Acciaieria Arcelor-Mittal ex Ilva di Taranto.

 

Difendere gli operai, i proletari, l’ambiente, la vita umana.

 

Esaminiamo la questione Ex Ilva di Taranto da un punto di vista marxista. La critica dell’economia politica è la chiave di lettura che ci permette di affermare che la produzione capitalistica è basata sullo sfruttamento del lavoro vivo e l’appropriazione di plus-lavoro (quota di lavoro non retribuito), sulla distruzione di lavoro umano (feriti e morti sul lavoro) e sull’inquinamento e la devastazione ambientale.

All’interno di questo sistema si contrappongono due classi sociali: borghesia e proletariato. Per poter sopravvivere il proletariato è costretto a sottoporsi allo sfruttamento del lavoro salariato dato che l’altra classe, la borghesia, minoritaria e parassita, detiene la proprietà dei mezzi di produzione. Solo lo scontro tra le classi contrapposte, l’elevarsi del proletariato a classe dominante  determinerà il superamento del sistema capitalista borghese e la fine di ogni sfruttamento.

Da quando fu costruita, l’attuale Arcelor-Mittal ex Ilva di Taranto, ha prodotto profitti, morte e devastazione ambientale. Si sa che nel sistema capitalista di produzione il capitale investito deve valorizzarsi, estraendo plus-valore dal lavoro vivo (sfruttamento del lavoro umano associato al macchinario). Anche se ciò provoca inquinamento ambientale e morti sul lavoro: essi sono considerati il naturale corollario della valorizzazione del capitale, sono i fenomeni di distruzione di cui il capitale è causa e di cui ha bisogno per poter continuare il suo ciclo.

I sindacati istituzionali, Cgil Cisl e Uil hanno sempre concluso accordi a perdere per gli operai, abbassando la testa di fronte al ricatto occupazionale, accettando la nocività e pericolosità delle lavorazioni e una certa percentuale di morti in fabbrica e nei quartieri limitrofi come se questi fossero un lieve effetto collaterale, da sopportare per portare a casa il pane quotidiano.

I sindacati di base, Usb, Cub-Sgb, Si-cobas, pur proponendo lo strumento della lotta accanto a quello della contrattazione, pur rivendicando la difesa delle condizioni della classe operaia, vedono la soluzione all’attuale crisi del polo siderurgico italiano nell’acquisizione da parte dello Stato della proprietà dell’ex-Ilva e negli investimenti per il risanamento e rilancio dell’azienda sul mercato.

Ma che cos’è lo Stato borghese e quale funzione ricopre nel sistema capitalistico di produzione? Esso non è altro che il comitato d’affari della borghesia, ministri segretari e sottosegretari predispongono le regole entro le quali avviene lo sfruttamento della classe operaia e l’estorsione di plus lavoro, determinano le normative e disposizioni di legge che garantiscono il massimo dei profitti (regole del mercato del lavoro).

L’ex-Ilva ha già un lungo trascorso di azienda statalizzata.

La fabbrica nasce nel 1905 fondata da un gruppo privato già attivo nel settore dell’estrazione mineraria sfruttando le agevolazioni programmate con una legge speciale per il Risorgimento economico dell’aria di Napoli (legge di luglio 1904). Si sviluppa nel corso della prima guerra mondiale grazie alle ingenti commesse belliche divenendo il più grande impianto del
meridione d’Italia. Nel 1918 il finanziere Massimo Bondi acquista la piena proprietà estromettendo gli altri soci ma a causa della concorrenza americana nel settore dell’acciaio nel 1921 l’azienda presenta la sua prima crisi, che comporterà la sua acquisizione da parte di alcune banche (Banca commerciale italiana e Credito Italiano). Con lo scoppio della crisi finanziaria del 1929 lo Stato italiano deve intervenire a salvare le banche che avevano acquisito l’Ilva e nel 1934 acquisisce l’impianto stesso. Come possiamo vedere lo Stato già allora come oggi intervenne nel salvataggio delle banche in crisi. C’è da rammentare che allora (e lo fu per molti anni), tutta la siderurgia era statale da Piombino a Bagnoli, da Cornigliano a Portoferraio.

Nel 1934 la proprietà dell’impianto diviene pertanto IRI, seguono una serie di passaggi societari sempre pubblici fino ad arrivare al 1995, quando all’interno dei piani di dismissioni da parte dello Stato, l’impianto viene acquisito dal gruppo Riva. L’operazione di vendita dell’impianto desta notevoli polemiche anche perché fin da subito i nuovi proprietari instaurano un clima di terrore
all’interno dell’impianto. Si verifica qui uno dei primi casi di mobbing con la creazione della famosa palazzina LAF, locale vuoto senza strumenti di lavoro, dove venivano portati i lavoratori non disciplinati, che dovevano trascorrere tutto il tempo di lavoro senza svolgere nessun attività.
Nel 2012 per reati ambientali ed inquinamento la procura di Taranto sequestra, senza facoltà d’uso, gli impianti e lo Stato è costretto ad indire una gara internazionale per l’acquisto dell’acciaieria.
Nel 2018 arriva Arcelor-Mittal, società franco-indiana.

Oggi, la nazionalizzazione dell’ex-Ilva di Taranto non metterebbe al riparo l’azienda dalla concorrenza internazionale, che ha le sue regole, quelle del sistema capitalistico. La produzione di acciai speciali (i famosi laminati di Taranto) sono impiegati specialmente nell’industria dell’auto e in quella degli elettrodomestici, entrambi settori in crisi di sovrapproduzione a livello internazionale. Altri Paesi producono lo stesso tipo di acciaio (da sola la Cina produce il 50% della produzione mondiale) e le quote di mercato possono solo essere spartite tra pescecani capitalisti, vince il più forte cioè chi lo produce con tecnologie più avanzate e al miglior costo.

La soluzione oggi alla vicenda Arcelor-Mittal è la difesa immediata e intransigente delle condizioni di vita del proletariato. Quindi la rivendicazione del salario garantito a tutti i lavoratori e la chiusura dell’impianto: non si può accettare in nessun caso lo scambio tra lavoro e salute.

La situazione attuale dell’ex-Ilva di Taranto ricorda quella degli anni 70 e seguenti del secolo scorso dell’impianto chimico per la produzione di CVM a Porto Marghera (Venezia). Allora i proletari si batterono per la difesa del posto di lavoro e per la continuità della produzione, anche quando, dopo alcuni anni fu palese a tutti il collegamento diretto tra l’insorgenza dei tumori e produzione nociva di CVM. La conclusione della vicenda fu il progressivo smantellamento del polo chimico ormai obsoleto e il trasferimento delle produzioni nei paesi a sviluppo capitalistico più arretrato, dove erano minori i costi di produzione e inesistenti le norme sulla sicurezza in fabbrica e ambientale.

Oggi per le stesse ragioni Arcelor-Mittal acquisisce impianti siderurgici in India abbandonando l’obsleto impianto di Taranto.

Solo l’abbattimento del sistema capitalistico di produzione, la presa del potere, la dittatura del proletariato, renderà possibile la fine dello sfruttamento del lavoro umano, le malattie e le morti sul lavoro, la distruzione dell’ambiente.

Solo nella società comunista la produzione non risponderà più alla legge del profitto e saranno attuabili queste rivendicazioni:

 

a) “Disinvestimento dei capitali”, ossia destinazione di una parte assai minore del prodotto a beni strumentali e non di consumo.

b) “Elevamento dei costi di produzione” per poter dare, fino a che vi è salario mercato e moneta, più alte paghe per meno tempo di lavoro.

c) “Drastica riduzione della giornata di lavoro” almeno alla metà delle ore attuali, assorbendo disoccupazione e attività antisociali.

(RIUNIONE DI FORLÌ, 28 DICEMBRE 1952 II. Il programma rivoluzionario immediato).

 

Aggiungiamo una nota sugli investimenti per la bonifica del sito che tanto stanno a cuore agli ambientalisti di tutte le stagioni.

Gli investimenti per la bonifica del sito in questione e di qualsiasi altro vanno intesi dentro la logica di valorizzazione del capitale: chi li propone quale soluzione al problema dell’inquinamento ambientale mente sapendo di mentire perché non esiste un capitale investito che non debba trasformarsi in profitto quindi tali investimenti (a carico dello Stato, che lo addosserà al proletariato  o a carico della proprietà privata) potrebbero realmente realizzarsi sono nel caso in cui dessero origine a nuove fonti di estrazione di plus-valore, di profitti, in un tempo “ragionevole” per la valorizzazione dei capitali impiegati.

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