L’ACCESSORIO E L’ESSENZIALE

Nota redazionale: In qualche articolo recente e meno recente (ad esempio quello che precede il presente) abbiamo stigmatizzato la pessima abitudine di forzare oltre i limiti consentiti dal contesto storico-culturale l’interpretazione dei testi. Nel luglio del 2015 scrivevamo in ‘Aristocrazia operaia e caso Grecia‘, prendendo spunto dalle obiezioni poste da un lettore, che ‘  I testi recentemente riproposti sul sito, pubblicati prevalentemente negli anni sessanta da ‘il programma comunista’, rimarcano e chiariscono senza alcun bisogno di ulteriori interpretazioni esegetiche, l’origine e la funzione del partito comunista, e in modo particolare il suo ruolo insostituibile nei processi di mutamento sociale. Sulla base di considerazioni dedotte dalle variegate esperienze storiche, vengono in quei testi formalizzate delle inequivocabili linee in ordine al problema politico del partito. In assenza di una modificazione della natura socio-economica del regime capitalista, non si comprende la preoccupazione di chi ritiene importante ulteriormente dissertare sul centralismo organico, o sul vero significato di una parola o di un presunto pensiero recondito dei compagni che negli anni passati hanno elaborato una coerente concezione del partito. Ferma restando la possibilità di scolpire e mostrare in tutti i suoi lati una determinata conoscenza, storicamente invariante, appare comunque superflua o addirittura fuorviante la pretesa di possedere, al di là delle inequivocabili pagine prodotte dalla corrente in tempi diversi, la giusta chiave di lettura per comprendere, oggigiorno, cosa pensava e cosa voleva davvero dire un certo compagno, quando ha contribuito alla stesura di determinati documenti politici. Documenti che, oltretutto, avevano anche lo scopo di mettere fine al balletto delle interpretazioni, degli aggiornamenti e delle revisioni innovative. Di fronte a questi sofismi, e ai sottintesi intenti  di rottamazione pratico-teorica della funzione e del ruolo della forma partito, anche a costo di apparire schematici e dogmatici, si ritiene, valido il motto latino ‘la carta canta’. Di conseguenza si ritiene che vada nettamente criticata la ulteriore interpretazione di concetti, presenti in documenti, chiari e inequivocabili, al fine di sostenere una certa linea politica nettamente dissonante con il contenuto di quegli stessi documenti. Non vogliamo qui addentrarci nel campo della semiotica, e della polemica sulla semiosi illimitata, cioè sulla possibilità di attribuire significati illimitati a un certo significante (testo, opera d’arte, oggetto, azione e via dicendo). Infine proprio uno dei fondatori della semiologia, Peirce, oltre un secolo fa, sosteneva realisticamente che il processo di semiosi si inserisce in un contesto storico – culturale che orienta e limita le possibilità di lettura, e quindi di attribuzione di significati, rispetto a un certo ente significante. La semiosi illimitata è quindi valutata da Peirce come una pratica possibile, talvolta in ambiti ed esperienze particolari (arte, follia…..),  tuttavia da ritenersi impraticabile nella vita sociale reale. I limiti dell’interpretazione sono dunque dati dal contesto materiale, storico e socio-culturale, in cui si attualizza l’attività di semiosi. In altre parole una variazione del tema: l’essere sociale determina la coscienza. Centralismo organico e partito possono dunque essere letti con sfumature di significati lievemente diversi, accentuando il peso di un aspetto più di un altro, e tuttavia non è semiologicamente e politicamente ammissibile negare il complesso degli aspetti strutturali dei due concetti (centralismo organico e partito), o addirittura proporre interpretazioni in contraddizione con il senso attribuito a questi due concetti (che si implicano reciprocamente), rispetto alle letture prevalenti (politicamente e culturalmente) su base storico-sociale. Questa base storico-sociale (determinata dal livello raggiunto dal conflitto sociale di classe, e dagli insegnamenti passati e presenti ad esso collegati ) ci fornisce il dizionario e l’enciclopedia per comprendere il significato storicamente plausibile e accettato dei due concetti. Chi insiste pervicacemente in letture eccentriche rispetto al senso ben centrato sulla base reale dell’interpretazione politica prevalente, deve assumere su di sé i rischi di ricadere nel caos della semiosi illimitata, e quindi nella fuga da quella realtà determinatamente suscettibile di possedere certi significati (e non altri) all’interno di un certo contesto socio-culturale‘. 

Anche nella nota redazionale del precedente articolo scrivevamo:Nonostante le smentite dei testi, i sostenitori del neo-spontaneismo fatalista, si aggrappano lo stesso a espressioni (crollo, catastrofe…) rinvenute in qualche testo della corrente, senza avvedersi che tali espressioni hanno (in quelle pagine) un significato antitetico’.

Ora leggiamo le parole di questo testo del 1948, non per mera passione antiquaria, ma perché nonostante siano passati quasi settant’anni, ancora ci capita di osservare i soliti giochetti di trasformazione del significato complessivo di un testo, e quindi è interessante verificare la concordanza di vedute rispetto al fenomeno in oggetto:  ‘trovare frasi staccate che sembrino giustificare le deformazioni dei revisionisti … Ma citazioni simili sono possibili soltanto a patto di valorizzare l’accessorio ed eliminare l’essenziale…Cosi, l’accessorio di una frase superata o citata a metà serve a camuffare l’essenziale del tradimento, che consiste nel non essere più dialettici’…Così, la frase rubata a Marx dai riformisti, dagli staliniani e dai trotzkisti, è agitata da questi per mascherare l’appoggio dato alla reazione…rubare l’accessorio della frase di Marx per tradirlo nell’essenziale’.

Accessorio ed essenziale, l’aspetto accessorio rifulge quando si scorpora una riga, una parola, dal contesto discorsivo in cui essa è inserita (e in cui è autenticamente pregna del significato che gli spetta). La deform/azione è quindi una azione prevaricatrice (violenta) sulla forma (significante), cioè sulla parola o sulla riga, che staccate e deviate dal contesto iniziale,  vengono quindi de-formate, in un certo senso violentate, allo scopo di alterarne il significato originario (essenziale). Uno dei nostri compiti è dunque la restaurazione del senso (cioè dello spirito essenziale) dei testi violentati dalle sempre ricorrenti deform/azioni: una restaurazione che serve a tenere affilata la lama della teoria e della critica marxista, in quanto insostituibile arma di lotta per il comunismo.

Buona lettura

 

L’ACCESSORIO E l’ESSENZIALE

Staliniani e riformisti continuano a richiamarsi a Marx, sforzandosi di coprire col suo nome l’opera data al salvataggio del capitalismo e alla preparazione della guerra. È certo possibile, frugando nelle opere di Marx, soprattutto in quelle scritte prima della Comune di Parigi, trovare frasi staccate che sembrino giustificare le deformazioni dei revisionisti. È così che Byrnes, servitore decorato dell’imperialismo americano, ha potuto citare in una serie di articoli usciti sul Soir, giornale ufficioso del governo belga, una frase di Marx, risalente al 1853, in cui si parla della necessità di appoggiare la formazione di uno Stato nazionale tedesco contro l’autocratismo russo. Ma citazioni simili sono possibili soltanto a patto di valorizzare l’accessorio ed eliminare l’essenziale: ginnastica che non basterà a farci prendere Byrnes per un marxista, o a giustificare la collaborazione con un imperialismo qualsiasi contro l’imperialismo russo.

Il “marxismo” dei riformisti, degli staliniani e dei trotzkisti somiglia stranamente a quello di Byrnes. Incollando sugli occhi degli operai un’etichetta con una frase di Marx sulla proprietà privata, essi cercano di ottenerne l’appoggio alla proprietà statale, russa o no, come ad un progresso degno dei peggiori sacrifici.

Ora, per noi, il marxismo consiste nell’applicazione del metodo di pensare dialettico, sotto il triplice punto di vista classista, storico e materialista, allo studio della fase attuale del capitalismo, come Marx ha fatto per la sua. Se Marx è stato l’uomo più tradito della storia, gli è che tutti i falsi marxisti si limitano, sia per pigrizia mentale, sia per una cosciente deformazione, a prendere una conclusione qualsiasi derivante dell’analisi del capitalismo privato del XIX secolo e ad applicarla tale quale al capitalismo odierno, sebbene le sue condizioni di vita siano completamente mutate. Cosi, l’accessorio di una frase superata o citata a metà serve a camuffare l’essenziale del tradimento, che consiste nel non essere più dialettici.

Il sindacalismo rivoluzionario, il riformismo, lo stalinismo, il trotzkismo sono concezioni del mondo logiche, meccaniche, non dialettiche. Il primo faceva discendere dalla dichiarazione della guerra la necessità meccanica di contrapporle lo sciopero generale. Il secondo faceva discendere logicamente il socialismo da una legge votata a maggioranza in un parlamento borghese. Gli ultimi due fanno discendere meccanicamente la marcia verso il socialismo dal termine formale della proprietà statale in Russia e altrove.

Per contro, la dialettica è la condizione prima per comprendere le situazioni. Non parliamo qui, beninteso, della discussione accademica su chi abbia il diritto di mettersi sul cappello la piuma del “buon marxista”: quando si cerca di comprendere le situazioni, è per determinarne i caratteri al fine d’intervenire rivoluzionariamente in esse, agire sul corso della storia e orientarlo verso il polo socialista.

Il primo decennio del secolo ha segnato ad un tempo la fine delle guerre coloniali e la nascita dei movimenti di massa della classe operaia. La crisi del 1913 segna la fine storica dei liberalismo e l’inizio della opposizione fra guerre imperialiste generalizzate e rivoluzione socialista. Gli avvenimenti rivoluzionari del ’17-23 sono la prima ondata della rivoluzione mondiale per il socialismo: ondata che rifluisce dopo di aver squassato il capitalismo senza averlo distrutto. E il capitalismo si è adattato alla situazione nuova.

Non però nelle condizioni tradizionali. Il problema della gestione borghese non è più d’ordine strettamente economico o finanziario: è divenuto d’ordine essenzialmente politico. Dopo la crisi del 1918, lo spettro della rivoluzione proletaria pesa come una minaccia indefinita sulla testa della borghesia. Da una parte, essa cerca un espediente per durare; dall’altra, la condizione per durare è d’integrare i moti di massa del proletariato nel perseguimento di un obiettivo politico od economico che li devii dalla rivoluzione internazionalista e li disarmi davanti allo Stato nazionale.

L’essenziale è qui. Il modo di vita del capitalismo decadente non si iscrive nel termine formale della proprietà o nel nome che esso affibbia alla politica del momento. L’essenziale, per la borghesia, è trascinare gli operai verso un obiettivo che le permetta di durare.

Questa concezione non è sbocciata a priori nel pensiero degli uomini. È l’esperienza storica della lotta contro l’ondata rivoluzionaria dell’altro dopoguerra che ha rivelato questa condizione primordiale della conservazione capitalistica. Col pretesto di non voler fare come quei cannibali di bolscevichi e di andare progressivamente verso il socialismo, la socialdemocrazia tedesca costituì in tutti gli stabilimenti dei “Consigli di fabbrica”. La marcia progressiva verso il socialismo sono le parole: la pratica di queste parole è che, invece di “imparare il socialismo”, gli operai furono portati a studiare dei provvedimenti per salvare le imprese capitalistiche dal fallimento durante la crisi del 1929.

Risultò così chiaro che la “democrazia economica” aveva, da una parte, condannato gli operai all’impotenza e, dall’altra, permesso alla borghesia li raggiungere un obiettivo che doveva consentirle, col nazismo, di lottare per la riconquista delle sue posizioni imperialistiche. In realtà, mentre le altre borghesie si spartivano la torta mondiale, la borghesia tedesca (che aveva dovuto far fronte alla rivoluzione, al crollo del marco e alle riparazioni) non aveva tuttavia perso tempo e, durante il periodo della “democrazia economica”, aveva rinnovato interamente la sua attrezzatura industriale.

L’essenziale per il capitalismo è dunque divenuto la realizzazione di un obiettivo, qualunque esso sia, che gli permetta di sopravvivere. Lungi dall’impacciarlo nella realizzazione di questo scopo, la frase accessoria sul socialismo o l’evoluzione verso il socialismo è una condizione assoluta per legare gli operai a quella realizzazione. Il capitalismo non può vivere che a condizione di farsi passare per “socialista”. Non c’è più reazionario, oggi, che non si dica socialista: ieri Hitler e Mussolini; oggi Franco, Peròn o Stalin; domani, chi sa mai, Truman. La condizione di lottare contro il capitalismo non si risolve dunque nel fatto di ripetere una frase sul socialismo o sulla proprietà privata: ma nel fatto d’integrare la frase socialista in un programma politico unitario che si opponga alla realizzazione dell’obiettivo che permette alla borghesia di durare. I bolscevichi non erano rivoluzionari perché recitassero delle frasi sulla proprietà privata, ma perché opposero alla realizzazione della guerra imperialista la risposta del disfattismo rivoluzionario.

La situazione reazionaria tipo si trova nella “democrazia economica” tedesca degli anni 1918-33: essa ha schiacciato la rivoluzione, permesso alla borghesia di sopravvivere e di riattrezzare la sua industria, e, nello stesso tempo, disarmato gli operai davanti allo Stato e garantito l’evoluzione di quest’ultimo verso il totalitarismo.

Il nazismo è successo alla socialdemocrazia come la scienza succede all’empirismo. Ciò che poteva essere preso, all’origine, come una conseguenza, è, dopo il 1933, coscientemente sfruttato per ristabilire le posizioni imperialistiche della Germania. La forma di vita, il modo di sviluppo del capitalismo si concreta nel perseguimento di un obiettivo che potrà essere a volta a volta il riattrezzamento industriale e, successivamente, l’economia di guerra in Germania; la creazione di un’economia di guerra, poi la guerra, ora la ricostruzione nei paesi democratici; e la condizione per raggiungere questo obiettivo è, per la borghesia, di agghindarsi di frasi sul socialismo o sull’evoluzione verso il socialismo.

Così la politica delle nazionalizzazioni, legate allo Stato nazionale, lungi dal realizzare la condizione rivoluzionaria, realizza quella della controrivoluzione. La borghesia sfrutta coscientemente la nazionalizzazione come mezzo per legare gli operai al raggiungimento di un obiettivo che non è loro ma della classe avversa. Sarebbe infatti grossolano errore credere che l’introduzione formale della “proprietà statale” sopprima la borghesia. Quello che la nazionalizzazione operata dallo Stato realizza non è l’espropriazione della borghesia, ma quella dei piccoli azionisti a beneficio dei grossi, che sono – come osserva Lenin nell’Imperialismo – i padroni dello Stato; e anche quando espropria la totalità delle azioni, compie tutto l’opposto di un passo avanti verso il socialismo. In Inghilterra, per esempio, le nazionalizzazioni creano determinate condizioni di finanziamento e di mano d’opera che permettono a imprese non nazionalizzate (industria cinematografica, industria automobilistica) di realizzare profitti che mai avevano conosciuto fin allora.

Le linea di demarcazione fra socialismo e capitalismo non va dunque cercata nel termine formale della proprietà, più che nei Consigli di fabbrica o di azienda; essa va cercata nella posizione assunta di fronte all’obiettivo economico o politico che permette alla borghesia di durare. La gestione operaia, il superamento della proprietà privata, non sono rivendicazioni socialiste che a condizione d’integrarsi nel programma unitario dell’internazionalismo e della distruzione dello Stato nazionale. In caso contrario, servono ad agganciare gli operai alle condizioni di permanenza del modo di produzione capitalistico, come avvenne ai tempi della “democrazia economica” dal ’18 al ’33, come fu ai tempi del Fronte Popolare, come avviene nel periodo attuale di ricostruzione della prigione capitalistica.

Così, la frase rubata a Marx dai riformisti, dagli staliniani e dai trotzkisti, è agitata da questi per mascherare l’appoggio dato alla reazione. Il loro riflesso reale sui rapporti fra le classi non è per nulla diverso da quello della politica di Hitler o di Mussolini. Nazionalizzazioni, evoluzione verso il socialismo, socialismo in un solo paese, nazionalsocialismo, gestione operaia, sono formule politiche che (legate a un programma nazionale) aggiogano gli operai alla lotta per il raggiungimento di un obiettivo borghese a contenuto imperialistico. Sarebbe indubbiamente erroneo credere che chiunque avanzi rivendicazioni simili sia un Machiavelli, coscientemente deciso a imbrogliare gli operai. Non è certo questo il caso per i militanti di partiti “operai”. Ma l’applicazione pratica, le conseguenze reali di un programma non dipendono dalle idee degli elettori che lo votano, ma dalle posizioni del programma di fronte alle forze di classe che orientano la società. Per esempio, i proletari armati che occuparono alcuni stabilimenti italiani nel ’45 credevano senza dubbio d’essere sinceramente rivoluzionari; ma il loro programma politico era imperniato sulla difesa dello Stato italiano “democratico”. Ora, difendere lo Stato nazionale è difendere anche il conglomerato di classi sfruttate e sfruttatrici che ne è inseparabile. Rafforzando lo Stato nazionale, l’atto dell’occupazione delle fabbriche si risolse in un episodio della guerra imperialista, in cui gli operai avevano il ruolo di una pattuglia agli ordini di un imperialismo contro l’altro, mentre sarebbe potuto divenire una tappa verso il socialismo se gli operai l’avessero integrato in un programma unitario d’internazionalismo e di distruzione dello Stato nazionale.

Ne segue che ogni parola d’ordine collegata al programma nazionale lega oggi gli operai alla preparazione della terza guerra imperialistica. La posizione più “a sinistra”, in questo senso è tenuta dal trotzkismo.

Il suo verbalismo rivoluzionario, sono le parole: la posizione pratica è che, col pretesto di salvare “quel che resta di Ottobre”, chiama gli operai a prender posto in uno dei due schieramenti della guerra futura. Lungi dall’essere un elemento rivoluzionario, lega gli operai alla realizzazione di un obiettivo che permette alla borghesia, pur in fase di decadenza, di mantenersi in vita.

Le illusioni sulla difesa “condizionata” della Russia sono della stessa portata di quelle di chi, in Germania, vedeva nella difesa della democrazia, nella realizzazione del fronte unico della classe operaia sulla base della democrazia, una possibilità di sviluppo rivoluzionario. L’esperienza ha provato che la difesa della democrazia è inseparabile dalla difesa dello Stato democratico. Allo stesso modo, la difesa condizionata o incondizionata di “quello che resta di Ottobre” è inseparabile dalla difesa dello Stato russo attuale. L’esperienza dello stalinismo ha provato che tutte le forze politiche son orientate verso la distruzione dello Stato nazionale sono destinate a mettersi al servizio di quest’ultimo. L’esperienza trotzkista nella guerra ’39-45 ha mostrato che, non muovendo alla distruzione dello Stato russo, il trotzkismo non poteva che mettersi al servizio di questo Stato e partecipare, in tutti i paesi imperialistici alleati della Russia, alla guerra e alla resistenza imperialista. Nella guerra di domani, il trotzkismo sarà una forza politica al servizio di Stalin.

Poco importano, a questo riguardo, le concezioni personali dei “trotzkisti”, così come poco importarono quelle dei comunisti tedeschi nel ’23, o degli operai che occuparono le fabbriche nel ’45. L’applicazione pratica del loro programma, basato sulla difesa di uno Stato nazionale, è di mettersi al servizio di questo Stato. La pratica del trotzkismo è di rubare l’accessorio della frase di Marx per tradirlo nell’essenziale: la frase accessoria sulla proprietà privata o sul carattere “progressista” dell’esportazione del capitale russo nell’Iran o nella Germania occupata, ricollega gli operai all’essenziale della preparazione della guerra fra i due blocchi imperialistici: USA e Russia.

La gestione operaia, il superamento della proprietà privata, non diventano rivendicazioni socialiste che quando facciano parte di un programma d’insieme che opponga alla preparazione della terza guerra mondiale il “no” del disfattismo rivoluzionario.

«Prometeo», n. 9, aprile – maggio 1948

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...