Il percorso della conoscenza dall’età dell’oro all’attuale età dell’acciaio.

Noi non conosciamo che una sola scienza: la scienza della storia”                                                        

 (K. Marx, F. Engels, L’Ideologia tedesca)

“Il materialismo dialettico non ha più bisogno di una filosofia che stia al di sopra delle scienze. Tutto ciò che resta, dell’intera filosofia che fino ad oggi si è avuta, è la dottrina del pensiero e delle sue leggi: la logica formale e la dialettica. Tutto il resto passa nella scienza positiva della natura e della storia”.

(F. Engels, Dialettica della natura)

“Una esatta rappresentazione dell’universo, del suo sviluppo e di quello dell’umanità, così come del riflesso di tale sviluppo nella testa degli uomini, può essere costruita soltanto per via dialettica con continuo riguardo alla vicenda generale del divenire e del trapassare, alle trasformazioni che procedono innanzi o indietro”.

(Amadeo Bordiga, Appunti sulla teoria della conoscenza, 1926-27)

La specie umana, fin dalla sua apparizione nella forma dei primi ominidi, poi con                 l’ homo neanderthaliensis, infine con l’ homo sapiens ha sviluppato, osservando ciò che lo circondava, forme di conoscenza dapprima elementari, poi sempre più complesse fino ad arrivare, con l’epoca contemporanea, ad una forma conoscitiva scientifica della quale il materialismo dialettico è la forma più avanzata.  Inoltre, con l’aumentare della complessità della struttura sociale, all’interno della stessa forma sociale potevano coesistere diverse forme di conoscenza: quella maggioritaria –corrispondente al modo di produzione dominante- ed altre minoritarie, legate a forme sociali precedenti o prefiguranti forme sociali superiori. In questo arco di tempo (più di 300.000 anni) la conoscenza, come dicevamo, ha assunto varie forme: intuitiva, animismo, forme diverse di religione, filosofia, scienza (di cui la scienza della storia, per noi, è la scienza per eccellenza).

Le forme di conoscenza precedenti il razionalismo non vanno considerate meno valide della scienza ufficiale odierna in quanto, in molti casi, sono state in grado di pervenire ad acquisizioni notevoli, prefigurando forme dialettiche di analisi. Infatti, “Gli uomini hanno pensato dialetticamente molto tempo prima di sapere che cosa fosse la dialettica, proprio nello stesso modo che parlavano in prosa molto tempo prima che esistesse la parola prosa. Alla legge della negazione della negazione, che opera inconsciamente nella natura e nella storia, e, sino a quando non venga finalmente riconosciuta, opera inconsciamente anche nella nostra testa, Hegel ha soltanto dato per la prima volta una formulazione netta.  (F. Engels, Antidhuring).

Amadeo ha dato del militante comunista la definizione che tutti ricordiamo, ma che deve essere assimilata fino in fondo: il militante comunista “vede e confonde se stesso lungo tutto l’arco millenario che lega l’ancestrale uomo tribale, lottatore con le belve, al membro della comunità futura, fraterna nell’armonia gioiosa dell’uomo sociale”. (P.C.Int.le, Considerazioni sull’organica attività di partito quando la situazione generale è storicamente sfavorevole, il programma comunista n.2, 1965).

La frase è bella, ma non è stata scritta per uno sfizio estetico o letterario. E’ bella perché è vera.  La Sinistra non va considerata in modo letterario ma in modo letterale.

Dunque, il militante comunista, in relazione con un arco storico che si snoda attraverso i millenni, anzitutto vede sè stesso. Ma in quali episodi, in quali figure, in quali campi di forze riconosce il suo proprio operare?

Nella esaltazione dionisiaca delle baccanti o nella successiva normalizzazione democratica ellenica? Nel “cristianesimo” delle martiri gnostiche o in quello della patristica? Nella rivolta di Spartaco con le croci drizzate da Crasso lungo la via Appia? Nella resistenza e nel martirio della scienza pagana di una Ipazia di fronte alla neonata dittatura oscurantista della Chiesa di Roma? Nel movimento di emancipazione sessuale e femminile -oltre che sociale- delle streghe, culminato poi nella grande esplosione magico-alchimistica del Rinascimento (con l’Inquisizione di Santa Madre Chiesa, che mise al rogo i rappresentanti di entrambi gli scomodi eventi)?

Il sentimento comunista ci dà una risposta immediata, che è quella dettata dall’istintodi classe. Ma la ragione, affittata al campo di forze che emana dalla borghesia, si affretta a trasformare quel sentimento in un vago e vacuo sentimentalismo, rendendolo del tutto impotente come strumento di conoscenza.

Noi, pertanto, non ci chiniamo su questi movimenti e sulla loro storia con lo stato d’animo di chi, arrivando dopo, sa già tutto e guarda con commiserazione e sufficienza agli esperimenti falliti, alle speranze andate a male ed ai sogni spezzati; con l’attitudine di chi si limita ad elargire un po’ di pelosa carità  a questi poveretti della storia, a questi pezzenti che non ebbero il potere di realizzare le loro aspirazioni; di chi considera, di conseguenza, il loro lascito come un cumulo senza senso di balordaggini e di superstizioni; di chi, in definitiva, aderisce senza riserve all’ideologia borghese illuminista che dettò, attraverso la penna di Voltaire, quelle codifiche infami: è costui, infatti, che nel Dizionario filosofico osserva sbrigativamenteche “la filosofia ha guarito gli uomini dalla credenza nelle streghe, insegnando ai giudici chegli imbecilli non vanno arsi vivi.

 Attraverso la penna di Voltaire si venne a consumare il secondo atto della stessa tragedia: le vittime della grande ecatombe furono infatti sottoposte dalla superstizione razionalistica ad una vera e propria operazione di esorcismo intellettuale destinata, nelle intenzioni di chi la recitò e delle forze sociali che gliela commissionarono, a cancellare persino il ricordo di coloro che già furono fisicamente annientati dall’Inquisizione. Il lavoro di quest’ultima, quindi, non era affatto terminato, ma si limitava a proseguire in un’altra forma.

Noi ci accostiamo, al contrario, a tali movimenti con lo stato d’animo di chi riconosce in quella serie di tentativi, la preistoria del Partito Comunista e della sua forma di conoscenza, ovvero l’esplodere, nei momenti di brusca svolta della storia delle società di classe, di dottrine che esprimevano, sia pure in forma immatura, l’aspirazione ad una società senza classi, ed in cui d’altra parte rivivevano e rifiorivano le dottrine antichissime del comunismo primitivo, espressione di una conoscenza superiore rispetto alla conoscenza ordinaria delle società di classe e di individui, superiore nel senso di una conoscenza che sa andare oltre le apparenze.

La definizione del militante del comunismo data da Amadeo è ingiuntiva in quanto afferma non solo che egli deve “vedere se stesso” nella storia millenaria delle società di classe, ma anche che quel “riconoscersi” non è nulla e non vale nulla se egli simultaneamente non “confonde se stesso” con tutta quella serie di figure, che si presenta ad un primo sguardo come un informe conglomerato di “relitti della storia”, data la montagna di calunnie e di insulti sotto cui sono state sepolte dagli “addetti culturali” al soldo delle classi dominanti.

Noi siamo comunisti solo a condizione di confonderci con tutta questa schiera di pezzenti, ciarlatani e criminali che la “storia” delle classi dominanti ha coperto di infamia.                   E “confondersi” è un termine molto più forte ed impegnativo: significa fondersi con”, e non lascia pertanto nessuna possibilità di prendere le distanze.

Da questo ne discende che non è dunque condivisibile il concetto secondo cui, nell’accezione comune, volgare e ideologica della borghesia e dei “sinistri”, mistica equivale a confusione, a indistinzione di soggetto e oggetto.

Il termine “confusione”, nel senso che abbiamo appena chiarito, è un termine che deve essere assolutamente difeso e rivendicato da parte nostra. Mentre il dualismo che supporta qualsiasi distinzione soggetto/oggetto è, al contrario, un retaggio ideologico borghese per il quale non possiamo e non dobbiamo nutrire alcuna affezione: che ci si aggrappino pure i relitti di questa società in putrefazione!

Noi, viceversa, in quanto militanti della rivoluzione comunista, stiamo proprio dalla parte dell’“indistinzione di soggetto e oggetto” in quanto riconosciamo il soggetto e l’oggetto come attributi variabili di segmenti del tutto intercambiabili della stessa storia naturale, che non conosce né “signori della terra”“re del creato” e che conoscerà domani i “signori senza schiavi” della società senza classi.

Mistica equivale dunque a confusione nell’accezione nostra, materialistico-dialettica della mistica, e non in quella volgare e ideologica, che è propria delle attuali classi dominanti. Soltanto se, come purtroppo accade, si scambia la “confusione” con il           “fare d’ogni erba un fascio” e con la classica “notte in cui tutte le vacche sono nere”, si giunge al punto di storcere la bocca, ritenendo di avere di fronte una tendenza “morbosa” del   pensiero borghese decadente.

Il punto è troppo importante: aprire i nostri testi è dunque indispensabile. Nella società comunista “lo storico dialogato tra l’Io e il Tu non si scioglie più come sempre ha fatto nella storia con l’assoggettamento di uno dei due, ma nemmeno con il loro equilibrio e la loro equipollenza in una società di produttori liberi, una democrazia mercantile, o se volete «democrazia popolare», vana ideologia piccolo-borghese. Il dialogato si risolve dopo la vittoria del comunismo proletario colla confusione dei due personaggi tradizionali nell’unica realtà dell’Uomo Sociale.

 (P.C.Int.le, Contenuto originale del programma comunista è l’annullamento della persona singola come soggetto economico, titolare di diritti e attore della storia umana,  il programma comunista, nn. 21-22, 1958, ora in “La teoria marxista della conoscenza”, vol. I, pp. 175-199).

Il vantaggio del comunismo primitivo, secondo Engels, è costituito dal fatto che l’umanità dominasse non già la natura, ma la sua propria attività produttiva e riproduttiva, dunque le proprie essenziali “attività vitali”.

Se è corretta l’affermazione secondo cui nel Comunismo delle origini, pur non essendo raggiunto il dominio umano sulle forze naturali, la comune essenza umana era tuttavia in contatto con sé medesima, col proprio nucleo pulsionale, e quindi controllava la sfera delle proprie attività vitali, va ribadito che ciò poteva avvenire proprioin forza dell’assenza della  “distinzione razionale di soggetto e oggetto”.

Allora è altrettanto certo che la confusione tra l’Io e il Tu troverà nel Comunismo superiore le condizioni della sua resurrezione.

Esso non costituirà infatti una semplice restaurazione della mistica delle origini, secondo i sogni e le nostalgie tipici dei movimenti reazionari, ma non conserverà neppure il ricordo di quella distinzione ossificata di soggetto e oggetto che tutto è fuorché dialettica, e la cui eternizzazione costituisce il sogno dei movimenti conformisti.

No, non avremo una restaurazione, ma una resurrezione della mistica delle origini, ossia una sua rinascita su un piano più elevato, nel cui raggiungimento si condensa il superamento della perdita della comune essenza umana lungo il ciclo millenario delle società di classe.

Il termine “con-fusione”, peraltro, è altamente “carico” dal punto di vista dell’elettricità sociale. Ci ricorda anche che la conoscenza presuppone la confusione, ossia la ridiscussione delle “verità” legittimamente costituite e fatte proprie da quel “senso comune” che, come affermava Hegel, è altra cosa rispetto al “buon senso”.

La successione delle forme di produzione e delle corrispondenti forme di conoscenza non procede in modo lineare dunque ma in modo complesso con salti in avanti, ritorni indietro, irruzioni del futuro, rigurgiti del passato.

La successione storica degli apparati conoscitivi della Specie

 Alcune osservazioni supplementari devono essere fatte a proposito del succedersi dei differenti apparati conoscitivi nelle varie epoche della storia.

 Se è vero che “la società capitalistica, specie allo stadio di oggi, presenta l’apparato più fetente che la conoscenza umana abbia mai posseduto per muoversi”  (P.C.Int.le, Sodoma e Gomorra, rapporto orale alla R.G. di Firenze, 19 febbraio 1960.),  risulta chiaramente affermata la tesi secondo cui l’apparato conoscitivo dei primitivi, con le sue “enunciazioni […] assolutamente ingenue, basate sulla stregoneria” (Ibidem) è comunque qualitativamente superiore, nonostante la sua rudimentalità, a quello di cui dispone oggi il capitalismo.

Se poi vogliamo essere più precisi nella valutazione comparativa dei differenti apparati conoscitivi -dunque scientifici- succedutisi nella storia, dovremmo soffermarci su quest’altro passaggio, in cui Amadeo, riferendosi alla possibilità di “avere una scienza completa a disposizione dell’umanità, che esprima quel tale risultato utile di tutte le epoche passate, di cui Marx parla” (Ibidem), non solo nega che lo si possa chiedere all’attuale scienza borghese, (A. Bordiga, I fattori di razza e nazione nella teoria marxista, Iskra, 1976, pag. 19.) ma addirittura, postulando che dagli apparati scientifici presenti e passati noi “dobbiamo attingere, ma con sospetto” (P.C.Int.le, Sodoma e Gomorra, rapporto orale alla R.G. di Firenze, 19 febbraio 1960.), enuncia la tesi secondo cui “il sospetto è tanto maggiore quanto più l’epoca storica è vicina a noi” (Ibidem)

Ciò significa che storicamente gli strumenti ed apparati conoscitivi della specie hanno subito un processo di avanzamento sul terreno puramente quantitativo (mole crescente di dati raccolti, tecniche più sofisticate d’indagine, in relazione alle quali le enunciazioni dei primitivi sono sicuramente “ingenue”), ma nello stesso tempo un processo di continua, inesorabile regressione sul terreno qualitativo, quanto cioè a potenza, a capacità di sondare la realtà.

L’apparato conoscitivo si è comportato proprio come uno strumento, su cui si sono stratificate via via differenti funzioni (nel caso in esame, quella di diffondere ideologie, e quindi di occultare la realtà dei fatti) che, essendo del tutto opposte rispetto a quella a cui esso era originariamente destinato, lo hanno reso progressivamente inadatto a svolgerla.

In conclusione: la magia dei primitivi non solo costituisce, a differenza di ciò che la superstizione illuministica e razionalista borghese ci ha voluto far credere, la primaforma dellascienza tecnica (A. Bordiga, I fattori di razza e nazione nella teoria marxista, Iskra, 1976, pag. 57.); ossia, “una scienza sperimentale, anche se piuttosto diversa, sicuramente da quelle che l’insegnamento universitario conosce sotto questa denominazione”, ma anche una forma della scienza tecnica meritevole di tutto il nostro rispetto e di tutta la nostra ammirazione.

L’apparato conoscitivo che in essa si trova configurato, infatti, è qualitativamente superiore non solo all’attuale apparato scientifico borghese, ma a tutti quelli che si sono via via succeduti nella storia del mondo civile, in un ciclo di progressivo e inarrestabile deterioramento, culminante nell’odierno vacuum scientifico, ovvero nell’«età oscura» della “decadente e venale scienza ufficiale del periodo attuale”.    (Ibidem, pag. 19.)

E’ accaduto che, allontanandosi dal proprio nucleo emozionale, l’umanità ha perduto sempre più la capacità di percepire e di sondare il mondo circostante. Perché quel nucleo è il cuore stesso del processo conoscitivo.

La teoria critica comunista, che è scienza, “non è una passione del cervello, ma il cervello della passione; essa non è un bisturi ma un’arma. Il suo oggetto è il suo nemico che essa non vuole confutare bensì annientare. Infatti lo spirito di quelle condizioni è già confutato(K. Marx, Per la critica della filosofia del diritto di Hegel )

La scienza, dunque, è sì opera del cervello, ma esso può produrla solo funzionando come organo effettore di tutto un mondo di passioni, solo agendo come un docile strumento del cuore.

Nel processo di deterioramento qualitativo degli apparati conoscitivi che si sono via via succeduti dobbiamo inoltre riconoscere il riflesso inevitabile del processo di decadimento delle forme sociali di produzione storicamente avvicendatesi, decadimento che va inteso nel senso della sempre più profonda estraniazione dell’uomo dalla sua propria natura umana che si verifica ad ogni giro in avanti della ruota della storia.

“La specie umana nelle sue forme storiche sociali percorre un cammino […] dallo stato animale in oltre. Le banali concezioni delle ideologie dominanti vedono in questo cammino una ascesa continua e costante;il marxismo non condivide questa visione, e definisce una serie di alternanti salite e discese, intermezzate da violente crisi” (P.C.Int.le, I caratteri della società comunista e la natura borghese di ogni economia mercantile, monetaria e di salariato, il programma comunista, nn. 15-18, 1959, ora in “La teoria marxista della conoscenza” vol.I, pag. 223.)

Il marxismo dunque non condivide, dando completamente ragione a Giacomo Leopardi, la tesi borghese delle “magnifiche sorti e progressive”, fatta propria anche da socialdemocratici   e stalinisti.

Al contrario, analizzando nel suo movimento d’insieme la serie delle “alternanti salite e discese”, la nostra dottrina stabilisce con sicurezza che il senso generale del percorso è in discesa, va dalla luce all’ombra e dall’ombra alle tenebre della più nera putrefazione: “Noi riconosciamo necessario che si passasse dalla luce del primo generoso comunismo senza merci all’ombra della società feudale, e alla fogna puzzolente della civiltà borghese, per procedere oltre”. (P.C.Int.le, Il Marxismo dei Cacagli, Battaglia comunista, n.8, 1952, ora in A. Bordiga, Imprese economiche di Pantalone, Iskra, 1982, pag. 8-9.)

E’ una novità, questa tesi della traiettoria discendente delle successive forme sociali di produzione fino a giungere alla situazione devastante in cui siamo oggi immersi? Un apporto originale del “pensatore solitario” Amadeo Bordiga? Niente affatto.

La tesi è già stata scolpita fin dall’inizio nella nostra dottrina e precisamente alle “Forme economiche precapitalistiche”, redatte da Karl Marx, di cui diamo qui di seguito l’estratto che ci interessa:

“E’ per ciò che l’ingenuo mondo antico, da una parte, appare più elevato [rispetto al mondo dell’economia politica borghese]. D’altra parte esso presenta questa superiorità dovunque si consideri una forma, una figura, chiuse e una determinata limitazione. Esso è soddisfazione, da un punto di vista limitato. Laddove il mondo moderno lascia insoddisfatti; e quando appare di se stesso soddisfatto, allora esso è triviale”   (K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, Opere complete, vol. XXIX, pag. 421.)

Ma l’homo capitalisticus, il quale non smette di meravigliarci per la sua unilateralità, purtroppo è sempre contento di sé, ed è perciò che la sua sicumera ci offende a cagione della sua intrinseca trivialità.

Il pre-capitalismo dunque, in quanto versatilità, “è la soddisfazione”, e in tal senso è qualitativamente superiore (ovvero è “più elevato”) rispetto al capitalismo; ma lo è “da un punto di vista limitato”, ossia entro limiti ristretti dal punto di vista quantitativo.

L’aristocrazia è sinonimo di “cannibalismo” per dirla col socialista russo  Herzen, in quanto è godimento per pochi, che si nutrono delle carni livide di masse ridotte in uno stato subumano; nel  pre-capitalismo pertanto “ci si imbatte di rado in personalità sviluppate, ma esse sono sviluppate in ogni direzione, senza spalliere né siepi” (A. Herzen, Passato e pensieri, Mondadori, 1970, pag. 38.); al contrario, la democrazia capitalista è l’insoddisfazione universale, in quanto neppure i membri delle classi dominanti, irrigiditi nella loro unilateralità, si godono la vita.

Il Comunismo di Specie toglierà il capitalismo in quanto insoddisfazione universale, ma lo farà dialetticamente, ossia conservandone “la perla preziosa”(K. Marx, Lettera al padre a Treviri, 10.11.1837, Opere complete, vol. I, pag. 14.)  della enormemente accresciuta tecnologia e dell’avvenuta unificazione del globo terrestre, che –alla faccia degli anti-global– ne costituisce il risultato quantitativo storicamente utile. 

Secondo un’opinione corrente, basata su una lettura superficiale del testo di Engels           “Il socialismo dall’utopia alla scienza”, la preistoria del Partito sarebbe rappresentata dagli utopisti collocati a cavallo tra il secolo XVIII ed il XIX, i quali in effetti rappresentano, sul piano ideologico, la prima, rudimentale reazione alla brutalità del capitalismo nascente da parte di una classe operaia essa stessa ancora informe ed elementare, ma non per questo sono “volgari” e rappresentano il primo, informe vagito del Partito nascente, la prima, burrascosa avvisaglia del Comunismo di Specie.

A correggere questa visione limitata e riduttiva ci ha pensato Amadeo, quando ha posto nella stessa sfera, preistorica ma luminosa, “le Città del Sole, le Utopie e le        Icarie”,  (P.C.Int.le, Esploratori  nel  domani, Battaglia comunista, n.6, 20 marzo-3 aprile 1952, ora in A.Bordiga, “Drammi gialli e sinistri della moderna decadenza sociale”, Iskra, 1978, pag. 158.),  includendo tra i “sognatori della fiammante Utopia”  (Ibidem,   pag. 157), appartenenti alla “prima ed inferiore forma di socialismo” (Ibidem), e dunque tra i nostri antenati, non solo l’ottocentesco Cabet, ma anche Tommaso Moro e Tommaso Campanella.

E, infatti, quando la Sinistra si riferisce ai “tre colossi Saint Simon, Fourier ed Owen”,li definisce -in opposizione a quelli che, come Moro e Campanella, li hanno preceduti di almeno tre secoli – “utopisti recenti”. (Ibidem, pag. 161.)

 E qui l’opinione corrente non può evitare di fare un balzo sulla sedia e di esclamare: “che cosa c’entrano con noi Moro e Campanella, che operarono ancor prima che il capitalismo nascesse, dato che l’esperimento borghese dei Comuni era già tramontato senza essere riuscito a far nascere, sulle rovine del feudalesimo, un nuovo assetto sociale     e, quindi, senza aver dato vita al proletariato moderno?”.

C’entrano, eccome, perché il Comunismo precede di millenni il Capitalismo, perché non ne rappresenta affatto l’appendice, sia pure conflittuale, perché non è assolutamente riducibile ad “un pollone prepotente del tronco capitalistico”    (P.C.Int., Sorda ad alti messaggi la Civiltà dei «quiz», il programma comunista, n.1, 1956, ora in “La teoria marxista della conoscenza”, vol. II, pag. 513.);   al contrario, le sue armi critiche si forgiarono molto tempo prima che vedesse la luce il nemico cui sono destinate.

L’estensione della nostra tradizione, che attraverso i millenni affonda le sue radici nell’antipreistoria, dimostra esattamente il contrario di quanto l’opinione comune ritiene, e cioè il fatto, solo in apparenza paradossale, che il Capitalismo è un sottoprodotto ed un’appendice del Comunismo.

Il Capitalismo è effimero, il Comunismo è “eterno” come la Specie Umana. Quest’ultima, infatti, ha dovuto compiere il cammino doloroso dell’estraniazione totale, dell’estraniazione spinta fino in fondo ossia fino alla estrema forma-Capitale per poter ricominciare ad essere se stessa in forma totale, vale a dire per ritornare a sé nella pienezza del suo essere.

Il fatto è che, sia pure in forma rudimentale e limitata, il Comunismo esisteva su questo pianeta prima della violenta sottomissione della donna al pater familias e della concomitante (o immediatamente successiva) divisione della società in classi.

Amadeo non a caso parla del Partito come dell’“organo eterno della specie umana”: le nostre esposizioni, si afferma ad esempio nella “Struttura”, “nulla inventano o scoprono, ma solo ripropongono il materiale storico, dotazione del movimento anonimo ed eterno, nei quadri e nei cicli precisi del suo sviluppo”, (“Struttura economica e sociale della Russia d’oggi”, Par. “Abbasso il disarmo!”, pag. 23.)

e dalle “Tesi di Napoli” (1965) abbiamo inoltre appreso che esso non morirà con l’estinzione dello Stato e della politica, arnesi senza significato nel Mondo Unificato della società senza classi: abbiamo appreso, infatti, che si estinguerà il suo carattere di partito politico, di partito contrapposto ad altri partiti in cui si esprimono gli interessi di altre classi, certamente, ma che esso continuerà a vivere in quanto “organo che non lotta contro altri partiti ma che svolge la difesa della specie umana contro i pericoli della natura fisica e dei suoi processi evolutivi e probabilmente anche catastrofici” (P.C.Int., Tesi di Napoli, in “In difesa della continuità del programma comunista”, Punto 11, Ed. il programma comunista.)

Il concetto, tuttavia, era stato già formulato nel 1961 in “Origine e funzione della forma partito”, in cui si afferma perentoriamente che “il partito non scompare mai”. (P.C.Int., Origine e funzione della forma partito, il programma comunista, 1961.)

Ed anche stava scritto nel “Gracidamento della prassi” (1953) che “il partito in tutto questo corso si potenzia sempre più ed in un certo senso non sparisce mai, anche dopo la sparizione delle classi, poiché diviene l’organo di studio e organizzazione della lotta tra la specie umana e le condizioni naturali”.

Qui vogliamo mettere in rilievo l’altro lato dell’eternità del partito, il concetto cioè che esso non è mai nato, che è tutt’uno con la specie umana e ne condivide il cammino plurisecolare attraverso l’eclissi in cui siamo tuttora immersi, che è insieme una lunga e ininterrotta eclissi della Specie ed un’interrotta eclissi del Partito.

L’una vive in ricordi, miti e speranze, l’altro tiene desti quei ricordi, spiega quei miti, alimenta e sostiene quelle speranze lungo tutto il ciclo con una capacità di fare luce che dipende dal grado dell’evoluzione generale; ma la sua esistenza è comunque carsica, cioè sotterranea (il che significa ctonia, catacombale, immersa nelle viscere di quel sottosuolo sociale in cui sopravvivono come dèmoni gli dei sconfitti ed i re che non poterono regnare), con improvvise “eruzioni”, che si verificano quando l’atmosfera sociale si ionizza e che quella eclissi interrompono.

Si è anche scritto spesso che l’occultismo fiorisce nelle epoche di discordia politica o filosofica: è proprio in tali epoche, in effetti, che le scintille scoccano tra i reofori della nostra dialettica, generate dal moto delle classi contrapposte.

Dalle catacombe protocristiane fino alle fogne di Varsavia 1944, passando attraverso il mito di Agharti(o Agarttha), “un mondo sotterraneo, le cui ramificazioni si estenderebbero dappertutto, sotto i continenti ed anche sotto gli oceani, e per mezzo del quale si stabilirebbero invisibili comunicazioni fra tutte le regioni della terra” ed in cui si nasconde il centro supremo durante l’età oscura, il sottosuolo sociale appare, infatti, costantemente popolato da forze occulte e innervato da messaggi sovversivi: sotto terra, infatti, tornano a connettersi ed a comunicare tra loro tutte le parti del mondo che in superficie sono state separate.

Si tratta peraltro di un mito universale: l’Agarttha degli indù, di cui riferì Saint-Yves d’Alveydre (“Mission de l’Inde”, 1910) è, infatti, l’Agharti dei mongoli, di cui ci parla Ossendowski (“Bêtes, Hommes, Dieux”, 1924), ma anche la Shambhala dei tibetani, il Regno del prete Gianni, cui facevano riferimento nel medioevo gli europei occidentali; ed è anche la Belovodia dei siberiani di Altaj.

Simbolicamente si tratta della conoscenza che l’umanità ha perso e che rimane nascosta, attendendo di emergere alla superficie.

Il “fiume sotterraneo”, infine, riaffiora in superficie nell’Europa capitalisticamente matura del XX secolo. Esso è, infatti, quell’Acheronte che, nel 1918-‘19, ruppe gli argini in Germania e in Ungheria: quando il proletariato rivoluzionario fece irruzione alla superficie della società civile, Rosa Luxemburg, per salutare la Rivoluzione comunista che si era risvegliata, disse appunto che “l’Acheronte si è messo in movimento”.  (R. Luxemburg, L’Acheronte si è messo in movimento, Die Rote Fahne, 27 novembre 1918, in AA.VV., Rosa Luxemburg vive e inediti di Rosa Luxemburg, Jaka Book, pag. 201.   Anche nel continente nuovo non mancarono “eruzioni” notevoli

Il partito è la “parte” da cui noi stiamo schierati, una “parte” che contiene il Tutto, e solo perciò ha diritto di dirsi “comunista”. 

Noi definiamo il Partito come non-nato anche in rapporto al programma genetico ed evolutivo della Specie umana, in cui esso è inscritto a caratteri indelebili.

Se la rottura rivoluzionaria, che il proletariato opererà, rappresenta la modalità attraverso cui la Specie afferma il proprio istinto di autoconservazione, ribellandosi ad un modo di vivere -quello dell’homo capitalisticus-, che rappresenta il non plus ultra della possibile estraniazione e che è così radicalmente in contrasto col programma biologico della Specie da divenire, oltre un certo limite, incompatibile con la sua stessa sopravvivenza, il comunismo è evidentemente non-nato anche e soprattutto nel senso che è innato alla Specie umana.

La Specie, infatti, non è una colonia indifferenziata di coralli ma una totalità differenziata, internamente articolata ed organicamente interconnessa nelle sue parti costitutive, che non esistono se non in funzione del loro reciproco rapporto.

Gli esseri umani, quindi, sono stati posti dalla stessa biologia come “tanti adjutores, vicini, fratelli”.  (A. Bordiga, I fattori di razza e nazione nella teoria marxista, Iskra, 1976, pag. 27.)

Nella plurimillenaria storia della specie umana, le società di classe occupano un periodo infinitesimale tra il comunismo delle origini e il comunismo superiore di specie.

Nel corso di questa storia, la conoscenza umana delle società di classe si è andata sempre più parcellizzando, adattandosi alle esigenze della produzione (essa stessa sempre più parcellizzata). Nelle società pre-capitaliste la scienza era ancora sostanzialmente unificata; nel capitalismo essa è estremamente frammentata ed inoltre presenta aspetti che si contrappongono fra loro (si pensi alla fisica per fare un solo esempio).

Dunque, in questa società non manca la scienza, ma è una scienza particolare, ultra-parcellizzata. Anche nel campo specifico delle scienze cosiddette “naturali”, la conoscenza è stata frammentata per meglio aderire alle necessità della produzione. Manca dunque la visione globale che indichi cosa razionalmente farsene di tutte le scoperte scientifiche. Inoltre, la logica che la guida non è scientifica e razionale ma, ovviamente, economica. Qualcuno potrebbe obiettare che la scienza nell’ultimo secolo ha fatto progressi inimmaginabili. In realtà, non si comprende quanto poco si sia progredito rispetto alle enormi potenzialità reali. E poi, di quale progresso scientifico si tratta?

Per fare pochi esempi: si clonano organismi animali che replicano all’infinito quei caratteri utili alla produzione ma poi si deve combattere la debolezza di questi organismi con trattamenti medici massicci che poi assumiamo, alimentandoci; si assembla DNA di tabacco con quello di topo, per superare l’assuefazione indotta dalla chimica dei pesticidi nei parassiti che infestano la pianta; si progettano automobili sempre più potenti che stanno ferme la maggior parte del tempo e che, quando si muovono, sono condannate nelle città a viaggiare meno velocemente di una bicicletta e che fanno direttamente ogni anno 500.000 morti (senza contare i morti per inquinamento). Solo oggi vengono fabbricate auto meno inquinanti non certo per amore della natura ma perché oggi possono finalmente assicurare profitti adeguati.  Alla logica mercantile non interessa se l’irrazionale ed inquinante circolazione automobilistica (che da sola esprime benissimo la demenza, l’attitudine dissipativa e l’irrazionalità del sistema) provoca un aumento del tasso di anidride carbonica nell’atmosfera terrestre e conseguente surriscaldamento del pianeta con tutto ciò che drammaticamente ne consegue. La medicina si è ridotta ad un catalogo di malattie correlato ad un catalogo di farmaci che cambia a seconda dei profitti che si ricavano dalla loro vendita. Del resto, un numero crescente di giovani si ammala di cancro e sono in aumento i casi di leucemie infantili derivanti da ciò che si mangia, dall’aria che si respira e da un inquinamento ambientale generalizzato.

Questo è il “progresso” che ormai può offrire il capitalismo; è come se, per fabbricare un unico fiammifero, si abbattesse un intero albero. Non solo, il 90% di ciò che si produce è inutile quando non è dannoso.

Questa società, inoltre, è incapace di utilizzare correttamente anche le conoscenze scientifiche ormai socialmente acquisite. Quello che fa è distruttivo, il rimedio alle devastazioni che vengono prodotte è peggiore del male ed inoltre ciò che non si accorda alla sua logica demenziale viene soppresso. Al tempo dei “Lumi” la scienza aveva ancora una sua logica che potremmo definire razionale. Oggi, in una società che è affetta da grave e terminale patologia sociale (tanto più pericolosa, quanto più le potenzialità scientifiche e tecniche sono enormi), la scienza non è solo asservita al potere ed alla logica del profitto ma non è strutturalmente in grado di riconoscere meritevole di indagine tutto ciò che non si accordi immediatamente con le esigenze della produzione e con un sapere accademico cristallizzato. Non è inutile ricordare, inoltre, che la scienza accademica, quando si è pronunciata, ha regolarmente sbagliato le previsioni non solamente su ciò che sarebbe accaduto ma anche su ciò che invece non si sarebbe dovuto verificare. Stendiamo un velo pietoso sulle cosiddette “scienze sociali” le cui previsioni sull’evoluzione della società, anche a breve termine, sono regolarmente e clamorosamente smentite dai fatti.

Inoltre, non appena una nuova scoperta o invenzione mette in discussione l’attuale ordinamento sociale (sia dal punto di vista economico, sia da quello politico ma, anche più semplicemente, da quello dei rapporti di potere consolidati nel mondo accademico), immediatamente si mette in moto il meccanismo per eliminare il “corpo estraneo” dalla società. Ciò è valido anche per un singolo inventore o ricercatore che si avventuri su questo pericoloso terreno.  In prima istanza si vedrà rifiutare il brevetto con la motivazione che la sua invenzione viola (apparentemente) qualche legge della fisica. In seconda istanza           –se il brevetto fosse incontestabilmente valido- l’inventore si vedrebbe offrire un assegno sostanzioso per cedere la sua invenzione che poi sarebbe distrutta. In caso di ostinato rifiuto, farebbe una brutta fine, sperimentando personalmente il cambiamento di stato della materia. Naturalmente, non sempre è necessario arrivare a tanto; normalmente basta il silenzio, la derisione e la disinformazione. Per fare solo due esempi: Tesla e Reich ne sanno qualche cosa.

Lo stesso Galileo si lamentava del fatto che nessuno avesse voluto guardare nel suo cannocchiale e si narra che prese un cane che passava e lo pose davanti all’oculare dicendo: “potrò dire che almeno un cane ha guardato attraverso il mio cannocchiale”.

Non comprendeva pienamente che non era in discussione solamente una visione del cosmo ma la stabilità stessa dell’ordine costituito. Giordano Bruno aveva già fatto, ben più drammaticamente, la stessa esperienza. Nel capitalismo nella sua fase terminale questo modus operandi è divenuto pletorico.

Quanto alla cosiddetta “ricerca scientifica”, essa è completamente assoggettata agli imperativi economici sia strutturali, come è ovvio, ma anche contingenti. Nell’uomo fare e sapere sono, generalmente, coincidenti con la differenza sostanziale che l’“homo oeconomicus” traduce questa unione dialettica in qualche cosa di totalmente triviale che chiama, senza vergognarsene, “ricerca sperimentale”. Molto spesso lo scienziato procede in modo casuale per vedere se trova qualche cosa (in particolare un finanziamento che gli garantisca un buon guadagno) stando ben attento a non uscire dal seminato. Quanti cattedratici sono disposti a rischiare il loro lauto stipendio o la loro reputazione -faticosamente conquistata a prezzo di molteplici compromessi- per sostenere teorie normalmente non accettate? Ci si trova di fronte a chiusure contrassegnate da una superficialità liquidatoria e da un’ignoranza veramente notevoli anche in presenza di prove schiaccianti che mettono in discussione le loro miserabili certezze accademiche. Questi signori non sono diversi dagli inquisitori che non vollero guardare attraverso il cannocchiale di Galileo. Quelli che si oppongono a costoro (e che, in genere, sono fuori dalle accademie di cui, forse, vorrebbero far parte) lo fanno utilizzando un approccio metafisico anche peggiore. L’approccio corretto non sta nel mezzo ma sta altrove; lontano da una scienza che vaneggia sulla “falsificabilità” delle teorie scientifiche -dimostrando quanto sia “debole” il suo pensiero- e da una “scienza alternativa” che di scientifico ha ben poco e che, per capire qualche cosa, sconfina nell’antiscienza.

Se una nave fa acqua da tutte le parti, è irrilevante stare a prua o a poppa; parimenti irrilevante è anche stare in plancia di comando. Occorre stare su un’altra nave in grado di solcare sicura gli oceani.

In ogni caso, ai fatti non interessa di essere in accordo con questa o quella teoria più o meno scientifica e seguitano a verificarsi a dispetto di ciò che pensano questi signori; sia nella società (sconfessando puntualmente le loro previsioni), sia nella natura (dove si verificano, incontrovertibilmente, fenomeni che non sanno o non vogliono spiegare).      Del resto, per rendersi conto dell’atteggiamento antiscientifico degli accademici, basta leggere quello che scrivono quando debbono contestare qualche teoria scomoda; dopo aver letto le loro critiche, che a volte sconfinano nel ridicolo, ci si convince senza sforzo della correttezza di ciò che contestano.

L’unico atteggiamento corretto è quello classico galileiano per muoversi attraverso il “tenebroso labirinto” che era il mondo -secondo Galileo- per coloro che non erano in grado di decifrarlo con l’aiuto del linguaggio dei matematici. Se un fenomeno esiste lo si indaga e se al momento non si trova una spiegazione non è detto che non la si trovi successivamente. La scienza non è democratica e, per dirla con Galileo:

“In questioni di scienza, l’autorità di mille non vale l’umile ragionare di un singolo

Tutto il resto sono inutili chiacchiere accademiche.

Tutto quello che ha a che fare con teorie scientifiche e con tecnologie innovative (per fare un solo esempio nella produzione di energia) una volta, non tanto tempo fa, veniva negato. Ma a volte i fatti sono talmente evidenti che non possono essere semplicemente negati. Quindi se ne parla ma si arriva al massimo (da parte dei soliti democratici e  sinistri assortiti), a parlare di interessi economici che agiscono in tal senso, lasciando intendere che sia possibile, in questo sistema, una storia diversa. Vogliono un capitalismo che non funzioni come il capitalismo; è la fase suprema dell’idealismo.

Non si tratta semplicemente di brama di profitto; è il normale funzionamento del capitalismo e non ci si può fare nulla. Se qualcuna di queste tecnologie si accorda -ad un certo punto del ciclo economico capitalista- con la logica mercantile essa viene usata (sempre molto tempo dopo la fase ideativa) ma può produrre effetti anche peggiori; basti pensare al fotovoltaico che sottrae terreni all’agricoltura, essendo molto più redditizio usare i terreni per alloggiare i pannelli solari. Analogamente per i combustibili vegetali destinati ad alimentare i motori a combustione interna. La legge della rendita non ammette deroghe. Si potrebbero, a tale proposito, portare numerosi altri esempi. L’ottuso ecologista questo non lo può comprendere e ad ogni fallimento trae nuova forza come un novello Anteo per proporre altre soluzioni egualmente fallimentari.    Attendiamo l’Ercole proletario.

Nelle società pre-capitaliste veniva usata la scienza e la tecnologia disponibile nel migliore dei modi: le strade e gli acquedotti romani (mirabili opere di idraulica); i templi greci e le grandi costruzioni in genere dell’antichità classica; le costruzioni egizie, azteche e maya; le cattedrali medievali ecc. Oggi, con ciò che la società ha a disposizione, non solo si potrebbero fare opere eccezionali e risolvere quasi ogni problema in ogni campo, cosa che non viene fatta, ma la conoscenza viene usata, oltre che per il mantenimento dello     status-quo, anche per ostacolare lo stesso progresso scientifico. Le forze produttive sono sviluppate molto oltre la capacità dei rapporti di produzione di contenerle. Nella fase attuale, il capitalismo è arrivato a un punto tale che si autonega e implode su se stesso. Si tratta solo di dargli sepoltura.

La vicenda concernente l’attuale pandemia, mostra con evidenza come la società capitalista non sia in grado di affrontare, con un minimo di logica, emergenze di questa natura che sono destinate a ripetersi e ad aggravarsi perché la logica del capitale è                     esclusivamente la sua auto-valorizzazione e non la salvaguardia della specie umana.                                            La diatriba vaxnovax, inoltre, offre la possibilità di fare alcune considerazioni.              Ogni volta che si effettua un’analisi non bisogna mai dimenticare di usare la dialettica. La totalità delle analisi correnti, anche quelle di matrice “marxista”, invece usano una metodologia scientifica positivista e non dialettica. Sostenere, in questo caso, che è in atto un complotto per favorire le industrie farmaceutiche e per aumentare il controllo poliziesco sui dominati, è semplicistico, poiché la violenza latente o cinetica viene costantemente utilizzata dal capitale contro il proletariato al fine di scongiurare l’inevitabilità del processo rivoluzionario. In una società di specie il pericolo di pandemia sarebbe stata risolta presto e bene con la prevenzione cioè con un corretto rapporto uomo-natura. In questa società la classe dominante naviga a vista, dovendo salvaguardare le esigenze della produzione, non far crollare i profitti, arginare la diffusione del COVID 19, controllare il malcontento sociale in primis del proletariato. Tutto ciò con effetti catastrofici. E’ chiaro che la classe dominante ne ha approfittato per aumentare il controllo sociale ma questo è un epifenomeno inevitabile e non va confuso con i fenomeni strutturali.

La scienza non è neutrale, ovviamente, ma è asservita al capitale. Questo non significa che debba essere rifiutata in blocco a favore di una “scienza proletaria” -che non esiste- che si deve contrapporre alla “scienza borghese”.

“Se prendiamo il caso della medicina, vediamo che anche il suo oggetto non è un dato naturale. In realtà, sia l’uomo che le sue malattie sono in larga misura determinati da tutto il complesso delle sue condizioni di vita. Ciò è vero anche per le malattie infettive, nella misura in cui il modo di reagire dell’organismo a questo o quell’agente patogeno (microbo, virus, ecc.) dipende dall’insieme del suo stato e dal suo grado maggiore o minore di equilibrio. Così, la proliferazione di nuove malattie può certo provenire da modificazioni dei microrganismi patogeni, ma è indubbio che deriva anche da una modificazione delle difese dell’organismo stesso.” (Marxismo e scienza borghese, Il Programma Comunista nn. 21-22, 1968)

“Sarebbe un errore credere che ciò che impedisce alla medicina di prevenire i mali e la riduce a cercare di guarirli sia una «insufficienza scientifica» o una «incapacità tecnica». Il problema non è scientifico ma sociale: la medicina è incapace di prevenire perché le condizioni di vita dei lavoratori sono già determinate dalle esigenze della produzione capitalistica, sulle quali la medicina non ha nessuna presa. Solo quando il tasso di morbilità minaccia la produzione di capitale, lo stesso capitale orienta la medicina nel senso della prevenzione (il caso delle malattie infettive a carattere epidemico). Ma in genere, la tendenza «naturale» della medicina (e dei giovani medici illusi) alla prevenzione, si infrange contro le ferree esigenze del capitale.” (ibidem) 

Sarebbe facilissimo dare mille altri esempi dell’orientamento imposto dal capitalismo alla ricerca medica anche nel campo terapeutico. Una gran parte degli sforzi è dedicata ad abbreviare la durata delle malattie affinché il lavoratore torni rapidamente alla produzione (gli antibiotici, per esempio) a rischio di lasciarlo mal guarito o addirittura scassato da un «rimedio da cavallo», cosicché un secondo specifico dovrà lottare contro i nefasti effetti del primo. Ma senza entrare nei particolari delle contraddizioni in cui si agita la medicina borghese, possiamo in generale dire questo: il capitalismo ha bisogno di lavoratori in grado di essere sfruttati, ma questo stesso sfruttamento li rovina. Ecco la contraddizione in cui la medicina è schiacciata sotto il capitalismo e che la determina completamente.” (Ibidem)

Non si tratta dunque di appoggiare o criticare le proteste novax ma di analizzarle correttamente e di rendere edotti i proletari della realtà delle cose anche per evitare che la borghesia usi la situazione che si è creata nei luoghi preposti alla schiavitù salariata per aumentare il dispotismo di fabbrica; questo in nome non della libertà del singolo ma dell’interesse collettivo del proletariato. Per quanto riguarda i “sinistri” di ogni tipo, il discorso non cambia; non capiscono che al Capitale non interessa instaurare una fantomatica “dittatura sanitaria” ma perpetuare il suo dominio e avrebbe fatto volentieri a meno della pandemia che ha dato un duro colpo all’economia mercantile.

Non si tratta de essere vax o novax ma di essere contro il capitalismo. Tutto il resto sono chiacchiere inutili da cretini di sinistra.

Concludendo:

“Il pensiero teorico di ogni epoca, quindi anche della nostra, è un prodotto storico, che assume in differenti tempi forme assai diverse e con un contenuto assai diverso. La scienza del pensiero è perciò, come tutte le altre, una scienza storica, la scienza dello sviluppo storico del pensiero umano. E ciò è importante anche per l’applicazione pratica del pensiero ai campi empirici. In primo luogo, la teoria delle leggi del pensiero non è affatto una “verità eterna” fatta una volta per tutte, come il senso dei filistei immagina quando si pronuncia la parola “logica” (…) La dialettica, invero, è stata fino ad oggi indagata profondamente soltanto da due pensatori, da Aristotele e da Hegel. Proprio la dialettica però è per la scienza naturale odierna la forma di pensiero più importante, perché essa sola offre le analogie, e con ciò i metodi d’interpretazione, per i processi di sviluppo che hanno luogo nella natura, i nessi generali, i passaggi da un campo di ricerca a un altro” (F. Engels: Dialettica della Natura).

“La società futura non chiede nessun materiale all’infame società presente, e non considera patrimonio umano la pretesa scienza positiva costruita dalla rivoluzione borghese, che per noi è una scienza di classe da distruggere e rimpiazzare pezzo per pezzo, non diversamente dalle religioni e dalle scolastiche delle precedenti forme di produzione: In modo totalmente rivoluzionario abbiamo edificato la scienza della vita della società e del suo sbocco futuro. Quando questa opera della mente umana sarà perfetta e non potrà esserlo se non dopo l’uccisione del capitalismo, della sua civiltà, delle sue scuole, della sua scienza, e della sua tecnologia da ladroni, l’uomo potrà per la prima volta scrivere anche la scienza e la storia della natura fisica e conoscere i grandi problemi della vita dell’universo”

(Tesi di Napoli, 1965).

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Febbraio 2022 

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