Giornate capitalistiche: Crisi istituzionale italiana (maggio 2018)

Giornate capitalistiche: Crisi istituzionale italiana (maggio 2018)

 

La realtà si è incaricata di dare una bella lezione di marxismo su “democrazia”, ”elezioni”, “governo del popolo”, “forze democraticamente elette”, che in caso siano sgradite, vengono cortesemente accantonate dalle frazioni borghesi più forti, con buona pace delle illusioni della mezza classe e di settori del proletariato (che sostenevano lega e cinque stelle ). 

Abbiamo di recente scritto che l’attuale quadro dei rapporti di forza fra frazioni borghesi, interne ed internazionali, dimostra la preponderanza della parte finanziaria ultra-parassitaria. Nello specifico dell’area economica europea si dimostra ulteriormente, anche con l’attuale crisi istituzionale, la forza dell’economia tedesca, che riesce a produrre e vendere in modo competitivo in ragione sia della maggiore produttività (industria 4.0), sia del deprezzamento dell’euro rispetto alle valute della concorrenza. I creditori del debito pubblico italiano (il 35% è in mani estere), e le oligarchie capitalistiche europee perseguono strategie politiche ed economiche di intensificazione del grado di sfruttamento dei proletari, sia relative al salario diretto (precarietà, disoccupazione, Jobs act), sia al salario indiretto (tagli al welfare,  tagli alla sanità, aumento del prelievo fiscale sui redditi più bassi).

Queste strategie escludono le politiche keynesiane di rilancio della domanda, implicitamente presenti nel programma del defunto governo Cinque stelle-Lega.

Nel 1948, sulla rivista ‘Prometeo’, trovava pubblicazione un testo dal titolo ‘Dopo la garibaldata’. Al centro dell’articolo le elezioni e le illusioni sul metodo elettorale. Riportiamo alcuni passaggi significativi di quel lavoro:Non le conte schedaiole determinano le situazioni, ma i fattori economici che si concretano in posizioni di forza, in controlli inesorabili sulla produzione e il consumo, in polizie organizzate e stipendiate, in flotte incrocianti nel mare di lor signori.

Eletto chicchessia al governo della repubblica, non avrebbe altra scelta che rinunziare, o offrirsi in servigio all’ingranamento di forze capitalistiche mondiali che maneggia lo Stato vassallo italiano. Quanto al fare del «sabotaggio», è altra illusione su quello che è il compito dei portabandiera parlamentari. Sono le sfere dell’affarismo borghese e delle alte magistrature militari e civili che possono a loro mercé sabotare i politicanti portafogliati, e non viceversa.

Il meccanismo elettorale è oggi caduto nel campo inesorabile del conformismo e della soggezione delle masse alle influenze dei centri ad altissimo potenziale, così come i granelli di limatura di ferro si adagiano docili secondo le linee di forza del campo magnetico. L’elettore non è legato ad una confessione ideologica né ad una organizzazione di partito, ma alla suggestione del potere, e nella cabina non risolve certo i grandi problemi della storia e della scienza sociale, ma novantanove volte su cento il solo che è alla sua portata: chi vincerà? Così come fa il giocatore alla Sisal; e, di più, imbrocca meglio chi non ha nessuna competenza sulla materia del gioco e mentisce alle sue stesse intime simpatie.

Questo arduo problema di indovinare chi è il più forte lo affronta il candidato rispetto al governo, il governante rispetto al campo internazionale. Lo affronta l’elettore rispetto al candidato che vota; cerca, non reca, un appoggio personale nella difficile lotta di ogni giorno.

Se si fosse saputo il 17 aprile che vinceva De Gasperi, invece del 50 per cento gli davano il 90 per cento dei suffragi. A questo ci arrivava la dialettica dei frontisti, ed ogni argomento serio era superato e prostituito dinanzi a quello massimo: Vinceremo! (E potremo pagare, coi soldi di Pantalone, galoppini, cagnotti e graziosi sodali «indipendenti»). Mussolini non diceva altro, De Gasperi lo diceva e lo sta facendo senza ritegno.

 La lunga pratica dell’opportunismo dei capi delle organizzazioni dette di massa ha condotto ad una situazione in cui non è più inseribile una avanzata progressiva, nella lotta sul terreno delle elezioni, di un partito che abbia un programma ed un atteggiamento di opposizione di principio e che proclami agli elettori il rifiuto della illusione che comunque per via democratica possano le classi sfruttate arrivare al potere.

Oggi l’elezionismo è pensabile solo in funzione della promessa del potere, di lembi di potere’‘.

Altri passi tratti da ”Forza, violenza, dittatura nella lotta di classe”.

”L’equivoco sostanziale sta nell’essersi meravigliati, nell’aver piagnucolato, nell’aver deplorato che la borghesia attuasse senza maschera la sua dittatura totalitaria, quando invece noi sapevamo benissimo che questa dittatura era sempre esistita, che sempre l’apparato dello stato aveva avuto, in potenza se non in atto, la funzione specifica di attuare, di conservare, di difendere dalla rivoluzione il potere e il privilegio della minoranza borghese. 

L’equivoco è consistito nel preferire un’atmosfera borghese democratica ad un’atmosfera fascista, nello spostare il fronte della lotta dal postulato della conquista proletaria del potere a quello della illusoria restaurazione di un modo democratico di governare del capitalismo sostituito a quello fascista […]La potenza e l’energia di classe (della borghesia) è nei due casi la stessa; in fase democratica si tratta di energia potenziale; sulla bocca del cannone si tiene l’innocua custodia di tela. In fase fascista l’energia si manifesta allo stato cinetico, il cappuccio è tolto; il colpo deflagra. La richiesta disfattista e idiota rivolta dai capi traditori del proletariato al capitalismo sfruttatore ed oppressore è quella di rimettere l’ingannevole schermo sulla bocca dell’arma. Per tal modo l’efficienza del dominio e dello sfruttamento non sarebbe diminuita, ma soltanto incrementata dal rinnovato espediente dell’inganno legalitario”. Da ‘Forza, violenza, dittatura nella lotta di classe’. 1947

A proposito di confusione che regna sotto il cielo, si legge su alcuni volantini di forze politiche che hanno un certo peso fra i lavoratori, distribuiti in occasione di recenti manifestazioni, che sarebbe giusto lottare per un governo delle lavoratrici e dei lavoratori che dovrebbe espropriare le aziende che licenziano, o che non rispettano le leggi sulla sicurezza, ponendole sotto il controllo dei lavoratori… ecc. Come se l’autogestione, alias impresa cooperativa, dentro un quadro permanente di rapporti di produzione capitalistici, e quindi di sfruttamento del lavoro e concorrenza fra imprese, potesse seriamente, anche per breve tempo, sfuggire al giogo dell’economia borghese. L’illusione delle forze politiche che, nel campo proletario, propongono la costruzione del socialismo dal basso, invitando i proletari a fare impresa, a mettersi in proprio, dirigendo il capitale aziendale costante espropriato ai capitalisti che licenziano, per poi produrre e vendere le merci sul mercato come impresa fra altre imprese, fa la pari con le illusioni delle frazioni borghesi che puntavano sul governo Lega-Cinque stelle.

Speriamo che le attuali vicende politiche e gli sviluppi successivi riescano almeno a far capire l’assurdità delle illusioni elettorali,  e la necessità per la classe di abbandonare definitivamente a se stesse queste sirene, iniziando a levare qualche ancora.

Post scriptum

In due recenti articoli (Europa capitalistica, marzo 2018, e Alleanza e concorrenza fra Europa e USA ai tempi del declino del ‘Chaos Imperium‘, maggio 2018) abbiamo analizzato le dinamiche concorrenziali in atto fra l’Europa germano-centrica e il capitalismo USA, ma anche  lo sviluppo economico diseguale fra capitalismi nazionali europei, e soprattutto la debolezza funzionale delle economie meno sviluppate rispetto a quelle più forti come la tedesca (1). Questa doppia realtà può farci meglio comprendere l’attuale crisi istituzionale italiana. Vediamo di spiegare: in via ipotetica sia un governo politico che un governo tecnico vorrebbero tutelare gli interessi dell’economia nazionale. Mentre un governo politico a guida Cinque stelle-Lega, si proporrebbe di tutelare l’interesse dell’economia nazionale con le politiche economiche di rilancio della domanda (a discapito del contenimento della spesa pubblica), un governo tecnico, attento soprattutto ai problemi di pareggio dei conti pubblici, sarebbe fautore della solita politica dei sacrifici (in vista della successiva ripresa economica). Sul piano macro-economico le politiche di austerity/sacrifici, comprimendo la domanda interna (erosione del salario diretto e indiretto), fungono almeno inizialmente da fattore depressivo, a tutto vantaggio dell’economia germanica che invece si espande continuando a produrre e vendere (non avendo bisogno di austerity/sacrifici per aggiustare il proprio bilancio pubblico). Dunque è possibile ipotizzare che anche l’attuale crisi istituzionale, al di là delle intenzioni individuali degli attori coinvolti,  sia da inserire dentro il quadro dell’Alleanza e concorrenza fra Europa e USA ai tempi del declino del ‘Chaos Imperium’, (2) ferma restando la funzionalità capitalistica globale delle ricette/programmi sia dei governi tecnici sia dei governi politici, e la preponderanza (in Italia ed Europa) della frazione borghese legata alla rendita finanziaria.

(1). Un altro aspetto economico critico per l’Europa capitalistica, è dato dalla decisione dell’amministrazione Trump di rimettere in discussione gli accordi economici che regolavano l’interscambio commerciale, con la decisione di imporre dei dazi sulle importazioni (in modo particolare sulle importazioni provenienti dalla Germania).

La questione commerciale dei dazi americani è intimamente congiunta alla tematica valutaria. La Germania è stata accusata da ambienti politico-economici USA di sfruttare i vantaggi concessi da un euro svalutato, in questa lettura il deficit commerciale statunitense nei confronti della Germania è un derivato del deprezzamento competitivo dell’euro rispetto al dollaro. Una delle cause di questo deprezzamento è nella condotta del capitalismo tedesco, che ha incrementato la produttività del lavoro e la competitività delle merci prodotte, comprimendo comunque il fattore lavoro con il maggiore impiego di capitale costante, e deprimendo in parte la domanda interna. La maggiore competitività delle merci tedesche ha prodotto un surplus commerciale col resto dei paesi europei, che accoppiato alle politiche di austerità e di crescita del prelievo fiscale volute dalle oligarchie capitalistiche europee (espressione delle economie forti), ha posto in ulteriore difficoltà le economie europee deboli, consentendo il deprezzamento dell’euro, che in ogni caso rappresenta la media dei parametri economici delle varie economie europee. La svalutazione dell’euro ha poi consentito alla Germania di vendere le proprie merci in giro per il mondo, competendo in un certo qual modo anche con le economie emergenti.

(2) ”In assenza della rivoluzione proletaria, la tendenza alla socializzazione dei mezzi di produzione si compie ‘in antitesi al quadro nazionale degli interessi generali di ciascuna borghesia. Questa perciò tenta di superare la contraddizione con i propri mezzi, che sono i molteplici accordi economici che gli Stati firmano tra loro (gli uni contro gli altri): zone di libero scambio, Mercato Comune, accordi interamericani, consigli di cooperazione economica tira i paesi «socialisti», ecc. e mediante i quali il capitalismo cerca di regolare le produzioni creando legami tecnici e finanziari tra le diverse branche economiche’. Il mito dell’Europa unita

Dunque gli accordi e le unioni diventano dei semplici mezzi attraverso cui le sovrastrutture statali borghesi, tentano di ‘superare la contraddizione’ strutturale tra socializzazione dei mezzi di produzione e il ‘quadro nazionale degli interessi generali di ciascuna borghesia’. Tuttavia i tentativi di superare la contraddizione anzidetta non sono che il presupposto e la condizione di partenza per la diffusione di altre contraddizioni, infatti gli accordi economici ‘che gli Stati firmano tra loro (gli uni contro gli altri)’conducono alla intensificazione delle disparità economico-sociali, perché mentre ‘il capitalismo cerca di regolare le produzioni creando legami tecnici e finanziari tra le diverse branche economiche’ …‘è evidentemente a modo suo che realizza questo obiettivo, perché nell’atto stesso in cui il capitalismo, mediante la divisione internazionale del lavoro, super-industrializza una parte del globo, distrugge l’economia di intere regioni gettandole nella miseria e nella rovina’. Il mito dell’Europa unita

Il testo conferma, inoltre, contro ogni idea di centro unico mondiale, la realtà della divisione della dominazione borghese globale in blocchi concorrenti, antagonistici, infatti: ‘Solo quest’analisi dialettica della economia capitalistica (cioè della contraddizione fra tendenza alla socializzazione dei mezzi di produzione e tendenza alla difesa del‘quadro nazionale degli interessi generali di ciascuna borghesia’. Nostra nota) permette di comprendere la natura contraddittoria dell’odierna nazione borghese. Con la stipulazione di accordi economici e politici, l’antagonismo che oppone le une alle altre le nazioni borghesi, lungi dallo scomparire, rinasce con un’ampiezza mostruosa nei blocchi che oggi si affrontano‘.Il mito dell’Europa unita

Postilla

Riproponiamo alcuni passaggi finali di un articolo recente, in cui si prefigura il corso degli attuali avvenimenti  e soprattutto si descrivono i fattori di causa che li hanno posti in essere.  

 

 

La bussola della teoria marxista ci guida verso una lettura ‘strutturale’ dell’attuale balletto politico, aiutandoci a scorgere i fattori economici preponderanti in ultima istanza, nascosti dietro le contese – apparentemente solo ‘personali’ – dei vari leader e partiti.

In effetti, dietro il polverone di parole contenuto nelle interviste e nelle dichiarazioni rilasciate dai vari attori politici, si intravedono almeno due tendenze collegate a differenti interessi socioeconomici capitalistici.

In primo luogo l’interesse del capitale finanziario (nazionale e internazionale), propenso a continuare la somministrazione di politiche economiche e fiscali ‘lacrime e sangue‘, imperniate sul dogma del pareggio di bilancio, sulla riduzione ‘apparente’ del debito pubblico (che peraltro è uno dei modi di essere del capitale finanziario), e dunque sulla compressione del salario diretto (retribuzioni) e indiretto (welfare), e sull’aumento della tosatura fiscale (sfruttamento indiretto). L’incremento del saggio di sfruttamento, necessario a rallentare la caduta storica del saggio di profitto, si manifesta, in questa tipologia di interventi, come espropriazione di ulteriore tempo di lavoro proletario, in modo indiretto: (aumento dell’imposizione fiscale), e in modo diretto: (diffusione di tipologie di lavoro precarie e sottopagate, soprattutto fra i giovani).

Alla fine, gli interessi spettanti al capitale finanziario detentore del debito pubblico, sono garantiti dall’incremento del prelievo fiscale sui proletari (sfruttamento indiretto, cioè al di fuori del luogo di lavoro), mentre la diffusione di tipologie di lavoro precarie e sottopagate, soprattutto fra i giovani (sfruttamento diretto, cioè all’interno del luogo di lavoro), rappresentano un momentaneo vantaggio soprattutto per il capitale industriale (e in via derivata per il capitale finanziario, comunque presente in forma di azioni e obbligazioni nelle S.P.A che operano nel settore industriale).

Un governo tecnico consentirebbe la quasi certa preponderanza del capitale finanziario, soprattutto con l’incremento del prelievo fiscale, e i tagli al welfare, finalizzati a raccogliere il denaro per pagare le quote periodiche (annuali o semestrali) di interessi sul debito pubblico. Ma alla lunga le politiche economiche ‘lacrime e sangue’ non possono reggere, perché l’impoverimento di larghe fasce sociali, togliendo reddito al proletariato (compressione del salario diretto e indiretto, cioè del salario complessivo), toglie anche potenziali clienti alle merci prodotte nel settore industriale dell’economia capitalistica, vanificando gli stessi vantaggi ottenuti con il maggiore grado di plus-lavoro (assoluto e relativo) estorto ai proletari nel processo produttivo industriale.  In effetti il plus-lavoro estorto al proletariato, contenuto in forma di plusvalore nelle merci prodotte dall’industria capitalistica, può trasformarsi in profitto aziendale solo con la vendita successiva delle merci nella sfera della circolazione-distribuzione (D-M-D’). Se questo passaggio relativo alla vendita delle merci non si verifica, a causa della miseria crescente, determinata innanzitutto dalla disoccupazione (dovuta alla progressiva sostituzione del lavoro vivo con il lavoro morto – capitale costante – macchinario) e dal concomitante aumento della sottrazione di quote di reddito e patrimonio con l’imposizione fiscale, allora il meccanismo si inceppa, e in fondo anche il capitale finanziario, in prospettiva, viene danneggiato (infatti l’interesse finanziario si basa in ultima istanza sul plus-lavoro/plusvalore ottenuto nel processo produttivo industriale, e se questo ultimo non si converte in profitto aziendale a causa della impossibilità di essere monetizzato in forma di ricavo di vendita, allora salta l’intero schema di accumulazione del capitale e quindi anche la possibilità pratica di esistenza di un interesse finanziario, in fondo dipendente dallo schema, D-M-D’).

I governi tecnici, in base alle precedenti esperienze storiche, sono in genere collegabili direttamente alla voracità e agli interessi della parte più parassitaria della classe dominante, quella finanziaria. Dunque è prevedibile che un futuro governo ‘tecnico’ miri a garantire, innanzitutto, un quadro dei conti pubblici congeniale al reperimento del plusvalore da destinare al pagamento delle cedole semestrali e annuali del debito pubblico (ripetiamolo: attraverso gli aumenti fiscali e i tagli al welfare). Ferme restando le ricadute macro-economiche negative, dal lato della domanda globale, collegate agli aumenti fiscali e ai tagli al welfare, questa ricetta economica ‘lacrime e sangue’ si collega principalmente ai cicli di recessione/contrazione, quando la domanda non è in grado di assorbire la totalità delle merci prodotte, con conseguente crisi del settore industriale e distributivo. In realtà le imprese industriali sono costrette a produrre quantitativi crescenti di merci, a causa della minore incidenza percentuale di plus-valore/plus-lavoro nella singola unità di prodotto/merce; minore incidenza determinata a sua volta dalla riduzione ‘storica’ del capitale vivo umano all’interno della composizione tecnico-organica del capitale aziendale totale (capitale variabile/forza-lavoro + capitale costante/macchinario). Lo stesso quantitativo di plus-valore contenuto in passato in dieci merci x, è ora, disseminato in 20 merci x, e dunque se l’impresa industriale volesse mantenere inalterato il plus-valore contenuto in passato in dieci merci, dovrebbe oggi produrne venti. Ma le merci presuppongono un compratore, mentre la sostituzione dell’uomo da parte del macchinario (messa in atto dalla direzione/proprietà dell’impresa per ridurre i costi aziendali totali, e sopravvivere alla lotta per la concorrenza), crea sovrappopolazione disoccupata, miseria crescente e conseguente calo della domanda. Crisi da sovrapproduzione, alias vulcano della produzione contro la palude del mercato.

Sono queste le aporie in cui si contorcono le economie capitalistiche, e i conseguenti balletti dei governi tecnici e politici che ne sono l’espressione sovrastrutturale.

Il governo politico fra Cinque Stelle e Lega, che potrebbe ancora nascere dall’attuale marasma post-elettorale, sarebbe invece più vicino alle ricette keynesiane, miranti a creare/distribuire reddito per potenziare i consumi e rilanciare la domanda globale, e quindi sarebbe vicino al capitale industriale (al netto degli intrecci fra capitale industriale e finanziario nelle Spa, dove le obbligazioni rappresentano quote di prestiti, e le azioni quote di proprietà, entrambe negoziabili sui mercati finanziari).

Vediamo come potrebbe articolarsi questa prospettiva, in un quadro economico recessivo, e basandoci sui programmi pre-elettorali diCinque Stelle e Lega.

Cinque Stelle ha proposto il reddito di cittadinanza, ottenendo molti consensi nel meridione d’Italia, dove si registra un tasso maggiore di povertà e disoccupazione. Il reddito di cittadinanza rafforzerebbe il potere di acquisto di ampie fasce sociali precedentemente escluse dai circuiti del consumo (anche di beni primari). Cinque Stelle e Lega hanno inoltre proposto la radicale modifica della legge Fornero, riportando il limite dell’età pensionabile a 62 anni. Anche in questo caso potremmo registrare degli effetti positivi sulla domanda, infatti i posti di lavoro lasciati liberi dai pensionati, sarebbero almeno in parte occupati dai nuovi assunti (in precedenza disoccupati), i quali percepirebbero una retribuzione destinata a trasformarsi in nuova domanda di merci, mentre i neo-pensionati continuerebbero a sostenere la domanda globale grazie all’assegno pensionistico.

Questa ipotetica operazione di ingegneria economica a sostegno della domanda, ha tuttavia già incontrato una certa opposizione, ad esempio in alcune forze politiche ma anche al vertice di alcuni enti pubblici (INPS).

Le perplessità e i dubbi suscitati dalla proposta sul reddito di cittadinanza e dalla proposta di cancellazione della legge Fornero, in effetti, dal punto di vista del capitale finanziario, potrebbero essere abbastanza fondati.

Il problema principale è il reperimento delle risorse finanziarie per realizzare le due proposte. Secondo Cinque Stelle e Lega tagliando gli sprechi nella pubblica amministrazione, facendo una lotta più incisiva all’evasione fiscale, riducendo le pensioni più elevate, si potrebbero recuperare delle risorse. Una strada ulteriore potrebbe essere l’aumento della ritenuta fiscale sulla rendita finanziaria, cioè sugli interessi lordi dovuti ai possessori del debito pubblico (composto da BOT, CCT, BTP), attualmente al 20%.

Tuttavia tale misura, in assenza di concreti provvedimenti compensativi, potrebbe spingere gli investitori finanziari interni e internazionali verso altre forme di impiego dei propri capitali, determinando scenari pericolosi per la sostenibilità dei conti pubblici (lo stato sarebbe chiamato a restituire una parte del debito pubblico ai suoi possessori, con tutte le ripercussioni prevedibili).

Dunque si comprende bene come la strada keynesiana implicata nelle ipotesi sul reddito di cittadinanza e nella proposta di cancellazione della legge Fornero, alla luce dell’interesse capitalistico predominante (ovvero quello della frazione ultra-parassitaria di borghesia, legata alla rendita finanziaria), incontri degli ostacoli impegnativi, innanzitutto di natura sociale (il peso e il potere della frazione ultra-parassitaria di borghesia finanziaria), e in via derivata di tipo tecnico-contabile: il reperimento delle risorse finanziarie per realizzare le due proposte.

Nelle prossime settimane assisteremo ad ulteriori contorsioni e avvitamenti politici e istituzionali, incentrati sulle aporie/contraddizioni immanenti al sistema economico-sociale borghese italico, ma non solo italico.

Postilla 2

Un articolo pubblicato sull’Unità, nel 1924, dal titolo ‘I sistemi giolittiani esasperati dal governo fascista’ commenta la corsa sul carro del vincitore fascista, e quindi la ressa di personaggi politici che chiedono di essere candidati nelle liste fasciste per ottenere uno scranno parlamentare. Un quadretto desolante della fregola di potere, di onorificenze, e di corruzione tipici della dissoluzione borghese. Il fascismo nasce vecchio, si  sostiene nell’articolo, con tutta la propensione alla trattativa politica dietro la scena, già dalla farsesca marcia su Roma. Dunque la politica borghese, e sopratutto il mercato elettorale, inteso come trattativa per una candidatura alle elezioni comunali, regionali e parlamentari, come dati che riconfermano le ragioni della scelta  astensionista. La politica, intesa come rincorsa allo scranno nel parlamento, o negli enti locali, per rappresentare gli interessi dominanti (o di una frazione della classe dominante) sono la regola, perché in fondo a questo serve l’elettoralismo democratico, pur nelle sue varie differenze partitiche. Dunque i partiti borghesi di destra, centro e sinistra come mezzo privilegiato per favorire la carriera e l’ambizione di volenterosi servitori del capitale (in questo senso viene usato il termine ‘partitocrazia’) . Partiti e politici borghesi sono, in questo articolo del 1924, smascherati nel loro ruolo fondamentale di attori di una spartizione predatoria di incarichi e prebende, da cui, in quanto personaggi/pedine, possono servire in tutti i modi gli interessi del capitale (nelle sue varie articolazioni). A distanza di quasi un secolo, lo scenario politico dominante in Italia non è molto cambiato, certo sono mutati i nomi dei partiti, e naturalmente il cast degli attori politici, ma le motivazioni personali (cioè ambizione e carrierismo), e la funzione fondamentale (cioè la tutela degli interessi capitalistici) sono sempre gli stessi. Marx sostiene nel primo libro del capitale che il capitalista, a un certo stadio di sviluppo dell’economia borghese, diventa una maschera di carattere, un attore e funzionario del capitale, lo stesso discorso vale per la stragrande maggioranza dei politici e dei partiti che si agitano sulla scena democratico – elettorale contemporanea. Un testo della corrente, risalente ai primi anni del dopoguerra, scritto in occasione dell’ennesima tornata elettorale, riprendendo i concetti dell’articolo del 1924, sostiene che chiunque vinca le elezioni e assuma l’incarico di governare, dovrà poi adeguarsi alla realtà e fare gli interessi del capitale. A meno di scegliere di dimettersi, di fronte alle preponderanti pressioni dei veri poteri socio-economici che governano la società capitalistica, sotto la maschera della libertà di voto uguale per ogni cittadino. Spesso, ingannati dalle apparenze democratico – legalitarie, non ci accorgiamo che i giochi veri, il ‘polpettone’, per usare un termine presente nell’articolo del dopoguerra, lo fanno poche migliaia di soggetti nazionali (espressione di determinati interessi ‘forti’ di tipo finanziario, bancario, industriale, burocratico, militare), in connessione con le strategie dei blocchi imperialisti dominanti sul piano internazionale. Stiamo forse semplificando troppo? Potrebbe essere vero, se non fosse facilmente verificabile la sostanziale omogeneità dei programmi di politica economica dei vari governi negli ultimi decenni. Concessioni di aumenti salariali e potenziamento dell’assistenza sociale quando il ciclo economico è in espansione (per incentivare ulteriormente la domanda), e viceversa tagli al Welfare e blocco dei salari nelle fasi di contrazione.  La vulgata keinesiana suggerirebbe di fare investimenti pubblici per creare reddito e domanda, tuttavia la catastrofe finanziaria del 2008, e il ruolo giocato dalla FED americana nella concessione di mutui ipotecari, o semplicemente la mancanza di riserve finanziarie e l’elevato debito pubblico, sconsigliano agli Stati di fare investimenti massicci – per creare reddito, domanda di beni e servizi, e quindi far tornare a far girare l’economia. Torniamo al democratismo, noi parliamo di democrazia parlamentare come una delle fasi (l’altra fase è la dittatura fascista o stalinista) del governo della classe borghese, cioè della sovrastruttura politico – statale interconnessa a una certa struttura economico-sociale capitalistica. I milioni di elettori vanno a votare, è vero, ma il polpettone lo fanno in poche migliaia di cuochi e sotto cuochi del capitale, con buona pace dei fessi e sottofessi fieri difensori della libertà di voto.

 

Marx ”La terza categoria della sovrappopolazione relativa, quella stagnante, costituisce una parte dell’esercito operaio attivo, ma con un’occupazione assolutamente irregolare. Essa offre in tal modo al capitale un serbatoio inesauribile di forza-lavoro disponibile. Le sue condizioni di vita scendono al di sotto del livello medio normale della classe operaia, e proprio questo ne fa la larga base di particolari rami di sfruttamento del capitale. Le sue caratteristiche sono: massimo di tempo di lavoro e minimo di salario. Abbiamo già fatto la conoscenza della sua forma principale nella rubrica del lavoro a domicilio. Essa prende le proprie reclute ininterrottamente fra gli operai in soprannumero della grande industria e della grande agricoltura, e specialmente anche fra quelli dei rami industriali in rovina nei quali l’esercizio artigianale soccombe alla manifattura e quest’ultima soccombe alle macchine. Il suo volume si estende allo stesso modo che con il volume e con l’energia dell’accumulazione progredisce la « messa in soprannumero ». Ma essa costituisce allo stesso tempo un elemento della classe operaia che si riproduce e che si perpetua e che in proporzione partecipa all’aumento complessivo della classe operaia in misura maggiore che non gli altri suoi elementi. Effettivamente non soltanto la massa delle nascite e dei decessi, ma anche la grandezza assoluta delle famiglie è in proporzione inversa del livello del salario, quindi della massa dei mezzi di sussistenza, di cui dispongono le differenti categorie operaie. Questa legge della società capitalistica suonerebbe assurda fra i selvaggi o anche fra colonizzatori inciviliti. Essa ricorda la riproduzione in massa di alcune specie di animali individualmente deboli e spietatamente cacciati.

Il sedimento più basso della sovrappopolazione relativa alberga infine nella sfera del pauperismo. Astrazione fatta da vagabondi, delinquenti, prostitute, in breve dal sottoproletariato propriamente detto, questo strato sociale consiste di tre categorie.

Prima: persone capaci di lavorare. Basta guardare anche superficialmente le statistiche del pauperismo inglese per trovare che la sua massa si ingrossa ad ogni crisi e diminuisce ad ogni ripresa degli affari.

Seconda: orfani e figli di poveri. Sono i candidati dell’esercito industriale di riserva e, in epoche di grande slancio, come nel 1860 per esempio, vengono arruolati rapidamente e in massa nell’esercito operaio attivo.

Terza: gente finita male, incanaglita, incapace di lavorare. Si tratta specialmente di individui che sono mandati in rovina dalla mancanza di mobilità causata dalla divisione del lavoro, individui che superano l’età normale di un operaio, infine le vittime dell’industria, il cui numero cresce con il crescere del macchinario pericoloso, dello sfruttamento delle miniere, delle fabbriche chimiche ecc., mutilati, malati, vedove ecc. Il pauperismo costituisce il ricovero degli invalidi dell’esercito operaio attivo e il peso morto dell’esercito industriale di riserva. La sua produzione è compresa nella produzione della sovrappopolazione relativa, la sua necessità nella necessità di questa; insieme con questa il pauperismo costituisce una condizione d’esistenza della produzione capitalistica e dello sviluppo della ricchezza. Esso rientra nei faux frais della produzione capitalistica, che il capitale sa però respingere in gran parte da sé addossandoli alla classe operaia e alla piccola classe media.

Quanto maggiori sono la ricchezza sociale, il capitale in funzione, il volume e l’energia del suo aumento, quindi anche la grandezza assoluta del proletariato e la forza produttiva del suo lavoro, tanto maggiore è l’esercito industriale di riserva. La forza-lavoro disponibile è sviluppata dalle stesse cause che sviluppano la forza d’espansione del capitale. La grandezza proporzionale dell’esercito industriale di riserva cresce dunque insieme con le potenze della ricchezza. Ma quanto maggiore sarà questo esercito di riserva in rapporto all’esercito operaio attivo, tanto più in massa si consoliderà la sovrappopolazione la cui miseria è in proporzione inversa del tormento del suo lavoro. Quanto maggiori infine lo strato dei Lazzari della classe operaia e l’esercito industriale di riserva tanto maggiore il pauperismo ufficiale.IL CAPITALE LIBRO I SEZIONE VII IL PROCESSO DI ACCUMULAZIONE DEL CAPITALE CAPITOLO 23 LA LEGGE GENERALE DELL’ACCUMULAZIONE CAPITALISTICA”.

 

Soffermiamoci su questo passaggio finale”Quanto maggiori sono la ricchezza sociale, il capitale in funzione, il volume e l’energia del suo aumento, quindi anche la grandezza assoluta del proletariato e la forza produttiva del suo lavoro, tanto maggiore è l’esercito industriale di riserva.”

L’esercito industriale di riserva cresce dunque in relazione diretta alle variazioni in aumento della ricchezza sociale e del capitale in funzione, esso dipende in ultima istanza dalla variazione ‘storica’ della composizione tecnica del capitale aziendale investito nei processi economici, cioè dall’aumento della parte costante a discapito della parte variabile. Le politiche economiche e fiscali degli stati capitalistici (i sacrifici) non possono fare altro che assecondare l’aumento dello sfruttamento (sul piano estensivo e intensivo) della forza-lavoro; un aumento richiesto dall’esigenza di limitare gli effetti della caduta del saggio medio di profitto (caduta a sua volta determinata dalla riduzione reale e percentuale della parte variabile -lavoro salariato- rispetto alla parte costante del capitale impiegato). Questo ultimo aspetto si spiega con il fatto che il lavoro salariato è la fonte ultima della creazione di valore e di plus-valore, creazione indispensabile per perpetuare la riproduzione allargata del capitale, cioè la riproduzione e l’incremento del capitale investito.

La terza categoria della sovrappopolazione (quella stagnante) presenta dei tratti particolari, essacostituisce una parte dell’esercito operaio attivo, ma con un’occupazione assolutamente irregolare”, dunque le ‘‘sue condizioni di vita scendono al di sotto del livello medio normale della classe operaia, e proprio questo ne fa la larga base di particolari rami di sfruttamento del capitale”. ”Abbiamo già fatto la conoscenza della sua forma principale nella rubrica del lavoro a domicilio”.” Essa prende le proprie reclute ininterrottamente fra gli operai in soprannumero della grande industria e della grande agricoltura, e specialmente anche fra quelli dei rami industriali in rovina nei quali l’esercizio artigianale soccombe alla manifattura e quest’ultima soccombe alle macchine”.

Nel saggio sulla ”Guerra” come sterminio di forza-lavoro in eccesso abbiamo già analizzato questa categoria di sovrappopolazione, allora era evidente il fattore di pericolo e rischio per il sistema, in quantoelemento della classe operaia che si riproduce e che si perpetua e che in proporzione partecipa all’aumento complessivo della classe operaia in misura maggiore che non gli altri suoi elementi.”

Questa caratteristica viene descritta così da Marx:”effettivamente non soltanto la massa delle nascite e dei decessi, ma anche la grandezza assoluta delle famiglie è in proporzione inversa del livello del salario, quindi della massa dei mezzi di sussistenza, di cui dispongono le differenti categorie operaie. Questa legge della società capitalistica suonerebbe assurda fra i selvaggi o anche fra colonizzatori inciviliti. Essa ricorda la riproduzione in massa di alcune specie di animali individualmente deboli e spietatamente cacciati.”

Dunque una riproduzione in massain proporzione inversa del livello del salario, quindi della massa dei mezzi di sussistenza”.

Siamo già nell’orizzonte sociale di una massa di lavoratori precari, a basso reddito annuo, potenzialmente più pericolosi di altri segmenti proletari per l’equilibrio di sistema, in quanto virtuale fattore maggiorato (sul piano quantitativo e qualitativo) di proteste e disordini.

La disattivazione/prevenzione del rischio di sistema insito nella proliferazione abnorme della terza categoria e nel ”sedimento più basso della sovrappopolazione relativa (il) pauperismo” viene realizzato con le guerre (che svolgono anche questa funzione) e con i sacrifici periodici imposti dai governi borghesi (tagli all’assistenza sanitaria, inasprimenti del carico fiscale, tagli generali agli ammortizzatori sociali esistenti). I sacrifici periodici producono tendenzialmente, almeno nel medio-lungo periodo, un calo nell’aspettativa di vita media, operando da controtendenza e freno alla riproduzione in massain proporzione inversa del livello del salario, quindi della massa dei mezzi di sussistenza”, tipica della terza forma di sovrappopolazione relativa. Dunque possiamo dedurre (dalle precedenti analisi) che i ‘sacrifici periodici’ svolgano una funzione univoca di conservazione del sistema capitalistico attraverso un ventaglio di effetti derivati e collegati: in primo luogo l’incremento del saggio di sfruttamento della forza-lavoro necessario a controbilanciare la caduta tendenziale del saggio medio di profitto; in secondo luogo la disattivazione/prevenzione del rischio di sistema insito nella proliferazione abnorme della terza categoria e nelsedimento più basso della sovrappopolazione relativa (il) pauperismo’.

Scrivendo della esigenza ‘sistemica’ di distruzione di capitale costante e variabile, non facciamo altro che ripetere le analisi della corrente in merito al ‘Capitalismo inteso come fattore di distruzione di capitale vivo’: in questo senso appaiono fuori luogo le critiche di pochi presunti ‘marxisti’ in merito alla in-verificabilità di tale caratteristica del sistema.

Se la società capitalistica occupa ormai ogni angolo del mondo, non si comprende perché non debba essere imputato ad essa anche la strage quotidiana di esseri umani per fame, malattie, epidemie. Oltretutto non si comprende perché la distruzione di ‘capitale vivo’ non debba essere analizzata nel suo rapporto di interconnessione con l’organismo sociale capitalistico, di cui è un fenomeno derivato (e palesemente funzionale alla sua perpetuazione). Soltanto nel bel paese italico, prestando fede alle statistiche, sono oltre sei milioni gli esseri umani a rischio di morte per indigenza, dunque a causa di una insufficiente alimentazione, di inadeguate cure mediche, e di precarie e malsane condizioni abitative. C’è bisogno di ripeterlo? Allora lo ripetiamo: Marx”Il sedimento più basso della sovrappopolazione relativa alberga infine nella sfera del pauperismo. Astrazione fatta da vagabondi, delinquenti, prostitute, in breve dal sottoproletariato propriamente detto, questo strato sociale consiste di tre categorie.

Prima: persone capaci di lavorare. Basta guardare anche superficialmente le statistiche del pauperismo inglese per trovare che la sua massa si ingrossa ad ogni crisi e diminuisce ad ogni ripresa degli affari.

Seconda: orfani e figli di poveri. Sono i candidati dell’esercito industriale di riserva e, in epoche di grande slancio, come nel 1860 per esempio, vengono arruolati rapidamente e in massa nell’esercito operaio attivo.

Terza: gente finita male, incanaglita, incapace di lavorare. Si tratta specialmente di individui che sono mandati in rovina dalla mancanza di mobilità causata dalla divisione del lavoro, individui che superano l’età normale di un operaio, infine le vittime dell’industria, il cui numero cresce con il crescere del macchinario pericoloso, dello sfruttamento delle miniere, delle fabbriche chimiche ecc., mutilati, malati, vedove ecc.”.

 

La formula imparata a memoria e recitata/biascicata come una giaculatoria dai vari amministratori politici del sistema (tenere a posto i conti e rilanciare la crescita economica), viene calata in una realtà sociale attraversata (in parte considerevole) dai fenomeni della sovrappopolazione stagnante e del pauperismo. Abbiamo sostenuto in precedenza che le due parti di questa stucchevole formula ‘politico-amministrativa’ sono in tendenza autoescludentesi. Infatti i sacrifici implicati nella prima parte della formula (tenere a posto i conti), rendono vana la realizzazione pratica della seconda parte (accompagnare/rilanciare la crescita). Non ci vuole un nobel dell’economia per comprendere che su un piano macroeconomico i sacrifici vanno ad incidere sul reddito medio nazionale, e quindi sulla domanda globale di beni e servizi, rendendo problematica la ripresa. D’altronde da un sistema fondato sull’anarchia della produzione e sul dispendio di risorse (tecniche e umane), possiamo attenderci solo il ‘cupio dissolvi’ della miseria crescente e dell’aumento del grado di sfruttamento e di dispotismo aziendale (3).

(3) ”Dunque, la concentrazione di masse piuttosto grandi di mezzi di produzione in mano di singoli capitalisti costituisce la condizione materiale della cooperazione degli operai salariati e la misura della cooperazione, ossia la scala della produzione, dipende dalla misura di tale concentrazione.

In principio era apparsa necessaria una certa grandezza minima del capitale individuale affinché il numero degli operai simultaneamente sfruttati e quindi la massa del plusvalore prodotto, fosse sufficiente a esimere dal lavoro manuale la persona che impiegava gli operai, e a farne da piccolo mastro artigiano un capitalista, istituendo così formalmente il rapporto capitalistico. Adesso, quella grandezza minima si presenta come condizione materiale della trasformazione di molti processi lavorativi individuali dispersi e indipendenti gli uni dagli altri in un processo lavorativo sociale combinato.

Così pure in principio il comando del capitale sul lavoro si presentava solo come conseguenza formale del fatto che l’operaio, invece di lavorare per sé, lavora per il capitalista, e quindi sotto il capitalista. Con la cooperazione di molti operai salariati il comando del capitale si evolve a esigenza della esecuzione del processo lavorativo stesso, cioè a condizione reale della produzione. Ora l’ordine del capitalista sul luogo di produzione diventa indispensabile come l’ordine del generale sul campo di battaglia.

Ogni lavoro sociale in senso immediato, ossia ogni lavoro in comune, quando sia compiuto su scala considerevole, abbisogna, più o meno, d’una direzione che procuri l’armonia delle attività individuali e compia le funzioni generali che derivano dal movimento del corpo produttivo complessivo, in quanto differente dal movimento degli organi autonomi di esso. Un singolo violinista si dirige da solo, un’orchestra ha bisogno di un direttore. Questa funzione di direzione, sorveglianza, coordinamento, diventa funzione del capitale appena il lavoro ad esso subordinato diventa cooperativo. La funzione direttiva riceve note caratteristiche specifiche in quanto funzione specifica del capitale.

Motivo propulsore e scopo determinante del processo capitalistico di produzione è in primo luogo la maggior possibile autovalorizzazione del capitale, cioè la produzione di plusvalore più grande possibile, e quindi il maggiore sfruttamento possibile della forza-lavoro da parte del capitalista. Con la massa degli operai simultaneamente impiegati cresce la loro resistenza, e quindi necessariamente la pressione del capitale per superare tale resistenza. La direzione del capitalista non è soltanto una funzione particolare derivante dalla natura del processo lavorativo sociale e a tale processo pertinente; ma è insieme funzione di sfruttamento di un processo lavorativo sociale ed è quindi un portato dell’inevitabile antagonismo fra lo sfruttatore e la materia prima da lui sfruttata. Così pure, col crescere del volume dei mezzi di produzione che l’operaio salariato si trova davanti come proprietà altrui, cresce la necessità del controllo affinché essi vengano adoperati convenientemente. Inoltre, la cooperazione degli operai salariati è un semplice effetto del capitale che li impiega simultaneamente; la connessione delle loro funzioni e la loro unità come corpo produttivo complessivo stanno al di fuori degli operai salariati, nel capitale che li riunisce e li tiene insieme. Quindi agli operai salariati la connessione fra i loro lavori si contrappone, idealmente come piano, praticamente come autorità del capitalista, come, potenza d’una volontà estranea che assoggetta al proprio fine la loro attività.

Dunque la direzione capitalistica è, quanto al contenuto, di duplice natura a causa della duplice natura del processo produttivo stesso che dev’essere diretto, il quale da una parte è processo lavorativo sociale per la fabbricazione di un prodotto, dall’altra parte processo di valorizzazione del capitale; ma quanto alla forma è dispotica. Questo dispotismo sviluppa poi le sue forme peculiari mano a mano che la cooperazione si sviluppa su scala maggiore. Prima, il capitalista viene esentato dal lavoro manuale appena il suo capitale ha raggiunto quella grandezza minima che sola permette l’inizio della produzione capitalistica; ora torna a cedere a sua volta a un genere particolare di operai salariati la funzione della sorveglianza diretta e continua dei singoli operai e dei singoli gruppi di operai. Allo stesso modo che un esercito ha bisogno di ufficiali e sottufficiali militari, una massa di operai operanti insieme sotto il comando dello stesso capitale ha bisogno di ufficiali superiori (dirigenti, manager) e di sottufficiali (sorveglianti, capireparto, controllori) industriali, i quali durante il processo di lavoro comandano in nome del capitale. Il lavoro di sorveglianza si consolida diventando loro funzione esclusiva.Chi tratta di economia politica, quando confronta il modo di produzione dei contadini indipendenti o degli artigiani autonomi con il sistema delle piantagioni fondato sulla schiavitù, annovera questo lavoro di sorveglianza fra i faux frais de production. Invece, quando esamina il modo di produzione capitalistico, egli identifica la funzione direttiva, in quanto deriva dalla natura stessa del processo lavorativo comune, con la stessa funzione, in quanto portato del carattere capitalistico, quindi antagonistico, di questo processo. Il capitalista non è capitalista perché dirigente industriale ma diventa comandante industriale perché è capitalista. Il comando supremo nell’industria diventa attributo del capitale, come nell’età feudale il comando supremo in guerra e in tribunale era attributo della proprietà fondiaria”.IL CAPITALE – LIBRO I – SEZIONE IV – LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE RELATIVO – CAPITOLO 11 – COOPERAZIONE. Marx

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