Punto 27: quale disciplina e gerarchia devono vigere nel Partito Comunista

 

Punto n°27: quale disciplina e gerarchia devono vigere nel Partito Comunista

IL PARTITO FUNZIONA COME UN CORPO UNITARIO, IN CUI SI HA UNA OBBEDIENZA SPONTANEA E COSCIENTE AL PROGRAMMA ED AGLI ORDINI CON ESSO COERENTI, SOLO SE OGNI COMPAGNO IN QUANTO MILITANTE RIVOLUZIONARIO E’ DEPOSITARIO DELLA COMUNE DOTTRINA. TALE FUNZIONAMENTO ESCLUDE PER SEMPRE OGNI GERARCHIA CHE NON SIA ESCLUSIVAMENTE TECNICA, MA POLITICA, E QUINDI IL RUOLO DELLE COSIDDETTE «ELITE DIRIGENTI», LE SANZIONI DISCIPLINARI ED IL RICORSO AGLI «IMPRIMATUR» CENTRALI.

Nessun marxista può porre minimamente in discussione l’esigenza del centralismo: il Partito non può esistere, infatti, se si ammette che le varie parti che lo costituiscono possano operare ciascuna per conto proprio. Il punto da definire è allora di quale centralismo il Partito ha bisogno per funzionare effettivamente come un corpo unitario. Il meccanismo del centralismo organico risponde al concetto secondo cui nel Partito comunista “nessuno comanda e tutti sono comandati” (1) da un “corpo di direttive e norme tattiche” (2) a tutti noto e da tutti volontariamente accettato (dittatura del programma su centro e periferia). Il Partito saldamente ancorato alla dottrina marxista e vincolato ad una tattica coerentemente rivoluzionaria si “assicura” infatti una dinamica centralista solo prefigurando e anticipando nella sua vita interna la società comunista, ed è proprio perciò che in un tale Partito il dilemma tra decisione del centro e decisione della base perde qualsiasi significato e non può più porsi. Il rifiuto della democrazia e della divisione in classi è la base del centralismo organico. Esso sintetizza due concetti fondamentali: da una parte il Centralismo, che vieta iniziative personali o di gruppo e impone che il corpo del partito si muova sempre in modo coerente ed unitario, anche quando è percorso da crisi che lo minacciano; dall’altra parte l’Organicità, ossia il rigetto di qualsiasi formula, ricetta, o risoluzione organizzativa buona in sé, al di fuori del collegamento col filo rosso della teoria.

Esso trova nel lavoro impersonale dell’intera compagine degli organizzati la sua base reale. Un lavoro che è impersonale nel senso che si ricollega sempre ai dettami teorici originali ed invarianti del nostro movimento, saldando in tal modo il milite di oggi alle passate ed alle future generazioni rivoluzionarie ed a tutti coloro che in ogni punto del globo combattono contro il regime capitalista. E che in tanto può dirsi collettivo e non banalmente collegiale in quanto opera questa preziosa saldatura in forza della quale soltanto è possibile chiudere una robusta saracinesca contro le tentazioni ricorrenti a ricorrere ad espedienti e scorciatoie per raggiungere più presto o più facilmente il successo nella nostra azione e porre nello steso tempo dei limiti invalicabili alla manovra tattica, riconducendola alla applicazione di norme di azione precise e da tutti rispettate perché da tutti conosciute ed accettate in anticipo. Il Partito che pretendiamo di essere si potrà garantire contro le degenerazioni solo ispirandosi ed attenendosi a quei principi, non certo sbandierando credi e teorie sanzionati dall’autorità di persone d’eccezione o dal gioco delle maggioranze, e neppure applicando sanzioni amministrative in nome di una disciplina del tutto esteriore e quindi formale fino al midollo. La questione del “chi comanda e chi ubbidisce?” o –il che è lo stesso- quella del “chi decide? L’alto o il basso, i più o i pochi, il centro o la base?”, che tanto assilla il democratico, purtroppo non è mai morta, e ce la troviamo tra i piedi regolarmente. Cerchiamo allora di chiarirne i termini alla luce anche delle recenti polemiche. La formula organizzativa del centralismo fu caratteristica anche della Terza Internazionale. Ma nell’Internazionale Comunista, anche se i riferimenti all’organicità del lavoro di Partito in Lenin non mancano (3), vigeva un centralismo a carattere democratico, in quanto, non esistendo una unità organica del partito basata sulla sua effettiva omogeneità dottrinaria e politica, si riteneva ancora valida la regola de “il capo ha sempre ragione” oppure quella de “la maggioranza ha diritto assoluto di decisione”, a seconda dei casi e delle situazioni. Il centralismo democratico rifletteva quindi la completa eterogeneità delle forze che erano dentro l’Internazionale. Dopo la battaglia della Sinistra, quando risultò impossibile la rivoluzione nel resto d’Europa, il centralismo del Comintern aveva aperta la strada verso due opposti sviluppi: da una parte l’I.C., che tendeva verso il centralismo burocratico, dispotico e statale dello stalinismo, pur mantenendo tuttavia la sua caratteristica democratica, che si dimostrò uno strumento ad alto potenziale contro-rivoluzionario; dall’altra parte si colloca il cammino della Sinistra verso un centralismo non più democratico, ma basato su una SOLA dottrina, un SOLO programma e una sistemazione razionale della tattica: quello che la Sinistra definì Centralismo Organico, sottolineando con questo termine in modo netto ed irrevocabile l’opposizione di fondo sussistente tra l’unità sostanziale ed organica del Partito Comunista Mondiale unico, puramente comunista e puramente marxista e quella del tutto formale e gerarchica dei partiti stalinisti. Fatte queste precisazioni, le domande di cui sopra si sciolgono da sé. Rispondiamo dunque con le parole della Sinistra: “Chi decide è il corpo unitario del partito, dove nessuno comanda e tutti sono comandati” perché tutti, al centro ed alla periferia, sono rigidamente legati alla unità inscindibile che fonde in un solo blocco la dottrina, il programma e la tattica della Rivoluzione. “Se il partito è in possesso di tale omogeneità teorica e pratica (possesso che non è un dato di fatto garantito per sempre ma una realtà da difendere con le unghie e con i denti e, se del caso, riconquistare ogni volta) la sua organizzazione, che è nello stesso tempo la sua disciplina, nasce e si sviluppa organicamente sul ceppo unitario del programma e dell’azione pratica, ed esprime nelle diverse forme di esplicazione, nella gerarchia dei suoi organi, la perfetta aderenza del partito al complesso delle sue funzioni, nessuna esclusa. L’organizzazione, come la disciplina, non è un punto di partenza ma un punto di arrivo; non ha bisogno di codificazioni statutarie e di regolamenti disciplinari; non conosce antitesi fra «base» e «vertice»; esclude le rigide barriere di una divisione del lavoro ereditata dal regime capitalista non perché non abbia bisogno di «capi», ed anche di «esperti» in determinati settori, ma perché questi sono e devono essere, come e più del più «umile» dei militanti, vincolati da un programma, da una dottrina e da una chiara ed univoca definizione delle norme tattiche comuni a tutto il partito, note ad ognuno dei suoi membri, pubblicamente affermate e soprattutto tradotte in pratica di fronte alla classe nel suo insieme; e sono tanto necessari, quanto dispensabili non appena cessino di rispondere alla funzione alla quale per selezione naturale, e non per fittizie conte delle teste, il partito li ha delegati, o quando, peggio ancora, deviino dal cammino per tutti segnato. Un partito di questo genere- come tende ad essere e si sforza di divenire il nostro, senza con ciò pretendere né ad una «purezza» né ad una «perfezione» antistoriche – non condiziona la sua vita interna, il suo sviluppo, la sua – diciamo pure – gerarchia di funzioni tecniche, al capriccio di decisioni contingenti e maggioritarie; cresce si rafforza per la dinamica della lotta di classe in generale e del proprio intervento in essa in particolare; si crea, senza prefigurarli, i suoi strumenti di battaglia, i suoi «organi», a tutti i livelli; non ha bisogno – se non in eccezionali casi patologici – di espellere dopo regolare «processo» chi non si sente più di seguire la comune ed immutabile via, perché deve essere in grado di eliminarlo dal proprio seno come un organismo sano elimina spontaneamente i suoi rifiuti” (4). Non è il possesso di statuti, norme, forme costituzionali o organizzative, arnesi idonei a regolare i partiti utopisti di ieri ed antimarxisti di oggi, quello che rende il Partito una forza reale, ma la capacità di vivere ed agire nella storia sulla base di una invariante continuità. Quindi è chiaro che, per noi, la questione inerente ai rapporti della vita interna del partito, che ancor oggi si presenta con drammatica attualità, va posta con metodo dialettico e storico e che rifiutiamo come insensata la prassi che pone le norme di organizzazione come pregiudiziali rispetto alla funzionamento fisiologico del Partito e che postula che sia da quelle che bisogna necessariamente partire. Il termine “organico” spiega che, in qualsiasi momento ed in qualsiasi situazione noi ci troviamo, i problemi non si risolvono presumendo che “la ragione” e i “torti” si possano scoprire attraverso la consultazione di questo o quel personaggio o della massa degli iscritti, ma solo “compulsando i testi”, alla cui autorità cui tutti ci dobbiamo sottomettere. I problemi con cui quotidianamente dobbiamo fare i conti non si risolvono insomma con formule organizzative (centralistiche o democratiche che siano), ma si possono affrontare solo collegandoli con le grandi questioni di teoria, programma e tattica in cui riconosciamo la vera pregiudiziale per la esistenza e il modo di vivere dei comunisti. In questo senso “gli ordini che le gerarchie centrali emanano sono non il punto di partenza, ma il risultato della funzione del

movimento inteso come collettività” (5). Continuando ad attingere dallo stesso testo si deduce che non vi può essere una disciplina meccanica che serva ai vertici per emanare degli ordini superiori “quali che siano”, ma “vi è un insieme di ordini e disposizioni rispondenti alla origine reale del movimento che possono garantire il massimo di disciplina, ossia di azione unitaria di tutto l’organismo, mentre vi sono altre direttive che emendate dal centro possono compromettere la disciplina e la solidità organizzativa”. Si tratta di capire che nel tracciamento dei compiti degli organi del partito, così come nella emanazione degli ordini, ciò che ci induce a rispettarli disciplinatamente è solo la coerenza che questi hanno con i principi ed il programma, coerente aderenza che non una ristretta élite di “probiviri”, ma tutto il corpo unitario del Partito è tenuto a controllare incessantemente e quotidianamente: “Garanzia contro la base e contro la massa è che l’azione unitaria e centrale, la famosa «disciplina», si ottiene quando la dirigenza è ben legata a quei canoni di teoria e pratica, e quando si vieta a gruppi locali di «creare» per conto loro autonomi programmi, prospettive e movimenti. Questa dialettica relazione tra la base ed il vertice della piramide (che a Mosca trent’anni addietro chiedevamo di renverser, capovolgere) è la chiave che assicura al partito, impersonale quanto unico, la facoltà esclusiva di leggere la storia, la possibilità di intervenirvi, la segnalazione che tale possibilità è sorta.” (6). Abbiamo voluto riassumere il senso del centralismo organico, a cui al Sinistra fa riferimento. Un comunista, un militante del Partito, fa parte organicamente di una compagine di uomini che si muovono uniti sulla base di un programma a cui non si aderisce certo per uno sfizio intellettuale, ma per spinte materiali. Nella milizia di Partito egli farà suo quel programma, sapendo che esso prevede una tattica non passibile di “scelta”, quindi vincolante per centri e basi, capi e gregari, capita ed accettata da tutti perché dettata non da congressi ma da situazioni geo storiche coinvolgenti interi continenti e archi di tempo valutabili a mezzi secoli. Se ne ricava, per ritornare al punto di partenza, che se ciascun militante del Partito non fosse ispirato e guidato nella sua azione dalla comune dottrina, se cioè il duro nocciolo dottrina-programma-tattica non fosse un “possesso collettivo ed impersonale del movimento” (7) anziché una prerogativa del Centro o di un singolo capo, non si comprenderebbe allora in che modo e in forza di quali strumenti la base disciplinata al programma potrebbe e dovrebbe vigilare per essere sempre pronta a respingere e non applicare gli ordini centrali che fossero eventualmente con esso contrastanti. Se inoltre si riconosce ad ogni sezione territoriale ed ad ogni militante di Partito il dovere disciplinare di infrangere, ove occorre, la disciplina al Centro, se si riconosce insomma, sulla scorta delle “Tesi di Napoli”, che, allorquando le centrali sono sulla “via della deviazione” (8) con ciò stesso si verifica “la condizione che deve togliere loro ogni diritto ad ottenere in nome di una disciplina ipocrita la cieca obbedienza della base” (9), e che esse sono su tale via allorché praticano quel “diritto a creare” (10) che la Sinistra ha loro espressamente negato, e che in questo va identificata la vera “garanzia contro il centro” cui il Partito può e deve appellarsi, rifiutandogli ogni obbedienza ove quel preteso diritto sia fatto valere e metta capo alla costruzione di nuove dottrine e “nuovi corsi” magari contrabbandati come una migliore e più intelligente applicazione delle vecchie formule, allora si dovrà riconoscere anche che non ha alcun senso vietare alla base di esporre pubblicamente le posizioni di Partito, discendenti dalle direttive a tutti note, se tali posizioni non sono state prima sottoposte ad assurdi e chiesastici imprimatur centrali. Tali divieti ed imposizioni a nulla sortiscono infatti se non a paralizzare la azione pratica del Partito, che in tanto è efficace in quanto è tempestiva nelle risposte che esso dà tramite volantini, interventi nelle assemblee operaie e negli scioperi, stampa locale, ecc. ai proletari di fronte ad eventi locali o generali che li coinvolgono, ed insieme ad insinuare nella vita interna dell’organizzazione il veleno del burocratismo e del feticismo organizzativo. Tali pretese centrali conducono infatti a rompere irrimediabilmente quel legame vitale che stringe ogni manifestazione della esistenza del Partito, collegandola da un lato alla dottrina marxista, che diventerebbe in tal modo l’appannaggio di un “comitato di saggi” o di un “circolo di esperti”, e dall’altro al dramma quotidiano della classe operaia, rispetto a cui i militanti di Partito verrebbero ad essere statutariamente separati da burocratici diaframmi. Affermare inoltre che se ogni militante di Partito è in quanto tale ritenuto depositario della dottrina egli viene in tal modo trasformato in un atomo autosufficiente significa non aver compreso assolutamente nulla della dottrina, che non è imparaticcio scolastico del singolo (11), ma viene acquisita da ogni militante solo a condizione di annullare la propria personale e individuale identità in un Tutto che si identifica nel comune collettivo impersonale lavoro di Partito (12). Il fatto che ogni militante in quanto si trova inserito nell’organica

ed impersonale milizia di Partito sia depositario della dottrina pertanto, lungi dal sancire una presunta autosufficienza della monade-individuo, presuppone la avvenuta distruzione dell’individuo ed il suo scioglimento nella comunità umana che il partito prefigura. Ovvero presuppone che quel militante sia realmente un milite della Rivoluzione comunista, se è vero che “è compagno militante comunista e rivoluzionario chi ha saputo dimenticare, rinnegare, strapparsi dalla mente e dal cuore la classificazione in cui lo iscrisse l’anagrafe di questa società in putrefazione, e vede e confonde se stesso lungo tutto l’arco millenario che lega l’ancestrale uomo tribale, lottatore con le belve, al membro della comunità futura, fraterna nella armonia gioiosa dell’uomo sociale” (13). Che cos’è infatti quella classificazione anagrafica, se non l’Io che dobbiamo dimenticarci (14) nell’atto di varcare la soglia del Partito, il putrido fantasma dell’individuo isolato, del singolo in quanto Persona irripetibile, cui tributare ipocriti incensi? Nel Partito che funziona non ci sono atomi autosufficienti, e, se vi cominciano ad essere, vuol dire che il Partito è morto. L’obiezione ricorrente secondo cui riconoscere ad ogni militante il ruolo di depositario della dottrina e di esecutore delle direttive da essa emananti equivale a negare ogni differenziazione funzionale in seno al Partito, che in forza di una concezione primitiva verrebbe trasformato in un cumulo di granelli tutti uguali, altro non è che la scimmiottatura dell’obiezione volgare rivolta contro il Comunismo dai borghesi classici, secondo cui la società aclassista del futuro sarebbe, per l’appunto, un bruto cumulo di granelli tutti uguali, sanzionando il trionfo dell’uniformità e del grigiore più desolato. Ai borghesi abbiamo già risposto che è la loro società che rappresenta il trionfo del grigiore e dell’uniformità in ossequio alla legge del valore, e che la società comunista è al contrario quell’assetto sociale in cui “tra i fiori non ce n’è alcuno che sia nero” (15). Ai critici neo-stalinisti, che muovono lo stesso rimprovero al Partito, che quella società prefigura, rispondiamo che noi ben volentieri “consideriamo che l’unità del partito non è quella di un cumulo di sabbia o di altra sostanza granulare” (16), che altrettanto volentieri riconosciamo che “il partito è un organo nel senso integrale che si applica a quelli viventi” (17) e quindi che “è un complesso di cellule, ma non tutte sono identiche, né della stessa funzione, né dello stesso peso” (18). Rispondiamo insomma con la esplicita rivendicazione del fatto che il nostro centralismo organico, riconoscendo che l’egualitarismo della militanza è una fesseria democratica, valorizza la differenziazione delle funzioni che già spontaneamente tende a formarsi in rapporto alle inclinazioni e alle caratteristiche di ogni militante, che in questo senso e solo in questo senso non potranno mai essere considerati un cumulo bruto di granelli equivalenti tra loro, ma non lo fa traducendo tale necessaria differenziazione in una gerarchia politica e distribuendo le relative “stellette”. La Sinistra ha stabilito infatti che “l’unità sostanziale ed organica del partito” è “diametralmente opposta a quella formale e gerarchica degli stalinisti” (19). Chi pertanto vede l’indifferenziazione e l’anarchia (20) dove manca una gerarchia politica dimostra la sua suina accettazione dei parametri della società vigente. Il Partito prefigura il Comunismo, ma vive nella società capitalistica, e il lavoro della controrivoluzione consiste proprio nell’importare all’interno del Partito le categorie vigenti all’esterno. Il centralismo organico prevede degli ordini centrali, ma il centro, che altro non è che l’organismo esecutivo del Programma, non emana direttive politiche, che sono già definite, non elabora linee politiche, che sono già codificate. “La proclamazione dell’invarianza della dottrina non esimerà mai il partito dal compito di disegnare, anzi scolpire sempre meglio i lineamenti sia nel campo strettamente teorico, che in quello inseparabile dell’applicazione dei principi al vivo dell’azione e dei rapporti fra le classi (la tattica) […], e non già per scoprire ed aprirsi in tal modo “nuove vie”, ma per tracciare più nitido, nella vivente conferma dei fatti storici, il solco della nostra strada di sempre. Tale compito […] non è affidato né ad una persona, né ad un comitato e tanto meno ad un ufficio; esso è un momento e un settore del lavoro unitario che si svolge da oltre un secolo e molto al di fuori dell’aprirsi e di chiudersi di generazioni, e non si inscrive nel curriculum vitae di nessuno, nemmeno di quelli che abbiano avuto lunghissimi tempi di coerente elaborazione e maturazione dei risultati” (21). Gli ordini allora, che sono necessari perché il Partito esista e che in tanto impongono di fare qualcosa in quanto vietano di fare tutto il resto (22), non possono essere altro che l’applicazione alle diverse situazioni contingenti del corpo di direttive a cui tutti sono disciplinati, applicazione che avviene sulla base di un’analisi delle situazioni, o, meglio, che è il frutto dell’interazione tra quel corpo di direttive e la massa delle informazioni sulla situazione contingente che affluiscono dalla periferia al centro del Partito e che il centro, a sua volta, riverbera alla periferia. La funzione del centro nella emanazione degli ordini è dunque di indole tecnica e non politica, transitoria e non permanente. Essa non coincide affatto con una stratificazione di una gerarchia politica, che individua al vertice una élite dirigente di “Migliori” e poi, via via che si procede verso la “base”, uno scemare progressivo della qualità dei militanti ed un corrispondente decadimento della loro funzione non solo di depositari e custodi, ma anche e soprattutto di ripetitori della comune dottrina, ma deriva solo dalla collocazione geometrica del Centro del Partito in una posizione che è, per l’appunto, centrale rispetto agli impulsi derivanti dal resto del corpo del Partito. Ciò significa che può accadere, purtroppo, che il cuore, che centralmente riceve e invia il sangue a tutto l’organismo, sia, tra tutti gli organi, il più scassato. Se un gruppo di esploratori, che si muove per raggiungere e prendere possesso di un nuovo territorio, funziona organicamente deputerà uno dei suoi membri (possibilmente non accecato e non sofferente di vertigini) ad issarsi periodicamente su una pianta per ispezionare la zona. Da costui l’intera compagine prenderà ordini, ma non perché egli sia più intelligente, più preparato o più abile di tutti gli altri, e neppure perché sia il vero depositario del comune programma di viaggio, ma soltanto perché egli è stato collocato nella posizione idonea a meglio integrare coi dati della esperienza (che la vista dall’alto gli consente di raccogliere) le norme di comportamento a tutti note preventivamente e derivanti dal programma di viaggio stabilito, traducendole in ordini adeguati. Va da sé che se, avendo avvistato un branco di bestie feroci, egli ordina di procedere verso di loro incurante della scarsità di munizioni e della possibilità di effettuare un diverso percorso, vale a dire se impartisce degli ordini contrastanti con le norme di comportamento note, che stabiliscono di evitare, se possibile, il confronto con le fiere per conservare la fisica integrità del gruppo e quindi per raggiungere l’obiettivo finale, l’intera compagine degli esploratori è tenuta a non ubbidire. Ed è altrettanto evidente che se qualcuno, pur essendo l’ultimo della fila, vede qualcosa che gli altri non hanno visto, è da lì che deve partire l’ordine di cui c’è bisogno. Noi come Partito siamo e saremo quegli esploratori, che procedono nel Territorio nuovo che si chiama Futuro, solo a condizione di imparare anche noi, assieme alla classe operaia, che nessuno deve venire, e che non il nostro Centro è sacro, ma sacro è il Luogo in cui esso è stato posto. Questo è il senso della necessità di una gerarchia tecnica e non politica che è vigorosamente ribadita nelle nostre Tesi, dove si afferma perentoriamente che il nostro Partito possiede una “gerarchia di funzioni tecniche” e che essa non è condizionata dal “capriccio di decisioni contingenti e maggioritarie (23). A quanti, imbevuti delle ordinarie concezioni politiche borghesi, sostengono che la funzione delle Centrali non può ridursi a quella di un banale coordinamento rispondiamo con Lenin (24) che il Partito è un’orchestra che in tanto può e deve essere diretta da un centro in quanto è composta da orchestrali che sono tutti ben consapevoli delle partiture da eseguire, e quindi che il centro, lungi dall’essere il depositario delle partiture, svolge la funzione del direttore di orchestra che è, per l’appunto, quella di coordinare gli orchestrali e di armonizzarne le esecuzioni. Va osservato tuttavia che tale funzione tecnica è ridotta al minimo fino ad essere virtualmente annullata dal progresso delle forze produttive, che consente oggi alla rete di Partito di disporre in tempo reale di quel flusso di informazioni in tutti i punti del suo organamento geografico, mentre al contrario si accresce via via che la lotta di classe si trasforma in guerra civile, imponendo norme di sicurezza che rendano segreta la meccanica dell’azione militare del Partito, vincolando la periferia sul terreno dell’azione armata ad una disciplina esecutiva che non potrà che essere ferrea e militare (25), essendo “nella fase del combattimento armato” indispensabile “un inquadramento militare con precisi schemi di gerarchie a percorsi unitari che assicureranno il migliore successo dell’azione comune” (26). Si resta, in ogni caso, nella sfera di una gerarchia di funzioni tecniche, anche nelle circostanze in cui la sua necessità è esaltata al massimo grado. Nella sostituibilità dei militanti collocati negli ingranaggi centrali del Partito preconizzata dalla Sinistra (27) e nel fatto, ad essa strettamente collegato, che ogni militante sia un depositario e un ripetitore del programma, non deve individuarsi una sorta di anarchismo federalistico risorgente, ma un centralismo molto più netto, vigoroso ed efficace di quello dei cultori della “disciplina tout-court”, un centralismo adeguato ai nostri tempi, che sono quelli del dominio reale e totalitario del Capitale. Adeguato non nel senso che oggi sia necessario fare qualcosa di nuovo in campo organizzativo, ma nel senso che lo sviluppo delle forze produttive sociali ha reso oggi ancor più evidente il contenuto delle norme organizzative note fin dall’inizio. Perché quello sviluppo ha ormai dimostrato urbi et orbi che il centralismo burocratico e formalistico degli opportunisti di ogni risma non funziona. Non nella teoria ma nella pratica. Che è un centralismo che lascia il Partito senza Centro nel breve volgere di un paio di bordate repressive, oggi più che mai capaci attraverso la rete di controllo telematica globale, di cui il Capitale dispone (28), di individuare e distruggere le Elites dirigenti, ossia i Centri composti di ingranaggi umani sclerotizzati da una inamovibilità che ha ormai fatto il suo tempo ed a cui fa da contraltare una periferia paralizzata dal gregarismo. Gli operai, ha detto la Sinistra, vinceranno se capiranno che nessuno deve venire. Solo il Centralismo Organico, in cui nessuno comanda e tutti sono comandati, ed in cui giacciono da una parte come arnesi ormai inutili i Capi i Geni e gli Eroi, insomma i Migliori, gli Individui eccellenti, solo esso assicura non soltanto che un comando vi sia sempre, dato che esso non viene più fatto discendere da geniali pensate individuali ma da un programma impersonale. Ed esso assicura anche che il Partito, sia pur duramente ferito dai colpi del nemico, possa rigenerare sempre ed ininterrottamente gli organi centrali idonei a meglio rispondere alla funzione di dare ordini, e cioè gli ingranaggi, non più identificabili in Individui a tale funzione specificamente designati, attraverso cui quel comando può circolare nel modo più rapido ed efficace. Perciò va ribadito che al di fuori del Centralismo Organico il Partito ed il proletariato sarebbero condannati oggi più che mai ad una sicura sconfitta. La Sinistra disse infatti che la identificazione della forza del Partito in individui specificamente designati a trasmettere ordini dall’alto deve essere respinta “per la necessità stessa della sua azione organica” e che per lo stesso motivo vanno evitate le condizioni in cui il sano avvicendamento al Centro è bloccato. Il Centralismo Organico pertanto si richiama ad un concetto di disciplina naturale e spontanea, in totale contrasto con la disciplina coercitiva e incosciente che caratterizza tutti gli altri organismi ligi agli interessi della classe dominante: dai partiti fascisti democratici o stalinisti (adusi tutti al metodo del “contrordine compagni, o amici o camerati!”, cui fa eco alla base il classico “non capisco ma mi adeguo”) agli eserciti (che impongono una disciplina cieca ed assoluta) alle chiese (che chiedono addirittura una obbedienza perinde ac cadaver). Siamo quindi ben lontani dal rivendicare una

semplice disciplina sostanziale piuttosto che formale e meccanica, in quanto una simile rivendicazione non ci distinguerebbe da nessuno degli organismi sopra richiamati. Qualsiasi caporale di qualsiasi esercito sarebbe infatti d’accordo col concetto di disciplina sopra enunciato. Neppure in ambito militare, infatti, viene fatta valere una disciplina formale e meccanica anziché sostanziale, tanto più se vige uno stato di guerra in quanto all’ordinato funzionamento della macchina militare ed alla sua efficienza è la seconda e non la prima che occorre. Provate a vedere cosa succede quando un plotone di soldati esegue gli ordini formalmente e non sostanzialmente: li mettono al muro tutti, sostanzialmente e formalmente. Perché la disciplina formale è in realtà un atto di sabotaggio. Chi crede quindi di difendere il centralismo organico definendolo come “disciplina sostanziale e non formale” dimostra platealmente di avere della disciplina comunista proprio quella concezione da caserma che la Sinistra ha sempre rigettato. Lo riconoscono del resto senza volerlo i nostri contraddittori sia quando procedono, come hanno proceduto, allo scioglimento delle strutture di lavoro collettivo che il Partito si era dato (Commissione per la stampa e sindacale) o alla sospensione sine die delle Riunioni interregionali, rendendo di fatto omaggio al principio secondo cui il Centro è il Partito mentre le sezioni ed i militanti non sono nulla, proprio come la massa proletaria non è nulla per i partiti parlamentari, sia quando affermano, come hanno affermato, che il loro centralismo “non ha nulla di caporalesco o disciplinare nel senso borghese del termine”, il che significa che esso è caporalesco e disciplinare, ma in un senso “non borghese”. Se si tratta poi di applicare un disciplinarismo caporalesco “proletario” o semplicemente di ipotizzare un “uso anti-borghese del caporalismo”, è una sfumatura che non ci è dato per il momento di poter dirimere. Il Centralismo Organico, in conclusione, è esattamente il contrario di quello a cui è stato purtroppo ridotto prima in omaggio al “Nuovo Corso” e poi in forza della acritica adesione a quel percorso degenerativo. E’ il meccanismo per cui, nel più totale dispregio per ogni gerarchia che non sia di natura tecnica e quindi transitoria, ogni militante, al centro come alla periferia, è ed agisce come depositario della comune dottrina ed è quindi tenuto a vigilare sul buon funzionamento dell’organizzazione e sull’aderenza della sua azione di ogni giorno agli scopi finali per cui il Partito si muove ed ai mezzi che le passate esperienze ci hanno appreso essere realmente utili per il loro conseguimento; e, nello stesso tempo, rappresenta il modo di funzionamento interno della forma Partito in cui gli ordini possono venire da qualunque punto della rete organizzata, basta che siano coerenti con i fini del movimento e che combacino con i mezzi adatti a raggiungerli. Noi, infatti, “siamo centralisti –ed è questo, se si vuole, il nostro unico principio organizzativo- non perché riconosciamo valido in sé e per sé il centralismo” (29), non perché attribuiamo ad esso un intrinseco valore di principio, essendo consapevoli del fatto che il fascismo e lo stalinismo sono almeno altrettanto centralistici. Leggere con attenzione: il nostro unico principio organizzativo è che non riconosciamo valore e significato rivoluzionario al centralismo in quanto tale. Il centralismo per noi infatti ha un significato rivoluzionario solo se esprime una unitarietà che non scaturisce dal centralismo in quanto tale, ma che deriva dal nostro programma. Siamo centralisti, in altri termini, “perché unico è il fine al quale tendiamo e unica la direzione in cui ci muoviamo nello spazio (internazionalmente) e nel tempo

al di sopra delle generazioni, dei morti, dei viventi e dei nascituri” (30), perché ci muoviamo quindi su una base assolutamente omogenea, rappresentata dalla sottomissione dei singoli ad un programma che in tanto non tollera altri criteri organizzativi in quanto è un programma unico ed invariante cui tutti sono disciplinati. Il nostro centralismo è insomma solo il necessario riflesso della tendenza dell’intera compagine organizzata nel Partito a convergere verso lo stesso obiettivo finale. E la “doppia direzione” che noi postuliamo per un utile flusso di impulsi nella rete organizzata, a sua volta, comporta la abolizione definitiva di qualunque contrapposizione base/vertice o centro/periferia (31). Gli organismi centrali infatti, non sono né i depositari della teoria marxista né, di conseguenza, gli organismi deputati a elaborare delle direttive e neppure quelli statutariamente designati a dare ordini. I compagni chiamati a responsabilità centrali non sono una élite di Illuminati, ma devono adempiere ad un altro lavoro, che è quello, puramente esecutivo, di raccogliere e sintetizzare le informazioni provenienti dai sensori presenti in tutto il corpo del partito e di rimandare in tutti i punti del suo organamento geografico gli impulsi che si irradiano non già dalla elaborazione di linee politiche distillate dai crani di una presunta élite dirigente, ma dalla necessaria integrazione della linea politica del Partito, che è rappresentata dalle direttive tattiche a tutti note, con la massa delle informazioni che sono state raccolte e centralizzate. Ritenere il contrario significherebbe ritornare più indietro del comunismo utopistico di Weishaupt, dimenticando che gli “Illuminati di Baviera” erano il Partito, non erano nel Partito. Il male, pertanto, non è che qualcuno, al centro o alla periferia, abbia bevuto. Il male è quando qualcuno, anche senza aver bevuto, comincia a pensare di essere chiamato a comandare, di essere diventato il pastore di un gregge di pecore (32), e non è difficile rintracciare nella storia del “Nuovo Corso” 1972-1982 le inevitabili e infine catastrofiche conseguenze dell’abbandono del Centralismo Organico, ritenuto a torto un meccanismo adatto sì alla “fase” della restaurazione della dottrina, ma inadeguato a quella della (presunta) “ripresa classista”, che avrebbe richiesto una disciplina “bolscevica” per i gregari e una maggiore libertà di elaborazione strategica per i Pastori.

1 “Il nostro centralismo è il modo d’essere di un Partito che non è un esercito anche se ha una rigorosa disciplina, come non è una scuola anche se vi si insegna, ma è una forza storica reale definita dal suo stabile orientamento nella lunga guerra tra le classi. E’ attorno a questo inscindibile e durissimo nocciolo; dottrina – programma – tattica, possesso collettivo ed impersonale del movimento, che la nostra organizzazione si cristallizza, e ciò che la tiene unita non è lo knut del «centro organizzatore» ma il filo unico ed uniforme che lega «dirigenti» e «base», «centro» e «periferia», impegnandoli all’osservanza e alla difesa di un sistema di fini e di mezzi nessuno dei quali è separabile dall’altro. In questa vita reale del Partito comunista – non di qualunque partito, ma solo e proprio di esso, in quanto comunista sia di fatto e non di nome – il rompicapo che assilla il democratico borghese: chi decide: l’«alto» o il «basso», i più o i pochi? chi «comanda» e chi «ubbidisce»? – si scioglie e definitivamente da sé: è il corpo unitario del Partito che imbocca e segue la sua via; e in esso, come nelle parole di un oscuro soldato livellatore, «nessuno comanda e tutti sono comandati», il che non vuol dire che non ci sono ordini, ma che questi combaciano col naturale modo di muoversi e di agire del partito, chiunque sia a darli” (“La continuità d’azione del Partito sul filo della tradizione della Sinistra”, il programma comunista, n.3, 1967).

2 Il Partito è l’organo della classe proletaria “anche in forza di una previsione, almeno nelle grandi linee, dello svolgersi delle situazioni storiche, e quindi della capacità di fissare un corpo di direttive e norme tattiche obbligatorie per tutti” (Premessa alle Tesi dopo il 1945, “In difesa della continuità del programma comunista”, pag. 130).

3 “la parola organizzazione ha generalmente due sensi: un senso largo e un senso stretto. In senso stretto significa una cellula distinta della collettività umana, per quanto minimo sia il suo grado di organizzazione. In senso largo significa la somma di queste cellule riunite in un tutto” (Lenin, “Un passo avanti e due indietro”, pag. …).

4 Premessa alle “Tesi caratteristiche del partito, 1951”, In difesa della continuità del programma comunista, pag. 131.

5 Organizzazione e disciplina comunista 1924.

6 Dialogato coi Morti, Ed. Sociali pag. 169.

7 “La continuità d’azione del Partito sul filo della tradizione della Sinistra”. Il programma comunista, n.3, 1967.

8 Le Tesi del Partito sono fin troppo chiare: la condizione che toglie alle centrali ogni diritto ad ottenere l’obbedienza della base è costituita dal fatto che esse, le centrali, siano “sulla via della deviazione”, non dal fatto che siano ormai giunte al capolinea di quel percorso. Quest’ultima interpretazione di comodo coincide, viceversa, con quanto sosteneva il Centro del nostro Partito nel 1981, mistificando e capovolgendo il senso del Centralismo Organico: reagendo ai presunti atti di “indisciplina” della Sezione di Torino, il Centro, dopo essersi richiamato al formarsi delle frazioni e alla loro utilità, che si manifesta in presenza di una “irrimediabile degenerazione dei vecchi partiti e delle loro dirigenze”, si chiede: “Siamo noi arrivati a tanto? Noi lo neghiamo recisamente, la vostra lettera […] non meno recisamente lo afferma” (Lettera centrale di espulsione della Sezione di Torino, Maggio 1981). Il punto è che per la Sinistra le Frazioni sono utili quando i vecchi partiti sono ormai irrimediabilmente degenerati, ma la disciplina verso le Centrali cade non quando esse sono “giunte a tanto”, ma molto prima, quando sono ancora “sulla via della deviazione”. Coloro che oggi affermano che “in assenza di plateali dimostrazioni di non aderenza al nostro programma” il Centro esige di essere ascoltato e seguito, non fanno che rendere ancora più esplicita quella posizione erronea. Se per reagire togliendo al Centro ogni diritto di esigere obbedienza dovessimo aspettare che esso abbia platealmente deviato, ovvero che sia irrimediabilmente degenerato, le sorti del partito e della Rivoluzione sarebbero già altrettanto irrimediabilmente segnate.

9 “Tesi sul compito storico, l’azione e la struttura del partito comunista mondiale, secondo le posizioni che da oltre mezzo secolo formano il patrimonio storico della sinistra comunista – luglio 1965” (“In difesa della continuità del programma comunista”, pag. 175).

10 “Organizzazione. Deve essere continua nella storia, quanto a fedeltà alla stessa teoria e alla continuità del filo delle esperienze di lotta. Solo quando ciò per vasti spazi del mondo, e lunghi tratti del tempo, si realizza, vengono le grandi vittorie. La garanzia contro il centro è che non abbia diritto a creare, ma sia obbedito solo in quanto le sue disposizioni di azione rientrino nei precisi limiti della dottrina, della prospettiva storica del movimento, stabilita per lunghi corsi, per il campo mondiale. La garanzia è che sia represso lo sfruttamento della «speciale» situazione locale o nazionale, dell’emergenza inattesa, della contingenza particolare. O nella storia è possibile fissare concomitanze generali tra spazi e tempi lontani, ovvero è inutile parlare di partito rivoluzionario, che lotta per una forma di società futura” (“Dialogato coi Morti”, pag. 114).

11 “Il marxismo, e qui avreste bisogno del trattino storico-filosofico, non fa perno né su una Persona da esaltare, né su un sistema di persone collettivo, come soggetti della decisione storica, perché trae i rapporti storici e le cause degli eventi da rapporti di cose con gli uomini, tali che si portino in evidenza i risultati comuni a qualunque singolo, senza pensare più ai suoi attributi personali, individuali. […] Il partito è una unità storica reale, non una colonia di microbi uomo” (Dialogato coi Morti pag.150 Ed. Sociali).

12 “[…] la decisione e la volontà che attribuiremo […] sono alla collettività partito collettività la cui energetica non è quantità ma qualità, si costruiscono su una totale analisi scientifica della società…

13 “Considerazioni sull’organica attività del partito quando la situazione generale è storicamente sfavorevole”, il programma comunista n. 2, 1965 (“In difesa della continuità del programma comunista”, pag. 167).

14 Secondo i nostri contraddittori il Centralismo Organico non ha nulla a che spartire con le posizioni mistiche su cui noi ci attarderemmo. Non sappiamo se i nostri contraddittori ignorano ciò che la Sinistra ha stabilito o se deliberatamente falsificano le nostre posizioni classiche. Ad ogni modo rinfreschiamo loro la memoria: “Quando ad un certo punto il nostro banale contraddittore […] ci dirà che noi costruiremo così una nostra mistica, atteggiandosi lui, poverello, a mente che ha superato tutti i fideismi e le mistiche, e ci deriderà coi termini di prostrati a tavole mosaiche o talmudiche, di biblici o coranici, di evangelici o di catechistici, gli risponderemo non ci avrà indotti a prendere posizione di incolpati in difesa, e che –anche a parte l’utilità di fare dispetto al filisteo in tutti i tempi rinascente- non abbiamo motivo di trattare come un’offesa l’affermazione che al nostro movimento, fin quando non ha trionfato nella realtà (che precede nel nostro metodo ogni ulteriore conquista della coscienza umana) può essere adeguata una mistica, e se si vuole un mito” (“La facile derisione”, 1959). Per meglio chiarire, la Sinistra non sta affermando che il nostro movimento ha bisogno di illusioni per andare avanti, perché avremmo capovolto il dettato di Marx, che stabilì esplicitamente che la rivoluzione proletaria “non può cominciare ad essere se stessa prima di aver liquidato ogni fede superstiziosa nel passato” (Marx, “Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte”, Ed. Riuniti, pag. 50). Allora la mistica di cui parla la Sinistra non ha nulla a che spartire con le fedi superstiziose di cui parla Marx. Sforziamoci allora, anche se da poveretti, di sciogliere questo enigma: la mistica non è fede superstiziosa ma è ciò che deriva dall’aver infranto i limiti dell’Io individuale, quelli discendenti dalla collocazione anagrafica, in rapporto non a vani sforzi cerebrali, ma ad opera di moti istintivi che prevalgono sulla sfera razionale e la superano. Il risultato di tale trasformazione radicale è la fusione tra il soggetto singolo e la Specie lungo tutto l’arco millenario nel suo cammino. L’adesione al Partito è dunque un fatto in cui la mistica svolge una parte tutt’altro che secondaria: “il proletario comunista aderisce al partito con un fatto di intuito e non di razionalismo”, per cui noi “abbiamo recentemente, con dialettica decisione, osato parlare apertamente di fatto «mistico» nella adesione al partito” (“L’«Estremismo», condanna dei futuri rinnegati”). Tutti i mistici, infatti, hanno sempre affermato che prima bisogna distruggere l’Io, e poi avviene il salto al di fuori della dimensione della realtà ordinaria. Si comprende allora anche l’altro enigma, quello per il quale la mistica finisce quando il nostro movimento si afferma nella realtà. Non significa che non avremo più bisogno di iniettarci nelle vene una qualsiasi eroina, perché la lotta rivoluzionaria non ha bisogno di stimoli artificiali, ma che la mistica cesserà di esistere da un lato perché l’esistenza della Comunità Umana la renderà superflua in quanto particolare operazione pratica rivolta al dissolvimento dell’Io individuale, dall’altro perché ciò che di essa resterà (ovvero la circolazione intuitiva delle informazioni e la risonanza automatica tra gli esseri umani) cesserà di essere un fenomeno misterioso e si risolverà in scienza positiva, in conoscenza delle interazioni psicofisiche che si verificano nella materia vivente.

15 “Sono un umorista, ma la legge mi prescrive di scrivere in tono serio. Sono un audace, ma la legge comanda che il mio stile sia moderato. Grigio su grigio, ecco l’unico colore autorizzato dalla libertà. Ogni goccia di rugiada nella quale si riflette il sole brilla in un gioco infinito di colori, ma il sole spirituale dovrebbe generare un solo colore, e cioè il colore ufficiale, senza tenere conto dei tanti individui, dei tanti oggetti nei quali l’uomo si riflette. La forma essenziale dello spirito è allegria, luce, e voi fate dell’ombra l’unica espressione che le corrisponde: dovrebbe andare vestita solo di nero, eppure tra i fiori non ce n’è alcuno che sia nero. La natura dello spirito è sempre ancora la verità, e quale natura gli date voi? La modestia. Solo lo straccione è modesto, dice Goethe; volete voi fare del vostro spirito uno straccione?” (K. Marx, “Osservazioni di un cittadino renano sulle recenti istruzioni per la censura in Prussica”, 1842). 16 “Struttura economica e sociale della Russia d’oggi”, XIX, “Impotenza della dialettica”.

17 Ibidem.

18 Ibidem.

19 “Pressione «razziale» del contadiname, pressione classista dei popoli colorati”, il programma comunista, 1953.

20 Non c’è ombra di individualismo o di anarchismo o di democratismo nella visione del Centralismo Organico che noi difendiamo e soprattutto non c’è nulla che sia in contraddizione con quello che il Partito ha sempre affermato. Se non si comprende che cosa significa l’affermazione del Partito secondo cui “gli ordini possono venire da tutte le parti”, siamo pronti a spiegarlo con una buona dose di pazienza a beneficio non certo dei falsificatori. Noi non abbiamo “teorizzato” un bel niente, infatti, ma ci siamo limitati, come al solito, a copiare quello che la Sinistra ha affermato e che è l’esatto contrario di ciò che i falsificatori vogliono farle dire. Copiamo allora, per l’ennesima volta: il fatto che nel Partito “nessuno comanda”, recitano i versetti della nostra Bibbia, “non vuol dire che non ci sono ordini, ma che questi combaciano col naturale modo di muoversi e di agire del partito, chiunque sia a darli” (“La continuità d’azione del Partito sul filo della tradizione della Sinistra”, il programma comunista, n.3, 1967). Risulta a questo modo chiarito il significato dell’affermazione secondo cui “gli ordini possono venire da qualsiasi parte”.

21 Premessa alle “Tesi dopo il ’45”, In difesa della continuità del programma comunista, pag. 129.

22 “Comment avoir un parti sans interdire quelque chose de temps à autres?” (Lettera a Dangeville, 28.8.1965). Non dice la lettera che “Qualcuno al Centro” ha statutariamente la prerogativa di interdire, non indica un soggetto, dice solo che ogni tanto nel Partito si deve pure vietare qualcosa, da chiunque il divieto provenga. E poi precisa che “il n’est pas grand mal si au centre quelqu’un a bu avant d’écrire les instructions. Le vrai mal est si chacun de la périphérie même sans boire se trace des instructions à son goût. Alors c’est l’anarchie. Sur cela la plus grande netteté! La ressource vitale est que la même instruction arrive partout. C’est bien simple“. A son goût, cioè a capocchia, ovvero prescindendo, nel tracciare le istruzioni, non dalla gerarchia, non dalle “stellette”, ma dal corpo di direttive cui tutti devono obbedire, e nel rispetto delle quali risiede il segreto che consente alla stessa istruzione di arrivare dappertutto.

23 Premessa alle “Tesi dopo il 1945” (“In difesa della continuità del programma comunista”, 1970, pag. 131).

24 Lenin, “Un passo avanti e due indietro”, pag. … .

25 Se la funzione degli organismi centrali nel 1921 era tale da tradursi in una disciplina ferrea e militare, lo era solo in quanto la lotta di classe era di fatto una guerra aperta : “la centralisation dans l’action […] doit être de fer, […] doit avoir un caractère militaire comme les structures de commandement d’une armée, la lutte de classe étant aujourd’hui de fait une guerre ouverte” (“Les abstentionnistes et la fraction communiste : la valeur de la discipline” Il Comunista n° 3, 1921).

26 “Tesi supplementari sul compito storico, l’azione e la struttura del partito comunista mondiale – aprile 1966”, Tesi n° 8, “In difesa della continuità del programma comunista”, pag. 186.

27 “Per la necessità stessa della sua azione organica, e per riuscire ad avere una funzione collettiva che superi e dimentichi ogni personalismo ed ogni individualismo, il partito deve distribuire i suoi membri fra le varie funzioni ed attività che formano la sua vita. L’avvicendarsi dei compagni in tali mansioni è un fatto naturale che non può essere guidato con regole analoghe a quelle delle carriere delle burocrazie borghesi”, ciò che implica da un lato che “la organicità del partito non esige affatto che ogni compagno veda la personificazione della forza partito in un altro compagno specificamente designato a trasmettere disposizioni che vengono dall’alto” e dall’altro il fatto, non meno importante, che “abusare dei formalismi di organizzazione senza una ragione vitale è stato e sarà sempre un difetto ed un pericolo sospetto e stupido” (“Tesi supplementari sul compito storico, l’azione e la struttura del partito comunista mondiale – aprile 1966”, Tesi n° 8, “In difesa della continuità del programma comunista”, pag. 186).

28 La rete di controllo elettromagnetica che avvolge ormai l’intero pianeta è esattamente sovrapponibile ad alcuni “deliri” degli schizofrenici, in cui il tema di una rete di controllo invisibile, che opera attraverso “fluidi” e “onde” variamente descritte, è una costante trans-individuale. A quanto pare quello che adesso è sotto gli occhi di tutti, i “pazzi” lo dicevano da oltre cinquant’anni. Vatti a fidare dell’”esperto” e dello psichiatra in particolare!

29 “La continuità d’azione del Partito sul filo della tradizione della Sinistra”, il programma comunista n. 5, 1967.

30 Ibidem.

31 “Tesi supplementari sul compito storico, l’azione e la struttura del partito comunista mondiale – aprile 1966”, (“In difesa della continuità del programma comunista”, pag. 186). Premessa alle “Tesi dopo il 1945” (“In difesa della continuità del programma comunista”, 1970, pag. 131).

32 Il riferimento ai pastori e all’éclatement del 1982 come ad un “dramma pastorale” non è casuale: il dramma pastorale infatti è tutt’uno con quello dell’uccisione del comunismo primitivo in Europa e in Asia per mano di popoli nomadi dediti alla pastorizia e di ceppo indoeuropeo, che schiacciarono e schiavizzarono i membri delle preesistenti formazioni sociali comunistiche, matriarcali e composte principalmente da cacciatori e raccoglitori e dediti ad una agricoltura primitiva (i Dravida in India, i popoli pelasgici in Europa, tra cui gli Etruschi, i Cretesi del periodo minoico, i Troiani e altri ancora, come il popolo pre-celtico della Dea Dana nel Centro dell’Europa). Secondo alcune ricerche (v. “Focus” n° 134, dicembre 2003) si tratterebbe del popolo dei Kurgan, che irruppe in Europa circa 6000 anni fa in Europa e in Oriente a partire dalle pianure del Volga. Questo popolo, il cui nome corrisponde a quello delle tombe a tumulo, distrusse i preesistenti aggregati sociali neolitici, che vengono descritti in questi termini: “Costruivano case rettangolari a più stanze, centri urbani anche di 200 mila m². Gli abitati non sorgevano fortificati su colline, ma presso i corsi d’acqua, a testimoniare che la guerra era molto rara, come la presenza di armi. In quella che l ’ antropologa Marija Gimbutas chiama la «Vecchia Europa» non esistevano classi sociali, figure rigide di capi e macroscopiche divisioni di ruoli tra i sessi. Si costruivano templi dedicati a divinità femminili […]. Secondo Gimbutas, su tutto vegliava il mito di una grande madre (raffigurata come dea uccello, dea serpente e dea della fertilità)”. L’eco di quel dramma lo troviamo –oltre che in Omero- anche e soprattutto nella tragedia greca, nell’Oresteia in particolare, in cui si riverbera lo sconvolgimento sociale e mentale del passaggio al patriarcato ed alla società divisa in classi, con la mostruosa inversione di valori che ne conseguì. E il simbolo del Buon Pastore, delle pecorelle smarrite, dell’Agnello di Dio e del Pastore-Vescovo, è un simbolo che nel cristianesimo ritroviamo poi all’opera, in forza della potente suggestione dei ricordi che esso racchiude, di suggellare tutte le successive servitù di classe, assieme alle altre due, fetide locuzioni pastoral-patriarcali da esso derivate: pecunia e patrimonio.

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