Capitalismo

Capitalismo

Introduzione

Capitolo primo: Riclassificazione di bilanci aziendali e strategie di nuovi investimenti nelle prove scritte dell’esame di stato: Un paradigma del male oscuro del capitale.

Capitolo secondo: la crisi del capitale come rito ciclico di distruzione rigeneratrice

Capitolo terzo: l’economia capitalistica e i suoi fenomeni ciclici (approfondimento)

Capitolo quarto: Il confronto/scontro fra blocchi imperiali nel quadro storico della distruzione rigeneratrice.

Capitolo quinto: Segnali di tendenze al declino del capitalismo U.S.A

Capitolo sesto: tendenze macroeconomiche (approfondimento)

Settimo capitolo: dati numerici e linee di tendenza dell’economia U.S.A in rapporto a quella cinese

Conclusione

Introduzione

 

Il nuovo lavoro di analisi della realtà capitalistica (che proponiamo ai lettori) si basa su due esigenze: in primo luogo riepilogare e sintetizzare il contenuto delle analisi condotte soprattutto in testi come ‘Chaos Imperium’, ‘Dalla guerra come difesa e offesa, alla guerra come pura distruzione di forza-lavoro eccedente’, e ‘Analisi di alcuni dati socio-economici e calcoli previsionali di sviluppo’.  In secondo luogo, sulla base del precedente riepilogo, delineare un abbozzo previsionale di tipo economico, sociale e politico del divenire capitalistico. https://sinistracomunistainternazionale.com/2016/02/11/analisi-dei-dati-socio-economici-e-calcoli-previsionali-di-sviluppo/

Partendo dall’analisi marxista del capitalismo, inteso come un sistema economico espressione di una società divisa nelle due classi fondamentali della borghesia e del proletariato, tenteremo di descrivere i suoi processi contemporanei e le sue prospettive di sviluppo, tenendo in considerazione il ruolo potenziale e attuale di alcuni importanti fattori oggettivi e soggettivi ( tendenze economiche immanenti, risvolti sociali di queste tendenze, aggregazione su base politica del conflitto sociale).

Ogni tentativo di analizzare e prevedere il divenire storico di una determinata organizzazione socio-economica si scontra con elementi imponderabili, accidentali, casuali, i quali possono inficiare una parte del lavoro analitico e di previsione. Tuttavia il quadro generale del divenire storico, raffigurato nella teoria marxista, è ben saldo e verificato nelle sue linee generali, e quindi anche tenendo conto degli elementi discordanti, possiamo tranquillamente impostare un modello interpretativo del reale efficace e verosimile. Non abbiamo la pretesa idealistica di riferirci a verità assolute, in quanto il modello, la teoria invariante marxista è (per usare una espressione della corrente) una ‘felice approssimazione conoscitiva’, sorta sull’onda delle lotte di classe nella metà dell’ottocento.

Dedicheremo un capitolo anche al riepilogo delle analisi svolte in merito alla teoria della conoscenza in precedenti elaborazioni (IS e politica del caos, Scienza, tecnologia e apparato militare -industriale).https://sinistracomunistainternazionale.com/2015/12/18/chaos-imperium/

https://sinistracomunistainternazionale.com/2014/12/17/is-stato-islamico-e-politica-del-caos/

Il lavoro sarà progressivamente pubblicato sul sito, capitolo per capitolo, in modo da fornire (come già fatto in passato per altri testi) una anteprima del suo stato di avanzamento ai nostri lettori.

 

 

 

Capitolo primo: Riclassificazione di bilanci aziendali e strategie di nuovi investimenti nelle prove scritte dell’esame di stato: Un paradigma del male oscuro del capitale.

 Il contenuto recente e anche meno recente delle tracce ministeriali, almeno nel campo delle discipline economico-aziendali, potrebbe offrire qualche spunto di analisi e un supporto ad alcune successive considerazioni.

Prendiamo in esame per l’appunto le tracce ministeriali di economia aziendale e tecnica professionale dei servizi commerciali, rispettivamente insegnate negli istituti tecnici commerciali e nei professionali per il commercio. Se leggiamo con attenzione il contenuto delle tracce (sono tutte reperibili sulla rete) ci accorgiamo che esse presentano (spesso) delle ricorrenze: la prima ricorrenza consiste nella riclassificazione del bilancio aziendale civilistico (cioè redatto secondo i criteri e i principi contenuti nelle norme del codice civile) di una S.P.A. Tale riclassificazione raggruppa le voci degli impieghi (capitale costante e circolante) secondo la maggiore o minore attitudine a convertirsi in liquidità, e successivamente raggruppa le voci relative alle fonti di finanziamento ( capitale proprio o di debito) secondo il grado minore o maggiore di esigibilità da parte dei creditori. La riclassificazione ha lo scopo di fornire a vari soggetti (interni ed esterni all’azienda) come il vertice direzionale (il consiglio di amministrazione), o le banche e gli investitori finanziari (i fondi comuni di investimento mobiliare), le informazioni necessarie per effettuare con discernimento economico delle scelte di tipo strategico e organizzativo (da parte del vertice direzionale interno), oppure di investimento e finanziamento (rispettivamente dai fondi comuni e dalle banche).

Il bilancio civile fornisce minori informazioni rispetto al bilancio riclassificato, e quindi i soggetti interni ed esterni prima menzionati utilizzano prevalentemente il secondo per effettuare le proprie analisi e le successive scelte e decisioni. Il bilancio riclassificato costituisce la base di partenza per una analisi degli impieghi e delle fonti patrimoniali dell’azienda, oltre che dei costi e dei ricavi dell’esercizio amministrativo annuale, con degli indici (ratios) di tipo economico, finanziario-patrimoniale e di produttività della forza-lavoro. Ad esempio il R.O.E (return on equity) che grosso modo può essere tradotto come ‘equa remunerazione del capitale proprio’ è dato dal rapporto fra l’utile d’esercizio annuale diviso per il capitale proprio (in una S.P.A il capitale sociale più le riserve legali, statutarie e straordinarie)e moltiplicato per cento. Il risultato percentuale di questo indice economico di redditività va poi confrontato con i rendimenti percentuali di investimenti alternativi (depositi bancari, fondi comuni, titoli del debito pubblico) per far valutare (ai soggetti interni ed esterni), se il capitale proprio aziendale è sufficientemente remunerato o meno (in relazione agli altri tipi di investimento esistenti) e quindi se è il caso di intraprendere o non intraprendere degli interventi correttivi di tipo organizzativo gestionale (da parte della direzione aziendale interna), o di effettuare o non effettuare degli investimenti in azioni e obbligazioni (da parte di soggetti esterni finanziari), o di concedere o meno dei finanziamenti-prestiti (da parte dei soggetti esterni banche).

Il secondo elemento ricorrente (spesso) nelle tracce ministeriali è lo stato di difficoltà iniziale dell’azienda (e quindi il livello inadeguato delle vendite, in relazione ai rendimenti auspicati per la ‘equa’ remunerazione dei fattori produttivi impiegati nel ciclo produttivo). L’indicazione della traccia allo studente (ma anche il percorso scolastico e quindi i libri di testo) suggeriscono di affrontare il problema aziendale con maggiori investimenti in fattori produttivi (capitale costante e circolante), ricorrendo anche a fonti di finanziamento esterne (mutui bancari, debiti commerciali con i fornitori per dilazioni di pagamento).

Dunque, partendo da una situazione di crisi aziendale (evidenziata dalla precedente riclassificazione del bilancio e dalla sua analisi per indici), vengono suggeriti allo studente dei percorsi di soluzione basati sulla scelta di nuovi prodotti da lanciare sui mercati di sbocco: una scelta adeguatamente finanziata da un nuovo apporto di azioni (aumento del capitale proprio attraverso l’aumento del capitale sociale e delle riserve), oppure attraverso un prestito obbligazionario; oppure, infine, attraverso la richiesta di mutui bancari e dilazioni di pagamento ai fornitori.

Sembra quasi che l’economia contemporanea, con queste tracce di esame, si guardi allo specchio e racconti la propria sofferenza, il proprio problema di sempre. La caduta tendenziale del saggio medio di profitto, la impossibilità di vendere le merci prodotte in un mercato poco recettivo (anche a causa dei licenziamenti causati dalla sempre maggiore introduzione di capitale costante nel processo produttivo, e quindi dalla sempre maggiore ampiezza dell’esercito industriale di riserva di forza lavoro disoccupata). Uno dei problemi maggiori del modo di produzione vigente è, in effetti, la difficoltà di realizzare nella sfera della circolazione-distribuzione, il plus-valore incorporato nella merce nella sfera della produzione. Vulcano della produzione versus palude del mercato. Il rimedio trovato, spesso, nello svolgimento delle tracce di esame è a nostro avviso illusorio, in quanto il grado degli effetti positivi dato da una riorganizzazione produttiva relativa a una singola impresa (a fronte di maggiori investimenti in capitale costante e circolante finalizzati a nuove linee di prodotti suggeriti dalle ricerche di marketing), sarà parzialmente o totalmente vanificato dalla circostanza che anche le altre imprese non resteranno con le mani in mano, e quindi il grado di vantaggio ottenibile da un singolo capitale aziendale in termini di incremento delle vendite (misurato ad esempio con il R.O.E) sarà ridotto quasi a zero dalla perenne lotta per la concorrenza attraverso cui le altre imprese ci sottrarranno, con i loro prodotti, la domanda di acquisto e i clienti (necessari ad aumentare il rendimento del ‘nostro’ capitale aziendale).

Abbiamo trattato del tema delle tracce ministeriali di economia aziendale e tecnica professionale dei servizi commerciali, perché in esse ( o almeno in parte di esse) si riverbera l’eco dei problemi economico-aziendali contemporanei. Tralasciando gli aspetti relativi alla soluzione di questi problemi, suggeriti dalla ”scienza” economica contemporanea, possiamo concludere che l’orizzonte della crisi di valorizzazione-accumulazione del capitale si insinua fastidiosamente in molti ambiti della società borghese, come un brutto sogno ricorrente che non vuole svanire, come un tic imbarazzante che rivela una debolezza intrinseca che non si vuole ammettere e riconoscere.

 

Capitolo secondo: la crisi del capitale come rito ciclico di distruzione rigeneratrice

Etimologicamente il termine rito deriva dal sanscrito ”r̥tà”. Il concetto di rito è già presente nella religione vedica, in essa assume il significato di un ordine a cui devono conformarsi il cosmo, la società e il singolo. L’azione sacra è dunque un azione rituale, cioè conforme all’origine, o meglio a un evento fondatore che viene ripetuto senza variazioni, affinché la conformità all’ordine originario eviti ogni effetto nefasto implicato, invece, nella sua trasgressione.

Abbiamo dato come titolo al presente capitolo l’equazione: crisi del capitale= rito ciclico di distruzione rigeneratrice; quanto sosteniamo non è una novità, a dispetto dei critici che pur mantenendo un vago e deformato collegamento con il marxismo sognano una indolore uscita di scena del capitalismo, noi sappiamo che una determinata dimensione distruttiva e violenta è inseparabile dal modo di produzione capitalistico.

Abbiamo parlato di dimensione determinata perché non è corretto parlare di guerra sui generis, fare astrazione dai contesti socio-economici attinenti ai diversi modi di produzione storici, per poi sostenere che il fenomeno ‘guerra’ ha accompagnato anche il modo di produzione definito ‘comunismo primitivo’. Le formulette e le generalizzazioni con cui si cerca di ridurre la complessità del percorso storico dentro la gabbia concettuale dei propri errori, alla lunga mostra una fallacia senza possibilità di occultamento. Una società senza classi, senza proprietà privata e quindi senza ‘apparecchio statale di dominio’, come quella del comunismo primitivo, deve essere necessariamente caratterizzata da fenomeni conflittuali violenti dal significato sociale e antropologico differente (rispetto alle società classiste). Noi ci limitiamo a sostenere questo concetto elementare, e quindi non costruiamo ipotesi fantasiose sui dati incerti e provvisori della tanto decantata ‘scienza’ contemporanea. Dal testo degli anni 60 ”Capitalismo distruzione di capitale vivo” prendiamo questa citazione, che sicuramente servirà a chiarire la coerenza della ‘nostra’ analisi della guerra con la tradizione marxista:”Capitalismo, distruzione di «capitale vivo» Stalin ebbe a definire l’uomo il «capitale più prezioso». Sotto la spudorata espressione si cela la duplice verità che l’uomo è un mezzo di produzione come una macchina qualsiasi, e che, come mezzo di produzione, è «uomo» finché serve a produrre, o finché i l capitalismo intende servirsene. Si assiste allora, proprio come per le macchine, al fatto che, mentre una parte di uomini lavora nella forma salariata, un’altra giace o inerte, inutilizzato, o in stato di sotto-remunerazione. Si dà poi il caso che la sovra-produzione imponga la distruzione di capitale, cioè di macchine e uomini, di prodotti ed impianti”(…. )”La caratteristica propria del capitalismo è che l’economia progredisce o regredisce non in virtù di bisogni sociali, ma d’interessi privati di classe; per questo non è controllabile né tanto meno guidabile. Nelle guerre moderne, l’obiettivo che gli stati si propongono è di distruggere una certa quantità di capitale per consentire la ripresa della sua accumulazione, arrestata dalla precedente crisi di sovra-produzione. Ma, all’interno di questa necessità storica di classe, si muovono i «bisogni» particolari degli stati belligeranti, per cui i più forti cercano di annientare mezzi di produzione e prodotti dei più deboli, o degli avversari in genere, onde evitare che, a guerra terminata, i vinti possano far loro concorrenza, e obbligarli a dipendere dai vincitori”.

Nel lavoro sulla guerra scrivevamo: ‘Dovendo distruggere ingenti masse di capitale umano e tecnico, capitale variabile e capitale costante, allo scopo di rilanciare il ciclo di valorizzazione economico, le attuali classi dominanti si trovano di fronte due tipi di priorità: in primo luogo politiche (svolgere questo compito in modo segreto e nascosto, al fine di impedire, per quanto possibile, la conoscenza delle cause reali della propria imminente distruzione alle masse umane avviate verso questo destino). Pensiamo per un attimo al noto passaggio dei ‘Promessi sposi ’ di Manzoni, il passaggio in cui si descrive un carro pieno di capponi, che mentre litigano e si azzuffano fra di loro sono beatamente inconsapevoli di essere incamminati verso il macello. Possiamo azzardare che il motto ‘divide et impera’ sia tuttora una politica valida per le moderne classi dominanti, anche se, in fondo, si comanda meglio non solo quando i dominati litigano e sono divisi al loro interno, ma anche quando ignorano le stesse cause della propria condizione e il destino finale riservatogli dai propri padroni (…) date le stesse caratteristiche dell’immane opera di distruzione e di sterminio di masse umane eccedenti di cui il capitalismo ha un vitale bisogno per fare ripartire il ciclo di valorizzazione, è pensabile che la guerra si dispieghi su piani prevalentemente differenti dalle esperienze del passato. In altre parole, come già sostenuto nella premessa, è ipotizzabile che, accanto a forme residuali di guerra convenzionale, si manifestino fenomeni massicci di distruzione di forza-lavoro eccedente attraverso mezzi apparentemente non bellici, come la fame e la malattia”.

Dunque abbiamo sostenuto in passato che il capitalismo possa ottenere, e ottenga poi di fatto, la distruzione rigeneratrice, anche con il mezzo delle epidemie, delle malattie, della fame, e in fondo, con la sua stessa organizzazione socio-economica. Sempre il testo degli anni 60 ci conforta nel merito di questa nostra analisi:A noi interessa, invece, la guerra intesa come mezzo quanto mai violento per distruggere mezzi di produzione, fra cui braccia umane, e, sotto questo aspetto, aggiungere alla serie di equazioni dello «sciupio» quella della guerra. Non basta: per noi è più appropriato definire il capitalismo addirittura come modo di distruzione del lavoro. Le effettive vittime del Moloc capitalista non sono solo ed esclusivamente quelle disperse sui campi di battaglia o inghiottite tra le rovine di città bombardate ma e soprattutto quelle tuttora viventi, che sono sistematicamente distrutte dalla forma salariata del lavoro e i cui sforzi si rivolgono spietatamente contro di se: sono i proletari vivi, che producono e consumano merci riproducendo cosi se stessi come produttori e distruggendo se stessi come uomini”.

Ci chiedevamo, nel lavoro sulla guerra, il motivo dell’esigenza di distruzione ricorrente di mezzi di produzione (per distruggere mezzi di produzione, fra cui braccia umane..).

Nel primo libro del capitale troviamo queste righe: ” La centralizzazione integra l’opera dell’accumulazione dando ai capitalisti industriali la possibilità di estendere la scala delle loro operazioni. Che quest’ultimo risultato sia dovuto all’accumulazione o alla centralizzazione; che la centralizzazione sia originata dal violento processo dell’annessione – quando certi capitali divengono centri di gravitazione tanto potenti rispetto agli altri da distruggere la loro individuale coesione e da conglomerare poi i loro disgregati frammenti – oppure che la fusione di una quantità di capitali già formati o in via di formazione si compia attraverso un processo meno violento, ossia attraverso la costituzione di società per azioni – l’effetto economico non cambi. Tuttavia è evidente che l’accumulazione, il graduale accrescimento del capitale tramite la riproduzione, che da una forma circolare assume una forma a spirale, è un processo estremamente lento a confronto della centralizzazione, la quale non fa che modificare l’aggruppamento quantitativo delle parti costitutive del capitale sociale. Il mondo sarebbe oggi privo di strade ferrate, se avesse dovuto aspettare che i capitali individuali si fossero così ingrossati tramite l’accumulazione da poter intraprendere la costruzione di una ferrovia. La centralizzazione per mezzo delle società per azioni vi ha provveduto invece come d’un tratto (pagina.456)’. Proviamo a riepilogare; la centralizzazione raggruppa i capitali già esistenti e formati, dando un’ulteriore impulso allo sviluppo dell’economia capitalistica nei settori di attività tradizionalmente definiti con il termine primario ( agricoltura, petrolio, miniere…) e secondario (l’industria, cioè l’attività di trasformazione delle materie prime in prodotti finiti), e infine nel settore terziario ( servizi e commercio). Questo raggruppamento di capitali integra l’opera dell’accumulazione e della concentrazione, fornendo ai capitalisti il trampolino di lancio per l’estensione su larga scala delle loro attività economiche, per l’incremento della produttività del lavoro, per l’impiego decrescente del capitale variabile rispetto al capitale costante (a causa del progresso tecnico realizzato con lo sviluppo economico), e in ultima analisi per l’intensificazione dello sfruttamento della forza lavoro ancora occupata. Marx ricorda, in questa stessa pagina del capitale, il ruolo della centralizzazione nel calo della domanda di lavoro: ‘’La centralizzazione, aumentando ed accelerando in questa maniera gli effetti dell’accumulazione, estende ed accelera i mutamenti della composizione tecnica del capitale, che accrescono la sua parte costante a spese di quella variabile e quindi portano a una diminuzione nella domanda relativa di lavoro(…) La crescente estensione delle masse di capitali individuali diviene il fondamento materiale di una costante rivoluzione del modo di produzione stesso (…) la produttività del lavoro viene intensificata come in una serra calda (…) Una parte sempre più grande di capitale viene trasformata in mezzi di produzione, una parte sempre più piccola in forza lavorativa (pagina.456)’. Ecco di nuovo sottolineato il nesso fra centralizzazione aziendale dei capitali e rivoluzionamento del modo di produzione, nel suo collegamento con il processo inesorabile di riduzione della forza lavorativa e con il corrispettivo incremento dei mezzi di produzione tecnici. Il surplus di forza-lavoro proletaria inutilizzata diviene, quindi, una caratteristica ineliminabile e tendenzialmente crescente del processo produttivo del capitale, la cui pericolosità per l’equilibrio sociale borghese pone la classe dominante di fronte al feroce dilemma della scelta del mezzo più adeguato per la disattivazione di questa minaccia che è sociale e politica insieme. Il malcontento sociale, infatti, superata una certa soglia di manifestazione genericamente distruttiva (vandalismo, ribellismo anarcoide, devianza sistemica di massa…), potrebbe prima o poi canalizzarsi sui binari ben più pericolosi della lotta politica, in altre parole, sfociare sul piano del rovesciamento rivoluzionario del potere politico esistente”.

Abbiamo inserito le nostre precedenti considerazioni alle righe di Marx in quanto da esse emerge bene la valenza non solo economica della distruzione rigeneratrice, ma anche il ruolo politico-sociale ad essa inestricabilmente connesso. Un surplus di merci, capitale costante e forza lavoro in eccesso può alterare gravemente gli equilibri riproduttivi del sistema, compromettendo le sue prospettive di conservazione sul piano storico-sociale. La creazione di una massa umana di forza lavoro in eccesso che Marx analizza, ad esempio a pagina 458, e 459 ‘L’ accumulazione capitalistica piuttosto produce in continuazione, ed esattamente in rapporto alla propria energia e alla propria entità, una popolazione operaia relativa, cioè eccedente le esigenze medie di valorizzazione del capitale, quindi superflua, ossia supplementare (..) Con l’accumulazione del capitale che essa stessa produce, la popolazione operaia produce quindi in quantità sempre più grande i mezzi per la sua propria eccedenza relativa. E’ questa una legge della popolazione specifica del modo di produzione capitalistico, come in effetti ogni particolare modo di produzione storico possiede le proprie particolari leggi della popolazione, storicamente valide (..) Tuttavia, mentre una sovrappopolazione operaia è il prodotto necessario dell’accumulazione ossia dello sviluppo della ricchezza su fondamento capitalistico, questa sovrappopolazione diviene a sua volta la leva dell’accumulazione capitalistica, anzi diviene condizione d’esistenza del modo di produzione capitalistico. Essa costituisce un esercito industriale di riserva disponibile che appartiene integralmente al capitalista, così come se questi l’avesse tirato su a proprie spese, e genera per le sue variabili esigenze di valorizzazione un materiale umano da sfruttare che è disponibile in ogni momento (..) In tutti questi casi grandi masse di uomini debbono poter essere spostate d’improvviso nei punti più importanti, senza per questo alterare la scala della produzione nelle altre sfere. E’ la sovrappopolazione che pensa a fornirle. Il caratteristico ciclo vitale dell’industria moderna, la forma di un ciclo decennale di periodi di vitalità media, di produzione con massimo impegno, di crisi e di stagnazione, ciclo interrotto da piccole oscillazioni, ha per fondamento la continua costituzione di un esercito industriale di riserva o di una popolazione eccedente, il loro più o meno grande assorbimento e la loro ricostituzione. Dal canto loro le alterne vicende del ciclo industriale reclutano la sovrappopolazione e divengono uno dei loro più energici agenti di riproduzione (…) La forma dell’intero movimento dell’industria moderna sorge quindi dalla continua trasformazione di una porzione della popolazione operaia in braccia disoccupate od occupate a metà ’.

Quattro anni addietro commentavamo le pagine del capitale citate con alcune considerazioni ancora valide:‘ Riprendere il testo marxista, nel contesto di un’elaborazione teorica sulla guerra, può sembrare superfluo, eppure solo mostrando i nessi fra forza lavoro in eccedenza, leggi di rapporto, evoluzione e composizione del capitale complessivo, si può comprendere pienamente il fenomeno del cosiddetto ‘esercito industriale di riserva ’, e il rapporto dialettico che esso intrattiene con il modo di produzione capitalista: in altre parole, l’esercito di riserva proletario disoccupato, va visto come opportunità positiva per il capitale di ricatto verso la forza lavoro occupata, da una parte, e al contempo, dall’altra parte, come possibilità negativa di disordini sociali e minacce all’ordine borghese. Dato che in regime economico capitalista la massa di proletari disoccupati, parzialmente occupati, o addirittura mai occupati, aumenta tendenzialmente a dismisura, in ragione dell’inesorabile rapporto di sviluppo, inversamente proporzionale, fra la parte costante e la parte variabile del capitale, allora anche i rischi politici di instabilità e di rottura fatale del dominio borghese vanno letti e intesi come una costante non solo ineliminabile, ma anche suscettibile di crescita e di ampliamento, di pari passo con la centralizzazione dei capitali e la crescita delle capacità produttive”.

Molto importante è un altro passaggio del capitale in cui si fa esplicito riferimento alla ciclicità del meccanismo socio-economico capitalistico, pagina 460/464: La superficialità dell’economia politica traspare tra l’altro dal fatto che essa fa dell’espansione e della concentrazione del credito, che sono semplici sintomi dei periodi alterni del ciclo industriale, la causa di tali cicli. Esattamente come i corpi celesti, una volta ricevuto un determinato movimento, lo ripetono incessantemente, così anche la produzione sociale, una volta ricevuto quel movimento di alterna espansione e concentrazione, lo rinnova in continuazione. Gli effetti si convertono dal canto loro in cause, e le alterne vicende dell’intero processo, che riproduce sempre le proprie condizioni, assumono la forma della periodicità. Quando quest’ultima s’è consolidata, l’economia politica è in grado anch’essa di intendere la produzione di una popolazione eccedente relativa, ossia eccedente nei confronti delle esigenze medie di valorizzazione del capitale, come condizione vitale della moderna industria (…) Durante i periodi di ristagno e di prosperità media l’esercito industriale di riserva fa pressione sull’esercito operaio attivo e, durante il periodo della sovrappopolazione e del parossismo, ne intralcia le rivendicazioni. Perciò lo sfondo sul quale si muove la legge della domanda e dell’offerta di lavoro è la sovrappopolazione relativa. Questa limita il campo di azione di quella legge entro un ambito assolutamente conveniente ai desideri di sfruttamento e alla bramosia di dominio del capitale ’. Riportiamo alcune nostre considerazioni sul senso di queste righe del capitale tratte dal lavoro sulla guerra: ”Un esercito di riserva ben collegato agli alterni periodi del ciclo industriale, poiché, in definitiva, la domanda e l’offerta di lavoro sono sempre allacciati alle fasi di espansione e contrazione del capitale, vale a dire, riprendendo il testo di Marx ‘ secondo i suoi momentanei bisogni di valorizzazione ’, in modo che il mercato del lavoro si presenta una volta, quando il capitale si espande, relativamente al di sotto del livello normale e un’altra, quando si contrae, nuovamente sovraccarico. L’esercito industriale di riserva, la sua dimensione numerica, varia quindi in relazione alle varie fasi del ciclo economico capitalista, continuando a svolgere in queste fasi una funzione di ricatto e pressione sulla forza –lavoro occupata, a esclusivo vantaggio del capitale (…) Dunque, partendo dalla tendenza storico-economica progressiva alla modificazione della composizione tecnica del capitale, e prendendo atto che questa comporta una trasformazione del rapporto fra la sua parte costante e la sua parte variabile (di tipo inversamente proporzionale), per cui crescendo la parte costante decresce la parte variabile, si deve di necessità concludere che tale fenomeno comporta un continuo aumento della parte di popolazione operaia relativa, e quindi la creazione di un esercito industriale di riserva che operando come arma di pressione e di ricatto del capitale verso la forza lavorativa occupata, altera, per così dire, la normale legge della domanda e dell’offerta di lavoro fantasticata dagli economisti borghesi, e questa sovrappopolazione relativa ‘limita il campo di azione di quella legge entro un ambito assolutamente conveniente ai desideri di sfruttamento e alla bramosia di dominio del capitale ’.

 

 

Capitolo terzo: l’economia capitalistica e i suoi fenomeni ciclici (approfondimento)

Lo scontro fra il grado di sviluppo delle forze produttive (mezzi tecnici e capacità produttive del lavoro umano associato) e i rapporti di produzione che ingabbiano queste forze tecniche e umane dentro la logica dell’appropriazione del plus-lavoro/plus-valore (appropriazione funzionale alla minoranza sociale borghese che detiene il controllo delle forze produttive e dei processi di produzione), costituisce lo sfondo e la base di sviluppo del conflitto sociale. Parliamo di conflitto aggiungendovi l’aggettivo sociale per una ragione precisa, perché vogliamo escludere dal nostro orizzonte di analisi ogni fraintendimento meccanicistico e naturalistico. Qualcuno ci obietterà che l’uomo è parte della natura, e dunque perché escludere che anche il capitalismo, minato dal conflitto fra forze produttive e rapporti di produzione, non dovrebbe estinguersi ‘naturalmente’ come tutti gli altri organismi viventi? L’obiezione è molto vecchia, e non tiene conto del ‘piccolo’ particolare del fattore storia. La natura dell’uomo è la storia, un fiume in cui (almeno) una parte dell’umanità (ad esempio il partito: vedasi ‘Dialogato con i morti’), riesce a essere soggetto detentore di coscienza e libertà di scelta, dentro una certa gamma di possibilità (seppure sulla base di condizioni socio-economiche determinate). Quale senso avrebbe allora la definizione del comunismo come passaggio dal regno della necessità a quello della libertà, se non riconoscessimo già adesso, almeno a una parte-avanguardia dell’umanità, questa libertà dai condizionamenti provenienti dalla società capitalistica? Esemplari e chiarificatrici, in questo senso, sono le righe scritte da Marx sulla differenza fra l’ape e l’architetto umano: l’ape costruisce l’alveare sulla base di un istinto codificato, l’essere umano riesce a prefigurare-anticipare in un progetto l’opera da realizzare successivamente, cioè riesce a fare opera di astrazione dai dati immediati dell’esperienza, e a ricavare dalla loro elaborazione una mappa teorica che funge da guida per le successive esperienze della vita (per un certo tempo, e in presenza di certi condizioni). Nella natura esistono gerarchie e gradi diversi di evoluzione della materia, ignorare le differenze e la complessità per proporre una forma indistinta di monismo significa crogiolarsi nell’errore e nella deformazione della realtà. Ne consegue che lo scontro fra forze produttive e rapporti di produzione si pone sul piano storico-sociale, dove diversamente dal cieco istinto dell’ape, giocano un ruolo decisivo fattori come la coscienza e la volontà (seppure possedute da una parte della specie umana: ripetiamo agli scettici il riferimento a ‘Dialogato con i morti’).

Stiamo riproponendo alcuni passaggi del testo sulla guerra allo scopo di riprendere un ulteriore percorso di analisi socio-economica, partendo dalle conclusioni dell’elaborato in questione, poiché quelle conclusioni delineano l’orizzonte ciclico in cui opera il capitalismo.

Scrive Marx ‘Insieme alla caduta del saggio di profitto aumenta il minimo di capitale occorrente al capitalista individuale per attivare produttivamente il lavoro (..) E contemporaneamente si intensifica la concentrazione, in quanto oltre determinati limiti un grande capitale con un saggio di profitto basso accumula più celermente che un piccolo capitale con un saggio del profitto alto (pensiamo alle vicende degli ultimi anni nel nordest, al mito aziendale fasullo del piccolo è bello, al popolo delle partite IVA, sbaragliati dalla concorrenza dei capitalismi emergenti di India e Cina n.r). Tale crescente concentrazione genera d’altro canto, allorché ha toccato un certo livello, una nuova diminuzione del saggio del profitto.(..) Allorché si parla di pletora di capitale ci si riferisce sempre o quasi sempre alla pletora di capitale per il quale la caduta del saggio di profitto non viene compensata dalla sua massa (..) oppure alla pletora che tali capitali, incapaci di funzionare da soli, mettono a disposizione dei dirigenti delle grandi industrie sotto forma di credito. Tale pletora di capitale viene determinata dalle stesse circostanze che generano una sovrappopolazione relativa e ne rappresenta perciò un fenomeno complementare, malgrado i due fenomeni si trovino ai poli opposti, capitale inutilizzato da un lato e popolazione operaia inutilizzata dall’altro. Sovrapproduzione di capitale, non delle singole merci – malgrado la sovrapproduzione di capitale generi sempre sovrapproduzione di merci – significa soltanto sovraccumulazione di capitale ‘. Il capitale, terzo libro, pagina. 1083, 1084.

Dunque la sovraccumulazione di capitale è al polo dialettico opposto rispetto alla sovrappopolazione operaia, eppure questi due fenomeni sono determinati dalle stesse circostanze, che a dire il vero abbiamo già tentato di lumeggiare nelle pagine precedenti seguendo il tracciato del testo di Marx. Non torniamo quindi su di esse, ma limitiamoci a dire che la caduta tendenziale del saggio di profitto, favorendo la concentrazione e la centralizzazione dei capitali (fenomeni che a un certo punto trasformandosi da effetti in cause agiscono essi stessi come ulteriore spinta al decremento del saggio di profitto), determina anche la successiva pletora di capitali, di forza-lavoro e di merci alle origini dell’esigenza distruttrice. Molto istruttiva è la descrizione tratteggiata da Marx sui movimenti interni alla classe capitalistica nei periodi di contrazione del ciclo economico:’ Allorché non si tratta più di dividersi il guadagno, bensì le perdite, ognuno cerca di ridurre quanto più possibile la propria parte di perdita e di riversarla sulle spalle degli altri. La perdita per la classe nel suo complesso non può essere evitata, ma quanto di essa ognuno debba subire diventa in tal caso una questione di forza e di furberia, e la concorrenza diviene lotta fra fratelli nemici (..) In che maniera terminerà questo conflitto e torneranno ad esservi condizioni propizie per un movimento ‘sano’ della produzione capitalistica? La soluzione sta già racchiusa nella semplice esposizione del conflitto in oggetto. Per essa occorre l’inoperosità e anche una parziale distruzione di capitale..’ Il capitale, terzo libro, pagina.1085.

Ora dobbiamo riportare un passo del capitale dove troviamo esplicitamente menzionata la crisi determinata da queste tendenze antagonistiche e contraddittorie insite nello sviluppo capitalistico ‘Questi influssi contraddittori si rivelano sia contiguamente nello spazio che successivamente nel tempo ; periodicamente il conflitto tra tali influenze contrarie sfocia in una crisi, che è sempre soltanto temporanea e violenta soluzione delle contraddizioni in atto, fenomeni violenti che ripristinano provvisoriamente l’equilibrio sconvolto. ’ Il capitale, terzo libro, pag. 1082.
Bene, se non abbiamo capito male, la crisi nasce dai conflitti interni al modo di produzione capitalistico, e si manifesta di seguito come temporanea e violenta soluzione delle sue contraddizioni: ovvero come una gamma di fenomeni violenti miranti a ripristinare l’equilibrio sconvolto. La violenza distruttrice è quindi considerata da Marx una costante periodica nel modo di produzione su base capitalistica; un tentativo estremo e provvisorio per ripristinare dei parametri sociali ed economici alterati. Ma vediamo come si manifesta la crisi, quali sono i suoi fenomeni principali, e quindi dove agisce la violenza, ovvero i fenomeni violenti che intervengono come succedaneo e soluzione dei fenomeni principali. Come ricordavamo nelle premesse di questa ricerca, dal punto di vista capitalistico, cioè dal punto di vista del profitto, è l’eccesso di forza lavoro, di mezzi produttivi e di merci il problema reale da risolvere, sono questi i fenomeni principali della crisi da sovrapproduzione che attireranno, evocheranno, i fenomeni violenti miranti a ripristinare l’equilibrio sconvolto. Tuttavia il ripristino dell’equilibrio alterato a mezzo della violenta soluzione prefigurata da Marx, funzionale al rilancio del ciclo di accumulazione e valorizzazione, è solo una temporanea panacea alla contraddizione di fondo del sistema, continuando la lettura del capitale emerge la ragione profonda di questa provvisorietà ‘ La contraddizione, espressa in termini generali, sta nel fatto che la produzione capitalistica racchiude una tendenza verso lo sviluppo assoluto delle forze produttive, a prescindere dal valore e dal plusvalore in esso contenuto (..) ma allo stesso tempo questa produzione ha come fine la conservazione del valore capitale esistente e la sua più alta valorizzazione ( cioè l’accrescimento accelerato di tale valore ).(..) Il periodico deprezzamento del capitale esistente, che è un mezzo immanente del modo di produzione capitalistico per fermare la diminuzione del saggio di profitto e accelerare l’accumulazione del valore capitale tramite la costituzione di nuovo capitale, modifica le condizioni in cui si svolge il processo di circolazione e di riproduzione del capitale e causa quindi delle interruzioni improvvise e delle crisi nel processo produttivo ( e inoltre produce una diminuzione del capitale variabile che determina la sovrappopolazione, n. n) (..) Tendenza costante della produzione capitalistica è quella di superare tali limiti immanenti, ma essi possono essere superati unicamente tramite mezzi che impongono gli stessi limiti su scala nuova e più vasta ( e quindi, per quanto ci riguarda più da vicino in questa ricerca, una crescita su scala nuova e più vasta del fenomeno della sovrappopolazione, cioè della forza lavoro in eccesso n. n). Il vero limite della produzione capitalistica è proprio il capitale, cioè è che il capitale e la sua auto-valorizzazione si presentano come punto di partenza e punto di arrivo, come motivo e fine della produzione; che la produzione è soltanto produzione per il capitale, e non invece i mezzi di produzione sono semplicemente i mezzi per un costante allargamento del processo vitale per la società dei produttori.(..) Il mezzo – lo sviluppo incondizionato delle forze produttive sociali – entra costantemente in conflitto con lo scopo limitato, la valorizzazione del capitale esistente .’ Il capitale, terzo libro, pagina. 1083.

La contraddizione immanente alla produzione capitalistica, e la potenza del fenomeno che abbiamo descritto come rito ciclico di distruzione rigeneratrice, vengono ancora una volta, nel terzo libro del capitale, ricordati da Marx con queste parole (”Il periodico deprezzamento del capitale esistente, che è un mezzo immanente del modo di produzione capitalistico per fermare la diminuzione del saggio di profitto e accelerare l’accumulazione del valore capitale tramite la costituzione di nuovo capitale, modifica le condizioni in cui si svolge il processo di circolazione e di riproduzione del capitale e causa quindi delle interruzioni improvvise e delle crisi nel processo produttivo). Riconoscendo la realtà di questa contraddizione basica, possiamo iniziare ad affrontare con una giusta prospettiva gli ulteriori aspetti del capitalismo.

 

Capitolo quarto: Il confronto/scontro fra blocchi imperiali nel quadro storico della distruzione rigeneratrice.

Il testo degli anni 60 (‘Capitalismo distruzione di capitale vivo’) esemplifica bene la doppia funzione (principale e derivata) della moderna ars bellica :”Nelle guerre moderne, l’obiettivo che gli stati si propongono è di distruggere una certa quantità di capitale per consentire la ripresa della sua accumulazione, arrestata dalla precedente crisi di sovra-produzione. Ma, all’interno di questa necessità storica di classe, si muovono i «bisogni» particolari degli stati belligeranti, per cui i più forti cercano di annientare mezzi di produzione e prodotti dei più deboli, o degli avversari in genere, onde evitare che, a guerra terminata, i vinti possano far loro concorrenza, e obbligarli a dipendere dai vincitori”.

Dunque dalla lettura del testo appena citato la distruzione rigeneratrice, citiamo di nuovo testualmente, avviene allo scopo di ( ”distruggere una certa quantità di capitale per consentire la ripresa della sua accumulazione”) e questo scopo è una necessità storica di classe”.

Questi concetti sono gli stessi concetti da noi sostenuti quattro anni addietro (nel lavoro sulla guerra), nondimeno in quella occasione (ma anche più di recente) abbiamo registrato dei ripetuti tentativi di confutare l’impianto analitico su cui essi si basano, forse allo scopo di proporre, in alternativa, una versione edulcorata e rassicurante del divenire storico-sociale. L’aporia in cui cade una categoria particolare dei nostri critici è determinata da un errore di ragionamento, che ora esporremo: dunque, posto come reale l’assunto (sbagliato) per cui la struttura economica esistente è già di fatto comunista, allora come possiamo (noi) sostenere che la guerra è ancora una ‘necessità storica di classe”, per distruggere una certa quantità di capitale per consentire la ripresa della sua accumulazione” ?  ‘En passant’ ricordiamo che la concezione marxista si limita solo a sostenere che già nella produzione capitalistica sono presenti le condizioni potenzialmente suscettibili di costituire la base del futuro modo di produzione comunista, ma solo dopo la conquista del potere da parte della classe sociale proletaria. Torniamo, dopo questa puntualizzazione, alle conseguenze derivanti dall’errore insito nel ragionamento dei critici.

Se i nostri critici sono realmente persuasi che la struttura economica del mondo in cui vivono è (in potenza e in atto) comunista, allora non si pone neppure il problema della guerra come modo per distruggere una certa quantità di capitale per consentire la ripresa della sua accumulazione”. L’azione non potrà più avvenire, è lapalissiano, in quanto manca il colpevole (cioè l’economia capitalistica e la classe sociale borghese) e dunque manca il movente per compiere l’azione. Di fronte alle conseguenze paradossali derivanti da un errore di ragionamento iniziale (la struttura economica del nostro mondo è già comunista), appare oltremodo strano che le stesse fonti da cui proviene tale errore possano poi sostenere che una errata concezione della guerra (la nostra) implicherebbe sempre una errata concezione della lotta di classe. Per coerenza logica chi sostiene che la struttura economica attuale è già comunista, non dovrebbe più parlare di guerra e lotta di classe, essendo tali fenomeni collegati a strutture economiche differenti da quella che egli ritiene essere vera e reale. Dunque, partendo da una serie di ragionamenti sbagliati, causati dalla incomprensione di alcune parti della teoria marxista, si giunge (portando fino all’estremo limite le conseguenze dell’errore di partenza) alla negazione immaginaria della stessa società capitalistica (e alla costruzione altrettanto immaginaria di una società ad essa opposta). 

Lasciamo perdere momentaneamente le risposte ai critici, lo scopo di questo capitolo risiede nell’approfondimento dell’analisi sul confronto/scontro fra i due principali blocchi capitalistici. Stiamo parlando ovviamente del gruppo di stati ed economie nazionali che ruotano intorno ai concorrenti apparati di potenza militare -industriale e tecnico-scientifica russo e americano. Abbiamo sostenuto, nel lavoro sulla guerra, che una qualche complicità di fondo potrebbe accomunare i due maggiori aggregati di potenza esistenti, al netto delle conflittualità più palesi: questa ipotesi va letta in modo articolato.

Il conflitto fra borghesie nazionali, o fra opposte alleanze di gruppi di borghesie nazionali, soprattutto nei periodi di contrazione del ciclo economico, è un dato storico inconfutabile. Tuttavia, accanto a questa dimensione conflittuale interna alla borghesia, dimensione esistente su base nazionale, infra-nazionale ed extra-nazionale, sussiste anche un superiore interesse/scopo implicito, comune al capitalismo come sistema (circostanza che non elimina la dimensione di conflittualità interna alla classe borghese). Questo interesse comune al modo di produzione capitalistico (nelle sue articolazioni economiche nazionali e sovra-nazionali) si realizza con la distruzione rigeneratrice. Per essere più chiari l’interesse comune consiste nella conservazione della società capitalistica, attraverso la distruzione di capitale costante e variabile in eccesso (necessità storica di classe), sebbene dentro una cornice di feroce resa dei conti fra frazioni borghesi ( ”all’interno di questa necessità storica di classe, si muovono i «bisogni» particolari degli stati belligeranti, per cui i più forti cercano di annientare mezzi di produzione e prodotti dei più deboli, o degli avversari in genere, onde evitare che, a guerra terminata, i vinti possano far loro concorrenza, e obbligarli a dipendere dai vincitori”).

Nell’agosto 2015 sviluppavamo, in ‘Dinamiche di confronto e scontro fra i blocchi imperialistici contemporanei’ le seguenti analisi: ”I vari apparati industriali-militari e scientifici presenti sulla scena globale hanno in comune la loro origine e funzione classista, e quindi pur essendo in feroce e mortale competizione per il potere e lo sfruttamento del proletariato mondiale, sono in realtà accomunati dallo stesso modo di produzione, e quindi dal comune interesse nel conservarlo e mantenerlo in vita. Gli scontri e le guerre fra questi apparati statali sono l’espressione di una lotta per il predominio, e di una correlata esigenza economica e politica di distruzione di masse umane proletarie superflue (oltre che di mezzi tecnici di produzione in eccesso, capitale variabile e costante in eccesso). Sovrapproduzione di merci, di mezzi e di popolazione proletaria, che la classe borghese tenta di smaltire e distruggere come rifiuti nocivi per riassettare temporaneamente il proprio sistema socio-economico. Cerchiamo di riflettere sugli attuali scenari di confronto-scontro fra le coalizioni politiche ed economiche dominanti. Cina, Russia, India, paesi dell’America latina, Iran, Siria…. da una parte e Stati Uniti, Europa, Canada, Giappone e paesi del golfo….dall’altra. Abbiamo ricordato i principali paesi inseriti, in modo più o meno stabile, nei due aggregati Imperali-capitalistici contemporanei. Le alleanze internazionali sono sempre funzionali al reciproco interesse di potenza degli apparati militari-industriali, e quindi al bisogno contingente di fare fronte unito contro le minacce avversarie. Ripetiamolo, siamo imprigionati in una società capitalista, un mondo dove l’uomo è spesso un lupo per l’altro uomo, e quindi a maggior ragione lo è un apparato statale-militare per un altro apparato”.

Queste analisi sono importanti per inquadrare anche le tendenze di sviluppo e l’operato (concorde/discorde) degli attori capitalistici sulla scena internazionale contemporanea. Il problema della guerra si pone infatti fra attori che condividono l’interesse a mantenere in vita lo stesso modo di produzione, e che pur agendo da ”fratelli coltelli” hanno almeno qualcosa in comune: il nemico di classe proletario e l’esigenza ciclica di distruzione di capitale costante e variabile in eccesso. Quest’ultima esigenza/scopo è stata ottenuta, storicamente, con il mezzo della distruzione rigeneratrice nelle guerre locali/mondiali, oppure con la regolare distruzione di ”capitale vivo” implicita nell’esistenza stessa del capitalismo (malattie derivate, epidemie, fame, incidenti sul lavoro, e via discorrendo).

Per quanto rappresenti ormai una potenza anti-sociale e anti-specie, legata alla morte e alla distruzione della vita, il capitalismo deve comunque mantenere una sua forma malata di esistenza finalizzata in primo luogo al ciclo della valorizzazione del capitale, e in via derivata a garantire potere e privilegi ad una minoranza sociale borghese. Questa possibilità verrebbe meno se il confronto/scontro fra i ”fratelli coltelli’ dei blocchi imperiali concorrenti prendesse la piega di un devastante conflitto nucleare. Nell’agosto 2015 infatti sostenevamo: ”La Russia possiede un enorme riserva di ordigni nucleari, inoltre ha le capacità militari-industriali di produrne molti altri e di utilizzarli efficacemente contro l’America (attraverso una grossa flotta sottomarina di sommergibili a propulsione nucleare, dotati di testate missilistiche atomiche, o attraverso l’uso di bombardieri strategici a lungo raggio di azione, e anche attraverso l’utilizzo di missili intercontinentali capaci di colpire il territorio nemico partendo da basi sotterranee). Certo, anche gli Stati Uniti posseggono delle capacità distruttive corrispondenti, e quindi non è al momento ipotizzabile che i due attori internazionali portino il livello di scontro per il controllo globale (delle risorse naturali e della forza-lavoro proletaria), ai limiti dell’autodistruzione. Molto meglio, in una logica di dominio spietatamente razionale, provare a tirare la corda senza mai provocarne la rottura (in un tacito accordo con l’avversario di pari potenza). Questo copione si ripete dalla fine della seconda guerra mondiale, ed è stato ampiamente sperimentato nella guerra di Corea, in Vietnam, a Cuba, in Angola e Namibia. Successivamente lo stesso copione è stato rappresentato in Afghanistan e in tempi recenti in Cecenia e Georgia, e ora si replica in Siria, Iraq e nel Donbass. Gli elementi ricorrenti del copione sono incentrati sul tentativo di erodere, o meglio, usando una metafora scacchistica, di mangiare una parte dei pezzi dell’avversario imperiale (ovvero l’altro giocatore). Tuttavia non si tratta di un semplice gioco, pur se è vero che viene condotto (dalle oligarchie borghesi coinvolte), secondo gli schemi collaudati del gioco degli scacchi. Pensiamo alla scena finale del film di Kubrik degli anni sessanta, in cui il dottor ‘Stranamore’, a cavallo di una bomba nucleare, si avviava follemente verso verso l’innesco del ‘casus belli’ fatale fra le due superpotenze. Oppure la scena del film di Bergman, Il Settimo Sigillo’, in cui un cavaliere di ritorno dalle crociate, dove aveva perso la fede, giocava una misteriosa partita scacchi con la morte. Palesemente, la presenza della bomba atomica e dei suoi effetti irreversibili alligna da tempo nell’immaginario collettivo di una parte dell’umanità, soprattutto nella minoranza borghese, cioè quella che più di altri avrebbe il timore di perdere status e privilegi a seguito di un olocausto nucleare distruttivo e auto-distruttivo. Le moltitudini di diseredati che popolano il globo hanno già ora, bomba o non bomba, il discutibile dono di di vivere in una maniera umanamente insostenibile, e la loro stessa condizione esistenziale è la prova che la fame, la malattia, lo sfruttamento possono egregiamente sostituire gli effetti della radioattività post-atomica”.

”Con la dissoluzione del precedente blocco capitalista ‘sovietico’, ormai troppo costoso e farraginoso per continuare ad esistere (e competere con successo con i rivali americani), e poi con la successiva riorganizzazione e razionalizzazione delle principali risorse militari-industriali e scientifico-tecnologiche ex sovietiche nelle mani della borghesia russa, sono sorti degli scenari inediti dal punto di vista geo-politico. ‘En passant’, utilizziamo non a caso dei termini presi a prestito dal linguaggio economico-aziendale come riorganizzazione e ristrutturazione, perché le ragioni della dissoluzione dell’Unione sovietica e della successiva riorganizzazione efficentista della sua erede principale, la federazione russa, sono anche da intendere alla luce comparativa dei comuni processi di contenimento dei costi, taglio dei rami secchi e riorganizzazione (dei metodi e delle procedure di esecuzione delle mansioni lavorative), tipiche di una impresa economica capitalistica. Dopo il processo di industrializzazione e modernizzazione capitalistica realizzato durante la fase stalinista-autoritaria del regime di classe borghese russo, e i successivi contorcimenti degli anni settanta e ottanta, definiti come periodo della stagnazione, in parallelo con la fase economica mondiale iniziata negli anni settanta, determinata dalla fine degli effetti del bagno di giovinezza della seconda guerra mondiale, è iniziato negli anni novanta un periodo di risveglio dell’orso russo. Questo risveglio fa svanire le ingenue narrazioni sul super-imperialismo, o sull’unico impero mondiale. In effetti se è vero che gli apparati di potenza della classe borghese russa e americana hanno degli interessi comuni, nell’opprimere la classe proletaria, è pure vero che sono spinti da ulteriori interessi politico-economici, proprio come accade nella quotidiana concorrenza fra imprese capitalistiche. L’elemento della competizione economico-aziendale fra capitali individuali, presente come variabile originaria e basica del modo di produzione capitalistico, si ripropone dunque a livello più ampio nella contesa fra le mostruose attrezzature statali di oppressione possedute dalle varie frazioni della classe borghese mondiale. Il rafforzamento degli stati (almeno di quelli collegati alle borghesie più forti), e quindi la progressiva caduta della loro precedente mascheratura democratica, trova la sua ragion d’essere principale nella crescita della povertà, nella sovrappopolazione relativa determinata dai processi fondamentali dell’economia capitalistica (ovvero nella tendenza alla sostituzione del capitale lavorativo umano, il lavoro vivo, il capitale variabile, con il macchinario, cioè con il capitale aziendale costante). La tendenza storica alla sostituzione del lavoro ‘umano’ con il lavoro delle macchine all’interno delle aziende capitalistiche (soprattutto sotto la spinta della lotta per la concorrenza), è la causa fondamentale della caduta tendenziale del saggio di profitto e delle conseguenti, periodiche, crisi economiche. L’espulsione di forza-lavoro umana dai processi produttivi è quindi una tendenza incoercibile dell’economia capitalistica, una tendenza che sta alla base della crescita di una massa di senza lavoro, un vero e proprio esercito industriale di riserva (per il capitale), impiegabile nei momenti di ripresa dell’attività economica. Abbiamo recentemente analizzato la funzione sociale di questa riserva di forza-lavoro inoccupata, poiché la sua stessa esistenza agisce (sul mercato del lavoro) come potente fattore di contenimento della richiesta (da parte degli occupati) di aumenti salariali e migliori condizioni di lavoro. Gli stessi flussi migratori che modificano il panorama sociale europeo da almeno venti anni, sono un effetto del passaggio (nei paesi di provenienza dei migranti) dalle originarie economie agricole di sussistenza e auto-consumo, ad economie industriali-capitalistiche (con il corollario di disoccupazione legato ai processi ineliminabili dell’economia capitalistica). Un altro fenomeno collegato alla industrializzazione capitalistica è il passaggio dalle campagne alle città di enormi masse umane, con la derivata, e potenzialmente pericolosa concentrazione di queste masse nelle metropoli: quindi, una popolazione precedentemente impiegata in attività agricole si trova ora ad essere proletarizzata in vista dell’uso della sua forza-lavoro nei processi produttivi dell’industria. Abbiamo scritto che questa concentrazione di masse umane (ma soprattutto di forza-lavoro di riserva inoccupata) nelle metropoli urbane, è potenzialmente pericolosa, perché le stesse condizioni di vita emarginate e la povertà relativa di questa ‘riserva’ costituiscono un fattore permanente di rivolta e di rischio per l’ordine pubblico borghese. Le periodiche rivolte nelle periferie metropolitane di Parigi e di Londra sono un chiaro esempio dimostrativo della realtà del rischio da noi ipotizzato. Per questi motivi l’apparato statale, nella fase economica avanzata del regime di classe borghese, deve necessariamente rafforzarsi, e passare dalla forma democratico-legalitaria iniziale, a quella burocratico-poliziesca dei nostri tempi, come ben ricorda Bordiga in vari articoli e testi degli anni 50 e 60. Il rafforzamento dell’apparato statale di oppressione borghese è quindi conseguente agli stravolgimenti economico-sociali determinati dallo stesso modo di produzione capitalistico. In un certo senso il capitalismo si sviluppa all’interno di una serie di contraddizioni intrinsecamente ineliminabili, che, tuttavia, lungi dal determinarne (almeno fino a questo punto) la crisi e la scomparsa finale, lo spingono invece a riassestarsi, almeno temporaneamente, con l’immane e cronica distruzione quotidiana di lavoro vivo, e a volte con le ecatombi di vite, di mezzi tecnici di produzione e di infrastrutture caratteristiche delle guerre mondiali e delle guerre locali”.

‘In sostanza è dalla fine della seconda guerra mondiale che registriamo le evoluzioni del confronto fra le due superpotenze militari-industriali esistenti, assistendo alle guerre per procura o per interposta persona in varie parti del globo, non potendo i due colossi nucleari scontrarsi in una guerra ‘totale’ convenzionale, potenzialmente preludio di una ecatombe nucleare generale. Il problema che si pone oggi come ieri, e che ci spinge pertanto ad essere scettici sulla possibilità di una guerra ‘totale’ imminente, risiede nel limite assegnabile a un eventuale conflitto aperto e diretto fra russi e americani. Chi dovrebbe fissare questo limite, e poi soprattutto chi potrebbe garantire la sua osservanza da parte dei due contendenti? L’equilibrio del terrore esiste, l’arsenale nucleare posseduto dai due competitori globali non ha confronti numerici con i piccoli arsenali nucleari di India, Cina, Francia, Pakistan, Inghilterra e Israele. Il club della bomba invade come una presenza fastidiosa e perturbante i sogni di una parte dell’umanità, e tuttavia ci racconta anche un altra storia, la storia di due apparati militari-industriali che, attraverso la loro impossibile guerra aperta, dimostrano al resto del mondo e delle nazioni la loro terrificante capacità distruttiva. Un segnale e un monito per ricordare agli attori presenti sullo scacchiere mondiale il nome di chi possiede la chiave dell’apocalisse, di chi detiene l’unico arsenale bellico da fine del mondo. In lunghi decenni ormai alle nostre spalle è andato ricorrentemente in scena lo stesso copione, l’identica rappresentazione dell’incontro scontro accelerato e poi frenato, la guerra e la pace, l’odio e l’amore (sempre impossibile) fra le due ‘entità’ statali più potenti che storicamente la classe borghese sia riuscita a edificare. Da veri ‘fratelli coltelli’ i due rivali imperialisti sfoggiano la potenza dei propri apparati militari-industriali (supportati da scienza e tecnologia adeguate) allo scopo di terrorizzare le frazioni borghesi concorrenti e soprattutto il nemico di classe proletario. Quest’ultimo rappresenta una minaccia esistenziale alla società capitalistica, mentre le rivalità imperiali russo-americane hanno solo l’obiettivo di conservare e ampliare le posizioni di potere raggiunte dalle rispettive borghesie di riferimento (all’interno della società esistente). Come scrivevamo nell’articolo sulla brigata Prizrak, tuttavia, in certi casi, il confronto-scontro fra i due mastodonti statali può determinare dei fenomeni di scollamento e di fuga di una parte del proletariato dalle gabbie della società borghese”.

 

I rapporti di forza fra classi sociali antagonistiche, oppure fra borghesie nazionali, frazioni di borghesie nazionali (espressione di interessi relativi a distinte aree economiche nazionali), o addirittura fra opposte alleanze di borghesie nazionali, sono dinamici non statici, essi si modificano sulla base di lenti processi socio-economici sfocianti in crisi rapide e brusche che sublimano, in uno spazio-tempo concentrato, i precedenti processi storici.

Lo scopo del presente lavoro è di riepilogare e approfondire i risultati di ricerche precedenti, delineando una cornice teorica sufficientemente ampia per comprendere i processi socio-economici contemporanei nel quadro della società capitalistica.

Abbiamo appena parlato delle capacità distruttive nucleari in dotazione ai due maggiori apparati statali della classe sociale borghese; nell’agosto 2015 scrivevamo che queste capacità tendevano ad equilibrarsi, tuttavia nell’ottobre 2016, nel testo ‘Ruina imperii’, abbiamo riportato alcuni dati (facilmente reperibili in rete) che sembrano modificare (almeno temporaneamente) il precedente assunto. Ci sembra dunque importante dare conto di questa modificazione dei rapporti di forza nel campo militare fra i due blocchi imperiali, seppure non leggibile come dato definitivo, in quanto inserita all’interno di un contesto generale di tendenze fluide e reversibili. Anche nel parlare di dinamiche inter-imperialistiche abbiamo ricevuto delle critiche dai moderni sostenitori del super-imperialismo, critiche cui abbiamo dato risposta soprattutto nel testo ”Chaos Imperium”, del novembre 2015. Smentite dai fatti e dalla teoria marxista, le discutibili analisi sul capitalismo egemone sopravvivono a livello di fenomeno amatoriale, racchiuse in un segmento di nicchia del mercato politico, come per certe auto d’epoca apprezzate solo da alcuni inguaribili nostalgici. 

 

 

Postilla

Riproponiamo ora il capitolo finale di ‘Ruina imperii‘:

Parte terza: piani inclinati di fuga/crisi e prospettive di scontro fra apparati militari-industriali (S-500 “Samoderzhets”, autócrat)

Quindi, se sei capace, fingi incapacità; se sei attivo, fingi inattività.

Sun Tzu ‘L’arte della guerra’

Crisi economica è un termine che indica un peggioramento delle tendenze immanenti del capitalismo, quindi la crisi è solo un aspetto ciclico (peggiorativo) di un andamento (trend) permanentemente discendente. In questo senso la crisi è definibile come un elemento permanente dell’economia capitalistica.

Potremmo sostenere che l’andamento discendente dell’economia capitalistica avvicina il momento del suo crollo. Questo è vero, a patto di specificare che il crollo potrebbe anche significare, in assenza di un mutamento di sistema economico-sociale, semplicemente la mineralizzazione del pianeta. I processi immanenti dell’economia capitalistica sono alla base della crisi permanente: in primo luogo la lotta concorrenziale fra capitali individuali, foriera dei fenomeni di concentrazione e centralizzazione, dell’aumento del capitale costante a discapito del capitale variabile, della caduta del saggio medio di profitto e infine dell’aumento della produttività del lavoro residuo (alias aumento del saggio di sfruttamento). L’aumento dello sfruttamento si impone come controtendenza alla caduta del saggio medio di profitto, caduta determinata dalla variazione della composizione organica del capitale (a sua volta messa in essere dal bisogno aziendale di ridurre i costi di produzione e lottare contro la concorrenza). Tuttavia il capitalismo, come il classico cane che si morde la coda, mettendo in essere un continuo aumento della riserva di forza-lavoro eccedente (disoccupata) e una correlata precarietà lavorativa e retributiva, e quindi diffondendo una miseria crescente fra la popolazione, funge da fattore di depressione della domanda totale di beni e servizi. Il calo della domanda produce poi un eccesso di offerta, una sovrapproduzione, e quindi l’impossibilità di monetizzare il plus-valore incorporato nelle merci. Un circolo vizioso ricorsivo, una coazione a ripetere si direbbe in psicoanalisi. La storica tendenza a investire nei paesi sottosviluppati, dove minore è la percentuale di capitale costante presente nella composizione organica del capitale, per ottenere dei sopraprofitti, è solo una temporanea panacea alla tara congenita della caduta del saggio di profitto. Il capitalismo, nelle sue articolazioni nazionali e di area, si muove in una meccanica egoistica/particolaristica di scaricamento del peso della crisi sugli altri giocatori (quindi sulle altre nazioni o sulle altre aree economiche). Torniamo alle riflessioni contenute nella premessa, se vogliamo sintetizzare lo spettacolo a cui stiamo assistendo, possiamo usare la bella immagine di un testo della corrente degli anni 50: una ‘Big Dance’ fra mostruosi apparati di potenza militare-industriale, in una gara spietata di parassitismo.  

E allora proviamo a ipotizzare come si configureranno, al di sotto delle mistificazioni e della propaganda di parte, i possibili scenari di sviluppo del confronto/scontro fra gli attuali blocchi imperiali concorrenti. Sosteniamo da tempo che una guerra ‘totale’, all’ultimo sangue, fra gli attuali Moloch statali è improbabile; non impossibile, ma improbabile, a causa del semplice motivo dell’esistenza di migliaia di ordigni nucleari in dotazione alle forze militari delle due più agguerrite borghesie capitalistiche. Chiamiamolo equilibrio del terrore, deterrenza nucleare, paura dell’apocalisse, resta il dato di fatto che dal dopoguerra ad oggi le due superpotenze non hanno mai messo mano alla pistola nucleare. Certo, lo sappiamo, non hanno neppure mai smesso di duellare più o meno indirettamente, in molti teatri di conflitto, in una gara spietata di parassitismo (come è normale che accada tra fratelli coltelli borghesi). Le guerre capitalistiche assolvono alla doppia funzione (economico-politica) di distruzione del capitale costante e della forza-lavoro in eccesso (distruzione rigeneratrice del ciclo di valorizzazione), e alla ridefinizione dei rapporti di forza e di dominazione geo-politica, fra i vari apparati di potenza statale delle borghesie nazionali e dei blocchi imperiali.

Le attuali soglie di frattura dello scontro inter-imperialistico sono almeno quattro: Siria, Ucraina, Yemen, e mare cinese (quest’ultima è una soglia per ora solo politico-diplomatica).

Il punto di scontro più caldo è ovviamente la Siria, dove entrambi i colossi statali capitalistici si giocano una grossa posta di potere (soprattutto in termini di immagine, e poi in via secondaria di petrolio e di controllo delle sue vie di trasferimento e commercializzazione). Il potere è anche l’immagine che viene trasmessa, attraverso un simbolo, alla percezione/visione dei soggetti subordinati, degli alleati (attuali o potenziali), dei nemici e rivali. In Siria questo simbolo è rappresentato dai sistemi antimissile russi SS 300 e SS 400, dalla flotta navale russa basata sulla portaerei-incrociatore lanciamissili ‘Admiral Kutnezov’, e sulle basi aeree (permanenti) dislocate in territorio siriano.

Mentre le minacce di alcuni settori politico-militari USA prefiguravano l’imposizione di una ‘no fly zone’ sui cieli della Siria, o addirittura il bombardamento dell’esercito siriano (ovviamente per motivi umanitari) con attacchi aerei o con missili a lunga gittata, è stata la Russia a realizzare di fatto una ‘no fly zone’ per gli aerei e i missili NATO/USA.

Quindi, se sei capace, fingi incapacità; se sei attivo, fingi inattività.’ Sun Tzu

Un attacco missilistico o aereo USA-NATO si trasformerebbe, allo stato delle cose, in una catastrofe sia sul piano militare che sul piano simbolico. I media di regime hanno propagandato in occidente, per vari decenni, la favola dell’arretratezza tecnologica del complesso militare-industriale russo, e cosa ancora più significativa, una buona parte delle élite di potere ha pure creduto che questa favola fosse una realtà. Il risveglio, in questi casi, può essere molto amaro. Allegramente, una certa informazione, continuava a raccontare la favola della disparità di investimenti annui nel campo militare fra Russia e USA, mentre fonti attendibili ‘occidentali’, oggi, riconoscono che molto semplicemente la Russia aveva messo fuori dal budget federale pubblico buona parte delle spese militari, favorendo la credenza che non fosse capace di realizzare un serio rafforzamento delle sue forze armate. ‘Quindi, se sei capace, fingi incapacità; se sei attivo, fingi inattività.’

Mentre una parte dell’ingranamento di potere occidentale si attendeva il crollo della Russia, questa rafforzava (senza troppa pubblicità) la sua macchina letale da guerra.

Abbiamo già detto della Siria, proviamo ora a dare qualche dato sull’evoluzione dell’armamento missilistico russo (offensivo e difensivo). Abbiamo già parlato del nuovo missile intercontinentale, dall’evocativo nome ufficioso di ‘Sarmat’. Un missile in grado di essere lanciato in un tempo minimo, dal volo a geometria variabile, non intercettabile da nessuno scudo antimissile esistente. Uno solo di questi missili, con il suo carico di testate nucleari, è in grado di devastare un area grande quanto il Texas o la Francia. Il nome ‘Sarmat’ è una beffa e un monito per i nemici, infatti i Sarmati, una popolazione indoeuropea stanziata nel sud della Russia, furono in grado di penetrare le mura difensive di varie città ai tempi dell’impero persiano, proprio come sembrerebbe in grado di fare l’omonimo missile intercontinentale russo (con le città dell’impero americano).

Veniamo ora alla sorpresa finale, per contrastare il Prompt Global Strike Americano, un sistema in grado di colpire in meno di un ora qualsiasi obiettivo in ogni parte del mondo, le Voyska Vozdushno-Kosmicheskoy Oborony ( Forze di Difesa Aerospaziali russe) stanno sviluppando una nuova generazione di sistemi superficie-aria, in modo particolare il missile S-500 “Samoderzhets”, Questo sistema missilistico ha un tempo di risposta di 3-4 secondi, e ha la possibilità di rilevare e attaccare nello stesso tempo fino a 10 testate di missili balistici a 600 km di distanza. Inoltre “Samoderzhets”, che in italiano significa autòcrate, è in grado di rilevare un missile balistico fino a 2000 km di distanza. Questo sistema difensivo è anche in grado di rilevare e colpire gli aerei invisibili (stealth).

Considerando il lungo raggio d’azione del sistema e le caratteristiche da guerra elettronica, “Samoderzhets”, è definibile come un mezzo di difesa eccezionale, unico e senza confronto nell’attuale panorama mondiale. Autòcrate, anche in questo caso il nome è il risultato di un misto di ironia e di sfida verso il rivale imperiale. L’autocrate è colui che governa senza altrui interferenze, in forza del proprio autonomo potere, e tali infatti erano gli Zar, e tale è il “Samoderzhets”, in grado di sigillare lo spazio aereo russo, rendendolo autonomo dall’interferenza esterna dei potenziali attacchi aereo-missilistici rivali.

Mentre l’America e i suoi vassalli si dissanguavano in conflitti inutili, spendendo migliaia di miliardi di dollari in Iraq, Siria, Libia, Afghanistan, Ucraina, la Federazione Russa sviluppava sistemi missilistici offensivi e difensivi che hanno reso tecnicamente obsoleti i sistemi ‘occidentali’, probabilmente di almeno quattro generazioni. Adesso, chiunque vincerà le elezioni presidenziali in America, non potrà cambiare questo crudo rapporto di forza militare. Il declino americano è iniziato (Ruina Imperii), esso si manifesta sia sul piano finanziario-valutario che sul piano militare, e non ci sono facili guerre di distruzione contro l’avversario imperiale russo che possano impedirlo; sarà il caso di considerare cosa potrebbe significare, invece, dal punto di vista della ripresa del conflitto sociale proletario, in America, una tale prospettiva di declino del capitalismo USA”.

 

Capitolo quinto: Segnali di tendenze al declino del capitalismo U.S.A

Abbiamo ipotizzato, sulla scorta di precisi dati macro-economici e di alcune vicende internazionali, l’esistenza in atto di tendenze al declino dell’imperialismo U.S.A. Sembra incredibile potere ipotizzare oggi un quadro del genere, quando ancora pochi anni addietro erano in molti ad essere convinti che la fine dell’Unione Sovietica indicasse un radicale cambiamento degli assetti bipolari precedenti, un cambiamento nella direzione di un unico imperialismo egemone. Sulla base dello scenario politico internazionale caratterizzato dal presunto capitalismo egemone, alcuni osservatori avevano poi rispolverato (in varie declinazioni) la teoria kautskiana del super-imperialismo. Abbiamo affrontato in ‘Chaos Imperium’ gli aspetti più paradossali e irreali delle varie posizioni sostenute dagli aggiornatori/continuatori dell’errore kautskiano.

Non ci sembra utile, in questa sede, riprendere le critiche rivolte ai continuatori del kautskismo, tuttavia, nel momento in cui scriviamo di tendenze al declino U.S.A, ci sembra invece necessario riproporre i dati numerici contenuti nelle precedenti ricerche come ‘Chaos Imperium, ‘The Duellists’, e ‘Ruina Imperii’ , confrontandoli con i dati ancora più recenti in nostro possesso.

Individuiamo tendenze al declino nei segnali numerici di tipo economico (produzione industriale, debito pubblico, commercio estero, disoccupazione…), e nei segnali di tipo politico-economico ( difficoltà U.S.A in Siria, Ucraina, Yemen, Turchia, Iran, Iraq, Egitto…perdita di peso del dollaro, perdita di peso degli strumenti bancari internazionali a guida U.S.A).

Definiamo tendenze, gli aspetti di cui sopra, perché nel campo storico-sociale esistono sempre delle controtendenze, che potrebbero rinviare nel tempo, o parzialmente smentire, le previsioni basate sullo studio dei processi socio-economici.

L’errore in cui sono incappati i teorici dell’imperialismo unico deve far riflettere, e quindi spingerci ad evitare le proposizioni apodittiche e di ardua dimostrabilità sul piano storico. La realtà di fatto contemporanea evidenzia (comunque) delle tendenze economico-politiche, dei processi, i quali possono avere un elevato grado di probabilità (sulla base del determinismo scientifico) di diventare fattori causanti di successivi effetti.

I due blocchi economici e politici ‘duellanti’ sviluppano a getto continuo, reciprocamente, strategie di aggressione e di difesa nei confronti del proprio rivale, il successo di queste strategie è di vitale importanza per la conservazione è l’ampliamento della propria posizione di potere a discapito dell’avversario (1). 

Partiamo dal debito pubblico, un fattore macroeconomico in crescita, nella cui classifica gli U.S.A sono ben posizionati. Ammonta ormai a ventimila miliardi di dollari l’esposizione debitoria pubblica degli U.S.A, mentre l’ammontare totale del debito americano (includente il debito pubblico, il debito delle imprese, e quello delle famiglie) è nell’ordine della cifra astronomica di 60.000 miliardi di dollari. 

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Sarebbe riduttivo parlare di declino U.S.A senza descrivere la cornice economica mondiale in cui esso si manifesta. Proveremo allora a descrivere le tendenze operanti dentro il contesto dell’economia mondiale: innanzitutto la bolla del debito, il calo della produzione, la circolazione delle merci in rallentamento, il crollo dei prezzi delle materie prime. Partiamo dal debito (sia pubblico che privato): la sua massa tende ad aumentare (dopo il 2008) proprio grazie ai rimedi escogitati dalle istituzioni (banche centrali, governi). Ci riferiamo alle politiche monetarie espansionistiche come il ‘quantitative easing’, e alle altre forme di iniezione di liquidità. Sembra che dal 2008 le banche centrali abbiano riversato nel sistema economico globale dei quantitativi enormi di valori monetari, si parla di 15 trilioni di dollari. A fronte di questa abnorme immissione di liquidità, si è registrato un ulteriore aumento del debito, nonostante la politica dei tassi a interesse zero. Ci verrebbe da pensare che tutto si riduca alla classica mossa del fare nuovi debiti al fine di coprire i vecchi debiti (grazie ai finanziamenti concessi dalle banche ai privati e alle imprese, o addirittura dalle banche centrali sovra-nazionali,e mondiali, agli stati sovrani), dunque un puro artificio contabile che sposta il debito/credito da un rapporto ad un altro (cioè dal rapporto commerciale fra il fornitore creditore e il cliente /debitore, al rapporto finanziario fra la banca finanziatrice/creditrice e il cliente/debitore, oppure dai fondi comuni di investimento creditori verso lo stato debitore, alle banche centrali sovranazionali e mondiali finanziatrici dello stato debitore). Senza, tuttavia, che queste partite di giro contabile riescano a diminuire l’importo debitorio reale presente nell’economia capitalistica. Lo stato garantisce (attraverso i finanziamenti del sistema bancario) la solvibilità (in termini cartacei-valutari) delle imprese e dei privati in difficoltà (nei confronti delle scadenze dei debiti dovuti ai creditori); mentre le banche centrali sovrastatali, o mondiali, foraggiano gli stessi stati sovrani e rinegoziano il loro debito pubblico (in possesso di fondi comuni, banche, altri stati). Alla fine paga Pantalone, cioè il proletariato, costretto a subire la stretta fiscale necessaria a tamponare e rallentare la crescita del debito pubblico e la relativa spesa per gli interessi sulle cedole ai suoi possessori (cioè per garantire una adeguata valorizzazione del capitale finanziario).

Il grafico precedente evidenzia, d’altronde, le linee di aumento del debito di alcune importanti realtà come il Giappone, gli U.S.A, Italia, Francia e altri paesi europei. I numeri non sostituiscono l’analisi politica, tuttavia possono supportarla, rendendola meno astratta. Dunque sembra che il rapporto fra il debito e il P.I.L mondiale sia oggi attestato intorno al 230%. Facciamo allora due conti della ‘serva’. Per un dollaro di prodotto reale (non dimenticando la tosatura di plus-lavoro/plus-valore incorporata in questo dollaro di prodotto), ci sono due dollari e trenta di debito. Considerando che il capitale di debito va remunerato con un ‘equo’ interesse, come ci insegnano i testi scolastici di ragioneria e tecniche bancarie, e che questo interesse è comunque reperito dal fondo di plus-valore realizzato nella sfera della produzione, appare allora in tutto il suo splendore il grado di parassitismo raggiunto dall’economia capitalistica.

Nel maggio 2015 e nel mese di ottobre 2016 abbiamo affrontato in ‘Crisi del capitalismo: modelli di lettura e tendenze di sviluppo’ e in ‘Ruina imperii’ la questione del debito pubblico alla luce dell’analisi sviluppata da Marx, e ripresa da Bordiga in ‘Imprese economiche di Pantalone’. Nel lavoro di maggio abbiamo ripreso ed esposto le linee generali del fenomeno, mentre in ‘Ruina imperii’ abbiamo rivolto l’attenzione principalmente al ruolo del debito negli U.S.A. Rimandiamo pertanto ai due testi suddetti per una più dettagliata conoscenza del fenomeno. In questo capitolo tenteremo di tratteggiare le tendenze al declino degli U.S.A, al netto delle inevitabili controtendenze, tendenze importanti a causa dell’importanza che la struttura economica e la sovrastruttura statale americana ricoprono sullo scacchiere globale. Se guardassimo solo al P.I.L dell’America dovremmo concludere che ci sono piccoli segnali di ripresa, ma anche per l’Italia allora, in base all’aumento dello zero virgola qualcosa del P.I.L, dovremmo ugualmente concludere che le cose iniziano a girare bene.

Tuttavia le cose non girano bene per nessuna delle due economie capitalistiche, oberate da un debito pubblico crescente che funge da segnalatore dello spostamento progressivo, storico, dei capitali in cerca di valorizzazione, dal piano produttivo-industriale al piano finanziario-speculativo. D’altronde, la tendenza all’impiego dei capitali nel settore della finanza funge da segnalatore della difficoltà del capitale, cosiddetto ‘produttivo’, di realizzare un livello adeguato di plus-valore nell’economia reale (a causa della variazione, ‘storica’ anch’essa, della composizione organica del capitale, cioè del rapporto decrescente di impiego del capitale ‘vivo’, variabile, a favore del crescente impiego nella produzione di capitale costante). Riducendosi la ‘ricchezza delle nazioni’, cioè il lavoro umano, dentro i processi produttivi economici, si riduce, cade, tendenzialmente, anche il plus-lavoro estorto alla forza-lavoro, e quindi il plus-valore incorporato nelle merci, e infine il profitto reale e il saggio di profitto percentuale. La fuga nella sfera finanziaria, da un punto di vista macroeconomico, funge da rimedio illusorio, e soprattutto da fattore destinato, nel medio-lungo periodo, ad aggravare le difficoltà e a riproporre su scala allargata i problemi di sistema (qui il riferimento è alle pagine del terzo libro del capitale prima citate).

 

Nota (1). Dal capitolo conclusivo del lavoro ‘The duellists’.

 Potenza economica e potenza militare come elementi chiave del duello fra aggregati capitalistici

Abbiamo spesso ripetuto che il controllo delle risorse petrolifere ed energetiche è di fondamentale importanza per le grandi potenze capitalistiche, poiché nel loro controllo vi è la chiave per la conservazione e l’accrescimento della propria forza economica, e dalla forza economica dipende la forza militare-industriale di un apparato statale. Dunque un semplice ribadimento dell’intreccio dialettico, storicamente verificato, fra la struttura economica e la sovrastruttura politico-militare. Gli Stati Uniti, per fare un esempio, dalla fine della seconda guerra mondiale hanno perseguito una strategia di contenimento e di contrasto verso l’Unione Sovietica, per impedire al rivale capitalistico di dominare l’Europa occidentale e il Medio Oriente. Un equilibrio di potere sarebbe stato modificato in modo rilevante, a danno degli Stati Uniti, se i sovietici avessero conseguito il controllo di queste aree. In definitiva i maggiori aggregati capitalistici cercano di impedire alle potenze rivali di controllare le risorse energetiche e le vie commerciali atte al trasferimento di merci, metano, petrolio. Nella situazione contemporanea è importante ricordare che i fattori quantitativi (ad esempio la massa totale di lavoratori salariati disponibili) incidono, nel lungo termine, anche sulla differenza qualitativa esistente fra il grado di sviluppo di economie capitalistiche differenti. Il lento distacco dalle precedenti condizioni di asservimento nei confronti di altre potenze capitalistiche (colonialismo), ha permesso alle borghesie di paesi molto popolosi come l’India e la Cina di sviluppare la propria struttura (forza) economica e al contempo di rafforzare la sovrastruttura (forza) statale-militare. I cosiddetti capitali autonomi (dalla sovrastruttura statale-militare) in realtà non esistono, tuttalpiù sono una delle ennesime illusioni di cui cianciano alcuni impenitenti mistificatori della dottrina (sanamente realista) del marxismo. I capitali reali, invece, competono spietatamente ( a dispetto dei processi economici di concentrazione e centralizzazione), e così pure il duello fra le borghesie rivali diventa sempre più intenso, e sempre più intensa diventa la guerra cronica, e in prospettiva acuta, fra opposti aggregati capitalistici di potenza (economica e militare ).

La lotta per il potere dentro la società capitalistica mondiale si esprime come confronto fra aggregati di potenza economico-militari; questi aggregati incarnano gli interessi di opposte fazioni internazionali della classe dominante borghese. Di conseguenza gli stati borghesi sono alla continua ricerca di opportunità per ampliare la propria sfera di potenza, tentando di battere e superare le forze rivali (la concorrenza) militarmente, geograficamente ed economicamente. La sicurezza di questi stati, e quindi la tutela degli interessi economico-sociali della propria borghesia, dipendono dall’intreccio funzionale fra potenza economica e potenza militare. Il riflesso di questa realtà di fatto trova puntuale conferma nell’elaborazione di precise strategie militari, da parte delle maggiori potenze capitalistiche (USA, Cina, Russia): Full-spectrum dominance è il nome della teoria militare americana che indica le linee guida per il raggiungimento della totale superiorità militare sugli avversari. Nel 2000 il Pentagono rese pubblico un documento dal titolo ‘Joint Vision 2020′, in questo documento si delineava la strategia della ‘Full Spectrum Dominance’ come strumento per raggiungere la superiorità militare attraverso il totale, simultaneo, controllo di tutto lo spettro del campo di battaglia. In termini operativi questo significa il controllo del campo di battaglia di terra, mare, cielo, ma anche dello spazio extratmosferico (guerre spaziali) e dello spettro elettromagnetico (guerra elettronica). In questa visione strategica l’apparato militare-industriale deve potere disporre di mezzi di lotta adeguati allo scopo, e quindi di una tecnologia superiore a quella dell’avversario, tecnologia fornita da un apparato scientifico integrato e complementare. Come scrivevamo nell’estate del 2015, infatti, lo scopo funzionale della scienza borghese è quello di ‘capitolare’ continuamente di fronte alle esigenze del complesso militare e industriale, e quindi di consentire lo sviluppo di nuove tecnologie da utilizzare in contesti di conflitto armato. Full-spectrum dominance: una dottrina militare finalizzata al controllo totale del campo di battaglia, in modo da dominare lo scontro con l’avversario e gli esiti della battaglia. Con qualche variazione sul tema, anche i Moloch statali-militari capitalistici di Russia e Cina stanno collaborando e adeguando le proprie dottrine militari, in vista del continuo confronto/scontro con la teoria e la pratica bellica del competitore globale USA (il ‘Chaos Imperium’). Abbiamo verificato, nei precedenti capitoli, come dentro questa logica di duello interminabile fra potenze capitalistiche, e con il termine ‘potenza capitalistica’ intendiamo l’intreccio funzionale di struttura economica e sovrastruttura statale-militare, la Cina abbia rimodellato i legami economici, valutari e finanziari di un aggregato composito di economie capitalistiche, creando degli strumenti alternativi al FMI, al sistema di pagamenti SWIFT, ed alla Banca Mondiale a direzione americana. Quando parliamo di aggregati di economie capitalistiche dobbiamo ricordare che si tratta di semplici manifestazioni di alleanze di interessi convergenti fra fazioni (dominanti) di borghesie nazionali. Dunque è fisiologico che nel corso del tempo si verifichino dei cambi di campo, degli scollamenti o dei rafforzamenti (dentro queste alleanze di interessi). Le attuali vicende politiche del Brasile e dell’India dimostrano la complessità e anche la labilità dei rapporti di alleanza fra i soci capitalistici di un aggregato di potenza, quindi si può dare solo una lettura dinamica delle realtà di scontro fra questi aggregati (e anche della loro composizione interna). Nella logica di ‘Full Spectrum Dominance’ è implicita anche la scomposizione dell’alleanza avversaria, facendo perno sulle divisioni e sui contrasti di interessi esistenti fra i ‘soci’ di una determinata alleanza capitalistica. L’esito dello scontro imperialistico viene così a dipendere da uno spettro di condizioni convergenti in due fattori principali: il rafforzamento della propria potenza economica e militare, e l’indebolimento dell’altrui potenza economica e militare (ad esempio favorendo la scomposizione dell’alleanza avversaria).

Nell’anno 2007 l’America ha iniziato a schierare missili antimissile in Polonia, all’interno del programma denominato ‘Ballistic Missile Defense (BMD)’. La giustificazione ufficiale per questo atto è stata quella di volere neutralizzare improbabili attacchi provenienti dai ‘paesi canaglia’ (Iran, Corea del Nord). In realtà si è trattato, secondo molti esperti militari, di una mossa aggressiva e intimidatoria verso la Federazione russa. Nel 2006 erano stati inoltre comunicati dal Pentagono i dettagli della dottrina militare del “Global Strike”, mirante a rendere operativa una “forza militare dispiegabile globalmente” proiettata “in tutto il nostro pianeta”.Possiamo dunque arguire che “Global Strike” e ‘Ballistic Missile Defense (BMD)’ siano da considerare dei programmi, finalizzati alla realizzazione della strategia del Pentagono denominata ‘Full Spectrum Dominance’. Il Pentagono ha investito, secondo alcune stime, dagli anni ottanta a tutt’oggi, almeno 200 miliardi di dollari nello sviluppo di sistemi missilistici miranti all’intercettazione e all’abbattimento dei missili nucleari sovietici e poi della Federazione russa. Nulla di nuovo sotto il sole ci si obietterà, è dagli anni cinquanta che la Russia e l’America, in quanto potenze nucleari, cercano freneticamente di superarsi nella capacità di interdizione e di annichilimento reciproco. Infatti, come nel gioco degli scacchi, in cui ad ogni mossa deve corrispondere una contromossa, anche la Russia ha fatto la sua contromossa verso il ‘Ballistic Missile Defense (BMD)’; vediamo di cosa si tratta. L’accerchiamento militare della Federazione russa (o almeno il suo tentativo) è attuato con il posizionamento di sistemi (BMD) nei territori di alcuni paesi dell’ex patto di Varsavia, tuttavia la leadership russa ha di recente reso noto lo sviluppo di una tecnologia missilistica, denominata dalla sigla ICBM RS-26, in grado di colpire a undicimila chilometri di distanza dal punto di lancio, e di variare incessantemente la traiettoria di percorso, penetrando perfino i più avanzati scudi di difesa antimissile escogitati, al momento, dalla potenza americana.

Sul piano puramente militare, dunque, è verosimile una situazione di apparente equilibrio* delle forze in campo (almeno in merito alla decisiva componente nucleare), e allora, non ponendosi nella realtà di fatto la possibilità di una supremazia nel campo nucleare, è ipotizzabile, al momento, una intensificazione delle guerre ibride, per procura, ammantate e rivestite da bandiere nazionali e religiose. Le principali aree di deflagrazione di queste dinamiche di confronto/scontro fra aggregati capitalistici, sono le aree geo-economiche legate alla presenza di risorse energetiche e di oleo-gasdotti, di porti e di infrastrutture funzionali al trasferimento delle risorse energetiche. Medio-oriente, Asia, Balcani ed Europa centrale, sono le aree di frattura più esposte alla lotta fra gli interessi capitalistici concorrenti. La distruzione rigeneratrice di capitale costante e variabile in eccesso è lo sfondo sistemico generale in cui sono inquadrabili e spiegabili i fenomeni politico-militari sopra descritti, una deriva di morte e di sterminio prodotta dal ‘modello’ economico sociale capitalistico. *N:R (tale ipotesi non teneva ancora in considerazione le novità russe in materia di sistemi di difesa e offesa: Autocrat e Sarmat).

 

Capitolo sesto: tendenze macroeconomiche (approfondimento)

I parametri economici come il PIL, il debito pubblico e privato (famiglie e imprese), il tasso di disoccupazione, il tasso di investimento di capitali nei tre settori dell’economia (primario, secondario e terziario tradizionale o avanzato), il volume dell’import/export, il livello della domanda globale di beni e servizi in rapporto all’offerta, e infine il tasso di rendimento dei capitali investiti nella produzione/distribuzione oppure nella sfera finanziaria rappresentano, grosso modo, la sintomatologia impiegata dalla ‘scienza’ economica dominante per descrivere lo stato di salute dell’economia. La descrizione ricorre a numeri e tabelle per presentare i presunti fenomeni ‘naturali’ del ciclo economico, astraendo/separando questi stessi numeri, e i relativi fenomeni associati, dal rapporto lavoro-capitale (dunque dal rapporto di conflitto sociale ad essi sottostante). La produzione su base capitalistica trascina in un vortice di superlavoro sempre maggiore (incremento del plus-lavoro su base assoluta o relativa) la frazione proletaria occupata, inoltre fa crescere la frazione proletaria inoccupata, sospingendola ai limiti della sopravvivenza. La legge della miseria crescente e dell’aumento del grado di sfruttamento ( e quindi dell’aumento del dispotismo di fabbrica e dei correlati fenomeni di rafforzamento autoritario dell’apparato statale) sono due perni dell’analisi marxista, questi perni trovano regolare conferma nella storia passata e presente della società capitalistica. Quando cerchiamo di approfondire le dinamiche dell’economia capitalistica, quindi le tendenze al declino di certi attori globali come gli U.S.A, non dobbiamo dimenticare che la competizione (militare e commerciale) fra i differenti conglomerati di potenza capitalistica (conglomerati nel senso di essere una sintesi del piano strutturale-economico e sovrastrutturale-statale) si svolge nel quadro storico di un conflitto sociale fra classi inevitabilmente antagoniste. Cosa significa questa affermazione, ci chiederà il lettore, ebbene questa affermazione costituisce innanzitutto la base per un ulteriore ragionamento. Dunque, se lo scontro sociale basico nella società capitalistica è quello fra capitale e lavoro, alias borghesia e proletariato, allora gli effetti e gli scopi immanenti delle guerre (militari-commerciali) borghesi devono essere a loro volta interconnessi, dialetticamente, con il livello basico dello scontro sociale. Abbiamo proprio per questo motivo ripreso il concetto della distruzione rigeneratrice di capitale costante e variabile, il cui scopo e i cui effetti sono quelli di far ripartire il ciclo di valorizzazione e di distruggere con il mezzo della guerra (definibile cronica e acuta, in relazione alla sua dimensione quantitativa e qualitativa) una parte del pericoloso (sul piano degli equilibri sociopolitici) surplus di riserva proletaria inoccupata. Da un altro lato tale esigenza ‘sistemica’ del capitale, seppure finalizzata essenzialmente a riprodurre il rapporto sociale di dominio di una classe su un altra classe, nel momento in cui si manifesta di volta in volta nella distruzione rigeneratrice (in cui varie frazioni statali di fratelli coltelli borghesi si contendono risorse energetiche, vie commerciali, masse di produttori di plus-lavoro*) apre anche lo scenario storico della sconfitta di uno degli attori statali borghesi concorrenti. Questo scenario di sconfitta sul campo di certo un apparato statale borghese, in concomitanza con altri fattori storico-sociali può determinare delle variazioni anche in quello che abbiamo definito, poc’anzi, ‘lo scontro sociale basico’ fra le classi antagonistiche. I precedenti storici (Comune di Parigi e Rivoluzione russa) dimostrano una qualche correlazione/interazione fra una serie di eventi bellici sfavorevoli, a un certo attore statale, e la concomitante crescita del conflitto sociale nei territori presidiati dallo stesso attore statale.

Torniamo ora alla descrizione di alcune tendenze macroeconomiche globali.

Il commercio mondiale (dopo un effimera pausa di crescita tra il 2010 e il 2014) risente, insieme agli investimenti, del calo dei profitti delle imprese. Uno dei principali segnali di crisi del commercio internazionale è la situazione del trasporto marittimo, dove il prezzo del noleggio delle navi di maggiore stazza si è ridotto ad un quarto di quello iniziale. Si consideri che quasi il 90% del commercio internazionale avviene per via marittima, e si potrà avere una idea precisa del livello di difficoltà in cui versa l’economia capitalistica.

Le difficoltà investono anche le economie emergenti come la Cina, dove si registra un calo delle importazioni di petrolio intorno al 40% rispetto al 2014 (si consideri che ancora nel 2014 la Cina importava quasi 500.000 barili giornalieri).

La logica dei ‘fratelli coltelli’ si rafforza nei periodi ciclici di crisi, spingendo i vari attori del gioco capitalistico a fregarsi quote di mercato, risorse e masse di produttori di plus-lavoro/plus-valore. Quindi quello che avviene a livello di concorrenza fra le singole imprese, avviene pure a livello di contesa fra conglomerati (strutturali /sovrastrutturali) di potenza. Fin dove è possibile gli stati tentano di supportare la struttura economica nazionale attraverso la cosiddetta svalutazione competitiva della propria valuta, mentre quando ciò risulta impraticabile, a causa di precedenti accordi commerciali e valutari fra stati (pensiamo all’UE) , allora si manifestano regolarmente delle tendenze politiche e sociali che vorrebbero ripristinare la situazione precedente agli accordi (in certi casi con successo, se pensiamo alla BREXIT inglese).

Dunque i principali segnalatori numerici indicano tendenze e prospettive dell’economia globale che sembrano confermare il quadro della stagnazione/recessione. La svalutazione monetaria viene messa in atto da molti paesi che rappresentano il grosso dell’economia mondiale. Il suo significato è doppio: infatti mentre da un lato essa mira a favorire le esportazioni di merci (attraverso la riduzione del valore della valuta nazionale, e quindi implicitamente del prezzo della merce proposto all’acquirente estero), dall’altro lato essa produce un deprezzamento della ricchezza nazionale in termini di valore del capitale costante, delle merci e dei salari. Questo deprezzamento è un temporaneo rimedio alla sovraccumulazione di capitali e alla sovrapproduzione di merci che derivano dalle ‘interiori contraddizioni del processo produttivo capitalistico’. Diciamo che esso corrisponde (su larga scala) alla svendite e agli sconti offerti dalle imprese commerciali quando tentano di smaltire delle merci invendute. Tuttavia, essendo la svalutazione monetaria una strada praticata (entro differenti tempi) da quasi tutti i giocatori capitalistici, i suoi effetti trascinano al ribasso (entro un tempo determinato) le grandezze numeriche nominali dei principali marcatori economici. Questo processo avviene in un contesto relativo a quasi tutte le economie nazionali concorrenti, riportando al punto di partenza il problema della sovrapproduzione. La svalutazione non dovrebbe produrre (almeno come semplice modello astratto) delle sensibili variazioni nella domanda interna (in quanto la perdita di valore monetario dei salari nazionali andrebbe compensata dalla perdita di valore monetario delle merci nazionali, cioè dal loro minor prezzo). Tuttavia questo modello non tiene conto del fatto che a formare il costo della vita contribuiscono anche i prodotti importati dall’estero, non necessariamente deprezzati, cioè non necessariamente prodotti in paesi che hanno messo in atto la svalutazione competitiva. Anche questa circostanza residuale, in base ai dati storici, nel medio periodo (da un anno a cinque anni) tende a scomparire, a tutto favore dell’adozione generalizzata della svalutazione. Tuttavia se la svalutazione monetaria diventa generalizzata, come abbiamo prima considerato, non servirà più a risolvere, nemmeno temporaneamente, i problemi di ‘inceppamento’ della macchina del capitale, limitandosi invece a spostare in basso i termini monetari di misurazione dei valori ( mezzi tecnici di produzione, forza-lavoro, merci)  .

Allora la grande distruzione rigeneratrice si staglia sempre all’orizzonte, essa può essere ottenuta con le guerre, ma anche con le massicce svalutazioni della ricchezza finanziaria determinate dai crolli di borsa, quindi dalla perdita di valore dei titoli dello stato, oltreché delle azioni e obbligazioni delle S.P.A. (e di conseguenza dai fallimenti su vasta scala delle imprese). Lo scenario di crisi finanziaria, tuttavia, è solo la miccia esterna che innesca la mina della crisi sviluppatasi nel campo della economia reale. In ogni caso la chiusura di attività economiche, sia essa totale o parziale, comporta sempre l’inattività e il deperimento del macchinario, delle attrezzature e degli impianti industriali e commerciali, quindi funge (oggettivamente) da fattore di distruzione del capitale costante sovraccumulato. L’iperinflazione è un altro mezzo per distruggere capitale (mezzi di produzione e merci), infatti l’aumento dei prezzi dei beni e dei servizi, non compensato da un parallelo aumento dei redditi (cioè da un proporzionale aumento della capacità di acquisto) viene in definitiva ad alterare il precedente equilibrio fra domanda e offerta, determinando come effetto pratico l’eliminazione dal mercato (cioè il fallimento) di una marea di aziende (alias distruzione di merci e mezzi di produzione, almeno quella parte che non viene incorporata nelle imprese sopravvissute). Come si può ben arguire una ferrea logica distruttiva ‘anima’ l’attuale modo di produzione, essa si estrinseca su diversi piani e utilizza vari mezzi per raggiungere lo scopo. 

*Lenin definisce le moderne guerre imperialistiche come delle lotte fra padroni di schiavi, a smentita delle residue fole sull’attualità delle lotte ‘nazionali.

 

 

 

Settimo capitolo: dati numerici e linee di tendenza dell’economia U.S.A in rapporto a quella cinese

Lo studio delle tendenze di sviluppo del capitalismo U.S.A (o almeno di una parte di esse, per essere precisi), sulla base di alcuni dati numerici, non indica da parte nostra un particolare tipo di accanimento, o di attenzione, verso gli Stati Uniti. In effetti cerchiamo solo di studiare i processi di modificazione dei rapporti di potenza in atto fra i maggiori apparati statali borghesi, non parteggiando, ovviamente, per nessuno di loro. Il nostro interesse si concentra sulle variazioni potenziali e attuali del livello della lotta di classe, che potrebbero manifestarsi come conseguenza delle contese fra i ‘fratelli coltelli borghesi’. Le tendenze all’ascesa o al declino economico-politico di un certo capitalismo, sia esso russo, cinese o americano, sono a nostro avviso da studiare proprio allo scopo di rintracciare delle correlazioni con altre tendenze sociali (nel nostro caso si tratta della correlazione con la tendenza basica del conflitto fra capitale e lavoro). Affrontiamo ‘en passant’  una domanda che potrebbe arrovellare qualche lettore: perché un capitalismo nazionale dovrebbe declinare? Proviamo allora a rispondere con un altra domanda: qualcuno si chiede mai perché qualche impresa aziendale debba fallire e qualche altra debba sopravvivere? Dunque, ci sembra che una parte della risposta alla prima domanda sia contenuta nella (implicita) risposta alla seconda domanda, è il gioco della concorrenza fra aziende (e su scala più grande fra economie nazionali) a determinare il declino. Tuttavia, in senso più generale, è il meccanismo economico-sociale capitalistico (di cui la concorrenza è solo un importante aspetto) a porre in essere i processi di sviluppo, ascesa e declino dei conglomerati capitalistici. La storia dei capitalismi europei è un cimitero di ambizioni di egemonia durate un certo numero di decenni, o di secoli, e poi fatalmente tramontate, per lasciare posto ai nuovi attori dell’egemonia borghese (Venezia, Olanda, Inghilterra, Portogallo, Spagna….). Una sequenza di corpi celesti (economie nazionali) che girano di volta in volta attorno ad un centro solare differente (o a più centri di potenza). Le economie capitalistiche più giovani, quelle sviluppatesi nel secolo scorso,  percorrono in modo accelerato le tappe evolutive percorse dalle prime economie nazionali capitalistiche. Liberatesi dal giogo coloniale (India e Cina), o dalle condizioni semi-feudali (Russia), queste giovani economie nazionali capitalistiche procedono verso un rapido sviluppo dei fattori produttivi, e sfruttando il fattore demografico o la vastità territoriale, si proiettano, con il supporto dei propri apparati statali, alla conquista dell’egemonia. Tutti questi cambiamenti di scena (fra attori capitalistici) avvengono dentro la cornice di un modo di produzione storico , non eterno, quindi destinato a sua volta a scomparire (insieme al gioco dei cambiamenti di scena generati da questo stesso modo di produzione). Tuttavia, che la scomparsa del modo di produzione capitalistico sia foriera del passaggio a un nuovo (ma anche in parte antico) modo di produzione, oppure significhi l’involuzione (o addirittura l’estinzione) della società umana, è cosa che non può essere predetta con certezza matematica.

Prima di riepilogare ed eventualmente aggiornare alcuni dati numerici relativi all’economia U.S.A, suggeriamo di rileggere o leggere il capitolo quinto del lavoro pubblicato nel mese di febbraio 2016 . Questo capitolo descrive ed analizza alcuni aspetti della contesa economica fra le maggiori economie capitalistiche (U.S.A, U.E, Cina, Russia..), evidenziando, in base alle analisi degli stessi osservatori economici euro-americani, i dati numerici e le tendenze di sviluppo più importanti.

Anche in una cornice di difficoltà economiche globali, il giovane capitalismo cinese, al di là degli indici macroeconomici di crescita inferiori al recente passato, si proietta sulla scena della lotta per l’egemonia capitalistica, a cui facevamo riferimento nelle righe precedenti, con una serie di strategie e di strumenti economico-politici ben precisi (via della seta, Aiib..ovvero la banca mondiale a guida cinese, investimento di capitali nei paesi in in via di sviluppo capitalistico). Il declino della egemonia globale di una economia capitalistica non va infatti considerato in se stesso, ma fondamentalmente in relazione all’ascesa irresistibile di un concorrente (non più frenabile e controllabile come per il passato). Il testo riportato nella nota numero uno, datato febbraio 2016, contiene un dato commerciale ormai superato, ci riferiamo al prezzo del petrolio, che mentre nel febbraio 2016 era ancora al di sotto delle sue quotazioni storiche, oggigiorno è tornato sostanzialmente ai livelli antecedenti al suo ribasso. (1)

Nel capitolo quinto del lavoro appena riproposto in fondo, del febbraio 2016, si descrivono le tendenze della potenza capitalistica cinese a sostituire l’egemonia U.S.A nel campo valutario e creditizio (Yuan e Aiib), si tratta di tendenze funzionali, d’altronde, a un maggiore grado di investimenti di capitale cinese nei paesi in via di sviluppo (Africa) e nell’area asiatica. Abbiamo sostenuto poc’anzi che tali strategie di investimento si manifestano nonostante alcuni dati numerici negativi riferibili all’economia cinese (conseguenza diretta delle interiori contraddizioni del capitalismo). Vediamo allora quali sono i valori numerici più significativi. Innanzitutto il calo del P.I.L (di cui abbiamo già fatto menzione), in questo caso le stime ufficiali delle autorità cinesi parlano di una crescita del 6,9% nel 2015, mentre delle stime non ufficiali indicano una crescita inferiore di almeno 2 o 3 punti rispetto a quella ufficiale. Un altro punto dolente è il debito. Secondo alcune stime il debito pubblico e privato si aggirerebbe intorno ai 28 trilioni di dollari ( passando dal 100% del periodo pre-crisi, al 250% del periodo 2015/2016). Tre quinti di questo debito sono di natura privata (famiglie e imprese). Il tasso di crescita del debito, secondo alcune stime non ufficiali, sarebbe tre volte superiore a quello del P.I.L. Sempre facendo riferimento a stime non ufficiali, un dollaro di capitale di debito produceva, fino al 2011/2012, quasi 60 centesimi di crescita del P.I.L, mentre oggi genera una crescita inferiore ai trenta centesimi (50% e oltre di calo). Dunque volendo mantenere inalterato il volume quantitativo della crescita del P.I.L ( a fronte del suo calo percentuale), si configura l’esigenza di incrementare il volume del capitale di debito. Questi dati (seppure non ufficiali) evidenziano e confermano un doppio fenomeno ‘storico’ dell’economia capitalistica (in generale): crescita del volume totale del debito (pubblico e privato), e quindi del volume del credito. La parola credito apre la porta alla descrizione del secondo fenomeno ‘storico’, ovvero la crescente finanziarizzazione dell’economia. Abbiamo già ricordato la tendenza al calo del commercio internazionale (come conseguenza di un ciclo economico di contrazione e calo delle attività di domanda e offerta). Questa tendenza opera anche nell’economia cinese, determinando un calo della produzione industriale (a cui si contrappone, tuttavia, la strategia degli investimenti di capitale nelle economie in via di sviluppo, essenzialmente nel settore della costruzione di infrastrutture come strade, porti, impianti). Si tratta di rimedi e stratagemmi già impiegati in passato da altre potenze capitalistiche, essi possono servire a rinviare temporaneamente la soluzione dei problemi di ‘sistema’ del capitalismo: problemi risolvibili solo con la sua soppressione.
Il presente lavoro mira a riepilogare gli spunti analitici sviluppati di volta in volta in precedenti ricerche sulla società e l’economia capitalistica, avendo come obiettivo ulteriore la sintesi e la definizione dei tratti più importanti del fenomeno chiamato ‘capitalismo’. Abbiamo a tal fine attinto a piene mani da altri lavori fondamentali per la comprensione del fenomeno suddetto. Giunti alla fine (provvisoria) del percorso programmato, dovendo scegliere una gamma di dati numerici relativi alle tendenze al declino U.S.A,  preferiamo riproporre (in fondo pagina, dopo la nota uno) le analisi e i dati contenuti nel recente capitolo due di ‘Ruina Imperii’, pubblicato nel mese di ottobre 2016. Una montagna di debiti si intitola la parte che riproponiamo, i suoi dati numerici e le deduzioni ad essi dedicate sono un valido corollario del presente sforzo di analisi (2).

 

(1). Analisi di alcuni dati socio-economici e calcoli previsionali di sviluppo

Quinto capitolo: Prospettive economiche capitalistiche per l’esercizio amministrativo 2016

Mettiamo insieme alcuni tasselli del mosaico socio-economico capitalistico su scala globale, opera ardua, anche se ci proviamo lo stesso, per poi abbozzare delle previsioni per i prossimi dieci mesi. Secondo il Fondo monetario internazionale il crollo del prezzo del petrolio (crollo causato dai giochi geopolitici fra i blocchi imperiali concorrenti ma anche da un vero e proprio calo della domanda, calo collegato alla riduzione della produzione industriale e quindi al perdurare della crisi economica), la frenata della crescita cinese, e infine la politica di rialzo dei tassi di interesse della Federal Reserve americana, sono i principali fattori che condizionano negativamente l’economia mondiale. Il FMI fa il suo mestiere, e quindi presenta come cause delle difficoltà dell’economia capitalistica, quelle che sono invece delle semplici conseguenze delle leggi tendenziali di esistenza della stessa economia capitalistica, di seguito schematizzate: accumulazione, riproduzione allargata del capitale, concorrenza fra capitali aziendali, concentrazione, centralizzazione, variazione della composizione organica del capitale e preponderanza del capitale costante, caduta tendenziale del saggio medio di profitto, sovrapproduzione di merci, sovraccumulazione di capitali, forza-lavoro in eccesso, esigenza di una distruzione rigeneratrice di capitale costante e variabile in eccesso (1). Lo schema racchiude l’origine dei fenomeni indicati invece dal FMI come cause della congiuntura economica negativa, le cause proposte dal FMI sono dei semplici effetti derivati dalle interiori contraddizioni del modo di produzione capitalistico. A noi interessa poco, in questa sede, rimarcare il velo illusorio in cui è racchiusa la ‘scienza’ del FMI (2), mentre appare più interessante, dal nostro punto di vista, riprendere le sue stesse previsioni al ribasso della crescita economica globale per il 2016. I numeri della crescita media prevista sono del 3%, un po poco per cantare le lodi della ripresa su scala globale (ammesso che il problema sia quello di continuare a crescere). Il FMI valuta con preoccupazione le ripercussioni delle difficili situazioni economiche della Cina, del Brasile e della Russia sul corso dell’economia globale (ma anche le stime di crescita dell’America sono ritoccate al ribasso). Un breve inciso sulla Russia: in definitiva le sanzioni caldeggiate dall’America per l’annessione della Crimea e l’aiuto alle repubbliche di Donetsk e Lughansk, hanno creato una divisione fra Russia ed Unione Europea, a tutto vantaggio di Washington. I legami commerciali fra la Russia e l’Unione Europea, non limitabili alle sole risorse energetiche, hanno subito dei danni. Sappiamo da tempo che gli Stati Uniti hanno intenzione di vendere gas liquefatto all’Europa, e quindi anche per questo motivo provano, con lo strumento delle sanzioni, ad espellere la Russia da uno dei suoi maggiori mercati. Nello stesso senso vanno le politiche di alcune nazioni europee che pongono impedimenti e ostacoli al progetto Nord-Stream-2 , determinando un aumento della dipendenza della Russia dall’Ucraina per i diritti di transito sui metanodotti e oleodotti che attraversano il suo territorio. Uno degli effetti delle sanzioni è stata la parziale riorganizzazione del mercato interno, in quanto per rimpiazzare le merci sanzionate, la domanda nazionale russa si è orientata in gran parte verso i produttori autoctoni. In secondo luogo le sanzioni e la politica euro-atlantica hanno accelerato i processi integrativi e funzionali fra le economie e gli apparati statali-militari russi e cinesi, favorendo l’aggregazione intorno al blocco capitalistico russo-cinese di paesi come l’India, l’Iran, la Siria, e vari altri paesi del sud-America e dell’Africa. Se uno degli obiettivi delle sanzioni era di accrescere le difficoltà dell’economia russa e di favorire successivi disordini sociali, per poi ammorbidire o danneggiare il concorrente imperiale, ebbene per ora l’obbiettivo non è stato raggiunto. Non bisogna stupirsi, gli stessi fattori di debolezza del proletariato mondiale, intesi come l’insufficiente livello di potenza delle lotte economico-sindacali, e la conseguente incapacità di affermazione di un partito e di un programma comunista, giocano a favore della conservazione dello status quo sia in Russia che in America. Secondo alcuni centri di studi americani uno dei principali obbiettivi strategici di Washington dovrebbe essere l’affievolimento dei rapporti fra Germania e Russia, e il motivo è semplice; le risorse industriali, scientifiche e tecnologiche tedesche, congiuntamente alle risorse energetiche russe, e alla potenza del suo apparato militare-industriale, rappresenterebbero un pericolo ‘esistenziale’ per gli Stati uniti. Si tratta di ipotesi e di scenari che rientrano nel campo del possibile, tuttavia un dato di fatto è rappresentato dal ‘Trattato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti (TTIP)’, una vera e propria serie di misure protezionistiche degli Stati Uniti, finalizzate (per quanto possibile, e una volta approvate dai soci-vassalli europei) a creare ostacoli all’attività della concorrenza commerciale di Cina e Russia. Anche il Partenariato Trans-Pacifico può essere letto, in prospettiva, come la base per un blocco commerciale protezionistico in Asia. Torniamo ora all’Europa. La crescita della cosiddetta ‘zona euro’ è anch’essa ritoccata al ribasso, questa volta dalla Commissione Europea, che prevede una crescita della zona euro pari a 1,7%, rispetto al precedente 1,8% previsto nell’autunno scorso. L’esecutivo comunitario scrive, nel novembre 2015, ‘La crescita continua a tassi moderati in Europa, ma settori significativi dell’economia mondiale stanno facendo i conti con sfide di prima importanza…la ripresa è lenta, sia in termini storici che rispetto ad altre economie avanzate’.

In controtendenza con le preoccupazioni del FMI, altre ‘autorevoli’ fonti giornalistiche preconizzano un ruolo fondamentale della Cina nel determinare la direzione dell’economia mondiale e dei flussi di capitale. Le interessanti letture delle strategie di politica economica del governo cinese, contenute nei giornali economico-finanziari della borghesia, sono di sicuro più attendibili e verosimili della ‘nouvelle vague’ nostrana sul ‘capitale autonomo’. Vediamo cosa sostengono questi ‘cervelli’ economici borghesi sulla propria stampa, e lasciamo da parte le elucubrazioni sul ‘capitale autonomo’: l’importanza della Cina sulle sorti capitalistiche globali non sarà data dal rallentamento della sua economia, perché come mostrano gli ultimi numeri sulla produzione industriale, le misure di stimolo dell’economia stanno producendo degli effetti positivi. Quindi alcuni analisti economici affermano che in Cina gli investimenti stanno ripartendo, spinti dalle maggiori risorse messe a disposizione dai governi locali (ecco lo stato che a sua volta diventa forza economica) per la costruzione di infrastrutture. Anche il settore economico rappresentato dalle imprese a controllo pubblico sta investendo di più. Secondo tale analisi questi fatti segnano un ritorno al vecchio modello cinese di crescita fondato su investimenti ed esportazione di merci. Un modello dal quale la Cina stava cercando di uscire (aumentando il volume di investimenti in capitale finanziario, e anche il volume di investimenti diretti di capitale aziendale produttivo in altre economie nazionali, intendendo con il termine ‘investimenti diretti di capitale aziendale’, la creazioni ex novo di aziende funzionanti, o l’acquisizione/controllo di aziende già esistenti e funzionanti). Gli stessi analisti economici borghesi rilevano che le autorità politiche cinesi, negli ultimi mesi, hanno dovuto confrontarsi con una frenata dell’economia più forte del previsto, e quindi hanno deciso di cambiare linea di politica-economica, nella previsione che un alto livello di disoccupazione nel settore industriale, determinato dall’accentuazione dell’investimento di capitali all’estero o nella sfera finanziaria, potesse creare disordini sociali e minacciare la stabilità politica della borghesia cinese. La politica economica di ritorno agli investimenti di capitale nei settori industriali interni, sia pure per costruire infrastrutture inutili, ha il sapore keinesiano del rilancio dell’economia in direzione dei consumi interni, l’effetto di tali manovre è la cosiddetta e auspicata leva sulla domanda globale di beni e servizi, previa erogazione di un reddito da destinare al consumo. In parole povere si cerca di far girare l’economia e di tenere buoni i sudditi del capitale, continuando ad offrirgli un lavoro alienante nelle fabbriche totali, e un salario appena in grado di garantire la loro sopravvivenza biologica (3). Tuttavia, al di là della costruzione di infrastrutture, una parte del capitale investito nel settore industriale ‘interno’ è destinato alla produzione di merci. Una quota della produzione di merci sarà esportata e venduta a prezzi competitivi (pensiamo al plus-valore assoluto realizzato nelle fabbriche totali), e dunque, pensando a questi ultimi aspetti, è facile comprendere il perché delle previsioni fiduciose (di alcuni analisti economici) sull’economia cinese. Il calo del prezzo del petrolio, l’incremento dello sfruttamento della forza-lavoro (plus-lavoro/plus-valore assoluto), il maggiore impiego di capitale costante, determina una caduta dei prezzi di produzione, contribuendo ulteriormente al deprezzamento della moneta (Yuan) in termini reali. Una svalutazione lenta dello YUAN potrebbe essere vista come un fattore economico positivo dal resto delle economie capitalistiche del mondo, dato che soprattutto le economie ‘avanzate’ soffrono di una domanda inadeguata, l’importazione di merci meno costose dalla Cina potrebbe aiutare ad aumentare i consumi interni. Come si può ben arguire, i cervelli più fini della borghesia provano ad analizzare il trend di sviluppo economico globale, ‘ritrovando’ sparsi in giro dei segnali da interpretare in vario modo (privilegiando comunque letture moderatamente ottimistiche). Torniamo ora brevemente ai dati economici statunitensi. Da qualche anno alcune agenzie di informazione blaterano con insistenza di ripresa dell’economia americana, fornendo numeri di crescita del PIL oscillanti fra il 2% e il 5%. Anche per il 2016 le previsioni di crescita si aggirano su una forbice numerica che va dal 2% al 5%. Possiamo usare il termine ‘crescita drogata’ per riferirci a questi numeri, ammesso che abbiano un senso economico reale. Tentiamo di comprendere come fa il capitalismo americano a ricrescere, sia pure di poco, dopo il botto del 2008. Le vie del capitale in questa fase non sono infinite, anzi non sono neanche delle vie al plurale, trattandosi infatti di una sola via, quella di sempre, ovvero l’aumento dell’estorsione di plus-lavoro/plus-valore alla forza lavoro, e in seguito l’impiego del bottino ottenuto dallo sfruttamento nella sfera finanziaria. Tuttavia l’impiego del plus-valore nel ramo finanziario non crea ricchezza effettiva (beni e sevizi), bensì sposta semplicemente la ‘ricchezza’, il plus-valore prodotto nell’economia reale, dalle tasche del capitale industriale a quelle del capitale finanziario-usuraio. In altre parole si ripete un copione che va avanti da più di un secolo: in prossimità di una crisi economica da sovrapproduzione, determinata dalle cause schematizzate nel modello esposto all’inizio, si acutizzano le tendenze della classe borghese parassitaria a ricercare nella sfera finanziaria una compensazione alla caduta del saggio di profitto nell’economia reale produttrice di beni e servizi. In ‘Chaos Imperium’ abbiamo mostrato con una serie di tabelle numeriche dettagliate, partendo dal 1970 fino a giungere ai nostri anni, la precedenza delle crisi economiche rispetto a quelle finanziarie. Dunque è la caduta storica del saggio di profitto, determinata dalla variazione della composizione organica del capitale, a rappresentare il vero problema per l’economia borghese, e non certo le turbolenze, le speculazioni e gli imbrogli della sfera finanziaria. Al problema reale della propria economia la classe borghese oppone la cura consequenziale dell’aumento dello sfruttamento. Questo aumento non significa solo ritmi di lavoro più intensi (aumento della produttività/plus-valore relativo), o allungamento della giornata lavorativa (plus-valore assoluto), ma anche il furto del salario indiretto-differito, cioè le pensioni, i servizi sociali e via dicendo. Pensiamo ad esempio alle recenti discussioni politiche sul taglio alle pensioni di reversibilità, alla riforma Fornero che obbliga i settantenni a continuare a lavorare, o ai tagli alla sanità, e avremo un indizio dell’importanza ‘basica’ del furto di salario indiretto-differito, come ulteriore strumento di sfruttamento (rispetto ai normali strumenti di sfruttamento dati dai ritmi di lavoro più intensi o dall’allungamento della giornata lavorativa, che colpiscono invece il salario diretto). Il quadro non sarebbe completo se dimenticassimo l’incremento dello sfruttamento reale causato dall’aumento dell’imposizione fiscale, sui beni e sui servizi di primaria importanza (casa, energia elettrica, trasporti, sanità, istruzione). Gli aumenti del carico fiscale sulle tasche dei proletari contribuiscono a formare l’aggregato numerico-percentuale dell’inflazione, il caro-vita. Negli ultimi decenni sono state smantellate alcune conquiste come la scala mobile, e di conseguenza, oggigiorno, l’inflazione dovrebbe essere parzialmente compensata con altri automatismi retributivi (ancora più insufficienti della vecchia scala mobile), oppure con gli aumenti contrattuali (se dovessero esserci). Lo stato agisce come vero e proprio agente della minoranza sociale borghese, quando impone ai proletari tributi e imposte per pagare gli interessi sul debito pubblico (posseduto dal capitale finanziario-usuraio). Alla faccia dell’autonomia del capitale, si può verificare quindi praticamente, ancora una volta, l’importanza dell’apparato statutale, come strumento funzionale agli interessi della classe dominante (sia come riserva di forza latente-potenziale e attuale-cinetica per difendere e conservare l’ordine sociale borghese, sia come supporto legislativo-fiscale e politico-economico a un modo di produzione incapace di proseguire con le proprie forze). In relazione a questa funzione di supporto statale all’economia citiamo solo (in Italia) i numerosi salvataggi delle banche e le defiscalizzazioni, cioè gli incentivi per attrarre investimenti, ma anche e soprattutto le norme contenute nelle riforme come il ‘Jobs Act’, o la riforma della ‘buona scuola’ con le sue quattrocento ore gratuite di alternanza scuola-lavoro (obbligatorie per gli studenti del quarto anno delle superiori). Un piccolo inciso, lo stato borghese italico, attraverso la riforma pensionistica Fornero e la riforma scolastica di Renzi, ha messo in atto delle misure estreme per la sopravvivenza del modo di produzione capitalistico, estendendo la coercizione lavorativa a nuove fasce di età, sia giovanili che senili. Abbiamo solo pochi precedenti storici di ‘rastrellamento’ di giovani e anziani nei momenti di massimo pericolo per un regime sociale, ma lasciamo alla fantasia del lettore l’individuazione di questi precedenti. Tornando alla questione dei salvataggi delle banche, è importante ricordare che in base al principio della socializzazione delle perdite, i costi vengono scaricati, attraverso l’imposizione fiscale, sulle tasche del proletariato, che, in tal modo, è costretto a finanziare i propri sfruttatori. Anche negli USA sono stati condotti dalle autorità governative dei salvataggi di alcune importanti banche, costati oltre 2000 miliardi di dollari (dopo il crack di Lehman Broters), ma soprattutto la FED ha stampato quasi 3600 miliardi di dollari negli ultimi anni per pompare liquidità nell’economia. Questa massa di valore cartaceo è poi finita in buona parte nella sfera finanziaria, permanendo, evidentemente, le difficoltà ‘sistemiche’ di una adeguata spremitura di plus-valore nell’economia reale. Le misure di supporto fiscale e valutario della sovrastruttura statale americana alla propria struttura economica hanno prodotto una crescita drogata, vanamente magnificata da vari organi di informazione, che solo ‘en passant’ ricordano che l’altro effetto di queste misure è stato l’aumento spaventoso del debito pubblico, ormai aggirantesi intorno ai 20.000 miliardi di dollari ufficiali (il rapporto PIL debito pubblico è passato dal 65% del 2007 al 105 % del 2015, non considerando i debiti delle famiglie e delle imprese americane). In conclusione, si può ipotizzare che i recenti scossoni registrati nei mercati finanziari e borsistici mondiali segnalino, principalmente, le persistenti difficoltà per il capitale di drenare plus-valore adeguato nell’economia reale (4). Se tale ipotesi risultasse veritiera, si dovrebbe prevedere, per l’anno 2016 e per i prossimi anni a venire, una intensificazione del confronto/scontro fra i blocchi imperiali concorrenti (per il controllo delle risorse energetiche e il bottino di plus-valore) e l’aumento del grado di sfruttamento della forza-lavoro mondiale ( attraverso la gamma di strumenti diretti e indiretti – volti a colpire il salario diretto e indiretto – prima menzionati: aumento della produttività, allungamento della giornata lavorativa, riduzione diretta, e indiretta, cioè caro-vita, delle retribuzioni, e quindi imposizione fiscale sui beni e servizi di primaria importanza, estensione della coercizione lavorativa, ove possibile, a fasce di età di giovanissimi e di anziani). La difesa immediata delle proprie condizioni di vita, da parte del proletariato, potrebbe manifestarsi in modo più intenso proprio in ragione del grado di intensificazione dei livelli di sfruttamento e di impoverimento che sono in atto da sempre, in modo tendenziale, come aspetti sistemici del modo di produzione capitalistico.

 

 

(1).Senza attingere vertici speculativi, basta intendere in pratica che se i fenomeni concreti osservabili e registrabili nei cento anni da che il metodo si applica e nei cento – mettiamo – che verranno, andassero in altra direzione, allora si concluderebbe che la costruzione del modello, la scelta delle grandezze, le relazioni tra esse calcolate, e tutto il resto, tutto è da buttar via, come avvenuto storicamente per moltissime costruzioni dottrinarie che volevano riprodurre i modi di essere di “fette” del mondo naturale, e di quella speciale fetta che è la società umana, e che – non senza avere avuto storico effetto – scomparvero come teorie. Dunque noi non cerchiamo la prova che il nostro modello è valido, e le leggi fedeli al processo reale, in particolari virtù dello spirito, nelle pretese interne proprietà assolute del pensiero umano, meno che giammai nella potenza cerebrale di un genio scopritore, comparso nel mondo; non certo poi nella volontà eroica di una setta, e nemmeno di una classe sociale rivoluzionaria. ‘Vulcano della produzione…

(2).Abbiamo visto che la stessa classe borghese, la quale vanta di avere per la prima eretta una scienza economica, prese audacemente a maneggiare modelli, e stabilire grandezze da introdurre nel calcolo economico e nella costruzione di leggi che applicò al divenire della società umana organizzata e moderna. Ma ciò fu appunto perché era quella allora una classe rivoluzionaria, ed attuava forse la più grande rivoluzione della storia, per la quale occorrevano braccia che impugnavano armi non meno che teste pervase da una teoria (e che fosse sotto forma di fede e di fanatismo, si inquadra nella nostra spiegazione della storia in modo totale). Quando dalla gioventù di Marx noi gridiamo che non vi è movimento rivoluzionario senza teoria rivoluzionaria, non intendiamo dire che solo il movimento operaio è rivoluzionario e sola teoria rivoluzionaria è quella comunista. Noi applichiamo quella enunciazione a tutte le rivoluzioni, e non vogliamo con questo dire (né per quelle precomuniste né per la nostra) che ogni cenacolo intellettuale possa fabbricare una teoria e con ciò suscitare una rivoluzione! Le forze profonde che sconvolgono l’organizzazione sociale a un dato (raro) svolto dei cicli, come assumono la forma di contrasti economici e produttivi e di scontri tra gruppi e classi di uomini, così prendono quella di una battaglia di nuove fedi contro le antiche, e anche, non è difficoltà ad ammetterlo, di miti contro miti.’Vulcano della produzione…’

(3).La tesi marxista che i ceti medi scompariranno non si prende nel senso che in tempo prossimo in tutti i paesi sviluppati debbano esservi solo capitalisti, grandi proprietari, e salariati, ma invece che delle tre classi tipo solo quella proletaria può lottare e deve lottare per l’avvento del nuovo tipo sociale, del nuovo modo di produzione. Dato che questo comporterà l’abolizione del diritto sul suolo e sul capitale e quindi l’abolizione delle stesse classi, quando abbia ceduto la resistenza delle attuali due classi dominanti non vi sarà per le classi minori posto in una forma di produzione, che non sarà più privata e mercantile. Esse non possono legare le loro forze che alla causa della conservazione delle classi sfruttatrici, o in certi casi, e per effetto subcosciente, a quella della classe proletaria, ma quello da cui sono escluse è lottare per un tipo di società “loro proprio”. Di qui non la loro attuale o prossima inesistenza e nemmeno la loro assenza totale da lotte economiche, sociali o politiche; solo la certezza che non hanno un compito proprio e che hanno importanza secondaria e non possono essere messe sullo stesso piano della classe salariata, ove si tratti di uno scambio di aiuti; mentre è fase nettamente regressiva della rivoluzione anti-capitalista quella in cui il proletariato sostituisce alle sue le esigenze di tali classi e si confonde tra esse nella organizzazione o nelle famigerate alleanze e fronti.’Vulcano della produzione…’

(4). Ci riferiamo innanzitutto al solito aspetto della variazione della composizione organica del capitale, nei processi produttivi economico-aziendali, e quindi alla preponderanza del macchinario (capitale costante) a discapito del capitale variabile (cioè la forza-lavoro, unica fonte reale di plus-valore), non dimenticando che questa preponderanza del capitale costante è direttamente correlata alla caduta tendenziale del saggio medio di profitto. In secondo luogo ci riferiamo alla difficoltà di monetizzare, nella sfera della circolazione-distribuzione, il plusvalore carpito nella sfera della produzione sotto forma di plus-lavoro operaio incorporato nelle merci. In ‘Chaos Imperium’ abbiamo mostrato che riducendosi, storicamente, la quantità di plus-valore contenuto nella singola merce, le imprese concorrenti che formano il reticolo dell’economia capitalistica, si vedono obbligate ad aumentare la quantità di merci prodotte per compensare la riduzione del plus-valore in esse precedentemente racchiuso. In altre parole, le singole unità capitalistico-imprenditoriali, per sopravvivere sui mercati concorrenziali, devono ridurre i costi di produzione per vendere i prodotti a prezzi competitivi, di conseguenza devono costantemente ampliare le dimensioni aziendali (o attraverso la concentrazione, cioè il potenziamento di valore di uno stesso capitale, oppure attraverso la centralizzazione, cioè l’unione o l’incorporamento di diversi capitali aziendali). Tuttavia, nella sfera della circolazione-distribuzione, le merci incontrano delle difficoltà ad essere vendute, poiché l’impoverimento tendenziale di larga parte della popolazione, determinato in buona misura dalla crescita di un esercito industriale di riserva, espulso dai processi produttivi dall’aumento del capitale costante/macchinario, indebolisce pure la domanda globale di beni e servizi. In altre parole, indebolisce la platea di clienti in grado di comprare le merci ai prezzi adeguati al profitto previsto dalle imprese. Consideriamo che le imprese devono realizzare, attraverso la vendita del prodotto, il recupero del costo di produzione (quota capitale costante+quota capitale variabile+quota saggio medio sociale di profitto) tipico dell’economia borghese. Paradossalmente gli stessi processi concorrenziali che spingono le imprese a introdurre maggiore capitale costante nei processi produttivi, per produrre più merci a costi di produzione inferiori, trasformano poi in masse di disoccupati i lavoratori precedentemente occupati, che diventano quindi clienti incapaci di comprare le merci offerte sul mercato (ai prezzi adeguati al al costo di produzione.

 

 

 

(2) .Parte seconda: una montagna di debiti

‘I più grandi dolori sono quelli di cui noi stessi siamo la causa.’
Sofocle

Presentiamo alcuni dati relativi alla crescita del debito (pubblico e privato) nel mondo.

Il debito pubblico americano ammontava nell’anno 2000 a 5600 miliardi, alla fine del 2007 era di 9200 miliardi, mentre oggi siamo a 19.200 miliardi. Il tasso di crescita del debito USA è considerevole, soprattutto se si tiene conto che il rapporto PIL/debito nel 2007 era pari al 65%, mentre oggi è pari al 105%. In altre parole da questi dati emerge che il PIL americano, dal 2007 al 2016, cresce molto di meno del debito. La dinamica di crescita del debito pubblico è paragonabile, a livello percentuale, a quella del debito delle corporation private, passato dai 3300 miliardi del 2007 agli oltre 6000 miliardi del 2016.

Se consideriamo il debito totale USA nel 2016, quindi il debito del governo federale, famiglie, singoli stati, aziende, enti locali… raggiungiamo la cifra di 64.000 miliardi. Il debito totale nel 2000 ammontava a 28.600 miliardi, quindi in 16 anni tale montagna debitoria si è più che raddoppiata. L’aumento del debito pubblico trova origine innanzitutto nei salvataggi di alcune banche e aziende ‘decotte’, evidente segnale delle difficoltà di sistema dell’economia capitalistica globale, ma in questo caso di quella USA. Chiediamoci chi presterebbe a cuor leggero il proprio denaro ad un’impresa con una montagna di debiti, probabilmente nessuno, e infatti coloro che in precedenza avevano erogato dei prestiti agli USA, acquistando i titoli del suo debito pubblico, adesso iniziano prudentemente a vendere. Gli acquirenti sono principalmente le banche, le quali a loro volta vendono ai propri clienti i titoli USA. Un giro di boa di compravendite che racchiude tutte le incertezze degli operatori del mercato finanziario e valutario. Anche la bilancia commerciale, cioè il saldo fra le esportazioni e le importazioni è in passivo: il deficit attuale è di 8600 miliardi. Tale deficit va accumulandosi, almeno dagli inizi del 2000, evidenziando le difficoltà in cui si dibattono i ‘fondamentali’ dell’economia americana. Dunque gli USA continuano a stampare dollari, utilizzandoli per continuare a spendere e acquistare beni e servizi in giro per il mondo, pur in presenza di un debito totale di 64.000 miliardi e di un deficit commerciale di 8600 miliardi. Prima o poi i nodi giungono al pettine, e una resa dei conti (pubblici e privati) americani dovrà esserci, a meno che una provvidenziale guerra su vasta scala non rimescoli le carte del gioco, della ‘Big Dance’, ovvero la gara spietata di parassitismo fra le varie borghesie nazionali.

L’America stampa denaro, ‘quantitative easing’ è il nome assegnato alla scelta della FED di immettere nuova liquidità all’interno del sistema economico. Una politica monetaria espansionistica, di stimolo alla crescita economica, in cui le banche centrali acquistano titoli governativi con scadenza a breve termine, per abbassare (con il rialzo della domanda) innanzitutto gli interessi di breve termine sui titoli stessi. Dunque questa immissione di massa cartacea/monetaria pone le premesse per la maggiore circolazione dei titoli del debito pubblico. Per ora, tuttavia, una parte del debito pubblico che consente di mantenere un certo livello di consumi in USA, viene scaricato sul resto del mondo.

Osserviamo di passaggio, tornando agli aspetti economico-finanziari, che la Cina ha in portafoglio titoli oltre 1250 miliardi di obbligazioni del tesoro USA, mentre il Giappone possiede 1300 miliardi di obbligazioni USA. In definitiva, considerando anche altri investitori esteri, circa 6000 miliardi di obbligazioni del tesoro USA sono in mani straniere (un terzo del debito).

Un altro strumento atto a reperire delle risorse finanziarie dalle tasche altrui sono i derivati. I derivati sono dei titoli non dotati di un valore proprio, autonomo, intrinseco, in quanto derivano il loro valore da altri titoli, o da beni soggetti a variazioni di prezzo. Quindi il valore dei derivati è agganciato alle oscillazioni di valore o di prezzo di determinati (sottostanti,underlying asset) prodotti finanziari o beni reali (mobili e immobili). Il carattere speculativo dei derivati è piuttosto marcato, infatti ogni derivato ruota intorno ad una scommessa sull’andamento futuro di un certo oggetto: ad esempio il tasso di cambio fra due valute diverse, la quotazione di un titolo, il prezzo di certe merci o di certe materie prime. Potremmo fare alcune considerazioni di tipo psicologico sul fascino dell’aleatorio, del rischio, nella società liquida contemporanea (termine da noi non condiviso, coniato da un sociologo moderno), per dare ragione della diffusione di questo nuovissimo strumento finanziario, tuttavia saremmo fuori strada. Non è la presunta società liquida a favorire la diffusione dei derivati, anche perché il mondo attuale ha poco di liquido, e invece molto di rigidamente oppressivo (miseria, sfruttamento, violenza, alienazione…). E’ invece la ricerca di valorizzazione ad ogni costo del capitale, divenuta problematica nel settore dell’economia produttiva, a spingere verso i caotici lidi della sfera finanziaria una massa di investitori (imprese industriali, banche, privati, enti pubblici…).

La società capitalistica contemporanea accentua, attraverso l’alea della scommessa finanziaria alla base dei titoli derivati, il basilare rischio d’impresa che sottintende la lotta concorrenziale fra capitali aziendali diversi. Da un altro lato questa società accentua, mediamente, anche il grado di sfruttamento della forza-lavoro occupata, anch’esso elemento basico dell’economia capitalistica.

I derivati sono dentro la pancia di molte importanti banche europee, secondo alcuni studi recenti le banche finlandesi, tedesche e inglesi hanno in pancia più del 20% delle loro componenti attive (attivo patrimoniale) in titoli derivati. Complessivamente le banche europee hanno il 13% medio di derivati nel proprio attivo. Si rileva una sproporzione notevole fra l’attivo delle banche italiane, pari a 2300 miliardi, dove i derivati sono valutati in 123 miliardi, e l’attivo delle banche tedesche, pari a 4060 miliardi, dove i derivati ammonterebbero a oltre 800 miliardi.

Un altro discorso va fatto in merito ai crediti inesigibili, o con un certo grado di inesigibilità, in questi casi si adopera il metodo contabile della svalutazione. In Italia i crediti svalutati e in sofferenza sono intorno ai 350 miliardi, una parte di essi (80 miliardi) è con molta probabilità inesigibile (in parte o in tutto).

La FED, restando in tema di crediti in sofferenza (del sistema bancario americano), dovrà intervenire massicciamente sui tassi di interesse, spostando la loro asticella percentuale fin sotto lo zero. Tale misura avrebbe l’obiettivo di tenere in vita i debitori/clienti a rischio elevato di insolvenza (parziale o totale), e di disinnescare il collasso della gigantesca montagna del debito. Tuttavia il disinnesco sarebbe solo temporaneo, i tassi a rendimento zero, o addirittura sotto lo zero, potrebbero spingere i possessori di capitale monetario a cercare fonti alternative di investimento (metalli preziosi, terreni…). In effetti, se una banca rinuncia a pretendere degli interessi sui prestiti concessi (allo scopo di tenere in vita il debitore), dovrà giocoforza ridurre o azzerare anche il tasso di interesse sui risparmi depositati nelle sue casse (da clienti/creditori), determinando effetti di fuga dei risparmiatori verso altre tipologie di investimento più redditizie. Evidentemente, osservando l’operato di alcune nazioni, queste dinamiche sono presenti anche nella decisione di smobilizzare le riserve in dollari, e nella susseguente decisione di acquistare riserve in oro. Dunque i tassi ad interesse negativo tendono a produrre un ‘distacco’ dall’investimento creditizio-monetario-bancario, almeno in una certa quota di possessori di ricchezze, spingendoli verso ‘asset/target’ alternativi. In un certo arco di tempo, non facilmente quantificabile, il fenomeno definibile con la sequenza: 1) montagna del debito, 2) tassi zero o sotto zero, 3) tendenza al distacco dall’investimento creditizio-monetario-bancario; potrebbe a sua volta determinare una netta svalutazione delle valute ‘occidentali’ più importanti (dollaro, euro, yen), cominciando dal dollaro. In fondo a questo piano inclinato di fuga potrebbe esserci la frana della montagna del debito pubblico, in quanto i possessori di obbligazioni di stato potrebbero scegliere di imitare le scelte di investimenti alternativi, compiute da altri possessori di ricchezze (a loro volta scontenti del  tasso zero offerto dal settore creditizio-monetario-bancario). Una richiesta massiccia di rimborso dei titoli di stato, comprometterebbe in successione diretta la possibilità di finanziamento per le aziende da parte delle banche, soprattutto e principalmente nell’area/blocco occidentale. Ottenere credito diventerebbe arduo, sia per i privati che per le imprese, a meno di non possedere delle sicure garanzie reddituali e patrimoniali di bilancio (ma generalmente chi ha i conti a posto non ha bisogno di finanziamenti).

Presentiamo ora qualche altro dato, a nostro avviso rilevante, per supportare qualche successiva considerazione di tipo politico: il valore complessivo del debito pubblico mondiale si aggira intorno ai 60 mila miliardi di dollari, da questo importo sono esclusi il debito dei privati e quello delle imprese economiche. Stati Uniti, Europa e Giappone, totalizzano tre quarti del debito pubblico mondiale (cioè il 75%). In ordine di grandezza decrescente l’America detiene il 29%, e l’Europa il 26% del debito pubblico mondiale. Nonostante le difficoltà l’economia capitalistica USA rappresenta il 24% del PIL mondiale, tuttavia questo dato va comparato con i dati percentuali del dopoguerra che erano quasi il doppio di quelli attuali. L’indice di produttività del lavoro in USA è quello più alto a livello mondiale, infatti con solo il 4,5% della popolazione totale viene realizzato un PIL del 24%. Tale situazione è correlata al forte impiego di capitale costante nella produzione, e alla elevata capacità aziendale di spremere (mediamente) con efficacia ed efficienza il massimo di plus-lavoro possibile dai salariati.

 

 

 

 

Conclusione

Il tracciato di ‘Capitalismo’ è particolare, esso ripercorre i passi di precedenti ricerche allo scopo di definire un quadro generale delle tendenze socio-economiche contemporanee. Un quadro generale non è la verità assoluta, in termini scientifici esso è una approssimazione conoscitiva (anche se noi definiamo il marxismo la più efficace approssimazione teorica prodotta dalla lotta di classe, per le finalità di questa stessa lotta). Partendo dalle analisi contenute nel ‘Capitale’, particolarmente nel terzo libro, abbiamo evidenziato il rapporto fra riproduzione allargata, accumulazione, concentrazione e centralizzazione dei capitali, e modifica della composizione (tecnica e organica) del capitale aziendale. Questi processi si svolgono nel quadro economico-aziendale della concorrenza, sospingendo le imprese concorrenti alla continua ricerca di impieghi più efficienti ed efficaci delle risorse tecniche e umane impiegate. La sostituzione del lavoro umano con il macchinario serve ad alleggerire una parte dei costi aziendali, anche se nel medio-lungo termine determina la riduzione percentuale del saggio di profitto ( essendo la forza-lavoro il fattore generatore del plus-valore/profitto). Un effetto derivato dei processi economici anzidetti è la crescita progressiva dell’esercito industriale di riserva di proletari inoccupati, e quindi della miseria crescente (relativa e assoluta) di una parte consistente di proletari. Questo ultimo aspetto è intrecciato al doppio fenomeno del calo della domanda di beni e servizi, particolarmente imponente nei periodi di contrazione del ciclo economico, e allo sviluppo potenziale/attuale della mina sociale della forza-lavoro in eccesso (rispetto ai bisogni di valorizzazione del capitale). Su base economica il vulcano della produzione capitalistica si arena nella palude del mercato, la regolare produzione diventa sovrapproduzione e accelera la comparsa di fenomeni collegati e succedanei. In merito al secondo fenomeno, fermo restando che una riserva proletaria inoccupata è funzionale (fisiologicamente) alle esigenze produttive dell’economia, sia su base temporale (quando si manifesta un ciclo espansivo), sia su base spaziale (quando il capitale ha bisogno di forza-lavoro in un certo luogo), un eccesso di disoccupati diventa invece una mina sociale, pericolosa per l’equilibrio e il ricambio regolare dell’organismo capitalistico. In presenza di questo combinato negativo di cause ed effetti intrecciati, l’organismo socio-economico capitalistico genera degli anticorpi, rappresentati dalle varie forme assumibili (storicamente) dalla distruzione rigeneratrice. Il rituale ciclico di morte e resurrezione dell’accumulazione/valorizzazione del capitale, si manifesta infatti in forme e modi variegati di distruzione del capitale costante e variabile (guerre locali, mondiali, eliminazione di esseri viventi con la fame, le malattie, inflazione, crisi economiche-finanziarie …).

 

I periodi di crisi accentuano il grado di conflittualità fra i fratelli coltelli borghesi (a livello di semplice concorrenza aziendale, di contesa fra aree economiche infra nazionali, di lotta commerciale fra economie nazionali, o di confronto geo-politico fra aggregati/alleanze sovranazionali). Ognuno tenta di fregare il vicino, di assimilare le sue quote di mercato, i suoi capitali, le sue masse di produttori di plusvalore. In ‘Chaos imperium’ abbiamo ricordato che le potenze capitalistiche più forti cercano con vari pretesti (diffusione della democrazia e difesa dei diritti umani ad esempio), di appropriarsi delle risorse naturali del sottosuolo (petrolio) delle potenze più deboli. Il controllo delle aree petrolifere, delle risorse idriche, delle vie commerciali, può consentire anche a  potenze in declino (gli USA) di mantenere una posizione di egemonia globale. Tuttavia il mutamento dei rapporti di forza fra gli attori emergenti dell’economia globale, nei confronti del traballante imperium  americano, rende problematica, per quest’ultimo attore, la possibilità di mantenere il trono dell’egemonia. Il debito pubblico e privato americano corrisponde oggi al valore del debito pubblico mondiale, nel giro di dieci anni il debito pubblico USA è raddoppiato. La presenza di una forte componente debitoria, in associazione a un elevato grado di investimenti finanziari, insieme a una elevata incidenza del capitale costante nei processi produttivi, segnala l’esistenza di un capitalismo maturo, vicino alla senescenza. Le economie emergenti possono inizialmente dare un alito di vita a questo cadavere ambulante, offrendo ai suoi capitali in cerca di valorizzazione, delle enormi riserve di forza lavoro a basso costo. Tuttavia nel corso del tempo anche nelle economie emergenti si modifica la composizione organica del capitale aziendale, queste economie diventano adulte, si industrializzano, e allora il cadavere ambulante riparte alla ricerca (ma questa volta insieme alle nuove potenze economiche) di nuovi pascoli di valorizzazione (in altre aree geo-economiche). Il ciclo vitale delle economie emergenti, poiché avviene dentro la cornice di un capitalismo globale senescente, è più breve, più veloce del ciclo di vita delle prime economie capitalistiche. Il caso cinese è esemplare, in pochi decenni la Cina ha racchiuso lo sviluppo che in altre economie è durato un paio di secoli. Afflitta anch’essa da un pesante debito (pubblico e soprattutto privato), ma dotata di maggiori possibilità di investimento di capitali in giro per il mondo, essa percorre delle strade che gli USA difficilmente possono inseguire con successo. La ricetta che accomuna tutti i Players capitalistici, di fronte alla caduta del saggio di profitto e alla crisi, è, inizialmente, l’incremento dello sfruttamento della forza lavoro ancora occupata (plus-lavoro assoluto e relativo). Anche l’aumento della pressione tributaria, inteso come uno strumento per trasferire quote di reddito, risparmio e patrimonio, dalla classe proletaria al capitale finanziario titolare del debito pubblico (quindi per pagare gli interessi sulle cedole), si configura come sfruttamento aggiuntivo indiretto (rispetto a quello direttamente operato nei processi produttivi). Abbiamo analizzato, nel giugno 2016, la forma di plus-lavoro assoluto che l’economia capitalistica realizza con l’innalzamento dell’età pensionabile. E infine, nel mese di aprile 2015, abbiamo analizzato la forma di plus-lavoro assoluto realizzata con il lavoro gratuito, e obbligatorio dal punto di vista scolastico, dell’alternanza scuola lavoro.Come anticipato nell’introduzione, questo lavoro aveva il compito di raccogliere e riproporre le analisi contenute in vari articoli presenti sul sito. In questi articoli vengono colti degli aspetti importanti del capitalismo, quindi partendo da essi è stato possibile delineare un affresco generale del sistema in cui viviamo. Molti economisti borghesi ora riscoprono Keynes,  richiedendo a viva voce l’intervento della mano pubblica nella economia, dopo decenni di retorica liberista. In realtà la loro conversione è solo la testimonianza dell’ingranaggio di sempre fra Stato ed economia. Il capitale nasce statale e non smette mai di essere supportato nel corso dei secoli dalle politiche economiche e fiscali, dalla legislazione amica, e infine dalla articolazione poliziesca e giudiziaria fondamentale per il rispetto delle norme. Il supporto di uno stato nazione al capitale nazionale si manifesta in due modi fondamentali: all’interno del territorio nazionale, come capacità di imporre il rispetto delle norme che regolano i rapporti di dominazione/subordinazione fra le classi sociali; e all’esterno del territorio come capacità di negoziazione diplomatica e di proiezione economica e militare a difesa degli interessi della propria borghesia. Questo schema esclude parzialmente gli stati vassalli di altri stati (imperiali), in questo caso il doppio supporto al capitale nazionale di cui parlavamo sopra, è subordinato, viene dopo, la soddisfazione degli interessi dello Stato guida imperiale. In questo senso potremmo anche convenire sulla teoria del capitale autonomo, ma al rovescio: uno stato nazione (vassallo) può essere costretto a rendersi autonomo dagli interessi del proprio capitale nazionale, per soddisfare i diktat di una alleanza a guida di uno stato imperiale (e quindi gli interessi del capitale supportato dallo stato imperiale). I rapporti di forza fra conglomerati di potenza strutturale e sovra-strutturale  sono soggetti, nel corso della storia, a modificazioni, determinate da fattori economico-sociali e politico-militari. Le capacità produttive della struttura economica sono collegate alla potenza militare e al peso politico di una sovrastruttura statale, mentre le strategie interne e internazionali di un conglomerato ( sintesi di struttura/sovrastruttura) hanno lo scopo di assicurare alla borghesia (quindi al capitale) la non interruzione del processo di appropriazione di plusvalore (dentro il territorio nazionale e anche al di fuori di esso). Questo ultimo aspetto è correlato/condizionato in modo esplicito dai rapporti di forza esistenti fra borghesia e proletariato su base nazionale e internazionale, e dalla ripartizione della egemonia/potenza all’interno della classe dominante borghese (su base nazionale e internazionale).

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