Democratismo: ambizioni e carriere dei cuochi e sotto-cuochi del polpettone capitalistico

Un articolo pubblicato sull’Unità, nel 1924, dal titolo ‘I sistemi giolittiani esasperati dal governo fascista’ commenta la corsa sul carro del vincitore fascista, e quindi la ressa di personaggi politici che chiedono di essere candidati nelle liste fasciste per ottenere uno scranno parlamentare. Un quadretto desolante della fregola di potere, di onorificenze, e di corruzione tipici della dissoluzione borghese. Il fascismo nasce vecchio, si  sostiene nell’articolo, con tutta la propensione alla trattativa politica dietro la scena, già dalla farsesca marcia su Roma. Dunque la politica borghese, e sopratutto il mercato elettorale, inteso come trattativa per una candidatura alle elezioni comunali, regionali e parlamentari, come dati che riconfermano le ragioni della scelta  astensionista. La politica, intesa come rincorsa allo scranno nel parlamento, o negli enti locali, per rappresentare gli interessi dominanti (o di una frazione della classe dominante) sono la regola, perché in fondo a questo serve l’elettoralismo democratico, pur nelle sue varie differenze partitiche. Dunque i partiti borghesi di destra, centro e sinistra come mezzo privilegiato per favorire la carriera e l’ambizione di volenterosi servitori del capitale (in questo senso viene usato il termine ‘partitocrazia’) . Partiti e politici borghesi sono, in questo articolo del 1924, smascherati nel loro ruolo fondamentale di attori di una spartizione predatoria di incarichi e prebende, da cui, in quanto personaggi/pedine, possono servire in tutti i modi gli interessi del capitale (nelle sue varie articolazioni). A distanza di quasi un secolo, lo scenario politico dominante in Italia non è molto cambiato, certo sono mutati i nomi dei partiti, e naturalmente il cast degli attori politici, ma le motivazioni personali (cioè ambizione e carrierismo), e la funzione fondamentale (cioè la tutela degli interessi capitalistici) sono sempre gli stessi. Marx sostiene nel primo libro del capitale che il capitalista, a un certo stadio di sviluppo dell’economia borghese, diventa una maschera di carattere, un attore e funzionario del capitale, lo stesso discorso vale per la stragrande maggioranza dei politici e dei partiti che si agitano sulla scena democratico – elettorale contemporanea. Un testo della corrente, risalente ai primi anni del dopoguerra, scritto in occasione dell’ennesima tornata elettorale, riprendendo i concetti dell’articolo del 1924, sostiene che chiunque vinca le elezioni e assuma l’incarico di governare, dovrà poi adeguarsi alla realtà e fare gli interessi del capitale. A meno di scegliere di dimettersi, di fronte alle preponderanti pressioni dei veri poteri socio-economici che governano la società capitalistica, sotto la maschera della libertà di voto uguale per ogni cittadino. Spesso, ingannati dalle apparenze democratico – legalitarie, non ci accorgiamo che i giochi veri, il ‘polpettone’, per usare un termine presente nell’articolo del dopoguerra, lo fanno poche migliaia di soggetti nazionali (espressione di determinati interessi ‘forti’ di tipo finanziario, bancario, industriale, burocratico, militare), in connessione con le strategie dei blocchi imperialisti dominanti sul piano internazionale. Stiamo forse semplificando troppo? Potrebbe essere vero, se non fosse facilmente verificabile la sostanziale omogeneità dei programmi di politica economica dei vari governi negli ultimi decenni. Concessioni di aumenti salariali e potenziamento dell’assistenza sociale quando il ciclo economico è in espansione (per incentivare ulteriormente la domanda), e viceversa tagli al Welfare e blocco dei salari nelle fasi di contrazione.  La vulgata keinesiana suggerirebbe di fare investimenti pubblici per creare reddito e domanda, tuttavia la catastrofe finanziaria del 2008, e il ruolo giocato dalla FED americana nella concessione di mutui ipotecari, o semplicemente la mancanza di riserve finanziarie e l’elevato debito pubblico, sconsigliano agli Stati di fare investimenti massicci – per creare reddito, domanda di beni e servizi, e quindi far tornare a far girare l’economia. Torniamo al democratismo, noi parliamo di democrazia parlamentare come una delle fasi (l’altra fase è la dittatura fascista o stalinista) del governo della classe borghese, cioè della sovrastruttura politico – statale interconnessa a una certa struttura economico-sociale capitalistica. I milioni di elettori vanno a votare, è vero, ma il polpettone lo fanno in poche migliaia di cuochi e sotto cuochi del capitale, con buona pace dei fessi e sottofessi fieri difensori della libertà di voto.

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