Punto n.28: l’autocritica

Nota redazionale: In altri tempi, in ambito religioso, si diceva che lo scopo della penitenza era quello di sanzionare il peccato, e non il povero peccatore, colpevole solo di non avere avuto la forza di rifiutare le tentazioni del maligno. Volendo fare un paragone, come le macchinazioni diaboliche, nelle varie teologie monoteiste, insidiano le anime di tutti i credenti, così pure l’ideologia borghese e i suoi modelli di vita, esercitano un condizionamento diffuso su tutti gli uomini e le donne che vivono nella società capitalistica. I soggetti più fragili e interiormente meno liberi, sono maggiormente condizionati dai modelli di pensiero e comportamento borghese.

Tali soggetti introducono nel partito questa debolezza, questa eteronomia dai condizionamenti sistemici, e dunque possono recitare, secondo la propria vocazione individuale, il copione del gregario o del capetto. Sono come posseduti dal malefico spirito della società borghese, e vanno dunque esorcizzati con la critica comunista. 

Il punto 28 ben chiarisce che sono tutti i membri del gruppo, in proporzione alle proprie diverse funzioni e responsabilità, a dover criticare la doppia condizione di gregario o di leader, in cui possono ritrovarsi uno o più compagni Nel Partito la critica degli errori è sempre la benvenuta”. In caso contrario, qualora nessun anticorpo dovesse attivarsi verso queste patologie della militanza, allora sarebbe tutto il gruppo ad essere responsabile della degenerazione della regolare e corretta prassi di vita interna ”Il Centralismo Organico riconosce che quando un singolo compagno sbaglia è il Partito nel suo insieme che sbaglia”

Non tutti i militanti posseggono le qualificazioni per svolgere le funzioni più importanti  per l’organismo partito, lo abbiamo scritto nel punto 27, tuttavia ogni militante ha il dovere di controllare ed eventualmente criticare il compagno che svolge una importante funzione tecnica, se ravvisa una sfasatura fra il programma comunista condiviso e accettato e l’operato di costui noi siamo comunisti perché non facciamo processi a nessuno, ma ci limitiamo a processare le posizioni politiche errate”.  Non ci sono gregari o capi nel partito, ci sono compagni che svolgono funzioni tecniche diverse, alcune indispensabili, altre accessorie, in ogni caso tutti sono legati al programma comune, tutti conoscono e condividono la teoria/ programma comunista. Il punto 28 esclude che i problemi e gli errori si risolvano con un autocritica dell’errante. La critica va rivolta all’errore, poiché se si è verificato un errore è responsabilità dell’intero gruppo, che non ha vigilato e impedito che qualcuno potesse sbagliare. Quando anche la critica dell’errore si rivelasse inefficace, benché  correttamente fondata sui testi marxisti, allora, ma solo allora, non resterebbe che la strada della separazione. Il vero partito, nonostante le scissioni, non può mai fuggire dalla sua anima rivoluzionaria,  perché essa non si separa mai da se stessa. L’essenza del partito è la sua anima rivoluzionaria, in un certo senso è ciò che definiamo la sua dirigenza impersonale.

Il vero leader/segretario è per noi una semplice sequenza vitale: esperienza/conoscenza/ programma/strategia/tattica. Comprenderete bene che è al marxismo che ci riferiamo. Input/elaborazione/output: cioè l’essenza della funzione tecnica che secondo le circostanze contingenti un certo compagno svolge, almeno fino a quando il suo operato collima con il programma comunista. Essa è una funzione centrale, proprio come è sempre stata l’intelligenza adattiva nella evoluzione e conservazione delle varie specie viventi. 

Dunque mentre nella filosofia  politica di Platone veniva auspicato il governo di un re filosofo,  per noi esiste già il re filosofo, egli non è una persona, ma una sequenza. Esperienza della lotta di classe, teoria, programma, azione. Sulla base di tale sequenza vitale si formano, all’interno del gruppo/partito gli organi necessari al suo funzionamento, essi sono i militanti che ricoprono dei ruoli volti allo svolgimento di determinate funzioni tecniche.

 

 

 

 

Punto n°28: l’autocritica

IL CAMPO DI APPLICAZIONE DELL’AUTOCRITICA ESCLUDE OGNI REGRESSIONE AL METODO FIDEISTICO E PIETISTICO DELLA PENITENZA E DEL MEA CULPA. Il Centralismo Organico riconosce che quando un singolo compagno sbaglia è il Partito nel suo insieme che sbaglia (1). Risulta quindi definitivamente esclusa la ricerca di “colpe” individuali e quindi anche il metodo dell’autocritica, che è tipico del terrorismo ideologico anti-partito di marca stalinista, degno erede a sua volta dei metodi della Santa Inquisizione (2). Nel Partito la critica degli errori è sempre la benvenuta, anche senza l’errore, mentre l’autocritica da parte dei militanti è sempre da proscrivere in quanto costituisce una critica che il singolo militante fa a sé stesso, quindi alla persona, al soggetto individuale. Non si dispiacciano quanti hanno in odio la «filosofia», ma apprendano una volta per tutte che autocritica è fare il processo a sé stessi e che noi siamo comunisti perché non facciamo processi a nessuno, ma ci limitiamo a processare le posizioni politiche errate, le contro-tesi. L’unica autocritica che ha diritto di cittadinanza tra di noi, pertanto, è quella della Rivoluzione (3) e del Partito (4): solo la Rivoluzione ed il suo Partito infatti, se si ragiona da materialisti, hanno il diritto ed il dovere di criticare sé stessi. Al motto borghese “indietro non si torna!”, autentica trascrizione in termini politici del procedere inesorabile dell’economia capitalista lungo il percorso obbligato delle periodiche ondate di follia iperproduttiva, cui la caduta tendenziale del saggio del profitto la costringe, opponiamo il nostro motto, secondo cui il proletariato ed il suo Partito devono sempre tornare indietro per riprendere il filo rosso della linea rivoluzionaria integrale nel punto in cui è stato di volta in volta spezzato e per poter quindi riprendere con rinnovato slancio il loro cammino. Che il richiamo alla “sana autocritica” da parte dei singoli militanti altro non sia che un vero e proprio rigurgito stalinista lo dimostra anche il modo assolutamente inusuale con cui i nostri contraddittori hanno reagito alle critiche: a corto di argomenti, essi hanno gridato infatti alla violazione della disciplina, asserendo addirittura che il presente documento non avrebbe mai dovuto essere neppure scritto in quanto ogni seria critica nei confronti del loro operato rappresenta una deprecabilissima dispersione di tempo ed energie, il che significa che la critica nei confronti degli organismi centrali è statutariamente proscritta, secondo la più pura tradizione istituita da Josif Vissarionovic. In secondo luogo essi hanno fatto ricorso ripetutamente ad un metodo infame ed anch’esso ben collaudato dai Vischinsky di sinistra memoria: quello della psichiatrizzazione del dissenso. Prima a proposito dell’attacco alle Torri Gemelle hanno parlato di “volantini dai toni paranoidi”, poi hanno ribadito che simili esternazioni corrono il rischio di far apparire i comunisti come dei “folli paranoici”, ed infine hanno addirittura affermato che noialtri “dissidenti” saremmo stati presi da un “delirio di onnipotenza”. Si badi bene: non hanno affermato che una particolare affermazione contenuta in queste pagine è falsa o antimarxista, catalogandola di conseguenza come un’affermazione “delirante” per un’eccesso di polemica, che può essere ancora tollerato. No: l’insieme delle proposizioni contenute in questo scritto sarebbe espressione di un “delirio di onnipotenza” indipendentemente da ogni disamina del loro effettivo contenuto. Come dire: “manifestare critiche verso i Sommi Duci è già di per sé una manifestazione di squilibrio mentale, anzi, peggio, è la manifestazione di una identificazione paranoica col Padreterno”. Perché solo l’Onnipotente può osare criticarci. E’ infatti comune nozione che i Migliori sono al di sopra dei comuni mortali. Se costoro si degnassero di usare un pizzico di logica si renderebbero subito conto di essere proprio loro ad identificarsi col Padreterno. Strano che non abbiano messo una bella conclusione sulle loro fortunatamente cartacee rampogne? “Non avremmo mai pensato che dei comunisti potessero fare affermazioni del genere. Che Dio vi perdoni per averlo fatto”. Sarebbe stata una degna conclusione.

1 Dato che “le fesserie non si risolvono marxisticamente addebitandole ad un autore, non hanno autore, devono solo non ripetersi”, bisogna necessariamente ammettere che “quando accadono fessi siam tutti e non prendiamo sul serio chi dice: avevo votato contro!” (Lettera a Maffi, Perrone e Ceglia, Napoli 30 settembre 1952).

2 “Altra lezione che sorge da episodi della vita della III Internazionale (nella nostra documentazione ripetutamente ricordati attraverso le coeve denunzie della Sinistra) è quella della vanità del «terrore ideologico», metodo disgraziato col quale si volle sostituire il naturale processo della diffusione della nostra dottrina attraverso l’incontro con le realtà bollenti nell’ambiente sociale, con una catechizzazione forzata di elementi recalcitranti e smarriti, per ragioni o più forti degli uomini e del partito o inerenti ad una imperfetta evoluzione del partito stesso, umiliandoli e mortificandoli in congressi pubblici anche al nemico, se pure fossero stati esponenti e dirigenti della nostra azione in episodi di portata politica e storica. Si costumò di costringere tali elementi (per lo più ponendo a loro scelta il riavere o meno posizioni importanti nell’ingranaggio della organizzazione) ad una pubblica confessione dei loro errori, imitando così il metodo fideistico e pietistico della penitenza e del mea culpa. Per tale via veramente filistea e degna della morale borghese, mai nessun membro del partito diventò migliore né il partito pose rimedio alla minaccia della sua decadenza. Nel partito rivoluzionario, in pieno sviluppo verso la vittoria, le ubbidienze sono spontanee e totali ma non cieche e forzate, e la disciplina centrale, come illustrato nelle tesi e nella documentazione che le appoggia, vale un’armonia perfetta delle funzioni e della azione della base e del centro, né può essere sostituita da esercitazioni burocratiche di un volontarismo antimarxista. L’importanza di questo punto nella giusta comprensione del centralismo organico si rileva dal tremendo ricordo delle confessioni cui furono ridotti grandi capi rivoluzionari, poi uccisi nelle purghe di Stalin, e delle inutili autocritiche cui furono piegati sotto il ricatto di essere espulsi dal partito ed infamati come venduti ai suoi nemici: infamie ed assurdità mai sanate dal metodo non meno bigotto e non meno borghese delle «riabilitazioni». L’abuso progressivo di tali metodi non fa che segnare la sciagurata strada del trionfo dell’ultima ondata dell’opportunismo”. (“Tesi supplementari sul compito storico, l’azione e la struttura del partito comunista mondiale – aprile 1966”, in “In difesa della continuità del programma comunista”, pag. 185).

3 “Le rivoluzioni proletarie […] criticano continuamente se stesse; interrompono ad ogni istante il loro proprio corso; ritornano su ciò che sembrava cosa compiuta per ricominciare daccapo; si fanno beffe in modo spietato e senza riguardi delle mezze misure, delle debolezze e delle miserie dei loro primi tentativi” (Marx, “Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte”, Ed. Riuniti, 1980, pag. 19).

4 “Una feroce autocritica ha distinto tutti i partiti che attraversano il vero periodo di fecondità rivoluzionaria ed espansione di potenza” (“Il pericolo opportunista e l’Internazionale”, L’Unità, 30 settembre 1925).

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