Imperium e vassallaggio

  

 Imperium e vassallaggio

Le leggi della concorrenza e la presenza di fattori storici (tradizioni militari e tecnico-scientifiche, esiti di precedenti conflitti inter-statali) e di fattori geo-economici ( esistenza di risorse naturali, popolazione, territorio), come ben descritto in ‘Inflazione dello stato’, determinano la forza geopolitica di un certo apparato capitalistico ( termine che indica la simbiosi funzionale di struttura e sovrastruttura). Alla fine della seconda guerra mondiale, inesorabilmente, il ruolo geopolitico dell’Italia e dei paesi sconfitti ha assunto i caratteri di una limitata ‘sovranità’, o se vogliamo usare un termine meno drastico, autonomia, nei confronti degli interessi degli apparati di potenza vincitori (USA e URSS).  

l’Europa occidentale, Italia inclusa, è rientrata nella sfera di influenza degli USA. Questa circostanza geopolitica, dal 1945 ad oggi non è ancora cambiata, anzi, dopo il crollo dell’URSS gli USA e la NATO hanno esteso la loro influenza su alcuni paesi dell’ex patto di Varsavia.

Il rapporto fra l’apparato capitalistico imperiale e i paesi soggetti alla sua influenza è di tipo abbastanza prevedibile: 1) il paese condizionato /influenzato può agire autonomamente in politica estera solo quando la difesa dei suoi interessi non è in contrasto con gli interessi dell’apparato imperiale, 2) i tentativi di agire in deroga a questa regola producono regolarmente divergenze e scontri politico-diplomatici, fra lo stato imperiale e lo stato rientrante nella sfera imperiale.

Può accadere che una economia capitalistica più dinamica dell’economia dello stato imperiale sia costretta a procedere contro i propri interessi, o riceva forti suggerimenti a operare in questo senso.

In tutti questi casi, i paesi soggetti all’influenza di un apparato imperiale sono più o meno spinti a rinunciare ai propri interessi economici specifici, a tutto vantaggio degli interessi geopolitici ed economici dell’apparato imperiale.

Non bisogna stupirsi, in fondo siamo in presenza di una normale e ovvia logica di potenza, già ben descritta negli anni sessanta nell’articolo ‘Il mito dell’Europa unita’. In quell’articolo si ricordava senza possibili equivoci che è la logica dei rapporti di forza a regolare gli accordi fra potenze nazionali borghesi. In quell’articolo si smontava inoltre l’idea stessa della fattibilità di una terza forza europea, come contraltare fra le due superpotenze. In realtà, come ben chiarito in ‘Inflazione dello stato’ (1), il peso specifico di una potenza nazionale borghese è direttamente proporzionale alla forza del suo apparato (struttura/sovrastruttura), ma questa forza nell’epoca imperialista ha come presupposto il controllo di vasti territori e altrettanto vaste masse di popolazione. Di pari passo con la centralizzazione dei capitali, si verifica l’inflazione dello stato. E l’Europa? Negli anni ottanta era di uso corrente la formula ”L’Europa è un gigante economico e un nano politico”. Tale formula esprimeva, e tuttora esprime, un dato di fatto geopolitico. In ambito europeo spicca il caso Italia a conferma di questo dato. Le famose tabelle in cui l’Italia, nei decenni passati, risultava al quinto o al sesto posto delle potenze industriali, pur essendo vere dal punto di vista macroeconomico, hanno poi dato adito a deduzioni erronee sul reale peso politico-militare dell’Italia, che ovviamente non era affatto corrispondente al quinto/sesto posto occupato nella classifica della produzione industriale. Solo un riduzionismo economicista poteva assimilare potenza industriale e peso geopolitico, non cogliendo la complessità di fattori che determinano la potenza reale di un apparato capitalistico.

Ancora di recente, in ambiti marxisti a noi vicini, qualcuno sosteneva che la federazione Russa, dati alcuni parametri macroeconomici (PIL e produzione industriale), era da considerarsi solo una potenza regionale in via di declino. Diciamo che quando si valuta un economia nazionale è saggio tenere conto anche delle risorse naturali, del retroterra tecnico-scientifico, e della capacità di difesa di questi due fattori ‘patrimoniali’ da parte del complesso militare e industriale statale.

Bastava dunque la semplice constatazione di questi dati, positivamente presenti nel caso della federazione Russa, per smentire le letture a cui sopra accennavamo. Anche la definizione di potenza regionale, applicata ad una realtà statale che abbraccia un territorio come quello della federazione Russa, è semplicemente inappropriata. Ma torniamo al problema del vassallaggio.

I paesi che rientrano nella sfera operativa di un centro imperiale possono essere in diversi rapporti con il centro, 1)alleanza semi-paritaria, 2) dipendenza parziale, 3) dipendenza totale. Questa trilogia di rapporti trova la sua spiegazione nei diversi gradi di potenza degli apparati capitalistici che entrano nella sfera operativa del centro imperiale. Nei prossimi due capitoli proveremo a valutare il significato politico della interazione fra le attuali strategie imperiali del caos, e le azioni eterodirette o semiautonome di alcuni stati che rientrano nell’alleanza atlantica a guida USA.

In modo particolare cercheremo di analizzare gli interventi negli affari interni di paesi sovrani, giustificati con la scusa dell’emergenza umanitaria, della lotta al terrorismo e della esportazione della democrazia. Gli interventi messi in opera da un centro imperiale, con il regolare coinvolgimento degli stati alleati o vassalli, in realtà servono ad ostacolare le strategie di potenza e quindi di espansione degli apparati capitalistici rivali. Soltanto un osservatore ingenuo può credere che le spiegazioni ufficiali degli interventi ‘imperiali’ coincidano davvero con le loro cause reali, mentre è ormai  innegabile che questi interventi vadano inseriti in un ‘grande gioco’ fra opposti apparati di potenza capitalistici, dove il declinante impero USA utilizza la tattica della terra bruciata, alias caos strategy (2), mentre le potenze avversarie ‘emergenti’ cercano di stabilizzare il loro espansionismo, nei territori e nelle economie contese, con gli investimenti di capitali e la presenza militare. In questo ‘grande gioco’ il ruolo degli alleati e dei vassalli dei due apparati concorrenti è fortemente condizionato dalle strategie geopolitiche di questi stessi apparati, anche se gli esiti del confronto producono continui fenomeni di disgregazione e aggregazione delle alleanze e del grado di dipendenza nei confronti dei big imperiali. La strategia operativa seguita negli ultimi decenni dall’apparato USA, per gli interventi in nazioni ostili o riottose verso gli interessi geopolitici USA, è stata sempre quella di formare una coalizione di paesi ‘volenterosi’ (alleati e vassalli) da coinvolgere nell’intervento. Il copione è stato recitato in Afghanistan nel 2001, in Iraq nel 2003, in Libia nel 2011, in Siria nel 2013. In precedenza avevamo osservato il coalizionismo durante il primo intervento in Iraq, nel 1991, o durante la guerra nella ex Iugoslavia e nel Kosovo fra il 1994 e il 1999. Attualmente, sostanzialmente rivelatisi fallimentari gli interventi di USA e company In Libia, Siria e Iraq (a causa della forza della concorrenza economico-militare  Russa e Cinese), sembra che lo sguardo imperiale (e quindi la strategia del caos/terra bruciata) si stia spostando nell’Africa sub-sahariana (ad esempio nel Niger, dove con la motivazione ufficiale della lotta al terrore in realtà si posiziona una presenza militare ai confini con nazioni come l’Algeria, strettamente cooperanti con la Russia e la Cina, ma finora anche con l’italia…ergo). Troviamo lo stesso attento sguardo USA, e le correlate ipotesi di intervento militare, anche per l’Iran e il Venezuela, o l’Ucraina (con motivazioni diverse, ma sempre allo scopo di fermare, o quantomeno rallentare  il ritmo di espansione dei capitalismi emergenti avversari). I componenti delle coalizioni politico-militari in definitiva non sempre lottano per i propri autentici interessi capitalistici, è il caso della partecipazione dell’Italia all’intervento in Libia nel 2011, o dell’attuale intervento in Niger.  

(1) ‘Il mondo capitalistico offre, invece, la decisa ininterrotta concentrazione su estensioni immense delle unità statali, e la dominazione sempre più totale delle grandi sulle piccole. Questo processo è del tutto parallelo all’aumento di ingerenza della macchina statale in tutte le fasi della vita delle popolazioni cui sovrasta, al diffondersi di tale influenza dal campo politico, di polizia, giuridico, sempre più esplicitamente e soffocatamente a quello sociale, economico e fisico’…’Alla vigilia della seconda guerra generale era già chiaro, sia per l’ulteriore evoluzione monopolistica del grande capitalismo, sia per quella della tecnica militare che sempre più richiedeva masse di mezzi economici formidabili, che ogni Stato avente pochi milioni di abitanti non poteva esercitare alcuna autonomia economica diplomatica o militare e doveva porsi nell’orbita e nella soggezione di uno più grande’. da Inflazione dello stato’

(2)Caos e volontà di dominio

I giocatori imperiali utilizzano senza scrupoli tutte le armi a loro disposizione, anche l’arma geopolitica del ‘divide et impera’, alias politica del caos, alias destabilizzazione, alias ‘regime change’.

Il piano ideologico della volontà di dominio imperiale è in sostanza multiforme, e utilizza le narrazioni più appropriate al contesto di confronto/scontro con altre potenti volontà di dominio. Esportazione della democrazia e difesa dei diritti umani universali vengono propinati ricorrentemente, da un blocco imperiale capitalistico, per interferire militarmente nella vita di alcuni paesi non coerenti o discordanti con la rete di interessi economici e politici dello stesso blocco imperiale. La politica di dominio del blocco imperiale X, a sua volta, forma la base della narrazione ideologica del blocco capitalistico avversario Y, che si propone invece come semplice oppositore della volontà egemonica (reale) dell’avversario, in nome di un mondo multipolare fondato su pacifiche e convenienti relazioni fra potenze capitalistiche (come se la volontà di dominio, all’interno del capitalismo globale, potesse riguardare solo uno degli attori geopolitici del grande gioco/big dance).

Di fatto, le potenze statali capitalistiche, nel loro gioco mortale di dominazione, sono guidate dagli stessi imperativi di sopravvivenza, e dunque tendono a giustificare nel nome della ‘ragion di stato’ qualunque mezzo necessario a conservare lo status quo di una certa rete di interessi, propagandando ovviamente alle masse una versione edulcorata e non perturbante delle cause dei ricorrenti interventi contro l’avversario di classe proletario interno, o dei ricorrenti attriti e scontri con altre entità statali capitalistiche esterne, sotto forma di guerra dichiarata, guerra per procura, guerra dissimulata e via dicendo.

Nel corso del tempo, sotto l’influenza delle sconfitte o delle vittorie conseguite sui campi di battaglia dai due principali players capitalistici globali, si manifestano dei riposizionamenti anche all’interno della costellazione di stati vassalli dell’uno o dell’altro BIG.  

 

 

Capitolo uno: Allineamenti venezuelani
Le recenti dichiarazioni di alcune figure politiche italiane sulla necessità di indire nuove elezioni in Venezuela, confermano, ancora una volta, la dipendenza/allineamento di una parte importante della sovrastruttura politica e statale italiana verso la politica internazionale degli USA. Ma cosa accade in Venezuela? Una schematica, ma verosimile risposta è questa: la lotta fra opposti blocchi capitalistici ha trovato nel Venezuela una importante soglia di frattura. La situazione di fatto è riassumibile nel solito confronto fra ”fratelli coltelli borghesi nazionali’, con l’aggiunta che questa lotta è poggiata su un mare di petrolio, che fa gola sia ai fratelli coltelli nazionali venezuelani, sia ai concorrenti apparati imperiali internazionali. I recenti capitoli di questa saga capitalistica sono basati sulla protesta di una parte degli sconfitti alle recenti elezioni politiche, e sulla richiesta conseguente di nuove elezioni. Naturalmente tale richiesta è fortemente sostenuta dagli USA, da alcuni paesi sudamericani, e infine da molti ‘partners’ europei degli USA.
Il Venezuela è da tempo sottoposto alle immancabili sanzioni USA, oltremodo relative in un contesto di sostegno all’attuale dirigenza venezuelana da parte di molti paesi come Russia, Cina e altri.
I paesi sopracitati hanno effettuato notevoli investimenti di capitali in Venezuela, o hanno addirittura una limitata e per ora non ancora stabile presenza militare, come invece accade in Siria. Ovviamente, essendo il Venezuela una società capitalistica, soggetta alla legge della miseria crescente, non è difficile per le frazioni di borghesia nazionali e internazionali escluse dal business, soffiare sul fuoco delle proteste per tentare di scalzare l’attuale status quo. Ma davvero è plausibile che gli sponsor internazionali della dirigenza politica venezuelana rinuncino ai loro progetti e asset?
È sciocco pensarlo, considerati i precedenti storici. Elenchiamo alcuni dati: Siria, l’apparato di potenza russo ha vanificato i progetti avversari, Ucraina idem, Iraq, Turchia, Egitto, Libia, Yemen bilancio gramo per i progetti imperiali USA e company.
L’aspetto risibile di tali scontri inter-imperialistici è nella partigianeria che  regolarmente essi suscitano in una componente molto ingenua del ‘popolo di sinistra’. Nel caso del Venezuela questa immancabile partigianeria si sbraccia nell’appoggio a uno dei due competitori capitalistici, confondendo la lotta fra fratelli coltelli borghesi, nella lotta fra socialismo venezuelano e imperialismo USA.
Il capitalismo europeo, al netto delle sue specificità reciprocamente concorrenziali, tende a seguire, o meglio è ancora indotto a seguire, le strategie geopolitiche USA. Tale perseguire le altrui strategie non sempre soddisfa i veri interessi capitalistici nazionali europei, e di conseguenza può determinare il mal di pancia di una parte delle relative borghesie nazionali. Lo stesso governo italiano giallo-verde è in parte espressione di processi profondi di resistenza del capitale nazionale sia alla dipendenza verso gli USA, sia alla dipendenza verso Bruxelles (in quanto espressione delle economie forti franco-germaniche).
Secondo capitolo: Caos Strategy nell’Africa sub-sahariana
Negli ultimi trent’anni la politica estera italiana è stata sospinta, con la giustificazione degli impegni ‘umanitari’ coalizionisti, a volte sotto le bandiere dell’ONU, o altre volte della nato, in varie parti del mondo (Iraq, Afghanistan, Kosovo, Libano, Libia…). Inutile ripetere che il tornaconto economico e politico di queste operazioni internazionali, alla luce dei successivi sviluppi, è sempre stato molto difficile da individuare. Si può invece ipotizzare che la partecipazione italiana abbia in certi casi (Libia), addirittura danneggiato dei vantaggiosi accordi economico-aziendali e commerciali preesistenti.
Anche nel caso del Niger si presenta la stessa ipotesi valida per la Libia. Ma perché uno stato dovrebbe fare delle scelte contrarie ai propri interessi? La risposta di coloro che fanno le scelte suddette è scontata e banale: perché l’alleanza atlantica di cui facciamo parte ci lega alle decisioni  della NATO. Tuttavia le decisioni NATO, regolarmente, non sono così contrarie agli interessi USA e Franco-inglesi (vedasi il caso Libia), mentre sono invece regolarmente sfavorevoli agli interessi di altri soci  (meno fortunati o meno forti?).
Le dinamiche materialistiche relative a queste disparità esistenti fra i soci di una stessa cordata capitalistica sono ben chiarite, lo ripetiamo, nell’articolo degli anni 60: ‘Il mito dell’Europa unita’.
Recentemente, nell’articolo pubblicato nel marzo 2018, dal titolo ‘Europa capitalistica‘ abbiamo ancora indicato la legge dello sviluppo economico diseguale come fattore materiale alla base della divisione dell’Europa fra economie deboli e forti, circostanza che lungi da essere una patologia, è in verità un importante elemento funzionale del capitalismo (3). 
Date queste premesse, sembra chiaro che l’attuale operazione italiana in Niger non possa che essere, anche senza ancora entrare nel merito dei dati particolari, in linea con le trentennali scelte di politica estera precedenti. Entriamo ora nel merito dei dati.
Il numero di militari non dovrebbe superare la soglia di 400, tale forza avrebbe l’incarico di addestrare le forze locali a combattere contro trafficanti di uomini e terroristi.
I militari presenti sono stati alloggiati finora in una base americana, anche se si prevede che con l’autorizzazione delle autorità del Niger possano essere dislocati presso le caserme locali. La presenza italiana servirebbe dunque ad addestrare le forze locali, in funzione di una migliore attività di contrasto del traffico di uomini che da tempo viene diretto verso la Libia e infine verso le nostre coste. Una opzione aggiuntiva della missione risiede nella distribuzione di cure e medicinali per contrastare in modo particolare il colera.
Sembra che questa opzione sia stata utile per dare un taglio anche umanitario alla missione.
Al di là del modo in cui tale missione può essere presentata dall’attuale maggioranza politica di governo, o dalle varie interpretazioni che essa può suscitare in soggetti diversi, resta per noi  l’esigenza di comprendere il suo vero significato.
Ma la ricerca del suo significato autentico non può isolare la missione italiana dal contesto geopolitico generale, e dunque dal ruolo del confronto/scontro fra  la falange imperiale a guida USA e il duumvirato Russo-cinese in terra sub-sahariana e altrove.
Certamente sì può intravedere nella missione italiana anche la difesa dell’interesse nazionale capitalistico, ma è realistico?
Davvero pensiamo che i flussi migratori potrebbero diminuire con questa missione?
Davvero pensiamo che la missione potrebbe favorire investimenti di capitale pubblico e privato italiano in Niger, o nei dintorni?
Le missioni in Afghanistan, Kosovo, libano, Iraq, Libia, quanta massa di capitale hanno davvero movimentato?
Sono domande legittime, a cui qualcuno potrebbe rispondere che i vantaggi economici, in termini di investimenti di capitali, sono stati quasi invisibili, poiché le missioni nei paesi sopra menzionati in realtà rispondevano a priorità politiche, almeno per l’Italia, ovvero gli obblighi previsti dal sistema di alleanze vigente. Facilmente cadiamo in errori di valutazione dei dati storici, soprattutto quando consideriamo come causa di tutto la struttura economica separata dal suo rapporto simbiotico con la sovrastruttura politica.
Alle dinamiche dell’imperialismo abbiamo dedicato molte ricerche: ‘Chaos Imperium’, ‘The duellists’, ‘Ruina imperii’, ‘Is e politica del caos’, ‘Conflitti imperiali e ars bellica’, ‘Alleanza e concorrenza fra Europa e Usa ai tempi del declino del chaos imperium’. Tutti questi lavori sono nel frontespizio del sito, e quindi facilmente consultabili.
Nel corso di tempo intercorrente fra la pubblicazione di questi articoli e l’attuale ricerca si sono sempre più delineati alcuni esiti della lotta inter-imperialistica. 1) la sconfitta della strategia del caos di uno dei due blocchi di giocatori, ovviamente quello a guida USA, In Siria, ma in definitiva anche in libia, e in altri paesi mediorientali (Egitto, Yemen), 2) lo spostamento della caos strategy in altre aree di confronto, fra cui quella sub-sahariana, allo scopo di continuare ( a tentare) di ostacolare l’avanzata degli apparati concorrenti di Russia e Cina.
Non essendo possibile, allo stato attuale dei rapporti di forza fra i due blocchi di giocatori imperiali, uno scontro bellico diretto, vengono impiegate in battaglia forze formalmente non riconducibili ai due imperi. Queste forze (di estrema destra in Ucraina e jihadiste in medio oriente ) fungono spesso sia da esercito per procura da scagliare contro l’avversario, sia da pretesto per successivi interventi antiterrorismo).
Un gioco di potere abbastanza raffinato, eppure ormai scoperto (almeno agli occhi di una certa parte degli osservatori di politica internazionale).
Se non si inquadra in questa cornice di riferimento anche l’attuale intervento italiano in Niger, dove infatti sono presenti da tempo anche USA e company, allora non si potrà neppure comprendere il significato autentico della questione. In realtà i paesi sub sahariani, Niger compreso, sono posizionati a ridosso delle frontiere di paesi come l’Algeria e la libia, che stanno da tempo intensificando i rapporti commerciali e militari con la Russia e la Cina.
Dislocando contingenti militari alle frontiere di questi paesi si esercita una pressione su di essi, inoltre la presenza di focolai jihadisti destabilizzanti, dentro o vicino alle loro frontiere, potrebbe fornire il pretesto per gli interventi militari già visti altrove. Ma nella situazione attuale è realistico pensare che possano ancora verificarsi scenari di questo tipo?
Davvero l’esperienza della Georgia nel 2008, dell’Ucraina nel 2014/2015, della Siria nel 2013/2018 non hanno insegnato nulla al deep state (stato profondo), alias apparato capitalistico americano, sulla determinazione e soprattutto sull’ars bellica dell’avversario?
 

(3)I rapporti all’interno dell’area economica europea sono di tipo capitalistico, dunque basati sulla concorrenza e il susseguente sviluppo ineguale, il quale rappresenta a sua volta il presupposto della debolezza funzionale delle economie deboli rispetto a quelle forti. In Europa queste dinamiche capitalistiche significano, da molti decenni (si legga il testo ‘Europa unita’), l’egemonia degli interessi tedeschi (forti), a discapito degli interessi di altri (deboli). Non si tratta, in questo caso, di patti e accordi legali che impongono un interesse prevalente a danno di un interesse meno importante, ma di una economia nazionale (quella tedesca) che essendo più forte di altre economie, con cui è interconnessa, riesce a ottenere sul piano legale, quello che è già acquisito sul piano economico. Riconoscimento legale dei rapporti di forza interni ad un determinato gruppo di economie capitalistiche. Tuttavia, come già intuito in ‘Europa capitalistica’, l’area economica europea non ha più la forza dei tempi andati, le economie emergenti di molti paesi l’hanno ridimensionata. Dunque nel 2018 si rivela ancora più calzante la definizione del testo del 1962, Illusione terza-forzista, adoperata per qualificare i progetti europei di autonomia dai due blocchi capitalistici mondiali. In realtà l’Europa ha finora dovuto, obtorto collo, seguire/subire sul piano geopolitico le strategie imperiali USA, mentre sul piano economico ha tentato di perseguire i propri interessi capitalistici, non sempre con successo, se pensiamo ai danni economici causati dai diktat USA sulle sanzioni alla Russia e al recente smacco della rescissione americana dell’accordo con l’Iran. In entrambi i casi, in precedenza analizzati, l’economia europea paga un prezzo notevole alla sua sudditanza al centro imperiale USA. Tuttavia il declino dell’impero, innanzitutto a causa della concorrenza di un gruppo di potenze avversarie, potrebbe rimescolare le carte geopolitiche, consentendo all’area capitalistica europea di viaggiare verso nuove alleanze più coerenti con il proprio sviluppo capitalistico.

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