Politiche economiche europee, lavoro, sfruttamento

Politiche economiche europee in materia di lavoro

 

Il plusvalore generato nel processo di produzione dal capitale anticipato C, cioè la valorizzazione del valore di capitale C anticipato, si presenta in un primo momento come eccedenza del valore del prodotto sulla somma dei valori degli elementi della sua produzione.

Il capitale C si scinde in due parti, una somma di denaro (c) spesa per mezzi di produzione, e un’altra somma di denaro (v) spesa per forza-lavoro; (c) rappresenta la parte di valore trasformata in capitale costante, (v) quella trasformata in capitale variabile.

Marx, Il capitale: Libro primo, sezione terza, capitolo sette.

 

Introduzione

 

Il termine ‘economia sociale di mercato‘ riecheggia in un recente documento elaborato da uno dei vari centri istituzionali europei: o è un termine malato che allude a una realtà inesistente, oppure molto semplicemente rimanda a una volontà politica, la volontà di attenuare con misure dirigistiche di stampo economico-legislativo il disastro sociale diffusosi a macchia d’olio con la crisi. In questo lavoro teorico citeremo spesso i testi prodotti dalla tecnocrazia europea, sono testi dal sapore vagamente illuminista e riformista, in cui è prefigurata una via d’intervento e di soluzione al problema disoccupazione. Siamo al punto in cui la tecnocrazia non nega più la gravità del problema sociale della povertà, delle disuguaglianze e della mancanza di lavoro, ma anzi parte da esse per proporre delle soluzioni economiche, previa deliberazione legislativa nelle opportune sedi, miranti al loro presunto superamento. Quando poi andiamo a leggere con un minimo d’attenzione critica il contenuto delle misure e dei progetti messi in cantiere, scopriamo invece che esso si adatta perfettamente all’interesse aziendalista, in altre parole alla soluzione del problema della migliore redditività del capitale investito (senza troppe distinzioni fra capitale aziendale e capitale finanziario-speculativo). La tecnocrazia borghese europea giustifica tale impostazione con una semplice equazione economica: il benessere sociale, in altre parole il lavoro e l’occupazione, sono una variabile dipendente dalla crescita economica, la quale, a sua volta, dipende dagli investimenti di capitale (ma la possibilità di attirare investimenti, in ultima istanza, è collegata al grado di redditività ottenibile dal rapporto fra utile d’esercizio e capitale proprio, cioè dal rapporto fra costi e ricavi aziendali). Da bravi marxisti involontari i nostri tecnocrati sanno che in ultima analisi è il lavoro umano (cioè il costo del lavoro), il fattore produttivo su cui è decisivo e vitale intervenire per consentire alle imprese di fare profitti e battere la concorrenza internazionale. Quindi, ferma restando la dimensione concorrenziale contingente fra imprese europee, sembra quasi che la tecnocrazia operi in una logica d’area economica sopranazionale, progettando misure legislative adeguate all’obiettivo di rendere più forti i competitori aziendali europei nel confronto con la concorrenza presente sui mercati globali. L’intreccio e la compenetrazione della proprietà dei capitali appartenenti ad aree geo-economiche differenti, oppure addirittura a blocchi economici e militari contrapposti, non impediscono la lotta concorrenziale, poiché per assurdo, se anche diverse aziende avessero lo stesso soggetto giuridico (il proprietario dei mezzi di produzione), questo non cambierebbe la logica concorrenziale immanente del modo di produzione borghese. A sua volta l’esistenza della dimensione concorrenziale costituisce la motivazione ricorrente addotta dalle imprese per ottenere, dal proprio apparato politico-statale, le misure legislative e le politiche economiche funzionali alla riduzione del costo del lavoro (fattore considerato cruciale, dagli involontari marxisti della tecnocrazia europea, per ridurre lo svantaggio competitivo con le economie emergenti di Cina, India e via dicendo, dove il costo del lavoro è più basso, mediamente, di quello presente nell’area euro).

Non deve meravigliarci o ancora peggio indignarci la puerile bugia contenuta nei documenti della tecnocrazia europea, poiché quando in questi testi si blatera d’economia sociale di mercato, o di misure volte a ridurre la povertà e la disoccupazione, si deve supporre che lo scrivente, o gli scriventi, siano in buona fede, e quindi vittima essi stessi della mistificazione ideologica che propagano a piene mani. Studieremo e analizzeremo attentamente i più recenti testi delle istituzioni europee in merito all’argomento, tentando di dare un quadro completo e attendibile delle soluzioni messe in cantiere praticamente, oppure solo abbozzate a livello di progetto embrionale. Dall’analisi critica congiunta all’esposizione e allo studio delle politiche economiche messe già in opera o ancora in fase di progetto, emergerà la natura funzionale di queste stesse politiche alla valorizzazione del capitale, e quindi all’ulteriore incremento del grado di sfruttamento e d’oppressione della vita dei proletari. Come le vie del signore sono infinite, anche le vie della valorizzazione del capitale sono forse non infinite (si spera) ma almeno molteplici. Così, gli investimenti nella sfera speculativo-finanziaria e nel terziario sostituiscono parzialmente la valorizzazione nel settore secondario industriale e rendono ulteriormente problematica la vita del capitale nella fase senescente, come ben ricordato in molti testi marxisti. Questo dovremo ricordarlo, mostrando anche – brevemente – l’equazione economica che sottende tale dinamica: rapporto di sviluppo inversamente proporzionale fra capitale costante e capitale variabile, caduta tendenziale del saggio di profitto, esercito industriale di riserva (latente, cronico, sovrabbondante), aumento tendenziale del saggio di sfruttamento (per ovviare alla caduta del saggio di profitto), terziarizzazione (settore dove le macchine, a volte, fanno fatica a sostituire l’uomo) e finanziarizzazione. Sarà basilare svelare come gli apparati statali borghesi tentino di garantire la valorizzazione del capitale in tutti i settori dell’attività economica: primario, secondario, terziario (indipendentemente dalla forma giuridica proprietaria – pubblica/privata), e anche individuare le misure volte a garantire il ‘giusto’ interesse al capitale finanziario (pensiamo alle politiche europee di bilancio, ai vincoli e alle cure da cavallo che l’Europa (sovra-apparato tecnico-politico) impone alle varie economie e apparati statali nazionali, per fargli continuare ad offrire e quindi garantire una remunerazione adeguata sul debito pubblico (posseduto da investitori privati e anche da altri stati). Gli stati tecnicamente falliti dal punto di vista contabile, mantenuti in vita solo per consentire al capitale finanziario di continuare a spremere rendimento sul debito pubblico…tutte queste tracce e percorsi d’analisi si intrecceranno, nel presente lavoro, dentro la prospettiva, si spera realizzabile, di fornire un quadro esaustivo della complessità sociale ed economico-politica operante come fattore condizionante e attrattore di movimento sistemico, dietro le cosiddette politiche europee in materia di lavoro.

 

 

 

 

 

Parte prima: illuminati progetti d’ingegneria sociale

 

Dalla variopinta folla di lavoratori di tutte le professioni, di tutte le età, di entrambi i sessi, che ci si serrano attorno, con più impazienza delle anime degli uccisi intorno a Ulisse, e sui volti dei quali, senza bisogno di guardare i libri azzurri che hanno sottobraccio, si scorge a prima vista il sovraccarico di lavoro, scegliamo ancora due figure, le quali, proprio perché così contrastanti fra loro, provano che tutti gli uomini sono eguali davanti al capitale: una crestaia e un fabbro.

Durante le ultime settimane del giugno 1863 tutti i quotidiani londinesi riportarono un pezzo con l’insegna «sensational»: Death from simple overwork (Morte da semplice sovraccarico di lavoro). Si trattava della morte della crestaia Mary Anne Walkley, di venti anni, occupata in un rispettabilissimo laboratorio di corte sfruttata da una signora dal riposante nome di Elisa. Si tornò a riscoprire la vecchia storia[i], tante volte raccontata, che queste ragazze lavorano in media sedici ore e mezzo, ma durante la stagione anche spesso per trent’ore di seguito, mentre la loro “forza-lavoro” che viene a mancare vien tenuta in moto con eventuali somministrazioni di Sherry, di vino di Porto o di caffè. Ed era proprio il culmine della stagione. Si trattava di far venir fuori belli e pronti in un batter d’occhio, i magnifici vestiti di gaia di nobili ladies per il ballo in onore della principessa di Galles, da poco importata. Mary Anne Walkley aveva lavorato ventisei ore e mezza senza interruzione, assieme ad altre sessanta ragazze, trenta per stanza, in una stanza che appena poteva contenere un terzo della necessaria cubatura d’aria, mentre le notti dormivano due a due in un letto, in uno dei buchi soffocanti ottenuti stipando varie pareti di legno in una sola stanza da letto[ii]. E questo era uno dei migliori laboratori di mode di Londra. Mary Anne Walkley s’ammalò il venerdì e morì la domenica, senza neppur aver prima finito l’ultimo pezzo dell’ornamento, con gran meraviglia della signora Elisa. Il medico, signor Keys, chiamato troppo tardi al letto della moribonda, depose davanti al “Coroner’s jury» con queste secche parole: “Mary Anne Walkley è morta di lunghe ore lavorative in laboratorio sovraffollato e in dormitorio troppo stretto e mal ventilato”. Per dare al medico una lezione di buone maniere, il Coroner’s jury, dichiarò invece: «la deceduta è morta di apoplessia, ma c’è ragione di temere che la sua morte sia stata affrettata da sovraccarico di lavoro in laboratorio sovraffollato ecc.». Il Morning Star, organo dei signori del libero scambio Cobden e Bright, esclamava: “i nostri schiavi bianchi, che s’affaticano a morte, languono e muoiono in silenzio»[iii], “Lavorare a morte è all’ordine del giorno, non soltanto nei laboratori delle crestaie, ma in mille luoghi, in ogni luogo dove prosperano gli affari…

Marx, Il capitale: Libro primo, sezione terza, capitolo otto.

 

Riportiamo senza commenti la dichiarazione di un commissario europeo di cui omettiamo le generalità, perché ovviamente le persone sono intercambiabili nell’ottica sistemica del capitale, e queste parole le avrebbe potute dire benissimo qualunque burocrate europeo:’«Oltre 26 milioni di persone sono senza lavoro in Europa, compresi oltre 5,5 milioni di giovani. Questi livelli di disoccupazione, uniti alla crescente povertà ed emarginazione, sono semplicemente inaccettabili. Inoltre, se non riusciremo a creare più posti di lavoro, non possiamo aspirare ad assicurare una ripresa sostenibile. L’Europa non è parte del problema. È parte della soluzione ». Sembra di rileggere il recente slogan elettorale del partito democratico: ‘lavoro,lavoro,lavoro’. Queste dichiarazioni danno l’idea, in prima battuta, che esista a livello d’istituzioni europee una capacità progettuale illuminata, preoccupata di dirigere e gestire la complessità sociale; cioè soprattutto, di ovviare ai guasti e agli inconvenienti di quello che peraltro è considerato tuttavia il migliore sistema sociale inventato nella storia dell’umanità: la democrazia liberale e l’economia sociale di mercato. Ecco il centro del problema, la causa degli inconvenienti della disoccupazione e della povertà, non è da ricercare nella farsa della democrazia liberale, intesa come il migliore sistema politico di dominio e rimbambimento della classe sociale sfruttata (dalla sedicente economia sociale di mercato), bensì in una normale disfunzione, diremmo quasi fisiologica e transitoria, dell’attuale sistema socio-economico (e quindi emendabile con adeguati progetti d’ingegneria sociale propinati a piene mani dall’attuale burocrazia del capitale). Come avviene di solito il personale politico-amministrativo di una società fondata sulla schiavitù del lavoro salariato e quindi sull’alienazione capitalistica del lavoro, non è in grado di comprendere che solo la propria estinzione come classe sociale schiavistica e sfruttatrice è la vera soluzione del problema definito povertà e disoccupazione. D’altronde non si può chiedere ai rappresentanti dell’attuale minoranza sociale borghese di suicidarsi e di rinunciare ai privilegi collegati alla propria esistenza di parassiti del lavoro vivo proletario, non si può immaginare realisticamente che la borghesia europea voglia comprendere teoricamente e rifiutare praticamente il proprio ruolo contemporaneo di blocco e impedimento all’ulteriore sviluppo delle forze produttive sociali. La borghesia è condannata dal proprio interesse di classe a tentare in tutti i modi di perpetuare e conservare gli attuali anacronistici rapporti di produzione, e quindi a cercare di rimediare alle conseguenze economico sociali del suo stesso modo di produzione capitalistico (caduta del saggio di profitto, crisi da sovrapproduzione, esercito industriale di riserva, impoverimento relativo e assoluto di fasce crescenti di forza lavoro in eccesso rispetto alle esigenze di valorizzazione del capitale). La verità è che non esiste nessuna formula di politica economica che possa alleviare in maniera reale e duratura, restando dentro l’orbita del sistema economico del capitale, i cosiddetti guasti e inconvenienti prodotti peraltro dallo stesso sistema economico del capitale. Ribadiamo quindi un’elementare verità comunista: il sistema non si discute, si abbatte. L’abbattimento del sistema è un problema di forza pratica e teorica messo in essere da processi sociali oggettivi, giganteschi, collegabili alle dinamiche economiche inesorabili dell’attuale economia capitalistica, cioè alle leggi economiche del capitale potentemente svelate nell’opera di Marx (il livello più avanzato di scienza rivoluzionaria prodotto dalla classe proletaria). Fatte queste premesse necessarie riprendiamo l’analisi dei testi della tecnocrazia borghese europea: L’Unione europea (UE) è basata sul concetto di economia sociale di mercato. Piena occupazione, progresso sociale, integrazione, protezione sociale, solidarietà e coesione sociale figurano tra gli obiettivi prioritari del trattato UE. Quest’ultimo stabilisce infatti

che nello sviluppo e nell’attuazione di tutte le politiche dell’UE occorre garantire un elevato livello

di occupazione e un’adeguata protezione sociale e combattere l’emarginazione.

Inoltre, il trattato contiene una Carta dei diritti

fondamentali dell’UE, che è vincolante e garantisce

i diritti sociali di tutti i cittadini residenti nell’UE, tra cui:

  • il diritto dei lavoratori di essere informati e consultati

dai loro datori di lavoro;

  • il diritto di contrattazione e di sciopero;
  • il diritto di accesso ai servizi di collocamento;
  • il diritto alla tutela in caso di licenziamento arbitrario;
  • il diritto a condizioni di lavoro eque e dignitose;
  • il divieto del lavoro minorile;
  • la protezione dei giovani sul lavoro;
  • la conciliazione tra vita familiare e vita professionale attraverso la tutela contro il licenziamento per un motivo legato alla maternità e il diritto al congedo di maternità retribuito e al congedo parentale;
  • il diritto alla sicurezza sociale, all’assistenza abitativa

e all’assistenza sanitaria.

Nel 2010 l’Unione europea ha lanciato una strategia di crescita decennale tesa a superare le crisi che continua ad affliggere numerosi paesi dell’UE: Europa 2020 (per maggiori dettagli: http://europa.eu/pol/index_it.htm). La strategia punta a creare le condizioni per un diverso modello di sviluppo che sia più intelligente, più sostenibile e più solidale’. Ecco fatto, se con le chiacchiere potessimo disegnare un mondo migliore, allora questo testo ufficiale europeo meriterebbe il primo premio nella gara a chi la spara più grossa. Il suo pregio consiste nel fatto che per comprendere la realtà contemporanea del capitalismo europeo, semplicemente, basta considerare in negativo, cioè come non esistente, tutta la serie di diritti e di garanzie in esso contenute. Quindi, negato il contenuto positivo dell’elenco, riconosciuto il puro carattere intenzionale e progettuale- prospettico dei suoi contenuti, si può facilmente concludere che nel mondo reale vige l’esatto contrario di quanto sostenuto in quell’elenco di pie intenzioni. Diciamo che con queste prime considerazioni potremmo anche pensare che il problema consista solo nell’irrealtà del quadro sociale delineato nell’elenco, tuttavia le cose non stanno in questo modo: sarebbe un testo troppo semplice e innocuo se la sua valenza si fermasse solo all’elemento di illusorietà (caratteristico, d’altronde, di buona parte della pubblicistica borghese sull’argomento). L’aspetto rilevante e interessante, dal punto di vista della conoscenza dei movimenti di assestamento della politica europea rispetto al terremoto sociale prodotto dalla crisi, consiste proprio nella esposizione delle misure di intervento legislativo volte a garantire un ciclo continuo di valorizzazione del capitale. Dicevamo in precedenza che sotto le belle parole e le pie intenzioni diffuse senza risparmio nei testi sopraesposti si nasconde l’urgenza di politiche economiche ferocemente, spietatamente, determinate dalle leggi economiche oggettive del capitale. I teatranti della tecno-struttura burocratica europea devono inevitabilmente recitare la parte di solerti amministratori e garanti delle ragioni aziendali del profitto, del rendimento del capitale finanziario-speculativo, e in definitiva della inutile e vacua esistenza di una minoranza sociale parassitaria. Il lavoro morto deve continuare a dominare e sussumere il lavoro vivo nel processo produttivo del capitale, la specie umana deve continuare ad essere separata, alienata, dai mezzi di produzione e dal prodotto del proprio lavoro, per la folle e suicida volontà di dominio di un meccanismo sociale che avvolge come una gabbia le ulteriori potenzialità evolutive dell’umanità. La sovrastruttura statale europea svolge la funzione di coordinamento e direzione superiore delle politiche sociali ed economiche nazionali europee, allo scopo, e non sarebbe neppure il caso di ricordarlo, di permettere al lavoro morto (capitale costante) di continuare a dominare e sussumere il lavoro vivo (capitale variabile) nel processo produttivo del capitale. Quindi, al di là delle ipocrite e mistificatorie enunciazioni di cui sono infarciti i testi citati, la sostanza resta quella di sempre: garantire con adeguate misure statali di tipo economico-legislativo la valorizzazione del capitale, sia nella forma aziendale-imprenditoriale e sia nella forma finanziario-speculativa. Vediamo di presentare dei dati in merito a questa circostanza fondamentale riprendendo la citazione dei testi europei: ‘Nel 2010 l’Unione europea ha lanciato una strategia di crescita decennale tesa a superare le crisi che continua ad affliggere numerosi paesi dell’UE: Europa 2020 (per maggiori dettagli: http://europa.eu/pol/index_it.htm). La strategia punta a creare le condizioni per un diverso modello di sviluppo che sia più intelligente, più sostenibile e più solidale. Per conseguire questo risultato, la Commissione ha fissato cinque obiettivi chiave che l’UE dovrà raggiungere entro il 2020: occupazione, istruzione, ricerca e innovazione, integrazione e riduzione della povertà e clima/energia.’ Anche qui delle vuote enunciazioni mistificatorie, eppure adesso leggiamo anche delle linee di azione ben definite: occupazione, istruzione, ricerca e innovazione, integrazione e riduzione della povertà e clima/energia. Sarebbe interessante smontare e analizzare nel dettaglio tutti i cinque punti, invece ci concentreremo soprattutto sul primo, considerando, tuttavia, che il secondo punto (istruzione), è molto interconnesso con quello dell’occupazione (pensiamo ad esempio all’ignobile pratica degli stage non retribuiti a cui sono costretti moltitudini di studenti dall’attuale sistema scolastico). Vediamo cosa propone l’intellighenzia europea per ‘risolvere’ i fastidiosi inconvenienti, o meglio gli incidenti collaterali dell’intelligente economia capitalistica: ‘Con oltre 26,5 milioni di disoccupati nell’UE (novembre 2013), è chiaramente indispensabile accrescere gli sforzi per ridurre questa cifra. Uno degli obiettivi chiave della strategia Europa 2020 è far sì che, entro la fine del decennio, il 75 % della popolazione attiva (dai 20 ai 64 anni) abbia un lavoro. Per raggiungere questo obiettivo, l’UE ha adottato una serie di iniziative per sostenere la creazione di posti di lavoro (ad esempio, tramite la promozione la promozione delle imprese sociali), ripristinare la dinamica dei mercati del lavoro (mediante la proposta di un quadro europeo per anticipare le ristrutturazioni economiche) e migliorare la governance dell’UE (ad esempio, pubblicando ogni anno un sistema di parametri di riferimento che mettono a confronto i risultati dei paesi dell’UE sulla base di determinati indicatori relativi all’occupazione)’.Bene, come si può ben comprendere dal testo sopraesposto, la preoccupazione per il problema dei 26 milioni di disoccupati (per non parlare delle altre decine di milioni di lavoratori precari di cui non c’è traccia nel testo), fonda la base, diciamo così materiale, per le proposte successive. Si deve supporre che gli autori del testo vogliano ricordare al potere politico-amministrativo europeo la pericolosità sociale insita in una tale quantità abnorme di senza lavoro, alludendo così anche alla minaccia verso la stabilità del dominio della classe borghese che potrebbe derivare dallo scontento di questa massa di senza lavoro (spesso priva di riserve economiche e patrimoniali con cui sopravvivere nei periodi di disoccupazione). L’obiettivo riportato nel testo fa riferimento ad un auspicato livello di occupazione pari al 75% della forza lavoro, definita popolazione attiva fra i 20 e i 64 anni. Significa che almeno nel medio periodo (si intende un arco temporale che va da 1 a 5 anni), le teste d’uovo del capitale ritengono che sia sufficiente – per ottenere un livello di conflitto sociale inoffensivo e limitato – una percentuale di occupazione intorno al valore del 75%. Il 25% per cento non occupato potrà essere oggetto di forme di intervento assistenziale, potrà vivere con l’aiuto dei parenti, oppure, nel caso si lasciasse andare a proteste pericolose per l’ordine sociale borghese, sarà punito e neutralizzato dall’intervento dell’apparato statale. Un piccolo inciso sulle cosiddette imprese sociali, tale terminologia allude evidentemente al solito consiglio rivolto ai senza lavoro di fare impresa, mettersi in proprio, diventare imprenditori di se stessi, magari con un aiutino finanziario statale. La parola impresa sociale però rimanda, presumibilmente, anche al campo di attività di questa improbabile panacea alla disoccupazione, cioè il settore dei servizi alla persona e alla cura dell’ambiente (assistenza agli anziani, ai disabili, interventi ecologici…). In altre parole il settore del terziario avanzato, dove si aprono delle opportunità di lavoro oggettive, ma dove in ogni caso non è pensabile di potere assorbire le decine di milioni di disoccupati e precari esistenti. Il testo propone delle misure occupazionali soprattutto mirate ai giovani, leggiamo alcune parti relative all’argomento: ‘in particolare, l’UE sta lavorando per ridurre il tasso di disoccupazione giovanile, che è oltre il doppio di quello degli adulti (23,6 % rispetto a 9,5 % a novembre 2013). Inoltre, promuove un approccio più mirato e olistico alla lotta contro la disoccupazione giovanile: aiuti diretti ai giovani più bisognosi uniti a riforme strutturali per rafforzare la collaborazione, all’interno di tutti i paesi membri, tra servizi governativi, sistemi tradizionali di istruzione, istituti di formazione professionale, agenzie per l’impiego, imprese, parti sociali e organizzazioni della società civile…’Uno dei principali obiettivi della strategia Europa 2020 è quindi sottrarre alla povertà almeno 20 milioni di europei entro la fine del decennio’. Bizzarro l’uso del termine ‘olistico’, quasi una beffa in una società fondata sulla separazione e sulla divisione sociale in classi, la cui base è un’economia edificata sullo sfruttamento della forza-lavoro ottenuta tramite l’alienazione del lavoratore dai mezzi di produzione (proprietà del capitalista pubblico o privato) e da una parte del prodotto del proprio lavoro (plus-lavoro, furto di una porzione del tempo di lavoro giornaliero finalizzato alla valorizzazione del capitale aziendale). In questo caso, tuttavia, il termine olistico rimanda apertamente alla sinergia di misure differenti, messe in opera per tentare di risolvere il problema dei senza lavoro e senza riserve (servizi governativi, sistemi tradizionali di istruzione, istituti di formazione professionale, agenzie per l’impiego, imprese, parti sociali e organizzazioni della società civile). Nell’elenco dei soggetti coinvolti operativamente nella soluzione ritroviamo ancora una volta la scuola (sistemi tradizionali di istruzione, istituti di formazione professionale..) in funzione di supporto al capitale aziendale-imprenditoriale, attraverso il rifornimento di forza-lavoro giovanile, carne fresca da sfruttare legalmente (spessissimo senza nessun pagamento) con la scusa del tirocinio, dello stage, dell’alternanza scuola-lavoro. Considerando la quasi totale inutilità degli stage e dell’alternanza scuola -lavoro (a cui peraltro sono obbligati gli studenti per conseguire il diploma) ai fini dell’apprendimento e della formazione professionale, si deve dedurre che tali pratiche diffuse e legalizzate siano una vera e propria forma di lavoro schiavistico non retribuito.

Spesso gli stage sono presentati dalle scuole come un’opportunità di apprendimento preziosa, in quanto basata su una reale immersione dello studente nel mondo del lavoro, tuttavia negli ultimi tempi si sta diffondendo (sia nelle famiglie sia negli allievi) la percezione della loro sostanziale inutilità e gravosità. Il 14 novembre, ad esempio, una parte degli studenti delle scuole medie superiori di Schio, in provincia di Vicenza, ha manifestato contro gli stage aziendali e la trasformazione aziendalista e mercantilista del sistema di formazione pubblico.

Sostenevamo nell’introduzione che l’apparato sovrastatale europeo si pone come regolatore e coordinatore delle politiche economiche europee nazionali, cerchiamo ora di capire, dalla lettura del testo delle tecnocratiche teste d’uovo europee, come si concretizza tale circostanza: Nel 2010 è stato creato un importante strumento politico: il «semestre europeo», che va da gennaio e luglio di ogni anno. Prevede un’analisi congiunta, a livello di UE, delle politiche economiche degli Stati membri e l’adozione di raccomandazioni specifiche per i singoli paesi, prima che questi preparino i rispettivi progetti di bilancio e li sottopongano al dibattito parlamentare nazionale. Le raccomandazioni riguardano spesso l’occupazione, la protezione sociale e l’integrazione (e quindi le riforme del mercato del lavoro, la povertà, l’integrazione delle persone vulnerabili nel mercato del lavoro, la riforma delle pensioni ecc.).Poiché le politiche in materia di occupazione, affari sociali e integrazione vengono attuate più efficacemente a livello degli Stati membri, il ruolo dell’UE in questi settori è sostenere e integrare le attività delle autorità nazionali. A tal fine, l’UE si avvale del cosiddetto «metodo aperto di coordinamento». Si tratta di un quadro di cooperazione in cui le politiche nazionali di ciascun paese europeo in questi settori possono essere orientate verso obiettivi comuni e successivamente monitorate dall’UE’.

Ora, tale quadro di cooperazione fra le politiche nazionali viene non solo monitorato, ma anche eventualmente sancito e imposto dalle autorità giudiziarie nazionali a cui è demandato il controllo e la verifica dell’applicazione della normativa europea. Come si vede, quindi, l’Europa si avvale non solo di una moneta unica e di una banca centrale comune, ma anche dell’operatività dello strumento giudiziario poliziesco posseduto dai vari stati soci. Tuttavia non bisogna ignorare che in una logica di supporto funzionale all’economia capitalistica, il sovrastato europeo deve anzitutto trovare e organizzare degli strumenti finanziari, keinesianamente rivolti a supportare le alterne vicende (espansione/contrazione) del ciclo economico. In modo particolare nei periodi di crisi e stagnazione economica, pensiamo al periodo post-crisi del 29, l’apparato statale borghese fornisce un supporto consistente in investimenti pubblici e finanziamenti a hoc per rilanciare il ciclo economico di valorizzazione del capitale. Nella fattispecie riferita al nostro tempo troviamo all’opera uno strumento finanziario dal nome di fondo sociale europeo, sentiamo cosa scrivono i nostri tecnocrati: Il Fondo sociale europeo (FSE), uno dei fondi strutturali dell’UE, è stato istituito nel 1957 per ridurre le differenze in termini di prosperità e di tenore di vita tra gli Stati membri dell’Unione europea e tra le loro regioni. Rappresenta circa il 10 % del bilancio totale dell’UE e finanzia decine di migliaia di progetti in tutta l’Unione. I finanziamenti vengono distribuiti tra gli Stati membri e le regioni, in particolare quelle in cui lo sviluppo economico è meno avanzato. Dal 2007 al 2013, quasi 10 milioni di persone hanno beneficiato ogni anno delle misure finanziate dal FSE, che ha erogato circa 76 miliardi di euro, a complemento dei circa 36 miliardi di euro di finanziamenti pubblici nazionali…Dal 1º gennaio 2014, il ruolo del FSE quale principale strumento di investimento nelle risorse umane è stato ulteriormente rafforzato. Il FSE è utile per aiutare i paesi membri a rispondere alle priorità e alle raccomandazioni dell’UE riguardo alla riforma delle politiche nazionali in materia di mercato del lavoro, integrazione sociale e occupazione, sviluppo della capacità istituzionale e riforma della pubblica amministrazione. Il 20 % degli stanziamenti FSE per i singoli paesi deve essere speso per i progetti di integrazione sociale. Inoltre, il Fondo deve rappresentare almeno il 23,1 % del totale dei finanziamenti della politica di coesione a livello dell’UE, la quale definisce in ultima analisi il volume complessivo dei finanziamenti del FSE nei vari Stati membri. Il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione FEG) fornisce un’assistenza personalizzata ai lavoratori che hanno perso l’impiego in seguito a specifici esuberi di massa su scala europea. Dal 1º gennaio 2014 aiuta anche i lavoratori licenziati a causa di una crisi inattesa, nonché le categorie di lavoratori che in precedenza non erano coperte, ad esempio i lavoratori a tempo determinato e i lavoratori autonomi. Nelle regioni con un’elevata disoccupazione giovanile il FEG può ora finanziare misure per i giovani disoccupati che non frequentano corsi di istruzione o di formazione’. Come si può ben comprendere, il fondo rappresenta uno strumento finalizzato al doppio scopo di contenere e assorbire lo scontento sociale prodotto dalla disoccupazione, e di rilanciare il ciclo di valorizzazione del capitale. Le parole chiave che prefigurano i timori borghesi per la conservazione ottimale del proprio sistema di dominio sono tutte contenute nel testo: ‘ elevata disoccupazione giovanile, lavoratori licenziati a causa di una crisi inattesa, lavoratori a tempo determinato, lavoratori che hanno perso l’impiego in seguito a specifici esuberi di massa su scala europea, Queste categorie di fenomeni sono nella testa dei tecnocrati europei gli spiacevoli e dolorosi inconvenienti dell’economia capitalistica, pardon di libero mercato, o meglio ancora economia sociale di mercato. Come il clavicembalo ben temperato dell’omonima opera di Bach, anche l’élite tecnocratica borghese europea pensa di risolvere i problemi socio-economici posti in essere dalle leggi oggettive del capitale, temperando la barbarie sfrenata del sistema con misure dal vago sapore caritatevole e assistenziale. Tuttavia, come abbiamo cercato di svelare, tali misure sono invece finalizzate a disinnescare un potenziale livello di scontro sociale pericoloso per l’equilibrio politico borghese, e in secondo luogo a consentire un’adeguata ripresa del ciclo di valorizzazione del capitale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Parte seconda: confronto e scontro di interessi all’interno della classe borghese europea (il caso del Ttip, Transatlantic trade and investment partnership ).

 

La composizione del capitale è da considerarsi in duplice senso.

Dal lato del valore essa si determina mediante la proporzione in cui il capitale si suddivide in capitale costante ossia valore dei mezzi di produzione e in capitale variabile ossia valore della forza-lavoro, somma complessiva dei salari.

Dal lato della materia, quale essa opera nel processo di produzione, ogni capitale si suddivide in mezzi di produzione e in forza-lavoro vivente; questa composizione si determina mediante il rapporto fra la massa dei mezzi di produzione usati da una parte e della quantità di lavoro necessaria per il loro uso dall’altra.

Chiamerò composizione del valore la prima e composizione tecnica del capitale la seconda.

Fra entrambe esiste uno stretto rapporto reciproco.

Per esprimere quest’ultimo, chiamerò la composizione del valore del capitale, in quanto sia determinata dalla sua composizione tecnica e in quanto rispecchi le variazioni di questa: la composizione organica del capitale. Dove si parlerà della composizione del capitale senz’altra specificazione, si dovrà sempre intenderne la composizione organica.

Marx, Il capitale: Libro primo, sezione sette, capitolo ventitré.

 

Nel corso della precedente esposizione abbiamo tentato di dimostrare il carattere ‘funzionale’ del cosiddetto welfare europeo. Intendendo con l’aggettivo ‘funzionale’ la sua dimensione essenziale di supporto economico-politico a favore del ciclo di valorizzazione del capitale. Questa funzione viene svolta innanzi tutto dalle misure di politica economica in materia di lavoro. I nomi fantasiosi che l’élite tecnocratica borghese assegna alle misure di sostegno al proprio feroce sistema di dominio sono caratterizzati da una costante allusione all’impegno sociale, alla preoccupazione per i meno abbienti, alla volontà sincera di porre rimedio ai mali del mondo ( povertà, disoccupazione…). Possiamo supporre che tale scissione schizofrenica fra la realtà e la rappresentazione che ne viene data, faccia parte delle normali consuetudini della comunicazione che proviene dai piani alti del potere. Si può anche supporre che il comunicatore stesso sia vittima (totale o parziale) di un certo autoinganno, in altre parole prigioniero della ideologia dominante. Probabilmente questo è il caso del giornalista del quotidiano ‘la repubblica’, il quale descrive il progetto dell’ipotetico trattato transatlantico ‘transatlantic trade and investment partnership’, con toni preoccupati (il titolo dell’articolo, infatti, è ‘ un trattato contro il welfare europeo’). Ora sembra quasi che questo trattato, voluto – a detta del giornalista – da alcune importanti componenti della imprenditoria europea, abbia l’obiettivo di smantellare il sistema di garanzie presente nel nostro prezioso welfare. Si fa passare, quindi, attraverso lo stesso titolo dell’articolo, l’idea che il welfare esistente in Europa sia realmente un punto avanzato di conquiste sociali e di diritti importanti per i ‘cittadini’, minacciato, purtroppo, dalle brame di profitto di pochi imprenditori avidi e disinteressati al bene collettivo. Mentre, evidentemente, il sovrastato europeo è invece lungimirante e generosamente interessato al benessere della collettività, in modo particolare ai bisogni delle categorie sociali a elevata disoccupazione giovanile, i lavoratori licenziati a causa di una crisi inattesa, i lavoratori a tempo determinato, i lavoratori che hanno perso l’impiego in seguito a specifici esuberi di massa su scala europea. Facciamo pure finta di credere per un secondo a questa rappresentazione farsesca e citiamo qualche passo dell’articolo del 24 novembre 2014: ‘ L’integrazione economica tra le due sponde dell’Atlantico è un vecchio progetto, vecchio almeno quanto la formazione della Unione europea… L’ultima versione, conosciuta col nome di Ttip, Transatlantic trade and investment partnership, si pone come obiettivo, nemmeno troppo nascosto, di fungere da veicolo, a profitto delle grandi imprese europee e specialmente americane, per indebolire definitivamente le strutture dello stato sociale e della regolazione dei mercati da parte degli Stati. E’ un progetto che parte, per iniziativa del Commissario de Gucht e della rappresentanza a Bruxelles degli Usa, nel 2011. Ma parte, nella presente temperie di contrasti tra Europa e Stati Uniti e in particolare tra Stati Uniti e Germania, con il piede sbagliato, in una atmosfera di segretezza e non trasparenza’.

Bene, come si può notare dalla lettura, ad un certo punto si parla di un progetto volto a ‘indebolire definitivamente le strutture dello stato sociale e della regolazione dei mercati da parte degli Stati’.

Ora si può supporre che l’articolista sia in perfetta buona fede, tuttavia il messaggio veicolato dall’articolo è profondamente distorsivo della realtà. Sono i mercati che nella realtà regolano l’azione di politica economica degli stati borghesi e non viceversa, e sono le leggi economiche oggettive del capitale che disegnano le strutture dello stato sociale, alternando intervento pubblico e deregolamentazione in base ai cicli economici di espansione e contrazione tipici dell’economia capitalistica. Una parte della borghesia europea è legata, evidentemente, ai carrozzoni clientelari e burocratici dell’apparato statale, e trae direttamente il proprio reddito da questa fonte, mentre quelle che l’articolo definisce ‘grandi imprese europee’, hanno interesse, soprattutto in una fase economica di crisi, a limitare la parte di plus-valore da sacrificare sull’altare del cosiddetto welfare (cioè hanno interesse a ridurre i costi del proprio apparato burocratico-poliziesco di dominio sulla classe proletaria). Ma questo obiettivo di contenimento dei costi entra in contraddizione con la superiore esigenza di rafforzare, particolarmente nei periodi di crisi, il mix di misure assistenziali e poliziesche di imbrigliamento del disagio sociale. Questa contraddizione interna fra l’obiettivo aziendalista della riduzione dei costi dell’apparato burocratico-militare borghese, e l’esigenza, invece, di un aumento dei suoi costi per fronteggiare in modo efficace i pericoli insiti nella povertà e disoccupazione, create dalle leggi economiche oggettive del capitale, non è risolvibile restando dentro la logica della società capitalistica. Il giornalista evidenzia, suo malgrado, un lato della contraddizione dialettica fra questi interessi divergenti, sorti dentro il cuore della stessa classe sociale borghese, sentiamo infatti cosa scrive ancora: ‘ La prospettata unione euro-americana, infatti, farebbe aumentare assai poco sia il commercio totale che specialmente il PIL delle parti contraenti, e quel poco solo nel lungo periodo. Questo a detta persino degli studi di parte condotti per promuovere l’iniziativa. Il progetto, nato male, non riesce a fare molta strada prima di suscitare una rivolta, non generalizzata, ma sotto forma di ostilità da parte di gruppi di attivisti nel campo della protezione sociale e biologica, delle norme di protezione del lavoro e dell’ambiente. Fanno clamore rivelazioni come quella, specialmente efficace sulla opinione pubblica tedesca, dell’ammissibilità in Germania, se il partenariato sarà realizzato, di prodotti americani come i polli disinfettati con il cloro, pratica comune dei produttori statunitensi per impedire l’infestazione delle carcasse mentre viaggiano dagli allevamenti d’oltreoceano al consumatore europeo…A spingere per la realizzazione del nuovo partenariato sono le associazioni industriali europee, che vedono in esso un cavallo di Troia contro gli eccessi di regolamentazione degli stati nazionali La Confindustria tedesca emette dichiarazioni dall’esplicito tenore favorevole. Il suo presidente Ulrich Grillo dice che gli europei hanno da imparare dagli americani nel campo della difesa dei consumatori e dei prodotti naturali. Ma qualche giorno prima la signora Merkel aveva dichiarato che mai avrebbe permesso che ai tedeschi fossero dati da mangiare polli al cloro’. Molto bene, le righe citate espongono con chiarezza le dinamiche in atto dentro la classe borghese europea: le associazioni industriali spingono a favore dell’accordo transnazionale (privilegiando i propri interessi di bottega), mentre il piano politico-burocratico funge da elemento frenante, in considerazione del superiore interesse sistemico di tutto il capitale, cioè di tutta la classe borghese. In modo particolare l’accordo metterebbe in atto una serie di processi legali e amministrativi di de-potenziamento della sovranità statale, in merito al controllo, innanzitutto, del mercato del lavoro e dei capitali. Sentiamo cosa scrive il giornalista di repubblica:’ Anche parecchie multinazionali industriali di origine anglo-americana si avvantaggerebbero della riduzione delle regole sui mercati europei come strumento di ulteriore penetrazione organica in tali mercati, dato che il futuro non sembra offrire loro prospettive favorevoli in altre aree dell’economia mondiale, come quella asiatica, assai meno aperta alle loro incursioni. A coronare il cambio di atteggiamento dei governi dell’Europa continentale è giunta la dichiarazione del ministro francese per il commercio estero, Mathias Fekl: allineandosi ai socialdemocratici tedeschi, ha detto di non aspettarsi che il governo francese porti al proprio parlamento una proposta di Trattato Transatlantico che includa la sezione sulla risoluzione delle dispute tra individui e Stato. L’ultima parola per ora è venuta da Jean Claude Juncker, che ha affermato che in materia tanto delicata gli organi di decisione europei non permetteranno che nessuno tenti di forzare loro la mano. La montagna, dunque, con buona pace di inglesi e americani, partorirà un topolino e forse nemmeno quello’.

Ancora una volta constatiamo che l’apparato statale borghese, in questo caso nella veste del ministro francese, Mathias Fekl, e addirittura dell’alto papavero Jean Claude Juncker, ricopre un ruolo di coordinamento e regolazione, stanza di compensazione, comitato d’affari, degli interessi divergenti della classe borghese. L’ultima parola scrive l’articolista, riferendosi a Jean Claude Juncker, inteso come rappresentante dell’autorità e della forza della borghesia condensate e racchiuse nello strumento statale, spetta proprio a questo strumento, perché è da esso e solo da esso che dipende, in ultima istanza, la sopravvivenza del regime di sfruttamento capitalistico. In altre parole è questo strumento che, alternando politiche assistenzialiste e politiche repressive, si pone oggettivamente come lo scudo la spada della classe capitalista, ne vede e ne coglie gli interessi superiori al di là delle beghe di cortile e delle esigenze miopi di bottega. In questo caso bloccando sul nascere le brame economiche e di potere del capitalismo anglosassone americano e inglese. Non vanno sottovalutate, tuttavia, le ragioni di quella parte di borghesia imprenditoriale europea che ricerca, giustamente, delle condizioni migliori di investimento per i propri capitali, e ha puntato e punta tuttora sul trattato transatlantico. Nella logica immanente della valorizzazione del valore immesso nel ciclo produttivo non ci devono essere ostacoli immutabili: regole e norme inviolabili sono destinate ad essere travolte dalla fame da lupi per il pluslavoro; da questo punto di vista la globalizzazione risponde perfettamente allo scopo della circolazione migliore dei capitali   (costanti e variabili ). Si può quindi pensare e sostenere che tendenzialmente, progressivamente, l’accordo transatlantico rientri in questa logica di ‘liberazione’ del capitale dai limiti giuridico-morali preesistenti, e debba quindi trovare, prima o poi, un momento di attuazione negli accordi interstatali.

Se questo ultimo assunto è vero, tuttavia è da considerare che anche l’esigenza del governo del corpo sociale ha un suo peso, difatti stiamo cercando di individuare le controtendenze che potrebbero frapporsi, e attualmente si frappongono, a questo progetto transatlantico di intensificazione tendenziale dello sfruttamento. Il capitale ha un suo cervello politico incarnato nell’apparato statale, e quindi è alle mosse di questo apparato che dobbiamo rivolgerci per tentare di distinguere il gioco delle forze sociali, le tendenze e le controtendenze che svolgono un ruolo determinante nell’attuale situazione di crisi sociale ed economica.

L’apparato statale della borghesia si trova costretto in questi tempi a svolgere un compito difficile, tentando di guidare i processi sociali provocati dalle leggi economiche oggettive del capitale verso lidi sicuri, cioè favorevoli alla sopravvivenza del sistema schiavistico del lavoro salariato(1) (contemperando la necessaria punizione esemplare poliziesca e giudiziaria dei primi vagiti di rivolta generati dall’incremento della povertà e del disagio sociale, con le misure di politica economica volte a intensificare il saggio di sfruttamento della forza-lavoro – spacciate, peraltro, come esempio di economia sociale di mercato e welfare ).

 

(1).’Finché il processo lavorativo è mero processo individuale, lo stesso lavoratore riunisce in sé tutte le funzioni che più tardi si separano. Nell’appropriazione individuale di oggetti dati in natura per gli scopi della sua vita, il lavoratore controlla se stesso. Più tardi, egli viene controllato. L’uomo singolo non può operare sulla natura senza mettere in attività i propri muscoli, sotto il controllo del proprio cervello. Come nell’organismo naturale mente e braccio sono connessi, così il processo lavorativo riunisce lavoro intellettuale e lavoro manuale. Più tardi, questi si scindono fino all’antagonismo e all’ostilità. Il prodotto si trasforma in genere da prodotto immediato del produttore individuale in prodotto sociale, prodotto comune di un lavoratore complessivo, cioè di un personale da lavoro combinato, le cui membra hanno una parte più grande o più piccola nel maneggio dell’oggetto del lavoro. Quindi col carattere cooperativo del processo lavorativo si amplia necessariamente il concetto del lavoro produttivo e del veicolo di esso, cioè del lavoratore produttivo. Ormai per lavorare produttivamente non è più necessario por mano personalmente al lavoro, è sufficiente essere organo del lavoratore complessivo e compiere una qualsiasi delle sue funzioni subordinate. La sopra citata definizione originaria del lavoro produttivo che è dedotta dalla natura della produzione materiale stessa, rimane sempre vera per il lavoratore complessivo, considerato nel suo complesso. Ma non vale più per ogni suo membro, singolarmente preso.

Ma dall’altra parte il concetto del lavoro produttivo si restringe. La produzione capitalistica non è soltanto produzione di merce, è essenzialmente produzione di plusvalore. L’operaio non produce per sé, ma per il capitale. Quindi non basta più che l’operaio produca in genere. Deve produrre plusvalore. È produttivo solo quell’operaio che produce plusvalore per il capitalista, ossia che serve all’auto-valorizzazione del capitale. Se ci è permesso scegliere un esempio fuori della sfera della produzione materiale, un maestro di scuola è lavoratore produttivo se non si limita a lavorare le teste dei bambini, ma se si logora dal lavoro per arricchire l’imprenditore della scuola. Che questi abbia investito il suo denaro in una fabbrica d’istruzione invece che in una fabbrica di salsicce, non cambia nulla nella relazione. Il concetto di operaio produttivo non implica dunque affatto soltanto una relazione fra attività ed effetto utile, fra operaio e prodotto del lavoro, ma implica anche un rapporto di produzione specificamente sociale, di origine storica, che imprime all’operaio il marchio di mezzo diretto di valorizzazione del capitale. Dunque, esser operaio produttivo non è una fortuna ma una disgrazia’. Karl Marx, Il capitale, libro primo. SEZIONE V .CAPITOLO 14. PLUSVALORE ASSOLUTO E PLUSVALORE RELATIVO.

 

 

[i] Cfr. F. ENGELS, op. cit., pp. 253, 254.

[ii] Il dott. Letheby, medico consulente presso il Board of Health, dichiarò in quel l’occasione: «Il minimo d’aria per gli adulti dovrebbe essere di trecento piedi cubi in una stanza da letto e cinquecento piedi cubi in una stanza di soggiorno». Il dott. Richardson, primario di un ospedale londinese: «Cucitrici di ogni tipo, crestaie, sarte e semplici cucitrici patiscono di una triplice miseria: sovraccarico di lavoro, deficienza di aria e deficienza di nutrimento o di digestione. Nel complesso, questo tipo di lavoro è in tutti i casi più adatto per donne che per uomini. Ma la sciagura di questo mestiere è che esso, specialmente nella capitale, è monopolizzato da un ventisei capitalisti i quali, con i mezzi coercitivi derivanti dal capitale (that spring from capital) spremono la economia dal lavoro (force economy out of labour; intende: economizzano spese mediante lo sperpero di forza-lavoro), Il loro potere viene sentito da tutta questa classe di operaie. Se una sarta riesce a procurarsi una piccola clientela, la concorrenza la costringe a lavorare da morirne in casa propria, per poterla conservare: e deve per forza infliggere lo stesso sovraccarico di lavoro alle sue aiutanti. Se la sua impresa fallisce, o se essa non può iniziare un’impresa indi pendente, essa si rivolge a uno stabilimento, dove il lavoro non è minore, ma il pagamento è sicuro. In questa situazione, essa diventa una semplice schiava, gettata qua e là da ogni fluttuazione della società; ora a casa, a morir di fame, o quasi, in una stanzetta; poi, di nuovo al lavoro, quindici, sedici, perfino diciotto ore su venti quattro, in un’atmosfera appena tollerabile e con un nutrimento che, anche se buono, non può esser digerito per mancanza di aria pura. Di queste vittime si nutre la consunzione, che non è altro che una malattia da aria cattiva» (Dott. RICHARDSON, Work.and Overwork in Social Science Review, 18 luglio 1863).

[iii] Morning Star, 23 giugno 1863. Il Times si servì del caso, per difendere i proprietari americani di schiavi contro il Bright ecc,, e dichiarò: «moltissimi di noi ritengono che, finchè noi facciamo lavorare le nostre giovani donne tanto che ne muoiono, usando la sferza della fame invece dello schiocco della frusta, non abbiamo il diritto di aizzare col ferro e col fuoco contro famiglie che sono proprietarie di schiavi di padre in figlio e che, per lo meno, nutrono bene i loro schiavi e li fanno lavorare moderatamente» (Times, 2 luglio 1863). Allo stesso modo sermoneggiò lo Standard, un foglio tory, contro il rev. Newman Hall: «Ha scomunicato i proprietari di schiavi, ma prega in comune con quella brava gente che fa lavorare i cocchieri e i conduttori di omnibus di Londra ecc., per paghe da cani, soltanto sedici ore al giorno». Alla fine parlò l’oracolo, quel signor Thomas Carlyle, sul quale già nel 1850 ho pubblicato: «Il genio è andato al diavolo, il culto è rimasto». Con una breve parabola, egli riduce l’unico avvenimento grandioso della storia contemporanea, la guerra civile americana, a questo livello: il Pietro del Nord vuol fracassare con tutta la sua forza il cranio al Paolo del Sud, per la ragione che il Pietro del Nord affitta il suo operaio a giornata a e il Paolo del Sud l’affitta e «a vita» (Macmtllan’s Magazine. Ilias Americana in nuce. Fascicolo d’agosto, 1863). Così è finalmente scoppiata la bolla di sapone della simpatia dei tories pei salariati delle città — non di quelli agricoli, per amor del cielo! —. Il nocciolo è: schiavitù!

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