‘Le elezioni che accontentano tutti’ e ‘GUERRA al regno della guerra’ (una riproposta)

‘Le elezioni che accontentano tutti’ e ‘GUERRA al regno della guerra’ (una riproposta)

Nota redazionale: due articoli risalenti al giugno 1951, particolarmente calzanti per comprendere le specifiche vicende odierne, e il senso dei contemporanei dibattiti incentrati sugli interventi militari decisi dal neo-presidente USA e dei rinnovati venti di guerra mondiale ad essi collegati.

Diversi analisti e opinionisti politici, di fronte alle ultime mosse del presidente USA Trump, si interrogano sui motivi del suo cambiamento di rotta rispetto alle precedenti promesse elettorali. Trattandosi di un cambiamento nei confronti di promesse di tipo elettorale, l’interrogativo degli opinionisti denota una certa ingenuità. Chiediamo noi ai dubbiosi politologi, impegnati a cercare di capire i motivi della presunta incoerenza fra il Trump candidato alla presidenza e il Trump presidente in carica, se davvero credono che un politico che ricopre una carica statale possa agire in contrasto con la logica sociale dello stato di cui è un funzionario.  Perché in fondo è di questo che si tratta, e la nostra corrente lo ricorda da sempre: chiunque vada al governo, nell’attuale organizzazione sociale di classe, non può che diventare esecutore di determinate politiche (fiscali, economiche, sociali, militari) funzionali alla conservazione di una certa classe sociale dominante. 

Dunque perché fare gli ingenui, continuando a fingere di non capire che Trump non può che agire in questo modo, nella specifica fase attraversata dal capitalismo USA, anche al di là delle sue opinioni personali o dei suoi sentimenti? Questa costrizione ad agire in un certo modo è analizzata e spiegata in diversi testi presenti sul sito, li elenchiamo ai nuovi lettori: ‘Dalla guerra come difesa e offesa…’, ‘Is e politica imperiale del caos’, ‘The duellists’, ‘Ruina imperii’, ‘Chaos imperium’, ‘Capitalismo’. Questi testi, riprendendo le analisi marxiste sui processi di sviluppo del capitalismo, ribadiscono le cause socio-economiche delle contraddizioni insite in quei processi di sviluppo, e gli scenari, storicamente verificati (di distruzione rigeneratrice del ciclo di valorizzazione), che nascono da quelle contraddizioni. Non ci interessa tornare su tali aspetti, ma solo ricordare che le letture dominanti della politica nazionale e internazionale tendono a ‘dimenticare’ il quadro di sistema in cui si muovono le dirigenze politiche borghesi. Militarismo, spese militari in aumento, interventismo su varie scacchiere geopolitiche, sono aspetti che caratterizzano tutti i moderni imperialismi capitalistici, tuttavia questi fenomeni sono più intensi quando un conglomerato di interessi imperiali è in fase di declino economico, oberato da una montagna di debiti, da un elevato grado di investimenti finanziari, da uno squilibrio nel rapporto import – export, e da collegati problemi di tenuta sociale. Si tratta di parametri socio-economici negativi, a cui si oppongono (immanentemente) delle contro tendenze, una delle quali è infatti l’uso della forza militare per il saccheggio o il controllo della ricchezza in possesso di altre potenze borghesi ( cioè i processi produttivi di plusvalore, le risorse energetiche e le vie commerciali). Negli ultimi decenni queste attività imperialiste hanno assunto il nome (posto come una foglia di fico sulla vergogna del suo reale contenuto predatorio) di esportazione della democrazia attraverso il regime change, in modo che le anime belle di varia coloritura politica possano trovare tali attività politicamente corrette e sostenibili.

I due articoli riproposti sono una valida risposta alla ricorrente mistificazione ideologica operante sulle questioni relative alla farsa elettorale e alla guerra.

Buona lettura

Le elezioni che accontentano tutti

Tempo fa, molto tempo fa, circolò una battuta abbastanza carina. La si metteva in bocca a questa o quella figura rappresentativa dell’assemblea parlamentare che, osservando un comune mortale, diceva: «Ha la faccia da fesso! Dev’essere un elettore».

In questi giorni, ad evitare il pericolo della rimessa in circolazione della stoccata, una delle tante organizzazioni che sovraintendono alla morale borghese, ha ripreso per conto proprio il concetto e, con il solito cattivo gusto e con la mancanza di pertinenza che distingue questa gente, ha capovolto i termini e ha fatto affiggere sui muri un volto di ebete con le orecchie a ventola e le labbra penzoloni, sotto il quale ha scritto: «Costui non vota».

E’ lo spirito di Pierino che fa la seconda elementare. Ed è tanto più ridicolo in quanto fa pensare che questi intelligenti signori devono immaginarsi gli elettori che si recano alle urne come aitanti individui dal sorriso aperto, la fronte spaziosa e lo sguardo sereno. Per le signore potrebbe valere il consiglio: «Niente più naso lucido. Recatevi a votare».

Perché mai tutto questo accanimento nel portare il popolo alle urne? La radio ammoniva che i violenti e i più furbi sarebbero stati i primi a votare (e con ciò dava la giusta spiegazione delle elezioni come mezzo per mascherare la propria prepotenza), la stampa pubblicava esortazioni interminabili, i muri si coprivano del manifesto suaccennato e di molti altri del genere. Perché, dunque, tanto interesse alla celebrazione del rito?

In verità, i richiami valevano soprattutto per gli elettori dei partiti di destra e cioè per coloro che in pratica sono gli attuali rettori della felice repubblica d’Italia. Un borghese tradizionale, non dà molta importanza al voto. Anche se non lo confessa egli sa, per esperienza, che i fatti veramente importanti avvengono al di fuori del giochetto democratico e perciò è tendenzialmente propenso a trascurarlo. Di qui le implorazioni e gli scongiuri degli orchestratori della festa. I proletari invece, sono sì, i veri sacrificati ma, una volta addormentati nella normale vita quotidiana e incapaci di trovare nell’ostante in corso l’orientamento rivoluzionario, cedono con facilità alla tentazione di compiere un gesto presentato loro come veramente decisivo. Essi sono schiavi, bistrattati, maltrattati quotidianamente. Ad un certo punto i loro stessi aguzzini fanno il volto melato e dichiarano di conceder loro la possibilità di rifarsi, di compiere un atto sovrano. E’ comprensibile che le masse ci cadano, tanto più che circolano opportunamente voci misteriose la quali parlano di rappresaglie imprecise ma severe contro chi si sottragga alla «libera votazione».

Che cosa si vuol dire con ciò? Semplicemente che non bisogna prendere sul serio i risultati delle elezioni. Le masse vi sono andate perché era nell’ordine delle cose e perché, evidentemente, la situazione è completamente controllata dalle forze del capitalismo; ma queste stesse masse potranno trovare, anche entro breve tempo, la strada della rivolta alla mistificazione elettorale. L’evolversi della situazione lo imporrà. Il 90 per cento dei votanti o i milioni di schede bianche non significano nulla. Ciò che ha veramente importanza è la constatazione della continuità del regime capitalista, e, per converso, dell’inevitabile scoppio delle sue contraddizioni su un terreno che nessuna elezione potrà mai controllare.

Così pure non ha nessun senso chiedersi chi abbia vinto o perso le elezioni di questi giorni. Se guardiamo l’avvenimento su un piano di classe, dobbiamo dire che le elezioni le vince sempre il capitalismo, come sempre le perde il proletariato. Le ultime, ad esempio, hanno reso felici tutti i partiti dell’ordine costituito: i democristiani perché hanno conservato la maggioranza e conquistato nuovi comuni; i comunisti perché hanno avuto qualche voto supplementare; i fascisti e i partiti di destra perché hanno constatato lo sviluppo delle loro forze; i partiti di centro perché sono sopravvissuti all’avvenimento e hanno conservato l’illusione di avere ancora un ruolo da giocare; tutti insieme perché i proletari sono caduti un’altra volta nell’illusione di risolvere col pezzo di carta della scheda i propri problemi. L’unico che non ha proprio nulla di che rallegrarsi è il povero proletario che è stato giocato una volta di più e constaterà di nuovo, ed entro breve tempo, che razza di appetito abbiano le amministrazioni comunali democratiche. Appetito che solo il proletario può soddisfare come ha soddisfatto tutti i divoratori e le sanguisughe del passato.

Battaglia comunista, n. 12, 6 – 20 giugno 1951

GUERRA al regno della guerra

In tempi nei quali non v’è questione anche limitata e periferica che non riproponga la questione fondamentale della guerra, il controllo della situazione da parte dell’imperialismo si misura soprattutto dall’incapacità in cui i proletari tuttora si dibattono di imboccare la via conseguente della rivolta di classe contro il massacro senza cedere nella rete di questa o quella forza politica imperialista.

Accade cioè che i proletari, mentre sentono l’urgere della società borghese internazionale verso il conflitto e la necessità di uscire dalla sua morsa infernale, vedano questa via di uscita non in un’azione indipendente di classe, ma nell’appoggio alle iniziative cui le forze dominanti dell’imperialismo affidano appunto il compito di irretire e deviare dai suoi obiettivi la classe operaia; e scioperino «contro la guerra» alle dipendenze di forze di guerra, e appoggino, contro il bellicismo dell’altra parte, la «pacifica» manovra diplomatica dell’altra. Manifestazione specifica del ribadito controllo della situazione da parte della classe dominante, quest’impotenza a trovare la via della guerra alla guerra sul fronte unitario della lotta di classe riassume in sé la tragedia di oggi, per cui le stesse armi tradizionali e gli istituti storici del proletariato appaiono messi al servizio delle più spietate manovre di conservazione sociale, e sciopero, diserzione, sabotaggio diventano moneta corrente, sul piano della guerra, dei partiti della controrivoluzione. Di qui, anche, l’estrema complicazione dei problemi e degli aspetti della ripresa proletaria.

Ora, il carattere distintivo di un’azione conseguente di classe è la sua unitarietà, il fatto d’essere diretto da una classe contro l’insieme unitario dell’altra. Non è sciopero quello che, mentre pretende di colpire gli interessi di una parte del blocco unitario dell’imperialismo, serve quelli dell’altra. Non è diserzione quella che, strappando i proletari alla mobilitazione di guerra del potere costituito, li arruola sotto le bandiere di un’altra formazione di guerra, anche se mascherata. Non è sabotaggio quello che disturba «l’avversario imperialistico» per conservare o assicurare all’altro il controllo dell’apparato produttivo. Non sono azioni di classe quelle che si svolgono sotto il controllo di una delle controparti del conflitto, con le sue parole d’ordine, coi suoi obiettivi.

Rompere con le forze politiche dell’imperialismo, sottrarsi al loro controllo, dissolidarizzare dalle loro iniziative, anche e soprattutto quando assumono canagliescamente il mentito aspetto del ricorso a mezzi tradizionali della lotta proletaria, è la condizione prima del ritorno di queste armi nelle mani della classe operaia. Ma è una condizione che non può rimaner soltanto negativa, che deve prolungarsi in un atteggiamento positivo. Per i proletari, la lotta contro la guerra ha un carattere permanente ed unitario: è il violento distacco dalle forze politiche che li dominano, è il sabotaggio del potere costituito. Non è il rifiuto episodico a fare proprie le iniziative di uno dei due imperialismi – ad esempio lo stalinismo – che caratterizza l’azione unitaria di classe contro la guerra; ma il suo svilupparsi e concludersi nell’erosione di entrambe le forze sul loro terreno specifico. L’azione indipendente di classe del proletariato si muove su questo binario solo apparentemente doppio: essa traduce il distacco dalla forza politica che lo controlla nel sabotaggio dell’apparato statale, economico, militare della forza che lo detiene. Sono le due macchine della produzione di guerra ch’esso colpisce, quella propagandistica che estende i suoi mille tentacoli fin nel cuore della classe operaia, quella economica e amministrativa e poliziesca che la tiene legata. La guerra non si combatte per settori: la si combatte in blocco. Dal sabotaggio e dalla diserzione rivolti contro i due fronti dell’imperialismo allo sciopero contro entrambi.

Strillino pure le oche capitoline, come già fecero per l’avanguardia rivoluzionaria di Lenin: la diserzione dai partiti e dai metodi di lotta di quello che fu l’opportunismo e che è oggi una delle leve fondamentali della conservazione capitalistica non «fa il gioco della parte avversa» perché non è se non l’aspetto appariscente ed esteriore della diserzione e del sabotaggio di tutti gli ingranaggi dell’apparato di dominio del capitalismo.

Battaglia comunista, n. 12, 6 – 30 giugno 1951

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