Pugno di ferro e guanto di velluto

Il 5 ottobre 2018  è entrato in vigore il decreto legge 113/2018, sulla sicurezza, che integra la normativa sull’immigrazione, e sulle proteste sociali illegali (ad esempio i blocchi stradali e le occupazioni abusive).
Il senso politico del decreto legislativo è ravvisabile apparentemente nel disciplinamento preventivo delle proteste, potenzialmente esprimibili da taluni soggetti sociali.
Tuttavia il decreto pecca di pessimismo ( o di ottimismo, secondo i punti di vista) nel prevedere scenari diffusi di protesta.
Almeno sulla base di quanto accaduto in Italia da decenni, è facile prevedere, invece, che le proteste non ci saranno, oppure saranno così limitate da infastidire il sistema proprio come una zanzara può infastidire un elefante.
Mentre in Francia e in Grecia un certo livello di proteste si è verificato, anche se non produttivo di risultati sensibili, in Italia tutto procede placidamente dalla metà degli anni ottanta, in modo tranquillo e sonnacchioso. Dunque perché creare ulteriori norme per fronteggiare pericoli inesistenti? Probabilmente gioca un ruolo importante l’aspetto propagandistico, cioè l’annuncio stesso del decreto, sia da parte governativa, per prendersene il merito, sia da parte dell’opposizione, per denunciarne i dubbi profili di costituzionalità. Propaganda politica? In effetti è soprattutto così,  ragioniamo: lo stato borghese italico dal dopoguerra ad oggi ha controllato e punito gli episodi di protesta sociale, di volta in volta considerati legali o illegali, tollerati o combattuti,  utilizzando il proprio apparato giudiziario e di ordine pubblico, senza che le modifiche normative ( semplici migliorie) pesassero più di tanto nell’efficacia standard del compito per cui uno stato viene normalmente creato dalla classe borghese. La legge statuisce, ratifica, quello che l’energia di dominio di una classe sociale può ottenere. Qualcuno obietterà che i diritti del lavoratori, presenti nel corpo delle leggi vigenti, sono anche il risultato delle lotte storiche dei lavoratori organizzati sindacalmente. In parte è vero, ma è anche vero che il sistema concede, e quindi trasforma in legge, solo i diritti (le richieste) che non intaccano la continuità del suo dominio reale. Abbiamo scritto in passato che la produzione legislativa si adegua ai cicli economici del capitale, sul piano fiscale, e alle alterne situazioni del conflitto sociale, sul piano penale. Le politiche di austerità o viceversa quelle neokeynesiane infatti, servono a garantire determinati investimenti di capitale (finanziario/industriale), e determinate frazioni di borghesia più o meno influenti, in determinati periodi del ciclo economico. Il decreto sicurezza rinforza di fatto il meccanismo sanzionatorio relativo ad alcuni reati, ad esempio i blocchi stradali, prevedendo delle pene superiori ai reati comunemente considerati ben più gravi. Tuttavia proviamo per un attimo a staccare il disco della solita equazione vittimista: decreto sicurezza uguale stretta repressiva. Quello che non quadra nell’equazione è proprio la stretta repressiva, infatti nell’attuale assenza di proteste di massa, non si capisce chi dovrebbe subire questa stretta repressiva : Biancaneve e i sette nani?
Quindi torniamo all’ipotesi iniziale: si tratta soprattutto di propaganda politica, o meglio di illusionismo di massa, volto a far credere che il caos sociale, la diffusione della criminalità, la quotidiana violenza che si respira nel traffico, negli stadi, nelle famiglie, e soprattutto la nascosta violenza dell’alienazione capitalistica del lavoro, da cui tutte le altre forme di violenza derivano, possano essere arginate con un decreto legge. Proviamo a pensarci: il malessere generale provocato dal clima di violenza e disgregazione sociale, prodotto dal capitalismo, rendono attuali le vecchie formule hobbesiane, utilizzate dal filosofo inglese per spiegare la nascita del leviatano statale. Secondo Hobbes nello stato di natura predomina la guerra generale dell’uomo contro l’uomo, vige la legge del più forte e dunque la condizione in cui l’uomo è un lupo per l’altro uomo. Da questa condizione negativa l’umanità si solleva attraverso la rinuncia all’anarchia, e la correlata costruzione della macchina statale. A ben vedere le condizioni ferine attribuite da Hobbes alle società senza stato,  sono presenti nella civiltà borghese, in cui esistono gli stati nazionali, mentre erano del tutto assenti fra i primitivi abitanti delle evolute società comuniste di Mohenio daro e Harappa, appena 6000 anni fa (società senza stato). Dunque è la  quotidiana barbarie capitalistica che dovrebbe essere arginata, nel messaggio implicito nel provvedimento legislativo sulla sicurezza, e non le inesistenti proteste sociali di massa.  Proteste ectoplasmiche, perché fintanto che il tarlo della miseria crescente e della disoccupazione non raggiungeranno livelli spaventosi, in Italia continuerà il romanzo del Placido Don, e la metamorfosi pro-sistema del Prometeo proletario incatenato continuerà essa stessa imperturbabile. Il decreto sicurezza rivolge a tutte le classi sociali il suo messaggio rassicurante, anche se irrealistico: è interclassista, poiché in realtà tutti vivono male dentro una società asociale come la nostra. Esso è la promessa miracolistica di risolvere i problemi della sicurezza, in un contesto sociale dove tuttavia vigono le condizioni attribuite da Hobbes allo stato di natura.  Ma non c’è nessun leviatano statale, oggigiorno, in grado di annullare le specifiche di base del capitalismo, cioè i modelli di comportamento individualisti, egoisti, cinici, utilitaristici, predominanti, quindi anche la radicale assenza di empatia e solidarietà che spingono alla generale guerra dell’uomo contro l’uomo. Le relazioni umane sono inevitabilmente corrose dall’alienazione, mercificazione e reificazione prodotte dall’attuale modello socio-economico. La violenza del parassitismo borghese appropriatrice  di pluslavoro, si diffonde in modo epidemico in tutti gli anfratti dell’esistenza, essa, insieme alla concorrenza aziendale e all’anarchia della produzione, è la matrice e il sottofondo che sta dietro le molteplici forme di violenza distruttiva e autodistruttiva.
Soltanto uno stato proletario potrebbe davvero rimuovere la matrice delle molteplici forme di violenza, andando alle origini di tutto, cioè al parassitismo di pluslavoro condotto legalmente nelle galere aziendali. Eppure, anche se riteniamo che lo scopo principale del decreto sia di ordine politico, è anche vero che il peggioramento delle condizioni di vita del proletariato, e i fenomeni di proletarizzazione del ceto medio, suggeriscono il passaggio dalla violenza latente a quella cinetica, in termini di tendenze di azione prevalente da parte dell’apparato statale ( controllato dalla classe dominante). Ma non si tratta, come blaterano i soliti noti, dell’avvento di un nuovo fascismo, questo sarebbe possibile solo se gli stati borghesi, dal dopoguerra in poi, non fossero già di fatto demofascisti. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, è il fascismo, con la sua capacità di integrare e anche di reprimere l’azione di classe del proletariato, a occupare la scena politica, ad essere il paradigma politico dei regimi borghesi. Il demofascismo è l’amministratore politico delle giornate capitalistiche nell’attuale epoca di  controrivoluzione. I soliti noti che blaterano di involuzione autoritaria, ad ogni batter d’ali dell’apparato legislativo, giudiziario e poliziesco, non sanno forse che l’organismo capitalistico, simbiosi di struttura economica e sovrastruttura politica si adegua continuamente ai cambiamenti socio-ambientali? Ora l’adattamento del sistema alla rivoluzione russa, la risposta al grado critico raggiunto dalla contraddizione fra forze produttive e rapporti di produzione capitalistici, cioè fra lavoro e capitale, risolto dal proletariato con l’azione rivoluzionaria in Russia nel 1917, è stato dialetticamente contrastato da parte della borghesia con la centralizzazione autoritaria della direzione politica (alias fascismo, nazismo e stalinismo).
La versione fascista del dominio politico borghese non è affatto tramontata con la sconfitta del nazifascismo, nella primavera del 1945. Il demofascismo ha integrato nella conservazione del capitalismo il Prometeo proletario, almeno a partire  dalla sconfitta della rivoluzione bolscevica. Utilizzando il pugno di ferro e  il guanto di velluto del welfare, con la prevalenza del bastone e del pugno di ferro, il sistema riesce ancora a sopravvivere. Tutto, come nell’omonimo film, per qualche dollaro di pluslavoro in più.

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