Questione sindacale e superamento del capitalismo

 

 

PARTITO E SINDACATO

INTRODUZIONE.

Gli ultimi sussulti del confronto fra le superpotenze capitalistiche di Russia e America si sono appena placati, con l’impegno di Trump e Putin a riattivare le ordinarie vie di colloquio. Ma, non può esserci pace duratura fra le voraci borghesie nazionali contemporanee, quando in generale l’accumulazione del capitale arranca, sotto la sferza della caduta ‘storica’ del saggio di profitto, e all’orizzonte si staglia l’incubo del malcontento sociale provocato dalla miseria crescente. In verità il capitalismo si contorce nelle sue contraddizioni, nelle sue tare originarie, in una corsa forsennata alla distruzione del surplus di merci, macchinario, e forza lavoro in eccesso, per poi ricostruire tutto sulle macerie di guerre locali e crisi economiche, per rilanciare il processo di accumulazione, cioè la riproduzione allargata del capitale e i profitti d’impresa.

Nulla di nuovo sotto il sole, anche il declino degli USA e la comparsa di economie capitalistiche emergenti (BRICS) fa parte del gioco di sempre. Le statistiche economiche sono implacabili, in dieci anni la Cina ha accresciuto otto volte il PIL nazionale, mentre gli USA sono appena riusciti a raddoppiarlo. Sul piano militare si registrano varie sfide aperte alla presunta egemonia USA/NATO (Donbass, Siria, Yemen), sullo sfondo di una pericolosa tendenza all’obsolescenza delle armi convenzionali, e non, del blocco ‘occidentale’.

In questo scenario globale, al proletariato internazionale la cucina capitalistica propone lo stesso piatto degli ultimi decenni: austerità, sacrifici, tagli al welfare, precarietà e disoccupazione (alias miseria crescente).

Ma anche la domanda che facciamo a noi stessi è sempre uguale: fino a quando il proletariato internazionale accetterà, senza proteste massicce, il piatto avvelenato servito dai suoi sfruttatori? Di quali organizzazioni di massa si doterà per superare l’attuale situazione di immobilità? Forse una ricognizione sulle attuali lotte proletarie, nel regime di fabbrica, potrebbe iniziare a rispondere alle nostre domande precedenti.

 

PRIMA PARTE.

Descriveremo in questa prima parte la condizione del proletariato in Italia oggi.

Ad una prima analisi, sembrerebbe che l’attuale condizione proletaria, caratterizzata da un aumento esponenziale della precarietà del lavoro, fosse un incubo dell’oggi. Mentre, se il nostro punto di vista tenesse in considerazione l’arco più ampio della storia del movimento operaio, risulterebbe evidente che la condizione di precarietà, insicurezza e debolezza è tipica della vita dei proletari nel capitalismo di ieri come oggi.

Oggi, la borghesia, in fase di crisi economica, si riprende con gli interessi le conquiste economiche e normative acquisite con le lotte dalle generazioni precedenti.

Partiamo da un dato di fatto storicamente evidente: il sistema di produzione capitalistico è sottoposto alla legge della caduta del saggio medio del profitto. Questo sistema cioè vede progressivamente diminuire la redditività degli investimenti di capitale e cerca ogni rimedio possibile per rallentare la sua agonia. In realtà, per superare tale problema, cioè per frenare la caduta del saggio medio del profitto, il capitale, ricorre all’aumento dello sfruttamento, all’aumento delle merci prodotte, alla distruzione di mezzi di produzione e di capitale umano.

Secondo l’analisi di Marx, a cui facciamo continuamente riferimento, la giornata lavorativa si divide in una parte in cui il lavoratore lavora per sè stesso (lavoro necessario) e in una seconda parte fatta propria dal capitale (lavoro superfluo, gratuito, pluslavoro). Date queste premesse permane il conflitto quotidiano tra capitale e lavoro salariato: diventa facile parlare della giornaliera guerra fra lavoro salariato e capitale per difendere, quando non aumentare, la rispettiva quota di prodotto.

AUMENTO DELLO SFRUTTAMENTO

Si spiega dunque come l’aumento dello sfruttamento si sia tradotto negli ultimi decenni in un peggioramento delle retribuzioni (abolizione della scala mobile dei salari che adeguava automaticamente i salari al costo della vita, rinnovi contrattuali con aumenti sempre minori, blocco dei rinnovi contrattuali, che per i pubblici dipendenti ha significato 8 anni di arresto dei salari).

L’aumento dello sfruttamento (cioè una maggiore quota di plus-valore estorto ai proletari) è avvenuto anche attraverso l’aumento della produttività. Si parla in questo caso di aumento relativo del plus-valore estorto. Quando in una azienda vengono introdotti nuovi macchinari, o in un ufficio vengono semplificate e computerizzate determinate procedure abbiamo come prima conseguenza un diminuito fabbisogno di forza lavoro impiegata per la stessa produzione ovvero un aumento della produzione con un ‘inalterata quantità di forza lavoro impiegata. Conseguenza dell’aumento della produttività del lavoro è la intensificazione dei ritmi, la diminuzione delle pause, il controllo serrato sulle performance lavorative. In altre parole, l’aumento del dispotismo del capitale nei posti di lavoro.

Aumento della produttività significa anche aumento della disoccupazione cioè introduzione di nuovi macchinari e sostituzione del lavoro vivo con il lavoro morto.

L’aumento dello sfruttamento si traduce anche in puro e semplice aumento dell’orario di lavoro con allungamento dei turni, lavoro festivo, disponibilità ad adattarsi a diversi turni di lavoro senza preavviso. Si parla in questo caso di aumento di plus-valore assoluto.

Anche nel caso di allungamento della vita lavorativa (vedi Legge Fornero sull’allungamento fino a 67 anni della vita lavorativa per poter accedere alla pensione di anzianità) possiamo parlare di aumento del plus-valore assoluto estorto all’operaio sia sotto forma di aumento puro e semplice della quantità delle giornate lavorate ma anche come sottrazione/diminuzione delle quote di salario differito non percepite in seguito all’aumentata età anagrafica di accesso alla pensione.

Ci sono altri elementi che hanno peggiorato la condizione proletaria negli ultimi decenni in Italia e cioè tutte quelle misure che a partire dal pacchetto Treu del 1997 e per finire con la legge Jobs Act del 2014 e successivi decreti attuativi del 2015, hanno introdotto numerose forme di lavoro precario. L’abolizione dell’art. 18 per i nuovi assunti ha anche reso possibile licenziare i lavoratori dietro la corresponsione di una indennità di licenziamento proporzionale ai mesi o anni lavorati. Queste normative hanno consentito l’assunzione di personale con varie tipologie di contratti a termine. Si è fatto largo utilizzo dei contratti a progetto (co.co.pro) o delle collaborazioni coordinate continuative (co.co.co.) sostituite successivamente dal contratto a tutele crescenti previsto dal Jobs Act, di contratti a chiamata (job on call) e contratti di somministrazione ed infine di voucher, vero e proprio lavoro nero legalizzato. Si è così consolidata una prassi diabolica, quella di tenere sulla corda, cioè senza possibilità di stabilità del posto di lavoro milioni di occupati, per periodi più o meno brevi, sotto il ricatto di vedere o meno rinnovato il contratto di lavoro a seconda della disponibilità ad accettare qualsiasi condizione o trattamento sul posto di lavoro. Non essendo tutte queste forme di precarietà ancora sufficienti (il capitale è affamato di plus-valore ovvero di lavoro non retribuito) è stata istituita per legge una nuova forma di estorsione di plus-valore assoluto e cioè il lavoro gratuito a cui devono sottostare gli studenti medi durante il corso di studi per ottenere il diploma. La legge denominata “buona scuola” approvata dal governo Renzi nel 2015 prevede l’alternanza scuola lavoro (ASL): 400 ore di lavoro gratuito presso aziende private a scopo formativo. Questa legge è stata oggetto di numerose contestazioni con scioperi e occupazioni di scuole da parte degli studenti durante il 2017.

Sulla stessa falsa riga si pongono le norme per il lavoro gratuito dei nuovi schiavi, i richiedenti asilo e il lavoro svolto nelle carceri dai detenuti.

Veniamo ora ad esaminare l’incidenza di alti livelli di disoccupazione sulla condizione generale del proletariato in Italia.

Le statistiche rilevano che in Italia gli occupati nel novembre 2017 sono 23 mil 183.000, cioè il numero più alto dal 1977, anno in cui sono iniziate le registrazioni statistiche. In realtà questo dato istat non tiene conto che è parallelamente aumentata sia la sottoccupazione sia il numero di persone che si sottrae ad ogni statistica perché ha smesso di cercare lavoro attraverso gli uffici provinciali del lavoro o le agenzie interinali (tale numero di persone sembra essere pari ai disoccupati ufficiali). Inoltre, le statistiche considerano occupati anche soggetti che nella settimana precedente la rilevazione abbiano svolto almeno un’ora di lavoro. I disoccupati invece sono pari a circa 11% tra gli adulti e circa 32% tra i giovani con punte molto più alte nelle regioni del sud. Questi dati statistici, nella loro fredda realtà, confermano la tendenza del sistema capitalistico di produzione a causare una crescente miseria nel proletariato e che l’aumento dell’esercito industriale di riserva rende difficile ai proletari occupati lottare per le proprie rivendicazioni economiche.

INNOVAZIONE TECNOLOGICA (variazione del rapporto tra capitale fisso e capitale variabile)

I settori produttivi che investono maggiormente in innovazione tecnologica (incentivati dallo Stato vedi i fondi stanziati dal piano per l’industria 4.0 con detrazioni fiscali del 250% sui capitali investiti) cercano di frenare, con nuovi investimenti, la diminuita valorizzazione del capitale, in concorrenza con gli altri capitali. Ne consegue l’espulsione di una parte della forza lavoro e l’intensificazione dello sfruttamento della forza lavoro occupata.

Oltre a ciò va detto che, se momentaneamente la caduta del saggio di profitto viene frenata dall’introduzione di nuova tecnologia, sui tempi più lunghi, generalizzandosi la stessa tecnologia, il capitale è costretto a fare nuovi investimenti, abbassando nuovamente il numero di operai occupati: aumenta il saggio di plus-valore aumentando la quantità di plusvalore estorto, ma non al punto tale da coprire le spese dei nuovi macchinari. Generalizzandosi il processo, il saggio di plusvalore e ancor più del profitto, cade.

DISTRUZIONE DI MEZZI DI PRODUZIONE E DI CAPITALE UMANO

Infine, la caduta tendenziale del saggio medio di profitto è contrastata dal capitale con la distruzione di beni, di merci, di infrastrutture e abitazioni, di vite umane.

Quanti capannoni vuoti incontriamo aggirandoci nelle zone industriali del paese, nel nordest, locomotiva economica dell’Italia, a partire dal 2008, inizio della recente crisi capitalistica? La famosa linea della ruggine, negli Stati Uniti, sta a dimostrare l’abbandono di interi distretti industriali ormai vetusti e in disuso. Quanti piazzali pieni di automobili invendute sono visibili in questi tempi, automobili prodotte per un mercato già abbondantemente saturo?

L’usura e la distruzione della merce “lavoro umano” è invece ben più allarmante. Il capitolo “morti sul lavoro” è purtroppo sempre attuale. Gli incidenti mortali sul lavoro sono in continuo aumento: l’Inail ha reso noti i dati ufficiali relativi al 2017 . Le denunce per incidenti mortali presentati all’Istituto sono state 1029 nel 2017 con un incremento di 11 casi rispetto ai 1018 del 2016 (+1,1%) – dati INAIL gennaio 2018. Mentre le denunce per infortuni sul lavoro sono state 635.433 nel 2017 con un calo (0,2%) rispetto al 2016. – dati Inail 2018. Gli infortuni aumentano di più nell’industria, soprattutto nel nord-Italia e tra i lavoratori maschi. Aumentano gli infortuni sul lavoro per i lavoratori più anziani (4.000 casi in più nella fascia da 55 a 69 anni). Aumentano gli infortuni tra i lavoratori stranieri (2200 in più dell’anno precedente) Dati INAIL novembre 2017.

Ma la ferocia e la potenza distruttiva del sistema capitalistico di produzione si sviluppa in tutta la sua enormità quando scoppiano conflitti militari dove la posta in gioco è la supremazia di questa o quella potenza imperialista: allora morte e distruzione sono le conseguenze che ricadono sul proletariato, sono il costo che i proletari pagano per il mantenimento in vita del cadavere capitalista.

SECONDA PARTE

Le lotte economiche, le organizzazioni di massa del proletariato.

Nell’ultimo decennio abbiamo avuto lotte contro i processi di ristrutturazione (FCA ex fiat), proteste contro le innumerevoli delocalizzazioni, fenomeni di lotta e ribellione estesa anche al territorio (allo stabilimento Italsider Taranto) ma in nessun caso le lotte si sono protratte nel tempo o estese ad altri settori proletari. Le lotte per difendere le proprie condizioni di vita da parte dei proletari non sono mancate ma è un fatto incontrovertibile che esse siano rimaste dentro gli steccati che la borghesia ha costruito intorno ad esse.

Quali sono le forze che, agendo all’interno della classe, ne limitano l’azione contro il capitale? Sul piano della lotta immediata sono i sindacati istituzionali, di regime, di sistema. Sul piano politico sono tutte le forze riformiste, le quali negano la necessità dell’abbattimento del potere borghese e quindi appoggiano le lotte che si pongono sul terreno immediato della difesa economica purchè gli obiettivi siano compatibili con il quadro politico borghese.

I sindacati.

Sul piano storico, le prime lotte proletarie per la difesa delle proprie condizioni materiali furono radicali, si trattava di lotte per la sopravvivenza, e quindi, anche se sorte sul terreno economico diventavano immediatamente lotte politiche: i proletari, con gli scioperi e le manifestazioni rafforzavano la solidarietà di classe, maturavano la coscienza della necessità di superare i limiti stessi di quelle lotte. Quelle prime lotte erano illegali ma non per questo non si svilupparono tanto da spaventare i buoni borghesi che per non perdere tutto (cioè il potere) concessero la legalizzazione delle associazioni dei lavoratori che ebbero in seguito un grande sviluppo in tutti i paesi industrializzati.

Allo scoppio della prima guerra mondiale, sindacati e partiti socialdemocratici, si schierarono a fianco delle borghesie nazionali, non si opposero al massacro mondiale che ne seguì. In italia nel primo dopoguerra, un’ondata di scioperi e manifestazioni, occupazioni di fabbriche e di terre caratterizzarono il cosiddetto “Biennio rosso”. Soffiava forte il vento da est portando l’eco della vittoria del proletariato in Russia e spingendo le masse a rendersi protagoniste di un processo di cambiamento. Ma quelle lotte furono minate da un limite, furono confinate all’interno delle fabbriche, non si estesero al movimento proletario generale e non assunsero il carattere politico di lotta per il potere: la direzione del PSI e della CGL ricondussero la lotta nell’alveo della contrattazione stroncando la possibile trasformazione di quelle lotte in un processo rivoluzionario.

Durante il regime fascista, lo stato borghese, utilizza due strategie diverse: in una prima fase, reprime violentemente le lotte proletarie dirette dalle forze socialiste dove la presenza della componente comunista è ancora rilevante; in una seconda fase, legalizza nuove organizzazioni sindacali di regime che di fatto vengono cooptate nella struttura statale, dando loro la titolarità della stipula dei contratti collettivi nazionali di lavoro.

Nel secondo dopoguerra, ripristinato il regime di cosiddetta “democrazia parlamentare”, la funzione dei sindacati non cambia. Essi rimangono, come durante il fascismo, istituzioni legalizzate e facenti parte della struttura statale. Negli anni 50 e 60 Il quadro economico è caratterizzato dal nuovo ciclo espansivo del capitale dopo le immense distruzioni del secondo conflitto mondiale ed è un quadro che consente alla borghesia di distribuire le briciole e ai lavoratori di conseguire vantaggi economici e diritti nei posti di lavoro, ottenuti anche con aspre e generalizzate lotte economiche.

Nella seconda metà degli anni 70 la nuova crisi economica provoca ristrutturazioni, introduzione di nuova tecnologia, esubero di forza lavoro. L’azione sindacale si indebolisce, i rapporti di forza diventano sempre più favorevoli alla borghesia. La Cgil perde consensi a favore di sindacati più combattivi. Negli anni 80 si costituiscono diverse organizzazioni sindacali di base, in contrapposizione alla linea sindacale rinunciataria di CGIL CISL UIL.

Oggi i più rappresentativi sono i COBAS, presenti soprattutto nella scuola, USB E CUB presenti nel pubblico impiego ma anche nei settori produttivi, Si-Cobas presente principalmente nel settore della logistica.

Li definiamo sindacati di lotta perché, a differenza dei sindacati di regime, usano lo sciopero e la mobilitazione a sostegno di piattaforme rivendicative più radicali. Fra i lavoratori organizzati in questi sindacati c’è maggiore predisposizione alla lotta.

Certo è che, permanendo molto basso il livello dello scontro tra proletariato e borghesia in questa fase storica, cioè mancando un movimento di ascesa delle lotte e una loro estensione, anche queste organizzazioni sindacali rischiano di adeguarsi al continuo arretramento dell’azione di lotta e della coscienza di classe.

Inoltre, rischiano di venire istituzionalizzati dalla borghesia, vedi il ricatto subito da USB con la firma dell’accordo quadro sulla rappresentanza sindacale.

TERZA PARTE

I comunisti e le organizzazioni di massa del proletariato.

Conflitto di classe, motore della storia.

Quando parliamo di grandi associazioni di proletari che hanno come obiettivo contenuti economici, normalmente parliamo dei sindacati. Non perché tali organizzazioni siano l’unica forma in cui possa essere condotta la lotta economica, ma perché oggi è la forma organizzativa in cui troviamo presente la grande massa dei lavoratori salariati. Domani, le lotte che prima o poi ripartiranno, potrebbero far nascere organismi diversi oppure i proletari potrebbero, sulla spinta del crescente conflitto sociale, riappropriarsi delle strutture sindacali attuali, cacciandone i dirigenti corrotti, a calci nel sedere.

I sindacati sono nati dalla necessità della classe operaia nell’epoca capitalistica di CONTRATTARE la vendita della propria forza lavoro, sia come prezzo, sia come condizioni, pertanto tutti i sindacati, in quanto organismi di CONTRATTAZIONE non sono mai stati storicamente e non lo sarà mai l’organizzazione per la rivoluzione, ma ciò non giustifica chi parla di neutralità del sindacato.

Lenin affermava che la separazione tra la lotta economica e la lotta politica è una mistificazione con cui le dirigenze sindacali soffocano gli spunti politici, i contenuti di classe che emergono dalle lotte operaie durante gli scioperi, e tale ideologia opportunistica va a favore unicamente degli interessi della borghesia. Le lotte economiche sono l’humus per la possibilità della crescita di una coscienza di classe, ma senza la presenza di una avanguardia comunista non sono la condizione sufficiente per l’avvio di un processo di lotta politica rivoluzionaria, per la distruzione dell’attuale società e per la nascita della società socialista.

L’avanguardia comunista per essere riconosciuta dalla classe deve necessariamente aver svolto, prima e durante le lotte, opera di agitazione, propaganda, e se le condizioni lo hanno permesso, opera di proselitismo verso il programma comunista.

Dunque, in quest’ultima parte della relazione, parleremo dell’azione dei comunisti nelle organizzazioni di massa a carattere economico.

L’errore fondamentale di confondere i due piani di azione, quello politico e quello sindacale, va evitato. Ribadiamo che Le lotte economiche non sono altro che il risultato della reazione della classe lavoratrice contro lo sfruttamento del sistema capitalistico e tuttavia tali lotte non sono fatali per il sistema poiché il loro orizzonte risiede nella contrattazione con il capitale.

La caduta tendenziale del saggio medio di profitto, di cui abbiamo parlato nella prima parte, pone il capitale nella necessità di aumentare lo sfruttamento abbassando i salari, aumentando le ore di lavoro ecc. Pertanto, anche i sindacati più radicali non potranno mai ottenere risultati significativi e duraturi e, come i sindacati tricolori, rischiano di illudere la classe sulla possibilità di migliorare la propria condizione all’interno dell’attuale sistema economico. Invece, la lotta politica, cioè il programma comunista, ha come obiettivo l’abbattimento dell’attuale sistema, la distruzione del lavoro salariato.

Nei testi della sinistra comunista scrivevamo (1951 – Partito rivoluzionario e azione economica):

La difesa immediata di tipo economico legale, cioè l’attività sindacale, rappresenta un importante compito di intervento del partito in seno al proletariato, quindi un’impostazione sbagliata in questo campo significa un’impostazione sbagliata nel rapporto tra partito e classe. I sindacati da chiunque diretti, essendo associazioni economiche di professione raccolgono sempre elementi di una medesima classe. È ben possibile che gli organizzati proletari eleggano rappresentanti di tendenze non solo moderate ma addirittura borghesi, e che la direzione del sindacato cada sotto l’influenza capitalistica. Resta tuttavia il fatto che i sindacati sono composti esclusivamente di lavoratori e che quindi non sarà mai possibile dire di questi quello che si dice del parlamento ossia che sono suscettibili solo di una direzione borghese”.

Affermavamo allora che le direzioni dei sindacati possono essere moderate se non addirittura borghesi. Tale affermazione è oggi tragicamente confermata dai fatti.

Se il proletariato nella fase attuale è prostrato, privo di iniziativa autonoma, ovvero completamente egemonizzato dalle idee dominanti, questo è Il risultato del lavoro dei partiti cosiddetti “operai”, e soprattutto dei sindacati di regime.

Negli anni del secondo dopo guerra, anni di boom economico, di significativi miglioramenti economici e normativi per i lavoratori, Il compito dei sindacati è stato quello di delimitare le lotte degli operai all’interno delle mura delle fabbriche impedendo che tali lotte si generalizzassero, in sintesi il loro compito è stato quello di impedire che la lotta economica si trasformasse in lotta politica.

Oggi, l’azione del sindacato tricolore (cgil-cisl-uil) ha fatto un salto di qualità. La crisi economica valorizza tali sindacati affidando loro l’incarico non solo di contenere le lotte ma anche di convincere i proletari della necessità della difesa dell’economia nazionale addossandosi i costi della crisi economica (tagli al welfare, aumento delle tasse, aumento dello sfruttamento ecc.).

È vero che la contraddizione palese tra il ruolo che dovrebbe avere il sindacato, cioè di difesa delle condizioni immediate dei salariati e il suo agire ha determinato la nascita dei sindacati di base e di correnti minoritarie ma più radicali all’interno della Cgil.

Essi, al contrario dei sindacati tricolori, si muovono con più coerenza e radicalità, sul piano dell’azione di conservazione e miglioramento delle condizioni salariali. Ma data la loro scarsa diffusione, una presenza territoriale disomogenea e spesso localistica le loro lotte risultano limitate.

Nell’attuale fase di controrivoluzione sociale, i sindacati non sono mai organismi neutri, sono egemonizzati da diversi partiti borghesi e da diverse forze politiche centriste, staliniste e anarco-sindacaliste che diventano la cinghia di trasmissione di posizioni riformiste nel proletariato.

L’importanza delle lotte di difesa economiche sta non solo e non tanto negli obiettivi economici di volta in volta eventualmente ottenuti (sempre effimeri, e che poco incidono sulla situazione di oppressione e sfruttamento della classe, seppure necessari per resistere alla legge della miseria crescente, che sospinge la classe in condizioni di vita sempre più miserabili, spingendo il salario al di sotto del necessario per la stessa riproduzione della forza lavoro), quanto sulle ricadute/effetti che tali lotte hanno sulla classe sul piano non strettamente economico:

le parziali rivendicazioni quindi “non hanno valore di fine a sé medesime, ma come mezzo di esperienze ed allenamento per la preparazione rivoluzionaria” (punto 12 Tesi di Roma).

In particolare, attraverso queste lotte, i proletari si allenano al conflitto, si uniscono, superando il loro stato di isolamento per aziende, categorie ecc., creando legami anche organizzativi fra di loro; si aprono ad una visione di classe, al di là delle divisioni, acquistando o rafforzando la coscienza di essere una classe con interessi comuni contrapposti rispetto a quella borghese, e sono portati dalle lotte stesse e dalle eventuali sconfitte  in modo concreto e doloroso  a porsi il problema del potere, dello Stato, cioè questioni  politiche: l’azione precede pertanto la coscienza; le lotte economiche quindi fungono da “leve” per permettere il passaggio alla lotta politica.

Quindi, se Le lotte economiche sono un’importante palestra di azione politica e di costruzione di legami di solidarietà di classe ed è possibile che ogni lotta produca l’avvicinamento delle avanguardie alla militanza politica, i comunisti non possono che esservi presenti.

Ma la forza e l’efficacia dell’azione dell’avanguardia sociale operaia è determinata in primo luogo dall’esistenza di un generalizzato conflitto sociale (causato innanzitutto dalle condizioni di vita imposte dal capitalismo). 

Questo significa che la possibilità che l’azione dell’avanguardia proletaria assesti un colpo decisivo al regime capitalista, è data dalle condizioni oggettive (socio economiche) e soggettive (politiche) in cui il conflitto di classe si manifesta. 

In termini più dettagliati l’azione delle avanguardie è efficacemente anti-sistema se riesce a far proprie (sotto la spinta di fattori oggettivi e soggettivi) le lezioni programmatiche del passato, ricollegandosi alla teoria e al programma comunista.  

Le avanguardie di lotta dovranno affasciarsi in una precisa organizzazione politica, il partito comunista, che sarà testa e cuore dell’azione rivoluzionaria indirizzata alla distruzione del regime di oppressione capitalistico.

Riprendiamo dal testo “Partito rivoluzionario e azione economica” del 1951, le tre condizioni che non possono non essere presenti in ogni prospettiva di ogni movimento rivoluzionario generale.

Un ampio e numeroso proletariato di puri salariati; un grande movimento di associazioni a contenuto economico che comprenda un’imponente parte del proletariato; un forte partito di classe, rivoluzionario, nel quale militi una minoranza dei lavoratori, ma al quale lo svolgimento della lotta abbia consentito di contrapporre validamente ed estesamente la propria influenza nel movimento sindacale a quella della classe e del potere borghese.”

Le organizzazioni di difesa immediata e quindi anche i sindacati nascono da una meccanica sociale elementare, di azione e reazione: superata una certa soglia di miseria, di sfruttamento, di aumento del dispotismo, inevitabilmente la classe si ritrova a dover rispondere con azioni di difesa ma poiché il loro orizzonte risiede nella contrattazione-negoziazione con il capitale, non mutano i rapporti sociali capitalistici lasciando il potere politico nelle mani della borghesia.

La borghesia si serve delle forze politiche riformiste, staliniste, revisioniste in una parola opportuniste, che di norma dirigono le organizzazioni di massa del proletariato, per asservire la classe alle esigenze di difesa dell’economia nazionale contro le altre nazioni, minando alla base ogni possibilità di azione autonoma del proletariato, con l’obiettivo di conservare lo status quo capitalistico.

Pertanto, illudersi di svolgere un’azione rivoluzionaria proficua in tali organismi in assenza di un grande movimento di lotte è velleitario. Questo non esime nessun comunista dallo svolgere azione di propaganda e quando possibile di agitazione in tali organizzazioni. Oggi come domani i comunisti appoggeranno tutte le lotte che la classe condurrà per la sua difesa immediata: l’importante sarà non scambiare le lotte locali, anche se radicali, per la ripresa di una fase rivoluzionaria.

Se è vero che, il carattere di organismo rivoluzionario appartiene alle organizzazioni di lotta economica del proletariato solo quando queste organizzazioni sono dirette dal partito comunista, dal partito della classe proletaria, constatiamo purtroppo che oggi, questa condizione non è data anche se la miseria crescente e le contraddizioni di questo modo di produzione creano e amplificano le condizioni oggettive e soggettive per la ripresa del movimento proletario.

Quando il proletariato, sulla spinta di un movimento di lotta di classe generalizzato, sarà classe per sé, quando le sue avanguardie saranno nel partito (inteso come teoria e programma marxista), allora il sogno della rivoluzione potrà trasformarsi in realtà.

Concludiamo con una citazione tratta da un testo del 1962 “Origine e funzione della forma partito”:

Il marxismo è una teoria dell’azione umana e una teoria della produzione della coscienza, ma è per ciò stesso riflessione di questa azione, di questa prassi, è per ciò stesso la sua coscienza, è questa coscienza prodotta, dunque è la sua verità assoluta.

Perciò noi possiamo dire che è una guida per l’azione (il partito, in quanto azione organizzata del proletariato, è il soggetto della storia), una guida dell’azione umana, una guida che conduce verso la liberazione dell’uomo, versa la sua presa di coscienza, verso la società comunista: è la guida alla emancipazione umana”.

 

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