Miscellanea sul capitale autonomo

La macchina statale è controllata dal complesso finanziario … una ossatura di controllo invadente ed anonima …ultima configurazione del tragitto attestabile del Capitale.

Un anonimo comitato di affari, sovranazionale , che opera con disposizioni sempre più inefficaci… Una sovrastruttura politico-economica, che sostituisce e assorbe le precedenti funzioni di governi e Stati.

Miscellanea sul capitale autonomo

Abbiamo sopra sintetizzato alcune idee sulla autonomizzazione/centralizzazione del capitale (o dei capitali) che a nostro avviso non inquadrano in modo teoricamente corretto la questione, peraltro già affrontata negli anni 50 dalla corrente. Possiamo essere convinti anche noi che la macchina statale borghese sia al servizio della classe sociale borghese, e quindi soprattutto (ma non esclusivamente) della frazione più parassitaria del parassitismo borghese (il capitale finanziario), tuttavia il termine sovrastruttura politico-economica (inteso nella sua accezione non marxista), snatura il processo dialettico di distinzione-compenetrazione (duale) fra struttura economica e sovrastruttura politico-statale postulata dal marxismo.

Ci sovviene la vecchia formula che denunciava nello stato il comitato di affari della borghesia. Il testo ‘Stato e rivoluzione’ potrebbe contenere qualche piccola traccia di questa formula. Nella presente miscellanea riprenderemo parti tratte da ‘Chaos imperium’, integrando le sue analisi con delle riflessioni sull’argomento contenute in altri articoli successivi. Circola dai tempi di kautsky una idea ricorrente, questa idea sostiene che il capitalismo monopolista e centralizzatore conduce il corso degli eventi verso la negazione di se stesso, cioè verso la creazione ‘meccanica’ di una economia socializzata. In ‘Chaos Imperium‘ abbiamo argomentato contro questa azzardata previsione, eccovi dunque alcuni passaggi di quel testo, e a seguire di altri due testi (Complessità e metodo dialettico, e Tre letture deformanti dei processi socio-economici capitalistici).

Si ricorda inoltre il contenuto del testo pubblicato il giorno 11 settembre 2016 ‘Appunti sulla questione dell’interdipendenza fra struttura economica e sovrastruttura politico-statale’.

 

Chaos Imperium parte sesta

Prometeo, ottobre 1946.

alla situazione di guerra è succeduta, per ora, una situazione di dittatura mondiale della classe capitalistica, assicurata da un organismo di collegamento dei grandissimi stati che hanno privato di ogni autonomia e di ogni sovranità gli stati minori ed anche molti di quelli che venivano prima annoverati fra le grandi potenze. Questa grande forza politica mondiale esprime il tentativo di organizzare in un piano unitario l’inesorabile dittatura della borghesia…’ (Prometeo) L’organismo di collegamento a cui si allude nel testo è, almeno a livello di incontri e consultazioni formali, la risorgente organizzazione delle nazioni unite.

Nel testo contenuto in Prometeo c’è una valutazione in termini di tendenze, e infatti viene usata non a caso la parola ‘tentativo’ in riferimento al piano unitario della inesorabile dittatura della borghesia. Non ritroviamo dunque nessuna adesione al cosiddetto teorema del super-imperialismo. Andando avanti nella lettura, emerge pienamente il contesto storico-economico in cui trova sostanza e giustificazione l’ipotesi relativa alla possibile manifestazione di determinate tendenze di sviluppo capitalistico sul piano politico-sovrastrutturale.

La possibilità di questa prospettiva più o meno lunga di governo internazionale totalitario del capitale è in relazione alle opportunità economiche che si presentano alle impalcature pressoché intatte dei vincitori – primissima quella americana – di attuare per lunghi anni proficui investimenti nell’accumulazione capitalista follemente progressiva nei deserti creati dalla guerra e nei paesi che le distruzioni di essa hanno ripiombato dai più alti gradi dello sviluppo capitalistico ad un livello coloniale’.(Prometeo) Dunque il testo in questione si limita a sostenere che la ricostruzione post-guerra, ovvero le opportunità economiche di ‘attuare per lunghi anni proficui investimenti nell’accumulazione capitalista’, sono, in modo materialistico, in relazione con ‘La possibilità di questa prospettiva’.

Dunque ancora una volta si esprime solo una cauta lettura delle potenzialità (possibilità)di sviluppo del divenire storico della società capitalistica, evitando ogni affermazione slegata dai dati oggettivi del contesto di riferimento socio-economico.

Riportiamo ora un passo di Prometeo in cui si dirada anticipatamente ogni eventuale dubbio sul piano unitario di organizzazione borghese, quindi sul super-imperialismo ( d’altronde già liquidato da Lenin), e sul reale significato delle enunciazioni circa ‘La possibilità di questa prospettiva’(di vita di un piano unitario, o di governo internazionale totalitario del capitale). ‘La prospettiva fondamentale dei marxisti rivoluzionari è che questo piano unitario di organizzazione borghese non può riuscire ad avere vita definitiva, perché lo stesso ritmo vertiginoso che esso imprimerà alla amministrazione delle risorse e delle attività umane, con lo spietato asservimento delle masse produttrici, ricondurrà a nuovi contrasti e a nuove crisi, agli urti fra le opposte classi sociali e, nel seno della sfera dittatoriale borghese, a nuovi urti interimperialistici tra i grandi colossi statali’. (Prometeo)

Quindi è lo stesso ritmo vertiginoso di amministrazione delle risorse e delle attività umane, cioè è la stessa dinamica economica immanente al modo di produzione capitalistico che, nel testo appena riportato, inficia in partenza la vita di ‘questo piano unitario di organizzazione borghese’, togliendogli ogni carattere di definitività. Ribadiamo ulteriormente questi concetti per chiarire che la lettura del confronto/scontro fra i blocchi capitalistici concorrenti si innesta proprio sulla constatazione del carattere conflittuale della società borghese (conflitto fra classi diverse, intese come sfruttati e sfruttatori, e conflitto all’interno delle stesse classi). Conflitto di classe e ‘urti interimperialistici tra i grandi colossi statali’ vanno dunque riconosciuti come un dato immanente, cioè come una caratteristica ineliminabile della società borghese. La nostra lettura delle vicende belliche in corso in Ucraina e in Siria ha tentato e tenta proprio di analizzare le forme concrete che assumono gli urti (interimperialistici) fra i grandi colossi statali contemporanei, mostrandone le sottostanti determinazioni socio-economiche, e anche gli attuali limiti (gli arsenali nucleari posseduti da Russi e Americani) verso una possibile conflagrazione bellica totale. Tuttavia abbiamo anche mostrato come l’esigenza comune (ai vari fratelli coltelli borghesi) di una distruzione di capitale costante e variabile in eccesso, cioè di mezzi di produzione tecnici e forza lavoro umana, ottenibile anche con una guerra totale, trovi comunque una sua realizzazione attraverso gli effetti derivati della stessa economia capitalistica (non ci dilunghiamo su questi effetti, abbondantemente decritti nel lavoro dal titolo ‘Dalla guerra come difesa e offesa alla guerra come sterminio di forza-lavoro in eccesso’)’.

Lo schema classico del marxismo contiene la previsione del tentativo di direzione dell’economia da parte dello stato borghese e della classe borghese secondo ‘piani’, e contiene la previsione del ‘totalitarismo fascista’, che è appunto il metodo di stretta organizzazione di classe della borghesia, che al tempo stesso dirompe il movimento operaio ed impone date autolimitazioni, con cui, a fini appunto di classe, tenta di frenare entro dati limiti l’impulso di ogni singolo capitalista e di ogni singola azienda verso il suo isolato vantaggio’. Imprese economiche di pantalone. Pag.51.

Anche queste righe accennano alle previsioni marxiste in merito al tentativo di direzione dell’economia da parte dello stato. Riepiloghiamo: le leggi tendenziali di sviluppo dell’economia capitalistica dimostrano la predominanza della riproduzione allargata del capitale su quella semplice (che caratterizza invece anche altri modi di produzione). Concentrazione e centralizzazione dei processi di produzione e distribuzione di merci eservizi vanno di pari passo con l’aumento di peso del ruolo delle banche e della finanza, che sono intermediari fondamentali dei movimenti del capitale monetario fra le varie SPA, movimenti intesi come acquisto e vendita di azioni da parte di privati o addirittura come partecipazioni azionarie da parte della SPA (XX Tizio), nei confronti del capitale sociale azionario della SPA (YY Caio). Questi intrecci di capitale avvengono con l’intermediazione delle banche e sono uno dei segni della centralizzazione verso cui tende l’economia capitalistica (le imprese sono costrette ad aumentare le dimensioni aziendali per contrastare la caduta percentuale del saggio di profitto medio, determinata dall’incremento della parte costante del capitale a detrimento di quella variabile). Ora i suddetti processi economico-aziendali confluiscono verso un quadro generale di interdipendenza e connessione della gestione delle varie imprese, che configura gli sviluppi monopolistici che sono descritti da Lenin e infine anche ‘la previsione del tentativo di direzione dell’economia da parte dello stato borghese e della classe borghese secondo ‘piani’, ma il tentativo di direzione è per l’appunto un tentativo ( e si scontra con gli involucri definiti da Lenin ‘rapporti di economia privata e di proprietà privata’ che fanno da contraltare alla socializzazione della produzione e al tentativo di direzione dell’economia secondo piani). In altre parole il grado di sviluppo delle forze produttive (inteso come interdipendenza e connessione delle attività economiche e quindi come conseguente aumento della potenza produttiva) si scontra con i rapporti sociali di produzione esistenti( ‘rapporti di economia privata e di proprietà privata’ ). La storia reale dimostra che l’involucro putrescente di questi rapporti (di dominazione di classe) non è stato ancora rimosso ( e sulle cause di questa circostanza si rinvia, fra l’altro, alle analisi di Lenin sull’aristocrazia operaia, i sopraprofitti e l’opportunismo).

Non è il ritorno alla barbarie, ma l’avvio alla super-civiltà che ci sta fregando in tutti i territori, cui sovrastano i mostri delle super-organizzazioni statali contemporanee’.

Imprese economiche di pantalone’. Pag.62.

Le grandi imprese controllano la produzione mondiale e gli stati del mondo. La classe proletaria deve assaltare le grandi imprese: non perché ‘gruppi monopolistici’ ma proprio perché grandi imprese. Che non saranno battute se non sono battuti i grandi stati politici.‘ Imprese economiche di pantalone’.Pag.108.

Il complesso di significati contenuto nelle citazioni riportate, a nostro avviso, richiama in modo inequivocabile due concetti: in primo luogo la fase di sviluppo del capitalismo contemporaneo dimostra il rafforzamento totalitario degli apparati di oppressione statali (in quanto necessario e inevitabile aspetto funzionale alla conservazione del dominio di classe borghese), e in secondo luogo la considerazione che le imprese multinazionali e la società capitalistica ‘non saranno battute se non sono battuti i grandi stati politici ‘.

Parte nona: Rinascita del teorema kautskiano in forme differenti ( ipostasi del lato economico-strutturale e postulazione di un imperialismo globale)

 

Sotto il termine imperialismo globale, reperibile in varie e recenti pubblicazioni, si nasconde il vecchio teorema kautskiano del super-imperialismo. Sfogliando alcune di queste pubblicazioni si può leggere che fra le cinque condizioni basiche postulate da Lenin per inquadrare l’imperialismo, le prime tre si sono rivelate storicamente vere, mentre le ultime due non sono al momento confermate (in parte o del tutto) dal divenire storico empiricamente verificabile. Per inciso le due condizioni suddette sono le seguenti: ‘4) il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo; 5) la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche. L’imperialismo è dunque il capitalismo giunto a quella fase di’ sviluppo, in cui si è formato il dominio dei monopoli e del capitale finanziario, l’esportazione di capitale ha acquistato grande importanza, è cominciata la ripartizione del mondo tra i trust internazionali, ed è già compiuta la ripartizione dell’intera superficie terrestre tra i più grandi paesi capitalistici’.Lenin, Imperialismo…

La critica si fonda sui seguenti ragionamenti; il capitale monopolistico multinazionale ha ormai raggiunto una tale ‘possanza’ e concentrazione economico-aziendale che riesce a utilizzare gli stati, secondo le contingenze e le opportunità, come semplici terminali dei propri input di comando, svuotando quindi i suddetti stati della loro residua apparenza di sovranità e autonomia rispetto alla struttura economica capitalistica. Inoltre anche le attuali diatribe geo-politiche fra gli attori statali imperiali e nazionali, per l’accaparramento di risorse e plus-valore, sarebbero in effetti una pura forma di auto-inganno e di auto-rappresentazione delle direzioni politiche, in realtà tutte eterodirette dal capitale mondiale unificato, che proprio per questo motivo è definito ‘imperialismo globale’. Lo stesso concetto di grandi potenze capitaliste, declinato da Lenin al plurale, viene soppresso dalla potenza unica e accentrata dell’imperialismo globale. Quindi anche le lotte reali fra apparati militari-industriali capitalistici, gli scontri fra fratelli coltelli borghesi, il quotidiano sterminio di capitale vivo in eccesso ad essi sotteso, diventano un orpello accessorio, o meglio una pura apparenza che nasconde la gloria eterna dell’impero globale del capitale unificato. Ritroviamo potenti echi teologici in questa concezione, infatti il capitale globale che si appropria di volta in volta degli stati borghesi per farne l’uso che vuole, ricorda da vicino l’anima (atma) eterna che si incarna di volta in volta nei corpi mortali attraverso il ciclo delle morti e delle rinascite. Nel Mahabaratta il principe Arjuna si duole per la morte e la sofferenza che ha inferto a tanti nobili guerrieri, e allora sorge il dio Krisna per rassicurarlo, svelandogli che egli ha colpito solo dei corpi, che sono il temporaneo veicolo dell’anima, mentre quest’anima è sempre salva e non può essere raggiunta da nessun colpo sferrato dalla mano dell’uomo. Anche il presunto imperialismo globale, in queste recenti letture (ma anche in Kautsky), è assimilabile analogicamente alla  super-dimensione animica, in questo caso ad una illusoria e mistificatrice sfera estranea al divenire storico dialettico reale, in cui al posto del rapporto dialettico (e concretamente determinato) fra struttura economica capitalistica e sovrastruttura statale borghese, si postula una ipostasi antistorica del solo lato economico-strutturale del rapporto. Tentando di utilizzare in modo parziale talune citazioni di Marx, queste letture mirano di fatto a negare il carattere contraddittorio e conflittuale del modo di produzione capitalistico, presentando come lotte di facciata le lotte reali e feroci fra fratelli coltelli borghesi. Immaginando un imperialismo globale, e quindi una presunta cessazione delle lotte fra capitali e borghesie concorrenti, viene inoltre svalutato, di conseguenza, il ruolo specifico delle sovrastrutture statali nazionali nella difesa degli interessi delle proprie borghesie di riferimento. Inoltre, non si comprende il rapporto di azione e reazione fra struttura e sovrastruttura, sottovalutando la circostanza che la forza di un apparato statale, pur dipendendo dalla potenza della base economica, è a sua volta, in quanto forza, un fattore in grado di condizionare la stessa base economica. Si comprende, tuttavia, il sottinteso politico di questa lettura della realtà, lo scopo consiste nel fornire, in certi casi, a una certa ‘sinistra’, le motivazioni teoriche per continuare ad invocare la nascita di un vero super-stato europeo, in grado di esorcizzare quest’anima vagante dell’imperialismo globale, ristabilendo welfare per i ceti ‘sfortunati’ e sovranità statale sui mercati finanziari e sulle banche; in altri casi, lo scopo è quello di immaginare, sulla scorta di Kautsky, un età dell’oro imminente, semplicemente sull’onda della socializzazione della produzione realizzata dall’imperialismo globale. Considerazioni finali: il capitalismo produce a ciclo continuo merci inutili, lontane dai bisogni reali umani, esercitando in questo campo notevoli doti di fantasia, ma anche nel campo della sua produzione ‘scientifica’ non sono rari gli esempi di racconti veramente notevoli per la intrinseca potenza fantastica.

Complessità e metodo dialettico

Torniamo a presentare ed analizzare qualche altra ‘perla’ concettuale partorita dalla vulcanica attività di travisamento tipica dei tempi. È ora il turno del capitale autonomo, un incauto neologismo basato sempre sul teorema assurdo degli stati in via di indebolimento. La variazione sul tema consiste, in questo caso, nel postulare la non dipendenza dei capitali in cerca di investimenti redditizi da un apparato statale di riferimento. Non è il caso di dilungarsi troppo nella confutazione di tale concetto, nato forse anche da una incomprensione del significato economico-aziendale delle imprese multinazionali e transnazionali, dei loro bilanci, della differenza fra sedi legali e filiali estere, basterà ricordare che come la produzione capitalistica avviene su base concorrenziale-aziendale, anche il capitalismo globale si sviluppa su una base concorrenziale ineliminabile (in caso contrario non sarebbe capitalismo, come ben esposto da Lenin e da noi ripreso in Chaos imperium ), e quindi si sviluppa per aree economiche ed economie nazionali concorrenti (e gli intrecci di capitali non smentiscono tutto questo, non pongono in essere nessun superamento delle rivalità fra stati, cioè fra aziende, aree economiche ed economie nazionali, ma anzi le accentuano, come ricorda Lenin in ‘Imperialismo fase suprema del capitalismo’). Gli stati borghesi sono strettamente correlati a queste realtà capitalistiche intese in senso ascendente, ripetiamolo, come aziende, aree economiche e infine economie nazionali. Esiste un rapporto di dipendenza funzionale fra Stato ed economia, verificato storicamente, e dunque non si comprende il senso del teorema sul cosiddetto ‘capitale autonomo’. Non è da pappagalli ricordare che, senza una attrezzatura statale, una classe sociale non potrebbe dominare, e inoltre il capitale prima di essere una quantità economica è un rapporto sociale di dominazione, reso possibile, in ultima istanza, da un apposito apparato statale. Quindi non può esistere una autonomia del capitale dagli Stati, essendo, stato e capitale,  l’espressione comune della violenza storica di una classe sociale ai danni di un altra classe sociale. Se il ribadire queste deduzioni marxiste, vuol dire essere assimilabili ai pappagalli, allora ci dicano i critici quali sono le nuove fonti di ispirazione a cui essi si  abbeverano. Altra variazione sul tema è l’idea di una struttura statale europea espressione del capitale finanziario, cioè espressione della volontà di regolare l’anarchia dei mercati e di controllare i fenomeni più distruttivi e indisciplinati del capitalismo. Una volontà incrinata da recenti tendenze disgreganti.
Non si comprende perché il capitale europeo abbia in passato deciso di regolare l’anarchia dei mercati con uno strumento superstatale, e ora invece che emergono delle forti divergenze di interessi fra Inghilterra, Francia e Germania, tenda a regredire agli stati nazione di partenza . Non è credibile affermare che le varie economie nazionali abbiano prima tentato di regolare l’anarchia e ora, sotto la spinta della crisi del 2008, tornino alla giungla del si salvi chi può. In realtà l’unica regolazione, alla base della stessa unione europea, come ben chiarito nell’articolo ripubblicato da noi a marzo, e risalente agli anni 60, avente come oggetto l’Europa unita, sono sempre gli equilibri di potere fra opposte aree economiche ed economie nazionali. L’anarchia capitalistica trova regolazione solo nella legge del più forte, sempre vigente, sempre attiva. Taluni, invece, mostrano di credere che il comitato di affari abbia l’intenzione di regolare l’anarchia del mercato, questa è la tesi socialdemocratica. Invece lo stesso comitato /governo /stato è espressione di un rapporto di forza, un equilibrio fra potenze e interessi. È la forza, regolata solo dalla vittoria o dalla sconfitta ottenuta nello scontro pratico con altre forze, che determina i temporanei equilibri di potere vigenti in tutti i governi e comitati di affari della borghesia. La regolazione degli interessi capitalistici, come scopo apparente del comitato d’affari, altrimenti detto superstato europeo, è una impostura, in quanto sono gli interessi predominanti stessi che dettano legge dentro i comitati/superstati, e dettano legge sulla base degli esiti di scontri precedenti che hanno decretato la vittoria di certi interessi e la sconfitta di altri interessi. Il testo degli anni sessanta parla infatti di accordi leonini in merito ai patti europei dell’epoca, cioè di accordi miranti a stabilizzare la posizione di privilegio di certe forze capitalistiche a svantaggio di altre.

Tre letture deformanti dei processi socio-economici capitalistici

Secondo qualcuno il capitale globale è ormai autonomo dai condizionamenti politico-economici nazionali, vaga quindi libero per i circuiti economico-finanziari del globo alla ricerca del miglior rendimento, etereo, senza essere esposto a minacce e attacchi da parte di capitali concorrenti o di masse di sfruttati. La concorrenza è scomparsa, siamo al super-imperialismo kautskiano. Questa insostenibile leggerezza dell’essere del capitale pone le condizioni (nella concezione di chi sostiene questa tesi) per l’ininfluenza del ruolo degli stati. Lo stato borghese, espressione primaria del dominio di una classe sociale detentrice del monopolio dei mezzi di produzione, e quindi padrona del processo di creazione del plus-valore economico determinato dal plus-lavoro estorto ai proletari, non è più decisivo per la perpetuazione dei rapporti di produzione capitalistici. Il capitale è puro spirito, disincarnato dal corpo-corazza della sovrastruttura statale. La dialettica struttura sovrastruttura, a cui ci aveva abituato una deprecabile passione per l’invarianza storica del marxismo, è da buttare nel deposito dei ferri vecchi. Non avevamo capito nulla, il capitale si è autonomizzato, e la dimostrazione di questo è nelle ultime notizie sulle ‘fughe’ di capitali dalla Cina. Perbacco, qualcuno ha scoperto che ci sono dei capitali alla ricerca di verdi pascoli di valorizzazione, in lidi lontani dalla patria natia. Leggiamo invece Marx, terzo libro del capitale, SEZIONE III LEGGE DELLA CADUTA TENDENZIALE DEL SAGGIO DEL PROFITTO CAPITOLO 14, CAUSE ANTAGONISTICHE. ”Un’altra questione — che per il suo specifico carattere esula veramente dal campo della nostra indagine — è la seguente: il saggio generale del profitto risulterà accresciuto in conseguenza del più elevato saggio del profitto prodotto da un capitale che sia investito nel commercio estero e soprattutto coloniale?

I capitali investiti nel commercio estero possono offrire un saggio del profitto più elevato soprattutto perché in tal caso fanno concorrenza a merci che vengono prodotte da altri paesi a condizioni meno favorevoli; il paese più progredito vende allora i suoi prodotti ad un prezzo maggiore del loro valore, quantunque inferiore a quello dei paesi concorrenti’. Proviamo a ragionare su questo passaggio, i costi di produzione definiti in ‘Programma Comunista’ 1954, sono: ‘Capitale costante più capitale variabile più profitto al saggio medio sociale uguale valore del prodotto’. Tuttavia, a causa del differente impiego di capitale costante esistente fra diverse economie capitalistiche, o anche fra aree economiche incluse nella stessa economia nazionale, accade che ‘il paese più progredito vende allora i suoi prodotti ad un prezzo maggiore del loro valore, quantunque inferiore a quello dei paesi concorrenti’. Riprendiamo ad analizzare il concetto: le merci prodotte in un ‘paese più progredito’ dal punto di vista tecnico-economico, comportano alle imprese capitalistiche dei costi di produzione inferiori (a causa del maggiore utilizzo di capitale costante), rispetto alle merci prodotte nei ‘paesi concorrenti’, quindi meno progrediti dal punto di vista tecnico-economico (in cui il costo di produzione è maggiore a causa del prevalente impiego di capitale variabile, cioè lavoro salariato). Il vantaggio competitivo determinato dalla riduzione dei costi di produzione per unità di prodotto, è proprio determinato dalla possibilità di ottenere (con il commercio estero) ‘un saggio del profitto più elevato soprattutto perché in tal caso… (I capitali investiti nel commercio estero)…fanno concorrenza a merci che vengono prodotte da altri paesi a condizioni meno favorevoli’. Ragioniamo su uno schema contabile astratto; ipotizziamo una merce ‘xwz’ il cui costo di produzione è così determinato: quota capitale costante € 10, quota capitale variabile/salario € 1, profitto al saggio medio sociale (nazionale) € 2. il costo di produzione unitario è quindi 13 €. Lo stesso tipo di merce xwz’ viene prodotta ‘da altri paesi a condizioni meno favorevoli’, cioè quota capitale costante € 3, quota capitale variabile/salario € 11, profitto al saggio medio sociale (nazionale) € 3,5. il costo di produzione unitario è quindi 17,5 €. Si comprende così perché ‘il paese più progredito vende allora i suoi prodotti ad un prezzo maggiore del loro valore quantunque inferiore a quello dei paesi concorrenti’ (in questo esempio basterebbe anche vendere la merce ‘xwz’ sul mercato estero al prezzo unitario di 14,5 €, per ottenere un profitto medio unitario superiore di € 1,5 rispetto ai 2 € offertici dal mercato interno della ‘nostra’ economia nazionale). Inoltre è evidente che il prezzo di vendita più basso rispetto a quello dei concorrenti esteri, ci assicurerebbe il successo competitivo insito nel mantra liberista della riduzione dei costi di produzione per unità di prodotto. Tuttavia la concorrenza fra imprese produttrici di merci dello stesso tipo, realizzate a costi di produzione più bassi o più elevati, nel medio-lungo periodo non può che spingere le imprese dell’area economica meno avanzata a ridurre il divario tecnologico-produttivo con i concorrenti più progrediti. Fino a quando il divario tecnologico non è colmato, valgono come stratagemmi concorrenziali alternativi l’intensificazione della produttività del lavoro (plus-valore relativo) o l’allungamento vero e proprio della giornata lavorativa (plus-valore assoluto). Queste due strade classiche della concorrenza economico-aziendale potrebbero ora spiegare la ‘fuga’ dei capitali cinesi (magari in Vietnam o in Africa), e riportare con i piedi per terra la lettura del fenomeno empiricamente verificato della ‘fuga’ di capitali, separandolo dalle giustapposizioni aprioristiche, cioè dalle forzature interpretative miranti a cercare nella realtà, ad ogni costo, la verifica di un teorema precostituito. Invece, sulla base della invariante conoscenza marxista delle leggi economiche capitalistiche, semplicemente contenute nel terzo libro del Capitale, è possibile navigare senza troppi scossoni fra i procellosi fenomeni del divenire socio-economico contemporaneo. Staccandoci da questa conoscenza invariante la nostra piccola barca rischia di smarrirsi, perché la percezione e il sapere del timoniere, cioè la sua bussola, diventa una bussola impazzita. Riprendiamo il testo di Marx , ‘Fino a che il lavoro del paese più progredito viene in tali circostanze utilizzato come lavoro di un peso specifico superiore, il saggio del profitto aumenta in quanto il lavoro che non è pagato come lavoro di qualità superiore, viene venduto come tale. La stessa situazione si può presentare rispetto ad un paese con il quale si stabiliscono rapporti di importazione e di esportazione: esso fornisce in natura una quantità di lavoro oggettivato superiore a quello che riceve e tuttavia ottiene la merce più a buon mercato di quanto non potrebbe esso stesso produrre….Per quanto riguarda i capitali investiti nelle colonie ecc., essi possono offrire un saggio del profitto superiore sia perché di regola il saggio del profitto è più elevato in questi paesi a causa dell’insufficiente sviluppo della produzione, sia perché con l’impiego degli schiavi e dei coolies ecc. il lavoro viene sfruttato più intensa mente’.

Libro terzo del Capitale, le righe appena riportate sono state dunque scritte negli ultimi decenni del 1800, eppure ancora oggi, anno domini 2016, qualcuno scopre che il capitale cinese rincorre ‘un saggio del profitto superiore’, cercando occasioni di investimento in poli di valorizzazione situati al di fuori dei confini nazionali. Dunque il capitale sarebbe ormai autonomo dai condizionamenti degli apparati statali nazionali, e starebbe volando gioioso come una pura espressione metafisica, libera da fastidiose interazioni prosaiche con i fattori geo-storici, politici, militari. Un capitale che opera in uno spazio socio-economico scevro dalla maledizione degli equilibri di potere e dei rapporti di forza fra potenze concorrenti. Non solo Marx ed Engels, ma anche secoli di pensiero e di opere improntate ad un sano sforzo di realismo politico (Hobbes, Machiavelli, Guicciardini, Vico) vengono rivoluzionate da queste ardite speculazioni sul capitale autonomo. La dialettica complessità delle relazioni sociali reali e quindi dei rapporti di forza fra agenti e fattori economici, finanziari, politici, militari, tecnico-scientifici, giuridici e culturali in senso ampio, vengono ridotte monisticamente ad uno (l’autonomia del capitale). La complessità del reale viene idealisticamente azzerata, ma in cambio otteniamo una bussola impazzita, e così ancora una volta il piccolo legno che doveva portarci verso l’isola sicura del comunismo ci trascina verso l’ignoto.

La ricchezza delle nazioni, ovvero la massa di lavoratori salariati da impiegare nei processi produttivi di nuovo valore e quindi plus-valore, poiché ‘Scopo determinante del processo capitalistico di produzione è la maggior possibile auto-valorizzazione del capitale, la produzione di plusvalore più grande possibile, e quindi il maggiore sfruttamento possibile della forza-lavoro’. Marx. In Cina abbiamo osservato e osserviamo da vari anni delle tendenze e sperimentazioni (su larga scala) di forme di organizzazione del lavoro estremamente dispotiche, parliamo di quel fenomeno economico-aziendale definito come ‘fabbrica totale’. Le lotte proletarie cinesi contro le condizioni di vita e di lavoro in queste ‘fabbriche totali’ sono state già analizzate in un articolo pubblicato nel giugno 2015, inoltre nel gennaio 2016 abbiamo pubblicato un altro articolo sul plus-valore assoluto e relativo in Cina. La ‘fabbrica totale’, i suoi modelli organizzativi e produttivi vengono esportati e impiantati in altre aree economiche del globo, insieme ai famosi capitali ‘autonomi’: pensiamo solo alla repubblica Ceca e al Messico. Nell’area economica di provenienza e nelle aree economiche di destinazione, questi modelli produttivi e organizzativi di azienda capitalistica possono continuare ad essere un luogo dispotico di sfruttamento della forza-lavoro solo perché, oltre a fornire il minimo dei mezzi di sussistenza al lavoratore attraverso un salario, sono anche difesi dai pericoli del conflitto sociale (innescato dalle periodiche rivendicazioni economiche e legali immediate della classe salariata) dalla funzionale attrezzatura statale di oppressione (attrezzatura che lungi dall’indebolirsi, come anche in questo caso sostiene qualche sognatore, si rafforza invece di pari passo con il rafforzarsi dello sfruttamento e del dispotismo aziendale). L’incremento del dispotismo di fabbrica, che noi ravvisiamo nel modello aziendale cinese, è stato già facilmente preconizzato da Marx, insieme al correlato aumento dello sfruttamento necessario a limitare gli effetti della caduta del saggio di profitto. Aumento dello sfruttamento, aumento della povertà in senso assoluto e relativo, e quindi rafforzamento degli strumenti di oppressione statali e del dispotismo di fabbrica. Ecco un lineare esempio di conoscenza invariante di alcuni non secondari aspetti del modo di produzione capitalistico.

Concludiamo con alcune riflessioni.

L’apparato statutale capitalista rappresenta il deposito di energia della classe sociale borghese; energia che può mostrarsi in forma latente-potenziale (quando il conflitto sociale ristagna), oppure in forma cinetica-attualizzata quando il conflitto sociale esplode minaccioso. Nessun capitale aziendale potrebbe sopravvivere in un certo territorio, in un certo distretto industriale, in una certa area economica, senza una legislazione amica, composta da norme la cui efficacia venga garantita dalla forza repressiva/dissuasiva di apposite attrezzature statali. Infatti, in termini di dottrina generale del diritto (ad esempio Kelsen), si riconosce che l’efficacia della norma, cioè il suo rispetto da parte della maggioranza dei cittadini, è condizionato da due fattori principali: in primo luogo un certo grado di consenso sociale verso il contenuto della norma, e in secondo luogo l’esistenza di adeguate sanzioni miranti a colpire le sue violazioni da parte di eventuali trasgressori.

L’apparato poliziesco-giudiziario rappresenta dunque il braccio esecutivo del potere politico-legislativo (ambito volitivo) che noi definiamo come sovrastruttura di dominio borghese, funzionale alla vita della struttura economico-produttiva capitalistica. L’organismo socio-economico capitalistico può esistere solo nell’ambito di una interazione funzionale fra struttura e sovrastruttura, quindi la postulazione di scenari di autonomia del capitale (cioè della struttura economica, rispetto alla sovrastruttura politico-statale) è anti-materialistica e senza nessun fondamento storico, oltre che assurda dal punto di vista della logica dialettica. L’apparato statale svolge un ruolo fondamentale anche nel confronto/scontro fra i fratelli coltelli borghesi, intendendo con questa espressione le opposte frazioni di borghesia che si contendono periodicamente le risorse energetiche, le vie di trasferimento, e il bottino di plus-valore ottenibile dal plus-lavoro della classe proletaria. Rifiutare questi dati di fatto significa rifiutare la realtà storica per quello che è, condannandosi alla totale incomprensione della società capitalistica.

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