrambe legate alle leggi del tipo storico di produzione capitalistica.

Il processo è dunque non aziendale, ma sociale, e solo come tale può essere inteso. Già in Marx abbiamo le ipotesi che i vari elementi si stacchino dalla persona del capitalista imprenditore, e siano tutti sostituiti con la partecipazione ad una quota del margine realizzato nell’impresa produttiva. Primo: il danaro può essere di un prestatore, di una banca, e ricevere un interesse periodico. Secondo: per tale via le materie acquistate con quel danaro non sono in sostanza proprietà dell’imprenditore ma del finanziatone. Terzo: in Inghilterra il proprietario di un edificio, casa o fabbrica, può non esserlo del suolo che occupa: comunque casa e fabbrica possono essere prese in fitto. Nulla vieta che lo siano anche i telai e tutte le macchine e gli attrezzi. Quarto elemento: l’imprenditore può non avere le cognizioni tecniche ed amministrative di direzione; prende a stipendio ingegneri e ragionieri. Quinto elemento: salari ai lavoratori; evidentemente anche la loro erogazione è fatta dalle anticipazioni del finanziatore.

La stretta funzione dell’imprenditore si riduce a quella di aver intuito che sul mercato vi è la richiesta di certe masse di prodotti, il cui prezzo di vendita supera il costo comprensivo di tutto quanto precede. Qui la classe capitalistica si precisa nella classe degli imprenditori, che è una forza sociale, politica, base principale dello stato borghese. Ma lo strato degli imprenditori non coincide con quello dei proprietari di danaro, suolo, case, fabbriche, provviste di merci, macchine, etc.

Due sono le forme e i punti fondamentali per riconoscere capitalismo. Uno è quello che non sia intaccato né intaccabile il diritto dell’impresa di produzione a disporre dei prodotti e del ricavo dei prodotti (prezzi obbligati o requisizioni di merci non intaccano il diritto a tale ricavo). Ciò che tutela tale centrale diritto nella società presente è dal primo istante un monopolio di classe, è una impalcatura di potere, per cui Stato, magistratura, polizia, colpiscono chi trasgredisce la norma. Tale è la condizione di una produzione per imprese. L’altro punto è che le classi sociali “non hanno confini chiusi”. Non sono più storicamente né caste né ordini. Appartenere alla aristocrazia terriera durava oltre la vita, poiché il titolo andava da una generazione all’altra. Dura mediamente una vita umana almeno la proprietà titolare di immobili o di grossa finanza. Sempre più breve tende a divenire la durata del “medio tempo di personale appartenenza di un dato individuo alla classe dominante”. Per questo ci interessa nelle forme estremamente sviluppate non più il capitalista ma il Capitale. Questo regista non ha bisogno di personaggi stabili. Li trova e li recluta dove vuole e li sostituisce in turni sempre più sconvolgenti.

OGGI

Non qui possiamo dare la dimostrazione che il capitalismo “parassitario” di Lenin non si deve capire nel senso che il potere sta più nelle mani dei capitalisti finanzieri che di quelli industriali. Il capitalismo non poteva diffondersi ed ingrandirsi senza complicarsi, e separare sempre di più i vari elementi che concorrono al guadagno speculativo: finanza, tecnica, attrezzatura, amministrazione. La tendenza è che il massimo di margine, e di controllo sociale, si allontanano sempre di più dalle mani degli elementi positivi ed attivi e si concentrano in quelle degli speculatori, e del banditismo affaristico.

Faremo quindi un volo da Marx a… don Sturzo.

Questi con la usata prudenza si è occupato dello scandalo nell’Istituto Nazionale delle Assicurazioni. Interessante è quando egli dice: non posso dire che cosa succedeva in tempo fascista, perché ero in America: ma lì queste cose sono all’ordine del giorno: se ne vedono ben altre! Ne eravamo sicuri. Il parassitismo capitalista dell’Italia odierna batte quello dell’Italia di Mussolini, ed entrambi restano scherzi da bambini al confronto delle manovre dell’affarismo statunitense.

L’INA dispone di una finanza colossale poiché accentra tutti i versamenti dei lavoratori per assicurazioni sociali, come altri istituti parastatali affini, dalle note sigle. Paga lentamente e quindi gira nelle sue casse una massa di numerario enorme. Ha dunque il diritto (pure non avendo né testa né corpo né anima: non per nulla siamo nella civiltà dell’habeas corpus!) di non far dormire tanta ricchezza, quindi colloca ed investe. Che bazza per il moderno imprenditore! Egli è il capitalista senza capitale, come dialetticamente il capitale moderno è il capitale senza padrone, acefalo.

Il male è, dice il saggio prete siciliano (di cui anelano tanto a poter fare presto lo sperticato elogio funebre quelli in piccionaia) il formarsi all’ombra dell’INA di troppe società di comodo.

Cosa Kaiser saranno le società di comodo? Alcuni tipi versati negli affari, che hanno uffici lussuosi e sono introdotti nelle anticamere economiche e politiche, non hanno però un soldo di proprio o intestato in titoli nominativi o immobili accatastati (e nemmeno l’affitto di casa: vivono nei grandi alberghi, conoscono a fondo Vanoni5, ma Vanoni non li conosce) fanno il “piano” di un dato affare, e fondano una società che ha come solo patrimonio il piano stesso. I soldi li darà l’INA o altro simile ente, e se occorre in forza di una piccola “legge speciale”, poniamo per lo sviluppo delle coltivazioni di granchi sulle carcasse di navi affondate; problema che si fa presto a porre tra quelli nazionali di primo piano, soprattutto con un potente discorso di un parlamentare di opposizione contro l’inettitudine del governo.

Una volta infatti l’impresario comune andava alla banca per i soldi da impegnare nell’affare pianificato. La banca diceva: bene, eccoli: su che mi dai le garanzie? Fuori le tue proprietà titoli od altro… Ma un ente parastatale non ha di queste basse esigenze: gli basta il fine nazionale, e tira fuori i quattrini. Il resto della storia va da sé. Se il vecchio impresario nel suo piano e progetto produttivo prendeva… dei granchi, era finita: il suo danaro non rientrava più ed egli usciva, scornato, dalla classe padronale.

La nostra società di comodo col brillante suo stato maggiore non ha questa tema: se prende i granchi, e i granchi sono acquistati dai buongustai a prezzo rimunerativo, sono soldi guadagnati. Se puta caso non prende granchi, o nessuno mangia granchi, poco male: gettoni, indennità, cointeressenza sono stati incassati ed è l’INA che paga per il piano granchifero sbagliato.

Con questo piccolo e banale esempio abbiamo spiegato che cosa è il capitalismo di Stato, o l’economia accentrata nello Stato. Né occorre dire che la perdita dell’INA è la perdita di tutti i poveri disgraziati che rilasciano alle sue casse altro ulteriore margine di quotidiano salario.

Capitalismo di Stato è la finanza accentrata nello Stato a disposizione del momentaneo manovratore dell’iniziativa d’impresa. Mai la iniziativa privata è stata così libera come da quando le resta il profitto, e le è stato tolto ogni rischio di perdita, riversandolo sulla collettività.

Lo Stato solo può stampare quanta moneta vuole, e colpire il falsario. Su questo iniziale principio di forza gravita, in successive forme storiche, il processo della progressiva espropriazione di piccoli possessori e di concentramento capitalistico. A ragione abbiamo tante volte detto che a tali leggi non può sfuggire ogni economia dove le aziende hanno bilanci, e gli scambi si commisurano in moneta.

Il potere dello Stato si poggia quindi sugli interessi convergenti di questi beneficiari profittatori di piani speculativi di imprese, e della loro rete a collegamenti internazionali profondi.

Come questi Stati non sarebbero anticipatori di capitali a tali bande, che non saldano mai il loro debito verso di essi, ma traverso la forza lo fan saldare dalla fame delle classi sfruttate?

La prova che tali Stati “capitalizzatori” sono in questo cronico debito verso la classe borghese, o se volete la riprova, sta nel fatto che essi sono costretti ad emettere prestiti, riaccettando la loro moneta e pagando interessi.

Una amministrazione socialista di “economia accentrata” non (darebbe introito dall’esterno a nessun “piano” come dall’altro lato non pagherebbe interessi. E del resto non maneggerebbe danaro.

Il capitale accentrato nello Stato non lo è che per il comodo della manovra di produzione per il plusvalore ed il profitto, che resta “alla portata di tutti” ossia alla portata dei componenti la classe degli imprenditori: non più semplici imprenditori di produzione, ma aperti imprenditori di affari: non si producono più merci, ma, disse già Marx, si produce plusvalore.

Il capitalista di persona non ci serve più: il capitale vive senza di lui con la stessa funzione, centuplicata. Il soggetto umano è diventato inutile. Una classe senza gli individui che la compongono? Lo Stato al servizio non di un gruppo sociale ma di una forza impalpabile, opera dello spirito santo o del diavolo? Gireremo l’ironia al nostro vecchio don Carlo. Vi regaliamo la citazione promessa.

“Convertendo denaro in merci che servono come elementi costitutivi materiali di un nuovo prodotto, come fattori del processo lavorativo; incorporando nella loro morta oggettività la forza lavoro viva, il capitalista trasforma valore, cioè lavoro morto, passato, oggettivato, in capitale, in valore che si valorizza, in mostro animato che comincia a “lavorare” come se gli fosse entrato amore in corpo”.

Il capitale va preso per queste corna.

Battaglia comunista, n.21, 1951.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...