AUTUNNO “TIEPIDO”, poche e sporadiche lotte

Le lotte sindacali continuano in questo “tiepido” autunno nel quale la crisi
economica mondiale si inasprisce. Ma la loro intensità non è tale da
preoccupare la borghesia, impegnata a tenere assieme le sue forti interne
forze centrifughe e ricomporre una compagine governativa che le transiti
fuori dalle secche di questo anno di profonda stagnazione economica.

Non si contano ormai più le vertenze per chiusure aziendali di grandi gruppi
industriali giacenti sui tavoli del ministero del lavoro e che impegnano i
sindacati in interminabili ed infruttuose trattative dall’esito
puntualmente disastroso per i lavoratori.

Il parziale successo dello sciopero di fine ottobre 2019, che ha avuto adesioni a macchia di leopardo, organizzato da
SGB CUB SI Cobas e Usi Cit, conferma ancora una volta l’estrema debolezza
del fronte di lotta proletario in Italia e mette in evidenza le divisioni
tra settori proletari,  alla quale contribuiscono sia la strategia dei
sindacati maggiormente rappresentativi Cgil Cisl e Uil sia le
contrapposizioni fra organizzazioni sindacali di base USB Sl COBAS SGB CUB.

Siamo purtroppo ancora lontani dal realizzarsi delle condizioni minime per
cui il partito comunista rivoluzionario possa esercitare il suo ruolo di avanguardia
trasformando le lotte economiche in lotta politica.

“Eppure tutto questo aggeggio [inganno democratico ] ha sedotto molti nel campo operaio, che sono caduti in confusioni pietose con il sindacalismo di classe” citazione da “Il corporativismo è bipolare” pubblicato in Battaglia Comunista n. 6, 9-16 febbraio 1949.

Ieri

Dal tempo fascista si è fatto gran discorrere di
“corporativismo”, di sistemi di rappresentanza delle professioni
e degli interessi sociali, di organi dello Stato fondati su questo
criterio. È interessante che dopo caduto il fascismo quei gruppi stessi
che nel succedergli si atteggiarono a seppellitori e distruttori di ogni
sua vestigia, ritornano tuttavia con insistenza alla richiesta di
continuare a ricostruire molti degli organi di quel sistema sociale come i
Consigli del lavoro e della economia. Il corporativismo e la repubblica delle professioni non li avevano certo
inventati i fascisti, ed oltre a costituire antichissime idee e modelli
storici o utopistici di società, in epoca recente, e con la confluenza di
tendenze spurie ma talvolta vivaci del movimento proletario, erano stati
elevati a programma, prima che nella Carta del lavoro di Mussolini (che
per lo meno come stesura di pezzo letterario sovrasta di molto le
stenterellesche articolazioni della attuale carta costituzionale
postfascista), dai dannunziani, per non citar che un esempio tra tanti,
della costituzione del Carnaro. Questi statuti del tempo moderno basati sulla classificazione per figura
sociale del cittadino sono fatti risalire a torto marcissimo alle
tradizioni del corporativismo medioevale con cui nulla hanno di comune. Le corporazioni del Medioevo inquadravano artigiani che davano tutti il
proprio contributo anche materiale alla produzione, sia pure alcuni – più
provetti, più intelligenti o semplicemente di maggiore età – quali capi di
piccole aziende, gli altri come apprendisti o garzoni o aiutanti del
maestro. Estranei a questo inquadramento si svolgevano gli ordini della
nobiltà e del clero, non fondati su un apporto alla vita economica e
all’attività produttiva, ma sulla nascita e il grado militare o
ecclesiastico. La Chiesa e le fraterie, come la cavalleria e
l’aristocrazia, non erano corporazioni parallele ed opposte a quelle
artigiane, e il peso stesso del loro sfruttamento economico non era sulle
spalle della classe artigiana ma soprattutto su quelle dei lavoratori
della terra, servi e privi di diritto anche corporativo, privi di
“stato”. Era dunque quello dei secoli di mezzo un corporativismo
uniclassista, non interclassista, in quanto la classe dei datori di lavoro
non esisteva come elemento decisivo del regime. Lo potremmo dire
corporativismo monopolare, contrapposto a quello bipolare che si va
determinando in regime di salariato.

Oggi

Il regime borghese liberale, e anche ripeterlo le mille volte è utile, negò
e superò sotto la spinta delle nuove prorompenti forze produttive e degli
interessi dei capitalisti ogni divisione dell’agglomerato sociale in
caste non solo ma anche in ordine a diversa disciplina giuridica. Proclamò
la legge uguale per tutti, nobili o plebei, chierici o laici, costruì la
figura, quanto mai fittizia, del cittadino atomo sociale con un egual
legame per tutti all’impalcato statale, e mascherò sotto questa serie
di poderose balle un nuovo, peggiore, più costruttore di miseria, dominio
di classe. Resasi inarrestabile la organizzazione degli interessi economici dei nuovi
sfruttati, gli operai salariati, la legge come altra volta rammentavamo, dovette ammettere il principio sindacale, che si estese a tutte le
categorie e finalmente divenne arma degli stessi gruppi capitalistici. Il modernissimo tipo di ordinamento che non solo vuole riconoscere ma
introdurre costituzionalmente nello Stato questi organismi associativi è
un prodotto originale del mondo capitalistico e non ha nulla a vedere col
ritorno alle corporazioni. Questo corporativismo capitalistico è bipolare, esso vede di fronte due
strati, due facce dell’economia possibili solo nel mondo moderno, i
datori di lavoro e i lavoratori, i prestatori d’opera, quelli a cui
nulla è dato possedere oltre la loro attitudine a produrre. Esso non
organizza le persone dei cittadini classificati per ordine professionale o
categoria e ceto sociale, ma organizza gli interessi che nell’economia
borghese non sono più persone fisiche singole, ma forze che tendono a
divenire anonime. Gli “immortali principii” borghesi del 1789, se vengono ancora
una volta convinti della loro vuotaggine filosofica, non sono traditi in
quanto avevano al loro proclamarsi di sostanzialmente rivoluzionario e
quindi di antimedioevale: datore di lavoro, operaio, funzionario o
professionista si diventa, non si nasce, a tenore dei codici. Se non abbiamo creduto al trucco dell’arma che gli ingenui borghesi
avrebbero dato ai loro dipendenti col meccanismo democratico – sono molto
più numerosi gli elettori proletari che quelli possidenti, stendano la
mano e avranno pacificamente il potere – ancora meno ci può sfuggire dove
sta la magagna in quello totalitario e corporativo. Gli operai, diciamola
maccheronicamente, votano per quanti sono, e anzi votano per tutti loro i
capi sindacali – i padroni votano per “il volume di interessi
economici” che rappresentano nelle loro aziende, ossia per quanti
operai hanno, e per un tanto di più che corrisponde al capitale fisso
oltre alla massa salari… Eppure tutto questo aggeggio ha sedotto molti nel campo operaio, che sono
caduti in confusioni pietose col sindacalismo di classe, con le varie
costruzioni economistiche e quindi monche della organizzazione e della
lotta rivoluzionaria come la rete dei consigli d’azienda, perfino coi
Soviet della Rivoluzione Russa di Ottobre, dimenticando che questi
ridiventavano – ma anche qui non è il Medioevo che riemerge… per tutti
gli dei! – monopolari, ossia il padrone di azienda non vi compariva un bel
cavolo né contato per il numero dei suoi lavoratori né per il fesso
giuridico che è tutto solo. Tutto questo sembra tanto semplice e chiaro eppure vediamo un grande
arrabattamento per tale rappresentanza degli interessi di categoria che
tutti i contemporanei soloni sono disposti ad ammettere. Il dissenso tra corporativisti rossi e bianchi nel mettere giù questa copia
peggiorata e scorretta della carta fascista sta in punti secondari, se i
consiglieri li deve designare lo Stato tra i suoi funzionari, i sindacati
tra i loro, o un’ennesima consultazione e fessificazione di corpi
elettori “alla base”. Si tratta invece di un processo sostanziale del modo di ordinarsi del
regime capitalistico che con questi inquadramenti coatti tende alla
soppressione dei sindacati autonomi e all’abolizione dello sciopero,
di cui i sinistri da veri gonzi vogliono nella costituzione quella
evidente premessa che è – vedi Mussolini – il divieto della serrata. La questione delle rivendicazioni, in sede di leggi costituzionali per gli
organi economici dello Stato, vale quella per la Suprema Corte
Costituzionale – più in alto resta solo il buon dio. Anche qui vaghe richieste che sia “designata democraticamente”
senza capire che si tratta di una magistratura e quindi della forma più
squisitamente conservativa che possa darsi, strumento diretto della classe
al potere con facoltà di distruggere perfino ogni espressione dei corpi
“elettivi” delle stesse combines dei vari partiti, fin quando ci
saranno. Per conto nostro… Le “battaglie” dei partiti “della classe operaia”
valgono tutte lo stesso: siano condotte colla fine distinzione di
Terracini che con la trivialità scurrile di Di Vittorio.

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