Pensioni: fra l’elisir di lunga vita per lavorare fino a 70 anni, e il debito bancario forzoso per smettere con tre anni di anticipo. Giornate capitalistiche

Lo Pensioni: fra l’elisir di lunga vita per lavorare fino a 70 anni, e il debito bancario forzoso per smettere con tre anni di anticipo. Giornate capitalistiche

Il capitale ha realizzato in Italia il mito faustiano dell’eterna giovinezza, con la riforma Fornero, infatti, un lavoratore vicino alla settantina dovrebbe anche gridare al mondo, con orgoglio, che si sente ancora utile alla società, poiché può continuare a lavorare indefesso nel reparto o nell’ufficio dove ha passato buona parte della sua vita. Sequestrato di fatto per altri cinque anni sul posto di lavoro, costui, per accontentare i fautori del prolungamento lavorativo, dovrebbe, se possibile, additare ai giovani in attesa di lavoro l’importanza della totale abnegazione alle ragioni del risanamento del bilancio pubblico e dei conti dell’INPS. La situazione è grave ma non è seria, il debito pubblico incombe, ci sono le rate degli interessi da pagare su BOT, BTP e CCT, e soprattutto lo spread negativo con i bond tedeschi, quindi viene chiesto al lavoratore, nel dicembre 2011, il piccolo sacrificio di prolungare la permanenza sul posto di lavoro per altri cinque anni (da 62 a 67). Ora ci dicono che sarebbe possibile, fra qualche tempo, con questo trend di sviluppo previdenziale relativo all’età anagrafica pensionistica, perfino ritrovarsi un limite superiore ai 70 anni. Abbiamo spesso definito il capitalismo un cadavere che ancora cammina, e quindi non è inconcepibile che tale cadavere non abbia nozione dei limiti fisiologici che frenano la possibilità di continuare a lavorare, oltre una certa età, dentro le moderne galere aziendali. Ma non dobbiamo aspettarci dei ragionamenti sensati e umani da parte di un meccanismo socio-economico demente, assurdo, e autodistruttivo (della specie e dell’eco-sistema), come l’attuale mostro sociale capitalistico. E’ banale ripeterlo, ma tutto si gioca sulla legge del profitto, e quindi sui parametri contabili di bilancio pubblico funzionali alla valorizzazione del capitale finanziario-usuraio (con il pagamento degli interessi sul debito pubblico), e di conseguenza molto ancora si gioca sul persistente furto di plus-lavoro/plus-valore ( nell’economia produttiva di beni e servizi) previa intensificazione del grado di sfruttamento economico (basse retribuzioni, contratti di apprendistato, stage, alternanza scuola-lavoro). Il combinato di misure/riforme (Jobs act, scuola, pubblico impiego) varate dall’indefettibile governo Renzi, ha sapientemente oliato gli ingranaggi della macchina capitalistica, mettendo in essere, come si dice oggi, le condizioni per una maggiore produttività del lavoro (naturalmente, sembra, per rendere più competitive le nostre imprese sui mercati internazionali, riducendo il costo del lavoro per unità di prodotto). La stucchevole narrazione ufficiale ci dice che un governo lungimirante e una responsabile classe politica possono e devono richiedere ai cittadini (che a loro volta hanno il dovere di essere seri e responsabili evitando le proteste), dei sacrifici per salvare l’economia nazionale, e soprattutto per garantire la quota nazionale di plus-valore ricavabile dallo sfruttamento sempre più intensivo delle masse umane salariate. Sotto le mascherature democratiche il regime borghese si rivela come un feroce e spietato sistema di oppressione, al servizio di una minoranza sociale parassitaria; e il caso delle pensioni è solo l’ultimo esempio di come pseudo ragionamenti statistici sull’allungamento della vita media, e preoccupazioni di quadratura del bilancio, possano fungere da paravento ideologico per intensificare la schiavitù del lavoro salariato fino ‘all’estinzione precoce della vita del lavoratore’, Marx. Circostanza attualissima, se si costringe l’essere umano a lavorare oltre i limiti giornalieri di orario, ma anche se si obbliga l’essere umano vecchio, anziano, spesso malato, a lavorare come se il tempo non esistesse, come se essere anziani non fosse un impedimento a svolgere ancora mansioni lavorative. Il battibecco e la farsa in atto fra i soliti attori politico-sindacali della scena italica ha del grottesco, si chiede infatti ai malcapitati lavoratori, sequestrati sul posto di lavoro dalla riforma Fornero per altri cinque anni, di accendere un debito (intorno ai 40 mila euro) per ottenere il riscatto di tre anni della propria vita lavorativa, cioè per andare in pensione a 63 anni e sette mesi, invece che a 67 e sette mesi. Questa è la proposta del governo, a cui si oppongono, per ora, le fievoli obiezioni di una parte dei sindacati e di alcune forze politiche nazionali, in un contesto di persistente apatia di  buona parte dei diretti interessati, cioè dei lavoratori. E’ inutile fingere che tali ‘riforme’, come ad esempio quella Fornero, siano il solo risultato delle indecisioni o dei compromessi di determinate dirigenze politico-sindacali; senza nulla togliere di negativo a queste ultime, è infatti irrealistico pensare che tutto sia potuto accadere senza il decisivo concorso/acquiescenza della maggioranza dei lavoratori. Riportiamo le ultime righe di un testo pubblicato sul ‘filo del tempo’, maggio 1953, ‘Il cadavere ancora cammina’, ‘Così sinistramente, una volta ancora, la giovane generosa bocca del proletariato possente e vitale si è applicata contro quella putrescente e fetente del capitalismo, e gli ha ridato nello stretto inumano abbraccio un altro lasso di vita’.

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