SBRINDELLATA E CONCULCATA LIBERTÀ

Nota redazionale: Il testo pubblicato nel 1952 contiene la descrizione delle motivazioni ‘tattiche’ nascoste dietro le reazioni politiche del partito togliattiano (reazioni avvenute dopo alcune rivelazioni giornalistiche di un ammiraglio americano). La ricostruzione dei meandri ‘tatticistici’ in cui si muoveva la politica del partito togliattiano è la seguente: Possibile che debba ancora, tra i militanti di quei partiti, passare una storiella di questo genere: primo, sappiamo benissimo che le forze ed armi americane sono a disposizione del governo borghese italiano non dal 1948 ma dal 1943. Secondo: per commuovere e muovere i grandi strati del popolo ci conviene di far credere che camminiamo lealmente sul terreno della costituzione democratica per raggiungere colla legale maggioranza il potere, dato che solo con tale proclamazione possiamo aggiungere ai voti dei lavoratori salariati, che non bastano, quelli di tutto l’insieme delle classi medie. Terzo: giunti così alla vittoria elettorale, quando come è sicuro si userà la forza italo-americana per negarci di salire al governo, quella gran massa mista, indignata che non si rispetti la sua pacifica volontà e la nostra decisione di seguire i mezzi incruenti, si leverà come un sol uomo (dopo aver votato come un sol fesso) e con la forza ci porterà al potere. Ora, dicono quei politici sommi, perché questo gioco giochi, occorre far credere che non sapevamo, che non avremmo nemmeno immaginato, che mentre a terra si va in cabina a votare civilmente, a mare si stia in cabina colla cuffia all’orecchio ad aspettare l’ordine di mitragliare via elettori ed eletti. Solo se operai e piccoli borghesi ci avranno presi per costituzionali sul serio, sorgeranno in armi a nostra difesa, credendo sia quella la difesa delle libertà conculcate, oltraggiate e lacerate dalla reazione in scatolette degli ammiragli americani. Per i redattori dei due citati giornali è teorema indiscusso quello che secondo loro Marx e Lenin dettarono: volete salvare il proletariato? Fatelo fesso. Qui la suprema strategia rivoluzionaria, cui solo i quadri e i gruppi di avanguardia degli attivisti, sono a gran mistero iniziati’.

Il tatticismo e la propaganda mistificatoria del partitone togliattiano vengono confrontati con le analisi di Lenin, poiché non sono i pericoli corsi dalla ‘democrazia’ parlamentare e dalla legalità costituzionale, ovvero la libertà minacciata dalle oscure manovre americane, il problema reale, in quanto la critica marxista aveva da tempo svelato la natura formale e illusoria di quella ‘libertà’.: ‘Nel più democratico Stato borghese le masse urtano ad ogni passo contro la più stridente contraddizione tra l’uguaglianza formale, proclamata dalla democrazia dei capitalisti, e le infinite restrizioni e complicazioni che fanno dei proletari degli schiavi salariati. Appunto questa contraddizione apre gli occhi alle masse sulla putrescenza, la menzogna e l’ipocrisia del capitalismo. È appunto questa contraddizione che gli agitatori e i propagandisti del socialismo rivelano alle masse, per prepararle alla rivoluzione”.

Nella realtà storica non edulcorata e mistificata ‘I cambiamenti di potere all’interno di un paese si fanno dunque ragione e legge con la vittoria, ossia con la forza, su cui penseranno poi a codificare un nuovo diritto‘.

Oggi, a distanza di tanti decenni dal 1952, il grande fratello americano continua a mantenere le sue basi militari nel ‘belpaese’ e in Europa, condizionando in senso favorevole ai propri interessi le politiche di molti paesi della ‘nuova’ e della ‘vecchia’ Europa. I rapporti di forza (economici e militari) fra le borghesie concorrenti, non un astratto diritto internazionale, decidono in ultima istanza le soluzioni ai vari problemi e conflitti di interesse, esistenti in un certo momento storico, fra gli attori del capitale.

 

 

SBRINDELLATA E CONCULCATA LIBERTÀ

Gravissima rivelazione, dopo quattro anni! Così, al colmo della sorpresa, al vertice della indignazione, si esprimono le redazioni dell’Unità e dell’Avanti!

Nell’Europeo, il più informato settimanale politico, Luigi Barzini junior, il più pallista della schiatta, si è fatto dire dall’ammiraglio americano comandante la difesa del Mediterraneo, Robert B. Carney (strano cognome, ha sempre fatto l’impressione che l’industria americana prepari anche gli ammiragli conservati in scatolette per il momento buono, incollandovi l’istruzione per l’uso) che egli nell’aprile del 1948, nella tema che, perdendo De Gasperi le elezioni contro Togliatti-Nenni, scoppiasse in Italia una guerra civile, aveva preso di testa sua una certa misura. Gli pareva che i carabinieri e l’esercito mancassero di armi leggere ( è stato dopo che si sono dotati, si vede, di quelle staliniste, trovate immancabilmente ben unte e in perfetto stato di funzionamento) ed allora tenne una nave americana carica di materiale militare a duecento miglia dalla costa, pronta ad eseguire ordini: per fortuna non avvenne nulla e la nave con tutto il carico riattraversò l’Atlantico (!?).

Un fatto storico di rilievo e veramente impensabile… Chi lo avrebbe mai creso? disse quell’agente che imparava l’italiano. L’Europeo ci ha privati del fac-simile del telegramma che doveva essere bello e pronto: Entro giorno diciotto aprile sbarcare porto italiano due milioni schede scudocrociate aut duemila mitra-leggere merci idonee salvezza democrazia.

Di tutto ciò l’alta direzione della politica rossa in Italia se ne accorge dopo quattro anni, mostra che prima non sapeva nulla; e mostra di credere che l’opera di riorganamento della polizia in Europa si sia iniziata con quella “pensata” o “alzata di memoria” personale di un ufficiale; e leva strida di allarme per la “garanzia di libere elezioni” che avremo nel 1953, o 1954 che sia.

Ma allora ed oggi, se vi è una differenza, sta nel fatto che le duecento miglia sono ridotte a duecento metri e meno di gomena con cui le navi attraccano alle banchine nelle basi italiane, e che oramai, come Carney stesso rileva compiaciuto e pacificato, carabinieri esercito e Celere sono attrezzati e munizionati a dovizia, senza che egli si esponga al rischio eroico di giocarsi ancora una volta il proprio job, o posto, e più di dire fieramente al ministro: addebitate pure nave e carico al mio conto personale! Che nababbi, dal tempo di Luigi senior, sono divenuti questi ammiragli statunitensi.

A che serve dunque oggi la sensazionale scoperta? Assai poco a montare guerre civili esperibili solo ed unicamente nella ipotesi (certa) di batosta numerica nelle elezioni politiche generali.

Possibile che debba ancora, tra i militanti di quei partiti, passare una storiella di questo genere: primo, sappiamo benissimo che le forze ed armi americane sono a disposizione del governo borghese italiano non dal 1948 ma dal 1943. Secondo: per commuovere e muovere i grandi strati del popolo ci conviene di far credere che camminiamo lealmente sul terreno della costituzione democratica per raggiungere colla legale maggioranza il potere, dato che solo con tale proclamazione possiamo aggiungere ai voti dei lavoratori salariati, che non bastano, quelli di tutto l’insieme delle classi medie. Terzo: giunti così alla vittoria elettorale, quando come è sicuro si userà la forza italo-americana per negarci di salire al governo, quella gran massa mista, indignata che non si rispetti la sua pacifica volontà e la nostra decisione di seguire i mezzi incruenti, si leverà come un sol uomo (dopo aver votato come un sol fesso) e con la forza ci porterà al potere.

Ora, dicono quei politici sommi, perché questo gioco giochi, occorre far credere che non sapevamo, che non avremmo nemmeno immaginato, che mentre a terra si va in cabina a votare civilmente, a mare si stia in cabina colla cuffia all’orecchio ad aspettare l’ordine di mitragliare via elettori ed eletti.

Solo se operai e piccoli borghesi ci avranno presi per costituzionali sul serio, sorgeranno in armi a nostra difesa, credendo sia quella la difesa delle libertà conculcate, oltraggiate e lacerate dalla reazione in scatolette degli ammiragli americani.

Per i redattori dei due citati giornali è teorema indiscusso quello che secondo loro Marx e Lenin dettarono: volete salvare il proletariato? Fatelo fesso. Qui la suprema strategia rivoluzionaria, cui solo i quadri e i gruppi di avanguardia degli attivisti, sono a gran mistero iniziati.

Ieri

Ed allora, per rifarci un poco la bocca dopo tutto questo insopportabile e schifoso rifugiarsi nella inviolabile, tabuistica santità della costituzione elezionistica, che l’Italia si è data quando gli attivisti finalmente cessarono dallo stare a duecento miglia dalla costa patria sulle navi americane e furono sbarcati a braccetto coi colonnelli Pacciardi e i giornalisti Barzini, parli Lenin, Lenin del 1918, non ancora, misero lui, assurto alla luce della teoria storica di Lenin-Stalin.

“Il dotto signor Kautsky ha con tutta probabilità casualmente ‘dimenticata’ questa ‘inezia’ (parentesi: copiamo virgolette e corsivi come nel testo di Lenin): che il partito dominante della democrazia borghese garantisce la tutela della minoranza (Kautsky aveva incardinato il suo rifiuto della dittatura proletaria su questo dogma borghese della democrazia come principio di rispetto alla minoranza) unicamente ad un altro partito borghese; al proletariato invece, in ogni questione seria, profonda, fondamentale, in luogo della ‘tutela della minoranza’ si regala lo stato di assedio o i progrom. Quanto più è sviluppata la democrazia, tanto più in ogni profondo contrasto politico che minacci seriamente la borghesia diventano imminenti i progrom e la guerra civile. Il dotto signor Kautsky avrebbe potuto osservare questa ‘legge’ della democrazia borghese durante l’affare Dreyfus nella Francia repubblicana, nel linciaggio di negri e di internazionalisti nella repubblica democratica dell’America, negli esempi dell’Irlanda e dell’Ulster nella democratica Inghilterra, nella caccia contro i bolscevichi e nella organizzazione di progrom contro di essi nell’aprile 1917 nella democratica repubblica russa. Scelgo a bella posta esempi non solo del periodo della guerra, ma anche dell’anteguerra, del periodo di pace”.

Questo rilievo di Lenin dimostra come il marxista ribadisca sempre le “leggi” storiche non solo sui dati terremotati del presente, ma su quelli del passato. Da allora abbiamo avuto un dopoguerra, un’altra guerra, e siamo nel nuovo dopoguerra. Chi si è permesso di stabilire che la “legge” di Lenin va abolita? Si potrebbe ben dire: il saputo signor Palmiro e l’asino signor Pietro ben potrebbero osservare questa legge della democrazia borghese nella repubblica di Weimar del 1919, nella democratica Italia prefascista del 1920-21, nelle combattenti e vincitrici democrazie parlamentarissime di America, Francia, Inghilterra, ecc., di cui almeno dal 1947 ogni giorno vanno citando nuovi nefasti. E perché allora come il Kautsky del 1918 non propinano al proletariato che rivendicazioni di democrazia maggioritaria, di garanzie alle minoranze, di ortodossia costituzionale e simili ciurmerie?

Lenin continua: “Nel più democratico Stato borghese le masse urtano ad ogni passo contro la più stridente contraddizione tra l’uguaglianza formale, proclamata dalla democrazia dei capitalisti, e le infinite restrizioni e complicazioni che fanno dei proletari degli schiavi salariati. Appunto questa contraddizione apre gli occhi alle masse sulla putrescenza, la menzogna e l’ipocrisia del capitalismo. È appunto questa contraddizione che gli agitatori e i propagandisti del socialismo rivelano alle masse, per prepararle alla rivoluzione”.

Avremmo voluto maiuscolare i due ultimi periodi per intero, abbiamo lasciato in corsivo le parole di Lenin per prepararle. Il grande rivoluzionario non fa infatti qui della pura analisi teorica, ma parla di lotta e di strategia proletaria; ed infatti in questa stessa pagina spiega il senso della utilizzazione, in tempi e luoghi dati, delle possibilità offerte dalla democrazia borghese. Ma egli appunto condanna che possa in un qualunque momento essere taciuto nella propaganda e nella agitazione del partito proletario il carattere controrivoluzionario del liberalismo borghese e dei suoi istituti, anche nei periodi di più ostentato e largo funzionamento.

Non solo tanto oggi si tace dai nuovi rinnegati, peggiori di Kautsky, ma si diffonde nelle masse l’aspettazione opposta, ossia che per esse il vantaggio massimo, la condizione ottima, è il conservarsi e perpetuarsi della legalità costituzionale, e solo se questa è manomessa conviene reagire e lottare.

I difensori di questo mutamento di fronte, che è in effetti un vero rovesciamento del fronte di classe, tentano di speculare su una falsificazione a proposito del vecchio tema della elasticità di tattica in Lenin. Secondo essi in date condizioni storiche Lenin avrebbe ammesso che anche in una lotta suscitata dalla soppressione da parte della classe dominante delle garanzie liberali, potrebbe trovare inserzione la ben più avanzata e decisa azione rivoluzionaria dei comunisti, trascinando le masse verso obiettivi ben più radicali che la restaurazione delle libertà compromesse.

Lenin dice soltanto che esistendo un vigoroso partito “bolscevico” questo deve e può tentare di innestare la sua azione in ogni frattura e in ogni convulsione interna della società borghese, impadronendosi della direzione delle masse entrate in movimento per finalità secondarie e immediate, e volgendole alla lotta per rovesciare lo Stato e il capitalismo. Ma la condizione che vi sia un vero e forte partito comunista di classe è caduta, quando questo partito manca e quelli che sono alla testa del proletariato nella sua più vasta organizzazione hanno disertata ogni preparazione “che riveli la contraddizione tra il democratismo formale e l’oppressione di classe”. E ciò avviene nel modo più scandaloso e disfattista quando non solo si lasciano tali fondamentali compiti nel dimenticatoio, come facevano dopo la prima guerra i Kautsky, gli Haase, i Longuet, i Turati, ma si va molto più oltre, alla politica degli stalinisti di questo secondo dopoguerra, che della democrazia fanno non una possibile utile pista per l’avanzata proletaria, ma il vero e proprio traguardo di essa.

Del resto la prova che non è possibile sfruttare forze più ampie di quelle puramente di classe, allorché si verifica una “sospensione” del liberalismo borghese, la prova che non è possibile con un simile più largo fronte evitare una sostituzione di programmi e di scopi, non è più il caso di chiederla a dibattiti di partito e di congresso sulla tattica, perché la ha data la storia.

In Italia appunto si è avuto un esempio classico. Dopo il passaggio del potere borghese ai fascisti, si volle fin dal 1923 imporre al partito comunista una politica di blocco con tutti i partiti combattuti dal fascismo, e mano mano con quelli che erano schierati contro il fascismo, dopo averlo preparato e sorretto, solo in quanto il fascismo aveva rifiutato qualunque ulteriore loro partecipazione ai nuovi governi. Il solo partito comunista, si disse, non potrà mai rovesciare il governo di Mussolini, ma ben lo potrà un giorno il grande fronte di liberazione nazionale partigiana. Mussolini cadde, non già perché il fronte dalla incredibile gamma, che andava fino ai cattolici e monarchici, fosse più forte in ragione della sua ampia base, rispetto ad un solo partito a programma antiborghese, bensì per il concorso di circostanze di natura internazionale e bellica. Ma sulla rovina del fascismo non si innestò la attesa manovra di condurre avanti le masse, una volta messe in moto; queste si appagarono e si fermarono inerti una volta raggiunto il comune fine democratico borghese di riavere giornali comizi elezioni e parlamento. Il partito comunista del 1923 non solo non poté far confluire forze più vaste delle sue di partenza in un moto per il potere proletario, ma si trasformò esso stesso, nel corso del lungo processo, in un partito costituzionale e costituzionalista, ossia non più rivoluzionario.

La stessa rottura del grande fronte antifascista del ventennio, e di guerra, avvenuta in parallelo nel campo internazionale e in quello della politica interna, non ha visto il partito ritornare su base di classe e riprendere il programma di lottare e governare solo, ma vede l’attuale movimento, che di comunista ha solo il nome, rivendicare, non solo il metodo legalitario per arrivare al potere, ma ripetere la sfrontata esibizione di gestire il potere stesso in governi di collaborazione di classe.

Lo stesso Kautsky del 1918 fuori dal tempo di guerra non avrebbe osato contestare a Lenin la tesi marxista che la partecipazione di un partito operaio al governo non significa compromesso di interessi di capitalisti e lavoratori, ma semplicemente concorso di capi traditori delle organizzazioni operaie al governo di oppressione borghese. Ed infatti Lenin ad ogni passo rinfaccia a Kautsky di aver rinnegato, divenendo nel 1914 da marxista radicale un volgare socialpatriota, non solo la dottrina di Marx sullo stato la rivoluzione e la dittatura, ma la stessa sua battaglia nella Seconda Internazionale, prima della guerra, contro la destra revisionista e possibilista, contro la partecipazione e l’appoggio parlamentare ai gabinetti borghesi.

Fin dal 1844 Marx nella sua polemica con Bauer sulla questione ebraica pose in rilievo suggestivamente, sia pure con una forma che dal tempo del Manifesto fu diversamente stabilita, la contraddizione insita nella concezione borghese della libertà, che nel 1918 ribatte Lenin a Kautsky. La rivoluzione borghese ha attuato uno Stato, in cui tutti i cittadini sono uguali. Ma questo che significa? Marx fa fin da allora la disamina critica delle due classiche “Dichiarazioni dei diritti dell’Uomo” francesi, del 1791 e del 1793. Quattro sono i diritti che il borghese proclama “naturali e imprescrittibili”: l’eguaglianza, la libertà, la sicurezza, la proprietà. I diritti che “formalmente” sono attribuiti al cittadino in generale, esprimono nella realtà “l’individuale egoismo del membro della classe borghese”. Il diritto della proprietà e dellasicurezza, che evidentemente non riguarda chi nulla possiede e in nulla può venire minacciato, sta alla base della definizione della libertà, che altro non è che la “libertà della proprietà”.

E l’égalité? Ecco dove il diritto diviene meramente formale: “l’eguaglianza (dice la costituzione) consiste in ciò, che la legge è la stessa per tutti, sia che essa tuteli, sia che essa punisca”.

Ora, allorché un partito che si dice marxista e pretende ad ogni passo di rispecchiare e rappresentare le classi lavoratrici, da un canto dice che la società, la nazione in cui esso opera, è divisa in classi sociali in contrasto di interessi, e dall’altro dichiara di tenersi nella sua azione politica e nel suo programma di rivendicazioni sul terreno costituzionale, esso viene ad ammettere che la vigente legge “è uguale per tutti”. Ma dove la legge è uguale per tutti, dove la stessa legge tutela tutti e punisce tutti, è chiaro che non si tratta di una legge di classe, e che non vi è uno Stato di classe: ogni dottrina e programma rivoluzionari sono caduti.

Quel che vige nel rapporto formale tra Stato e cittadino singolo, quanto a pretesa unicità di disciplina giuridica nel punire e proteggere, vale e vige anche per i partiti politici in lotta, per la regolarità o per lo sgarro nelle battaglie per portarsi via il potere. Il cardine stesso su cui in un lavoro più che secolare è stata eretta la spiegazione marxista della storia è spezzato, ove per poco si conceda, come fanno gli attuali partiti pseudo-operai, che una stessa legalità e legittimità si leva sovrana sulle classi in contrasto e sui loro partiti politici. Il gioco borghese conservatore resta fatto, e al posto dell’urto inesorabile degli interessi di classe contro le forme di produzione, si eleva il monumento filisteo dei diritti “naturali” ed imprescrittibili, ossia eterni, ossia costituzionali. Si consolida il conformismo, e tripudia la controrivoluzione.

Oggi

Se il discorso è troppo filosofico, riduciamolo in moneta spicciola.

La legge è uguale per tutti. Sta scritto in tutte le aule di tribunale, da quando non vi sono giudicanti diversi per il nobile il plebeo e il chierico. Vi è allora una legge, anzi quella stessa legge, anche per gli esecutori di potere, per i funzionari, per i poliziotti, per lo stesso governo politico. Chi quindi sgarra dalla legge verrà punito. Ed il borghese giurista tradizionale sembra aver sempre ammesso che davanti ad un flagrante “abuso di potere”, ad una sopraffazione contro diritti riconosciuti dalla legge, il cittadino può non solo adire coi suoi ricorsi il giudice del caso, ma addirittura, a caldo a caldo, usare la forza e resistere. Se, fatti i conti, l’abuso risulta, il cittadino che si è fatto ragione colle mani non ha commesso reato. Ecco il Canone del cosiddetto “illegalismo borghese” cui accennammo altra volta. Contro la violazione del diritto e della libertà fondamentale, è giustificato l’uso della violenza. Non poteva non ammettere questo la filosofia borghese che non dice più che la ragione discenda dall’autorità, ma pretende di avere trovato un sistema (quello elettorale) per cui l’autorità deriva dalla ragione. Chiaro? Ad esempio: in guardina l’agente vuole spassarsi con una passeggiatrice che abbia razziato: se questa lo fa fuori è assolta.

Ciò vuol dire che non occorre essere rivoluzionari e “antiformisti” per ammettere che resti un campo all’uso della violenza.

Usciamo ora dal campo delle faccende private, ed entriamo in quello della attività collettiva, pubblica, politica. La questione diviene più scabrosa. Il sistema democratico ha voluto dare una piattaforma tale che tutto possa essere risolto senza che cives ad arma veniant, i cittadini abbiano a dar di piglio alle armi. Ma nei fatti ogni tanto avviene uno scompiglio, dal tafferuglio al colpo di stato, che oramai è di quotidiana informazione, dall’Oriente e dall’Occidente, dal municipio di Panicocoli alle capitali dei millenari imperi della storia.

Ora anche qui il benpensante giunge ad ammettere che, se il governo al potere infrange la costituzione che costituisce una specie di contratto tra popolo e governo, i cittadini “hanno il diritto” di opporsi non solo per le vie legali, ma anche con la materiale forza.

Avvenuto lo scontro fatale, si troverà un giudice che stabilisca se il gruppo, il partito, il movimento, che ha posto mano all’atto di forza, aveva o non aveva ragione? Anche qui la risposta del marxismo è di vecchia data: Marx la dette da imputato “politico” al processo di Colonia nel 1849. Un solo giudice in questi casi può vantare una efficace investitura: esso si chiama: successo.

“Quando si compie una rivoluzione è lecito impiccare i propri avversari, ma non condannarli. Li si può schiacciare come vinti nemici, ma non giudicarli come delinquenti”. Questa chiara tesi marxista si può tradurre in quest’altra forma: quando dalle due parti in lotta corre la stessa accusa di aver violata una comune legge, attentato ad un comune valore (patria, libertà, civiltà, ecc.), da nessuna delle due parti sta la rivoluzione di classe.

Per la rivoluzione di classe che l’avversario resista con la forza, più che un diritto, parola che per noi non ha senso, è una necessaria prevedibile manifestazione delle forze sociali come noi le consideriamo. I borghesi resisteranno; e più che far bene a resistere saranno nella necessità di resistere: si tenderà a schiacciarli non perché traditori o criminali, ma perché borghesi e capitalisti.

I cambiamenti di potere all’interno di un paese si fanno dunque ragione e legge con la vittoria, ossia con la forza, su cui penseranno poi a codificare un nuovo diritto. Qui sorge il problema: che devono pensare e fare i “poteri” stabili degli Stati esteri? Riconosceranno essi, coll’intrattenere le relazioni diplomatiche, il nuovo governo? Storicamente in tutte le rivoluzioni e i colpi di forza i sovrani o governanti debellati e i loro seguaci, quando hanno potuto riparare oltre frontiera, hanno rivendicato un riconoscimento di legittimità, e nelle forme più moderne hanno stabilito su terreno amico i “controgoverni” all’estero, i famosi “governi fantocci”.

Il diritto borghese internazionale, che vaga nel vuoto non trovando l’ubi consistam di un superiore potere capace di sanzioni materiali (Società delle Nazioni e O.N.U. non possono dire di avere sorpassata la vita intrauterina), non ha saputo dettare miglior formula di quella che un potere si intende legale quando controlla un dato territorio senza apprezzabili resistenze militari. Esso è un potere di fatto, che se non controvesciato si darà successivamente la sua costituzione legale. A Mosca nel 1920 sui palcoscenici dei teatri proletari si rideva di gran gusto sulla farsa del riconoscimento de facto e de jure della Russia rossa da parte degli Stati capitalistici. Una simile commedia avviene quando in tempo di pace generale una nazione cambia bruscamente di governo, come in questi mesi Bolivia, Persia, Egitto.

In tempo di guerra la cosa presenta ulteriori complicazioni. Nel 1914 quasi dappertutto i partiti proletari caddero banalmente nella trappola del “patriottismo de facto”. Il ragionamento dei borghesi è semplice. A parte che in ogni nazione pretendono sempre di essere pacifisti spaccati, e obbligati a respingere una aggressione naturalmente “criminale”, essi dicono: ammettiamo che si poteva e doveva discutere nel popolo e tra i partiti se fare, e con quale gruppo fare, la guerra; supponiamo per un momento che uno dei partiti guerraioli abbia con un colpo di forza tratto in guerra il governo (commedia italiana, ad esempio, dello scoglio di Quarto nel 1915); oramai da due parti la mobilitazione è in atto, le armate sono in cammino, ognuna tende ad invadere il territorio dell’avversario. Chi grida contro la guerra, diserta le file dell’esercito, peggio, fa il sabotaggio dell’azione militare, la quinta colonna, provoca il crollo del fronte, lavora ad aumentare la probabilità fisica dell’invasione. Questa è di per sé il disastro, la rovina, per tutti, per tutte le classi (?). Supponiamo di essere il sindacato o il partito dei “cani e gatti” italiani: dobbiamo augurare che l’esercito austriaco non travalichi dal Piave perché dopo saremo fregati anche noi. Vecchia storia! Anche Turati, che s’era opposto recisamente alla guerra e negato il voto ai crediti militari, disse al 24 maggio 1915: oramai il paese è impegnato, abbiamo fatto quanto potevamo, dobbiamo anche noi lavorare per scongiurarne il disastro.

Nella Seconda Guerra Mondiale invece, che cosa è avvenuto? Quelli che con gli argomenti della difesa dei canili e del patriottismo alla Turati condannarono il disfattismo rivoluzionario di classe “leninista”, divennero poi tutti fautori in un modo o nell’altro della “resistenza partigiana” che possiamo chiamare “illegalismo borghese di guerra”. Andiamo per le spicce e con concetti semplici. Il potere fascista di Mussolini nato da una violazione dei sacri canoni liberali è “illegale”, dicono quelli. Legale era Giolitti neutralista nel 1914, legale Salandra interventista. Mussolini ed Hitler, per aver sciolti i parlamenti, sono illegali. La borghesia, nata dalla repressione terrorista dei legittimisti feudali, si è data un suo legittimismo! Si paragonò il potere delle camicie nere a quello di “un esercito nemico accampato in Italia”. Ma di fatto controllavano il territorio, avevano domate le aperte reazioni, ed erano, capi e truppa, di razza e lingua italiana; solo questo? Ogni sera si sborniavano di italianità smaccata. Ed infatti tutti gli Stati esteri riconobbero con plauso e senza esitazioni il “legale governo” del Duce, prima e dopo l’Impero. Gli emigrati stavano freschi che fosse presa sul serio la loro “conclusione” di illegalità, se non fosse venuta la seconda grande guerra!

Ebbene i Turati (i nomi per noi sono come simboli algebrici, e ben altre figure tanto tanto più basse del vecchio Filippo andrebbero citate) trovarono giusto da un lato che gli eserciti nemici invadessero il “patrio suolo”, dall’altro che gruppi armati di cittadini tirassero nella schiena ai combattenti, milizia o esercito che fossero.

In Italia si ebbe la complicazione forse massima di questi rapporti tra poteri e formazioni militari opposte, indigene e straniere. Ad un certo punto il territorio si spezzò in due, ognuno con un governo “italiano” e ognuno appoggiato ad un esercito forestiero, e che augurava che tale esercito potesse debordare e distruggere nell’altra mezza Italia, ed impiccarvi e fucilarvi i connazionali resistenti, in corpi regolari o irregolari.

Come si dipana una simile matassa? Con la distinzione dei metodi? Con quella dei valori? Due bestialità, per ogni marxista e classista. Venti processi hanno mostrato che di qua e di là della linea gotica chi prevaleva “non faceva prigionieri” e si concedeva altri simili procedimenti per la buona ragione della “rappresaglia”. Poi sarebbe distinzione sottile quella che debba stabilire se è civile il metodo dei marocchini che violano tutte le donne e le casseforti, o quello degli statunitensi che pagano con carta falsa la trasformazione in bordello di ogni “sacrario familiare”. Peggio padre, se si va alla caccia dei valori universali e si vede con quanta facilità se ne inverte il vantato monopolio: ripetere questo esame significa sciorinare ancora una volta tutta la nostra letteratura di scuola e di partito, classica e spicciola.

Tentiamo una distinzione di ordine storico positivo, anche se per brevità dobbiamo usare parole del linguaggio corrente. Quando i due movimenti che si oppongono, e dapprima si salutano e si studiano sul terreno democratico come cavallereschi duellanti, entrambi legati ad un codice dello scontro, poi vengono ad afferrarsi alla gola cavando il breve coltello, il “sette soldi” del teppista, entrambi cianciano di impersonare lo stesso ideale: il paese, la nazione, la patria, il popolo, e se volete l’umanità, la civiltà, la pace; allora davvero non vi è altra discriminazione che il sopraffarsi l’un l’altro: fa ridere la discriminazione di colpi leciti e proibiti; e la parte che tiene o afferra il controllo territoriale del potere avrà via libera e buon gioco logico – naturalmente non scivoliamo nella fesseria del giudizio morale – nel bombardare l’altra con l’epiteto di traditori e venduti al nemico. In buona sostanza, quando l’uno prevale e vediamo che “si è chiavato sotto” quell’altro, non vi è da sentir molta compassione.

Dove il nostro schieramento di rivoluzionari e di comunisti non ha esitazioni nella scelta, è quando la lotta è salita oltre la gara disgustevole e vile a chi è più patriota, a chi meglio rispecchia, nel fare quale che sia il suo gioco, l’interesse e la pretesa salvezza di tutto il popolo della nazione, e delle stesse classi economiche su cui si basa l’organizzazione avversa.

Se invece all’interno di un dato paese, ad esempio per chiarezza di esposti in questa Italia, un movimento dichiaratamente si collega al fine internazionale di classe e dice di indirizzare ogni sforzo al prevalere di un dato tipo storico di organizzazione umana – capitalismo e comunismo – il cui prevalere non può aversi che su scala mondiale ed extranazionale; allora è storicamente logico che quella classe che sta per perdere la partita, sia essa la borghesia conservatrice o il proletariato rivoluzionario, si saldi con forze di oltre frontiera, e cerchi contro il potere che prevale nel paese il soccorso e l’alleanza di forze estere. Perché allora, per un simile movimento, la distruzione di un governo, di un territorio, di una parte di popolazione umana o… canina, entro l’Italia, può essere fatto secondario rispetto alla vittoria mondiale del principio di organizzazione che difende, e che – vincendo – metterà a posto Stati, popoli, uomini, e bestiame.

Perciò non contro un certo governo d’Italia di fatto e a favore di un governo di fuori, ma contro i capitalisti italiani e esteri, a fianco dei proletari di tutti i paesi e quindi del determinato gruppo di classe in cui socialmente si partisce la popolazione d’Italia, il partito rivoluzionario acquista “il dovere e il diritto” dell’uso della forza illegale, del disfattismo militare, dell’alleanza di eserciti e gruppi di insorti con forze anaclassiste di fuori. Solo chi mai partì nel nome sciocco dell’Italia-tutto, sarà indifferente all’effetto del velenoso, demagogico epiteto di traditore. E la sua parte di classe avrà per lui ragione, usi la forza aperta o l’astuta insidia, arrivi a vincere in modo generoso o in modo crudele, porti il colpo al nemico a fronti schierati o nei gangli vitali delle retrovie, salga alla luce del trionfo o paghi il sanguinoso tributo alla controrivoluzione.

“Battaglia Comunista” n. 14 del 1952

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