Riunione pubblica, 30 marzo 2019.

Infine noi deriviamo tutti da seme celeste; il cielo è a tutti unico padre.’ Libro II versi 991 ‘DE rerum natura’. Lucrezio

LE MIGRAZIONI: NECESSITA’ E CRITICITA’ DEL CAPITALISMO.

Breve analisi delle dinamiche migratorie.

PRIMA PARTE

IL CAPITALISMO E LE “MODERNE MIGRAZIONI”

 Il fenomeno migratorio, cioè lo spostamento “forzato” di larghe masse di proletari dal paese di origine verso le metropoli capitalistiche, è un effetto dello sviluppo del capitalismo in tutto il pianeta.

Lenin, nello scritto “Il capitalismo e l’immigrazione operaia” del 1913 descrive il carattere progressivo delle migrazioni operaie: “Il capitalismo ha creato un tipo particolare di migrazione di popoli. I paesi che si sviluppano industrialmente in fretta, introducendo più macchine e soppiantando i paesi arretrati nel mercato mondiale, elevano il salario al di sopra della media e attirano gli operai salariati di quei paesi. Centinaia di migliaia di operai si spostano in questo modo per centinaia e migliaia di chilometri. Il capitalismo avanzato li assorbe violentemente nel suo vortice, li strappa dalle località sperdute, li fa partecipare al movimento storico mondiale, li mette faccia a faccia con la possente, unita classe internazionale degli industriali”

Non c’è dubbio che solo l’estrema povertà costringe gli uomini ad abbandonare la loro terra e che i capitalisti sfruttano nella maniera più disonesta gli operai immigrati. Ma solo i reazionari possono chiudere gli occhi sul significato progressivo di questa migrazione moderna dei popoli. La liberazione dall’oppressione del capitale non avviene e non può avvenire senza un ulteriore sviluppo del capitalismo, senza la lotta di classe sul terreno del capitalismo stesso. E proprio a questa lotta il capitalismo trascina le masse lavoratrici di tutto il mondo, spezzando il ristagno e l’arretratezza della vita locale, distruggendo le barriere e i pregiudizi nazionali, unendo gli operai di tutti i paesi nelle più grandi fabbriche e miniere dell’America, della Germania, ecc.”

La borghesia aizza gli operai di una nazione contro gli operai di un’altra, cercando di dividerli. Gli operai coscienti, comprendendo l’inevitabilità e il carattere progressivo della distruzione di tutte le barriere nazionali operata dal capitalismo, cercano di aiutare a illuminare e a organizzare i loro compagni dei paesi arretrati”.

Proletari di tutti i paesi, unitevi! Si dichiarava nel Manifesto del Partito Comunista di K. Marx e F. Engels nel 1848. Non si tratta affatto di un vecchio slogan ormai superato. Al contrario, la coalizione fra lavoratori, autoctoni o migranti che siano, è una necessità vitale per tutti. Ed è proprio in questa unità di classe che il proletariato in lotta e il suo partito troveranno la strada della vittoria contro il comune nemico di classe: la borghesia e il suo Stato.

CAUSE E CARATTERISTICHE DEI FLUSSI MIGRATORI.

Ma andiamo ora ad analizzare le caratteristiche delle migrazioni odierne, ponendole in rapporto con le leggi di formazione dell’esercito industriale di riserva e le leggi di movimento del salario.

Possiamo rappresentarci i flussi migratori come dei fiumi che attraversano i paesi e i continenti. Alcuni sorgono e sfociano nello stesso Stato, altri percorrono il medesimo continente, altri ancora oltrepassano mari e oceani, riversandosi in un continente diverso.

Si stima che su circa sette miliardi e mezzo di popolazione mondiale, un miliardo circa sia migrante: 750 milioni circa all’interno di uno stesso Stato, 250 milioni in un paese diverso da quello di origine (fonte Intern. Organization for Migration 2015).

Questi flussi sono in continuo aumento sia in termini assoluti, che in rapporto alla popolazione. Ad es.: nel 1990 i migranti esterni erano circa 153 milioni parti al 2,9% della popolazione mondiale contro l’attuale 3,3% della popolazione mondiale.

Le moderne migrazioni, ma anche quelle del secolo passato, hanno sostanzialmente una sola causa: lo sviluppo del capitalismo. Il processo di concentrazione del capitale porta con sé un graduale e generalizzato impoverimento della popolazione e induce la manodopera (di qualsiasi parte del mondo) a spostarsi e migrare verso i poli di produzione capitalistici. La “vis attractiva” rappresentata da questi poli (distretti industriali, metropoli ecc.) dislocati sia all’interno dei paesi di provenienza che all’esterno di essi, inducono i lavoratori a spostarsi per garantirsi la sopravvivenza. Quindi, il capitale potrà svolgere la sua funzione di sfruttamento della manodopera e conseguente estrazione di plus-lavoro e plus-valore.

In sintesi, il proletariato che “emigra non fa che seguire il capitale emigrante” (Capitale, libro primo, 3° vol., ed. Riuniti, p. 92).

Tale forza attrattiva dei centri di accumulazione, è ulteriormente rafforzata dall’invecchiamento della popolazione ivi residente: è una vecchia legge statistica già studiata da Marx, e tuttora in funzione, per cui la crescita demografica è inversamente proporzionale alla “crescita economica”, alla ricchezza posseduta.

A questo proposito basti ricordare il dimezzamento della popolazione europea che è passata dal 27% al 12,5% della popolazione mondiale durante l’ultimo secolo (1915-2015). Ciò fa sì che i giovani migranti vengano accolti a braccia aperte dal capitale (nonostante il razzismo di facciata) nei poli produttivi capitalistici, rappresentando un serbatoio di forza lavoro giovane e ricattabile.

Il pieno dispiegarsi delle leggi del modo di produzione capitalistico porta con sé anche altre conseguenze, che spiegano la ragione per cui milioni di persone abbandonano i loro paesi d’origine.

Lo sviluppo capitalistico provoca costantemente scontri inter-imperialistici che si traducono in guerre generalizzate (come quelle del secolo scorso) o in conflitti locali dove le borghesie locali, per interposta persona, si scontrano e si riposizionano secondo equilibri internazionali costantemente rimessi in discussione in diverse aree del mondo (per es. nel 2014 si è avuto in Italia un picco di sbarchi in seguito allo scoppio della guerra civile in Libia; precedentemente nel 1992 ci furono ondate migratorie dalla ex-Jugoslavia, più recente è il flusso di migranti dal Vicino Oriente in seguito al conflitto scoppiato in Siria).

In secondo luogo, sul piano strutturale, il processo inarrestabile di concentrazione e centralizzazione del capitale finanziario, e l’esportazione dello stesso nei paesi a più basso sviluppo, in cui viene investito, provoca la rovina delle attività produttive/commerciali/di servizi a minor intensità di capitale, localizzate in quest’ultimi, con la conseguente separazione di milioni di persone dai propri mezzi di sussistenza.

Ciò spiega perché ad emigrare siano “tutte le categorie sociali” come scrivono gli studiosi borghesi, vale a dire anche i ceti intermedi (pescatori, piccoli commercianti ecc.) in quanto proletarizzati, seppure in possesso di un piccolo “gruzzolo” per pagarsi il viaggio.

In particolare l’industrializzazione dell’agricoltura, o meglio, lo sfruttamento capitalistico della terra, sta provocando la distruzione della residua agricoltura di sussistenza delle comunità locali, che producono esclusivamente il necessario al proprio fabbisogno, in molte aree del pianeta.

In Africa si stima che oltre 80 milioni di ettari siano stati sottratti alle popolazioni locali, con conseguente perdita di pascoli, terra arabile, foreste e risorse idriche. Sono per lo più localizzati nella regione dei grandi laghi e in Africa orientale e vi sono impiegati capitali occidentali e dei B.R.I.C.S. (Brasile, India, Sudafrica, Cina, Russia), oltre a molti altri paesi.

Ciò è avvenuto in misura minore anche nel sud est asiatico e in America Latina.

Il meccanismo giuridico dell’espropriazione da parte del capitale è molto semplice, in quanto le comunità locali, e le famiglie al loro interno, dispongono della terra sulla base di ordinamenti fondiari consuetudinari, non hanno cioè alcun titolo formale di proprietà. Quest’ultima viene pertanto classificata come asset inutilizzato o non abitato, ovvero res nullius.

Il capitale (industrie agroalimentari, fondi di investimento, governi) le acquisisce spesso in modo del tutto gratuito (ad es. con affitti per 99 anni a costo zero) tramite accordi con i governi locali, nonostante le lotte di resistenza delle comunità rurali.

Successivamente le terre vengono utilizzate per monoculture, coltivazioni cerealicole per biocarburanti ecc. oppure vengono chiuse e lasciate inutilizzate. Si tratta quindi a tutti gli effetti di moderne enclosures, cioè recinzioni (come definite anche dalla stampa borghese, cfr. Limes 12/2015): evidente appare la continuità con le antiche “enclosures” avvenute in Inghilterra, secoli or sono.

I media e gli “studiosi” invece che chiamare questo antico vizio del capitale con il suo vero nome, vale a dire “espropriazione della popolazione rurale e sua espulsione dalle terre”, lo chiamano “land grabbing” (accaparramento di terre) e lo trattano come se fosse un nuovo fenomeno degli ultimi vent’anni.

In realtà, si ripercorre qui nelle aree più sperdute del pianeta, lo stesso processo che l’Europa aveva conosciuto a partire dal secolo XVI°, specialmente in Inghilterra, e che aveva rappresentato l’arcano dell’accumulazione originaria, “liberando” milioni di braccia per l’industria capitalistica.

In definitiva gli attuali movimenti migratori sono le conseguenze del “normale” funzionamento del capitalismo che, al tradizionale saccheggio delle risorse naturali dei paesi dominati, iniziato con il colonialismo, affianca l’esportazione dei capitali e il loro investimento nei settori produttivi locali (in primis agricoltura e pesca), provocando la distruzione delle fragili economie locali. Ciò determina, come effetto collaterale, la progressiva proletarizzazione della popolazione locale, che non può essere assorbita, se non in minima parte in loco, e quindi si sposta altrove verso le grandi metropoli e i centri manifatturieri.

LEGGI DI FORMAZIONE DELL’ESERCITO INDUSTRIALE DI RISERVA

Il capitalismo, come sistema economico di produzione, distribuzione e organizzazione del lavoro, è totalmente finalizzato al conseguimento del massimo profitto del capitale investito. Nella realtà delle imprese che operano sul mercato, la singola impresa si trova costretta a lottare con la concorrenza di altri capitali aziendali, ed è quindi obbligata a innovare continuamente metodi e strumenti di lavoro (per battere le altre aziende, e non farsi estromettere dal mercato). In questa dinamica permanente di innovazione e concorrenza, il progresso tecnico consente di produrre lo stesso quantitativo di merci con un numero sempre minore di lavoratori salariati, che vengono sostituiti progressivamente dal macchinario. Capitale variabile è il nome che Marx utilizza per definire la forza-lavoro umana, il cui impiego orario varia in relazione alle esigenze della produzione basate sulla domanda presente nel mercato, e in secondo luogo varia anche in relazione alle possibilità di utilizzo residuo che il capitale costante, cioè il macchinario, gli concede. Sintetizzando il problema, possiamo affermare che il progresso tecnico – scientifico, spinto in essere dalla concorrenza fra imprese, rende tendenzialmente superflua una parte del lavoro umano, creando quindi le condizioni per l’esistenza di enormi masse di disoccupati, sottoccupati, precari, e via dicendo. Esercito industriale di riserva è il nome dato da Marx a queste moltitudini, perché il suo scopo, nella logica capitalistica, è quello di essere una forza-lavoro tenuta di riserva, e da impiegare nella produzione solo quando il suo impiego dovesse ritornare utile e necessario al profitto aziendale. Come forza di riserva inoccupata, essa è ugualmente utile al sistema capitalistico, poiché la sua stessa esistenza ha l’effetto di esercitare una pressione al ribasso sulle richieste di miglioramenti salariali e normativi degli operai occupati (per l’ovvio motivo che alle spalle degli occupati ci sono gli inoccupati, disposti ad accettare anche paghe più basse, orari più lunghi e condizioni di lavoro peggiori di chi ha già un lavoro).

Ciò premesso, la prima legge che Marx illustra in relazione all’esercito industriale di riserva è la seguente:

Quanto maggiori sono la ricchezza sociale, il capitale in funzione, il volume e l’energia del suo aumento, quindi anche la grandezza assoluta del proletariato e la forza produttiva del suo lavoro, tanto maggiore è l’esercito industriale di riserva. La forza-lavoro disponibile è sviluppata dalle stesse cause che sviluppano la forza d’espansione del capitale. La grandezza proporzionale dell’esercito industriale di riserva cresce dunque insieme alle potenze della ricchezza. Ma quanto maggiore sarà questo esercito di riserva in rapporto all’esercito operaio attivo, tanto più in massa si consoliderà la sovrappolazione la cui misera è in proporzione inversa del tormento del suo lavoro. Quanto maggiori infine lo strazio dei Lazzari della classe operaia e l’esercito industriale di riserva, tanto maggiore il pauperismo ufficiale. Questa è la legge assoluta generale dell’accumulazione capitalistica” (Capitale, libro primo, 3° vol., ed. Riuniti, pp. 95-96, ed. Riuniti).

Ciò significa che quanto è maggiore il capitale in funzione, tanto maggiore è la grandezza assoluta del proletariato nonché la grandezza proporzionale dell’esercito industriale di riserva. In altri termini con lo sviluppo della “forza d’espansione del capitale”, aumenta la proletarizzazione della popolazione e la quota “inattiva” della stessa, cioè l’esercito industriale di riserva, che Marx così definisce: “popolazione operaia eccedente i bisogni medi di valorizzazione del capitale, e quindi superflua (ivi, p. 80)”.

Per tale ragione, l’offerta di lavoro supera costantemente la domanda di forza-lavoro di “Monsier le Capital”, sicché non vi è la condizione per un aumento dei salari (ivi, p. 61).

L’esercito industriale di riserva disponibile è quindi al contempo un prodotto ed una condizione d’esistenza del modo di produzione capitalistico (ivi, p. 82).

Un’altra regola sul punto è che la contrazione e l’espansione della popolazione operaia superflua dipende, come è intuibile, dall’alternarsi dei cicli industriali: dati certi mezzi di produzione, non vi è cioè una necessità stabile di forza lavoro: durante i periodi di crisi, la disoccupazione diviene acuta; in epoca di affari fiacchi, diviene cronica (ivi, p. 92).

Si ricorda infine la forma fluttuante dell’esercito industriale di riserva, cioè la necessità di un rapido cambio delle generazioni operaie, in quanto il capitale abbisogna di masse di operai in età giovanile. Questo bisogno viene soddisfatto con il favorire l’accesso a forza lavoro immigrata, assai più giovane di quella autoctona, nonostante l’alta disoccupazione fra quest’ultima.

Quanto al rapporto tra esercito industriale di riserva disponibile e livello del salario, Marx precisa che i movimenti generali del salario sono regolati innanzitutto dall’espansione e dalla contrazione dell’esercito industriale di riserva, ma altresì dal rapporto fra lavoro non retribuito e quello retribuito di una medesima popolazione operaia, per cui se aumenta la quantità di lavoro non retribuito (per maggiore produttività), che verrà accumulato dalla classe dei capitalisti, può aumentare anche il lavoro retribuito, cioè il salario, che porterà tuttavia ad una minore accumulazione e quindi ad una conseguente riduzione del salario..

Ma il proletariato come può spezzare ovvero affievolire le conseguenze rovinose delle leggi sopra illustrate?  Solo la cooperazione sistematica fra gli operai occupati e quelli disoccupati può turbare l’azione <pura> di queste leggi “naturali” (ivi, p. 91).

Non a caso, ricorda Marx, che fino al 1825 la coalizione fra operai era trattata come delitto grave; anche dopo la rivoluzione, la borghesia francese la dichiarò “un attentato contro la libertà” (ivi, pp. 198- 200).

Ma la coalizione sistematica e organizzata fra occupati ed inoccupati raggiunge anche un altro, ben più importante, risultato: trasforma infatti la popolazione operaia da merce, cioè forza lavoro, in classe.

Per contro, il mero aumento salariale significa soltanto che “il volume e il grosso peso della catena dorata che il salariato stesso si è ormai fucinato, consentono una tensione allentata” (ivi, p. 67).

CONTRO LA TESI SOVRANISTA, SECONDO CUI LIMITANDO L’IMMIGRAZIONE SI SALVAGUARDEREBBERO I SALARI DEGLI OPERAI AUTOCTONI

Secondo l’illusione sovranista, limitando l’afflusso di manodopera immigrata, giovane e forte, da sfruttare, si contribuirebbe alla difesa del salario della vecchiotta manodopera nostrana, in quanto diminuirebbe la concorrenza al ribasso esercitata dai migranti. Questa tesi si fonda sul colpevole occultamento delle leggi sopra ricordate.

Infatti, come si è visto:

  1. Basta un ammodernamento tecnologico, per “liberare” in un batter d’occhio parte del proletariato occupato, rendendolo superfluo, con buona pace della chiusura delle frontiere;

  2. Il capitale per sua natura è “emigrante”, non conosce frontiere: se i lavoratori non vengono a lui, è lui che va da loro (come la montagna e Maometto): quindi il capitale delocalizza dove vi è abbondanza di pascolo, cioè di proletariato giovane. Il capitale infatti consuma braccia giovani e ha bisogno di un rapido turn over delle stesse.

  3. I ricchi pascoli per il capitale si estendono in continuazione in ogni parte del mondo: infatti come abbiamo visto, il proletariato aumenta in assoluto a livello globale, ed aumenta altresì la quota inoccupata del medesimo (esercito industriale): “la popolazione operaia cresce sempre più rapidamente del bisogno di valorizzazione del capitale” (ivi p. 96): pretendere di ridurre l’esercito industriale di riserva con la chiusura delle frontiere è come volere svuotare il mare con il cucchiaino.

  4. Il salario oscilla all’interno di un rigido range, che dipende in linea generale, come si è visto, dalla proporzione nella popolazione operaia tra occupati e inoccupati e dalla produttività del lavoro (proporzione tra lavoro retribuito e pluslavoro non retribuito). Solo la coalizione, l’unità fra occupati e inoccupati può influire efficacemente sul livello del salario, seppure in via precaria.

SECONDA PARTE: SULLA SITUAZIONE ITALIANA

BREVE ANALISI DEI FLUSSI MIGRATORI IN ITALIA: NUMERI E STATISTICHE

I proletari migranti vanno ad alimentare l’esercito industriale di riserva che, negli anni 2008/2018, decennio di crisi economica e finanziaria, si è andato progressivamente allargando proprio per i fenomeni sopra descritti

La popolazione immigrata (cioè nata all’estero) regolarmente residente in Italia nel 2018 risulta pari a 6,1 milioni (di cui circa 1 milione con cittadinanza italiana), corrispondente a circa il 10 % della totale popolazione residente. Nella regione del nord-est sono residenti circa 1.220.000 stranieri (dati Istat aggiornati al dicembre 2018).

Quanto all’immigrazione irregolare, presente in Italia, secondo stime della Fondazione ISMU aggiornate a inizio 2017, gli stranieri senza un valido permesso di soggiorno sarebbero circa 491mila (FONTE IL SOLE 24ORE 14.07.2018). L’immigrazione irregolare in Italia è alimentata per la maggior parte da coloro che entrati regolarmente non ottengono il rinnovo dei documenti, il 25% giunge illegalmente da altri paesi dell’area Schengen e solo il 15% arriva dalle rotte del Mediterraneo.

L’Italia secondo Eurostat, nel 2017, era il quarto paese dell’U.E. per popolazione immigrata, dopo Germania (12,1 milioni), Regno Unito (9,3 mil.), e Francia (8,2 mil).

FLUSSI MIGRATORI NEGLI ULTIMI ANNI.

MIGRANTI RESIDENTI ANNO Ingressi per lavoro Ingressi totali
2009 250.000 393.000
2010 358.000 598.000
2011 124.000 361.000
2012 70.000 263.000
2013 84.000 255.000
2014 57.000 248.000
2015 21.000 238.000
2016 12.000 226.000
2017 12.000 262.000

Dati Istat 2019

Vediamo ora alcuni dati pubblicati dall’ISTAT nel 2019, che riguardano l’andamento della presenza di cittadini stranieri residenti in Italia dal 2009 al 2017.

Risulta che il trend degli arrivi in Italia è in aumento fino al 2010, anno in cui si stimano quasi 600.000 ingressi, e poi si evidenzia un costante calo fino a scendere al 2017 con l’arrivo di 262.000 nuovi migranti.

Di questi nuovi ingressi nel 2017 , solo una minima parte sono formalmente per lavoro (12.000), mentre la maggior parte ha richiesto la protezione internazionale.

Sbarchi: il picco degli sbarchi in Italia si è avuto nel 2014, con lo scoppio della seconda guerra civile in Libia (170.000 persone), e nel 2016, in cui sono sbarcate 180.00 persone circa. Dal luglio 2017, a seguito degli accordi con fazioni libiche e governo del Niger, gli sbarchi sono calati sensibilmente fino a tutt’oggi (nel 2018, calo dell’80% dati Frontex, e nel 2019 calo del 94% , dato ufficiale diffuso dal Viminale, che non pare tuttavia del tutto corretto, perché non tiene conto dei cd. “sbarchi fantasma” a Lampedusa provenienti dalla rotta tunisina, migranti che però vengono subito trasferiti nelle città del Nord Europa: da La Stampa 18.03.3019)

Perdura nel 2018 il saldo naturale negativo (- 187.000 unità), che viene compensato solo in parte con l’afflusso di stranieri. Infatti considerando che circa 100.000 italiani hanno lasciato l’Italia, la popolazione residente in Italia è in diminuzione rispetto all’anno precedente (- 90.000 persone).

Quaderno statistico, andamento richieste asilo.

Dati Istat 2019

Dati O.C.S.E.2019

 

I lavoratori stranieri occupati in Italia sono il 10% di tutti gli occupati. Svolgono lavori dipendenti per il 70% con posizioni esecutive (operaio). Quasi la metà di essi posseggono titoli di studio come diploma o laurea. Sono impiegati per il 37,3% in servizi collettivi e personali (lavoro di cura), in alberghi e ristoranti per il 18,5%, in agricoltura per il 16,9% e nell’edilizia per il 16,6% e solo per circa 5% nell’industria.

Le famiglie straniere residenti in Italia appartengono al quel 34,5% di famiglie in povertà assoluta evidenziate dall’Istat nel 2017 (residenti nel centro-nord il 29,3% e residenti nel centro-sud il 59,6%).

I lavoratori migranti rappresentano pertanto una riserva di manodopera giovane, disponibile a lavorare a qualsiasi condizione, a causa del loro stato di bisogno , dell’assenza di una rete sociale/familiare di supporto, e della loro precaria condizione giuridica (mancanza di permesso di soggiorno o necessità di rinnovarlo periodicamente). Per queste ragioni, nelle loro parte occupata, i migranti vengono impiegati nei lavori più faticosi, pericolosi e insalubri, nonché peggio retribuiti. Tant’è che qualche sociologo parla di “underclass” dei migranti all’interno della classe lavoratrice. Ciò non tanto perché i lavoratori autoctoni, posti nelle medesime condizioni di vita, rifiuterebbero dette occupazioni, ma perché il capitale potendo scegliere, preferisce impiegare i migranti, più giovani, forti e ricattabili, a causa della loro peggiore situazione complessiva. Ricordiamo che gran parte del settore agricolo italiano si regge sul lavoro dei migranti (regolari e irregolari) e sull’intensificazione dei livelli di sfruttamento che sfiorano condizioni di schiavitù: vi sono infatti 80 ghetti per braccianti immigrati dislocati sia al nord che al sud

BREVI CENNI ALLA POLITICA MIGRATORIA DELLO STATO ITALIANO

Vediamo adesso, in sintesi, come lo Stato italiano ha gestito o tentato di gestire il fenomeno migratorio.

Va premesso che dall’unità fino al 1976, l’Italia è stata un paese di e-migrazione, che ha visto la partenza di circa 24 milioni di persone, al punto che si parla di “diaspora italiana”.

Negli anni ’70 gli ingressi in Italia hanno iniziato a superare le partenze (saldo migratorio positivo) e negli anni ‘90, quando si è verificato il saldo naturale negativo, cioè le morti hanno superato le nascite, la presenza degli immigrati è diventata la sola responsabile della crescita della popolazione italiana.

Tra il 1985 e il 1995 vi sono i primi interventi per la programmazione dei flussi e le prime tre estese sanatorie, con la quale vennero regolarizzati rispettivamente circa 116.000, 220.000 e oltre 240.000 immigrati.

Nel 1998 con la Legge Turco-Napolitano, che poi confluisce nel Testo Unico sull’immigrazione (che raccoglie tutto il corpus dei provvedimenti legati all’immigrazione, tuttora in vigore e via via modificato), lo Stato cerca di governare in modo organico il fenomeno, prevendo un documento programmatico triennale di politica migratoria. Vengono stabiliti inoltre i presupposti per il rilascio dei permessi di soggiorno, per i ricongiungimenti familiari, per “l’integrazione” e l’accesso al welfare nazionale (sanità, istruzione, casa e assistenza sociale), nonché vengono disciplinate le espulsioni degli irregolari. Si estendono per la prima volta in tutta Italia i centri di permanenza temporanea (nati in Puglia), vere strutture detentive, per gli stranieri sottoposti a provvedimento di espulsione.

Viene disposta un’ulteriore regolarizzazione di massa (circa 217.000 persone).

Nel luglio del 2002, la Legge Bossi – Fini, in continuità con la precedente normativa, riduce le opportunità legali di ingresso e rende più rapidi e frequenti i provvedimenti di allontanamento dal territorio, con l’estensione della durata di permanenza nei Ctp; segna inoltre l’inizio della criminalizzazione degli irregolari, con la previsione dell’arresto in caso di mancata ottemperanza dell’ordine di espulsione. In questo modo, le carceri italiane si riempiono di immigrati irregolari, rei di non aver lasciato il territorio (reato che diventa il più frequente, per condanne e detenzione, dopo il furto, fino al 2011, anno in cui viene abrogato di fatto a seguito di una sentenza della Corte di Giustizia Ue).

Tale norma, è accompagnata dalla più grande sanatoria di massa nella storia dell’immigrazione, definita come “la grande sanatoria del 2002”: regolarizzazione di oltre 630.000 immigrati, e ciò nonostante la propaganda di intransigenza e chiusura delle frontiere.

Gli anni tra il 2001 e il 2008 vedono triplicare le presenze straniere in Italia (da 1,3 a 3,8 milioni), in un contesto normativo immutato.

Nel 2008 viene emanato l’ultimo consistente decreto flussi per 172.000 permessi.

Nel 2009, in piena crisi economica, con la L. 94/2009 il cd. “Pacchetto Sicurezza” si verifica una ulteriore scelta repressiva e di criminalizzazione in tema di immigrazione (introduzione del reato “simbolico” di clandestinità, e dell’aggravante per “clandestinità”, poi dichiarata incostituzionale, prolungamento della durata massima della detenzione nei centri per l’identificazione ed espulsione).

Per quanto riguarda gli sbarchi lungo la rotta del Mediterraneo, dopo l’accordo di Berlusconi con Gheddafi nel 2008 che prevedeva il controllo da parte libica dei flussi di migranti diretti verso le coste italiane, con l’apertura di centri di detenzione in Libia, in cambio di finanziamenti, vi è stata la crisi nel 2011 a seguito delle c.d. “primavere arabe”, e dell’attacco alla Libia. Migliaia di persone si sono riversate a Lampedusa; viene decretato lo stato di emergenza nazionale, a cui si risponde con l’apertura di nuovi centri di “accoglienza” straordinaria, presi in carico dalle prefetture e gestiti dal cd. privato sociale. Dal 2012 al 2016 il numero dei richiedenti asilo e rifugiati ospitati nei centri governativi è passato da circa 16.000 a circa 189.000 persone. Parallelamente i morti nel Mediterraneo sono passati da circa 1.500 persone nel 2011 a circa 4700 nel 2016, per un totale negli ultimi cinque anni i circa 18.000 persone.

Nel 2016-2017 il governo italiano a guida PD ha raggiunto accordi con le diverse fazioni che controllano il territorio libico per una ulteriore stretta dei flussi migratori, nonché con il governo del Niger per il controllo dei migranti già nella zona subsahariana, fermo il precedente impianto normativo; viene aumentata la repressione dei migranti irregolari nei centri di prima accoglienza o hotspot con l’obbligo di sottoporsi ai rilievi segnaletici.

Con il c.d. Decreto Salvini, nonostante il lancio propagandistico, viene perfezionata l’opera già intrapresa dal ministro Minniti: in poche parole, viene abolito il permesso di soggiorno per motivi umanitari, così aumentando il numero di stranieri irregolari sul territorio. Al suo posto, sono state introdotte cinque tipologie di permessi speciali, che frammentano ulteriormente il proletariato migrante al suo interno, in quanto tali nuovi permessi differiscono fra loro, per la durata, per l’accesso al lavoro, alle prestazioni sanitarie ecc. (ricordiamoci però che stiamo parlando soltanto di circa 15.000/ 20.000 persone che ogni anno ottenevano permessi per protezione umanitaria, di cui solo una parte non rientrerà nei permessi speciali: cioè numeri davvero irrisori. Con il decreto flussi 2019 per circa 30.000 persone, si conta di regolarizzare parte degli ex titolari di protezione umanitaria già integrati).

Vengono spostate risorse dai centri di accoglienza ed integrazione SPRAR (ora riservati solo ai titolari di protezione internazionale ed ai minori non accompagnati), ai centri di detenzione amministrativa, in cui vengono allungati i tempi di permanenza e inseriti anche gli stranieri appena rintracciati in Italia, e al fondo rimpatri.

In sintesi a partire dal 2009, i governi italiani hanno sostanzialmente chiuso il canale dei flussi per lavoro (eccetto qualche migliaia di permessi per lavoro stagionale, previsti anche per il 2019), lasciando aperta come unica strada di immigrazione regolare, la richiesta di protezione internazionale, canale che in quest’ultimi anni è stato altresì ridotto. Inoltre, è stata abbandonata in buona sostanza la politica delle sanatorie, vera peculiarità della politica migratoria italiana. Anzi, sono stati posti in condizione di irregolarità migranti già presenti regolarmente sul territorio. Nel contempo è aumentata la repressione dei migranti irregolari nei centri di detenzione amministrativa (Centri di permanenza per il rimpatrio), nonché il controllo dei migranti in attesa di regolarizzazione attraverso il trattenimento per l’identificazione nei vari centri di prima accoglienza.

A questo proposito, paiono assolutamente attuali le seguenti parole di Marx: “Così la popolazione rurale espropriata con la forza, cacciata dalla sua terra, e resa vagabonda, veniva spinta con leggi fra il grottesco e il terroristico a sottomettersi (…) a quella disciplina che era necessaria al sistema del lavoro salariato» (p. 195)

QUALCHE IPOTESI INTERPRETATIVA CIRCA LA GESTIONE DEL FENOMENO MIGRATORIO IN ITALIA

Incrociando quindi i dati disponibili relativi alle dinamiche migratorie, all’andamento del PIL e della produzione industriale, con la ricostruzione storica della politica dell’immigrazione, possiamo affermare che la gestione statale dell’immigrazione negli ultimi vent’anni è stata condizionata non tanto dalle forze politiche al governo (di sinistra ovvero di destra) quanto piuttosto dalle richieste che il tessuto sociale (leggi settori del capitale) avanzava sulla base del ciclo economico, a prescindere dal colore dei governi.

Esempi paradigmatici ne sono le sanatorie, strumento utile di regolarizzazione degli immigrati già presenti ed avviati al lavoro, succedutesi fino al 2009, anno di crisi economica: ricordiamo che la “grande sanatoria del 2002” è stata disposta dai ministri di “destra” Bossi e Fini.

Dopo la crisi del 2008, nel ciclo economico successivo di sostanziale stagnazione, che tuttora perdura, il proletariato già presente (autoctono e straniero, di cui va sottolineata la sua giovane composizione dovuta alle seconde/terze generazioni) sia occupato che inoccupato, sia regolare che eslege (cioè fuori legge), risulta sufficiente al fabbisogno del capitale operante in Italia e in genere alle esigenze sociali. Da una parte quindi l’Italia non esercita più attrattiva sul proletariato migrante, che entra di meno e comunque non si ferma in Italia, dall’altra la borghesia, attraverso il suo Stato, non è interessata ad agevolarne l’afflusso.

Quanto in particolare alla politica di contenimento degli sbarchi, iniziata da Minniti e proseguita da Salvini, va evidenziato che un maggior afflusso di migranti irregolari, con aumento della sovrappolazione relativa, considerata la miseria crescente del proletariato autoctono, in periodo di bassa accumulazione del capitale, rappresenta un fattore di instabilità sociale. Come si è visto, il proletariato migrante irregolare, sfruttato fino all’osso, stipato nei ghetti in condizioni subumane, si è reso protagonista in passato di lotte durissime.

Ciò potrebbe avere indotto settori della borghesia più sicuritaria a prevalere sugli opposti interessi ad es. della borghesia agraria che invece ha necessità di disporre di un esercito industriale di riserva numeroso e giovane, preferendo manovalanza robusta e ultra ricattabile, come quella africana.

Sarà interessante osservare se prima della raccolta estiva, riprenderanno gli sbarchi.

Un’ulteriore spiegazione della attuale gestione statale dei flussi potrebbe venire dalla seguente considerazione: l’essere prevalse le esigenze del settore manifatturiero del nord (in parte rappresentato dalla Lega), che rivendica manodopera specializzata, regolare e già irreggimentata, piuttosto di quella “sbarcata” (africana e non solo), da formare ed “educare”, preferita da altri settori del capitale.

RAZZISMO E ANTIRAZZISMO BORGHESE: DUE LATI DELLA STESSA MEDAGLIA

Al di sopra delle dinamiche migratorie provocate dalle leggi di riproduzione del capitale, e al di sopra della gestione delle stesse o al tentativo di gestione delle stesse da parte dello Stato, vi è l’ideologia, vale a dire la falsa rappresentazione del fenomeno migratorio, che ne occulta la vera natura ed i reali interessi in gioco.

In questa materia, l’ideologia dominante ha due facce, come Giano bifronte: razzismo e antirazzismo borghese; due opposte narrazioni che in realtà costituiscono due lati della stessa medaglia.

Da un lato, vi è la narrazione xenofoba: i lavoratori stranieri vengono additati come causa della perdita di posti di lavoro, dell’abbassamento dei salari, dell’aumento della criminalità, dell’usurpazione dei diritti di accesso al welfare (casa, asilo nido, cure mediche, ecc.). Tale mantra trova fertile terreno nelle condizioni di impoverimento sociale generale (del proletariato e del ceto medio) e nell’aumento dello sfruttamento nei posti di lavoro.

Questa propaganda, come è intuibile, ha un solo obiettivo: scavare un profondo solco nel terreno sociale, una divisione di classe: il classico “dividi et impera” vera manna dal cielo, per prevenire la possibile saldatura nella lotta dei diversi settori della classe, immigrati e nativi. Così, pur essendo il livello dello scontro di classe ai minimi storici, alcuni settori borghesi, attraverso i mass media e i loro referenti politici, mettono in campo tutto il loro potente armamentario ideologico soffiando sul fuoco del sentimento razzista.

Purtroppo, non c’è niente di nuovo sotto il sole. Il fenomeno dell’odio razziale o verso lo straniero è stato studiato già da Karl Marx in Inghilterra e in Irlanda nel XVIII secolo. Nel 1870, nella lettera a Meyer e Vogt, Marx esponeva ciò che in quel momento storico avveniva tra il proletariato irlandese, soprattutto contadino, impoverito per lo sfruttamento da parte dell’aristocrazia inglese e costretto ad emigrare in Inghilterra ed in America, e quello inglese, che vedeva nell’irlandese derelitto e immigrato un concorrente che contribuisce a spingere al ribasso i salari.

E ora la cosa piú importante! In tutti i centri industriali e commerciali dell’Inghilterra vi è adesso una classe operaia divisa in due campi ostili, proletari inglesi e proletari irlandesi. L’operaio comune inglese odia l’operaio irlandese come un concorrente che comprime lo standard of life [tenore di vita N.d.T.]. Egli si sente di fronte a quest’ultimo come parte della nazione dominante e proprio per questo si trasforma in strumento dei suoi aristocratici e capitalisti contro l’Irlanda, consolidando in tal modo il loro dominio su se stesso. L’operaio inglese nutre pregiudizi religiosi, sociali e nazionali verso quello irlandese. Egli si comporta all’incirca come i poor whites [bianchi poveri N.d.T.] verso i negri negli Stati un tempo schiavisti dell’unione americana. L’irlandese pays him back with interest in his own money [lo ripaga con gli interessi della stessa moneta N.d.T.]. Egli vede nell’operaio inglese il corresponsabile e lo strumento idiota del dominio inglese sull’Irlanda.”

Abbiamo detto che la propaganda razzista semina a piene mani odio e antagonismo tra proletari autoctoni e migranti, dall’altra parte, le posizioni dell’antirazzismo borghese rappresentano solamente il risvolto della stessa medaglia capitalistica.

Vi è infatti un ampio fronte di settori borghesi che si fanno paladini dell’accoglienza e dell’integrazione, auspicando, come abbiamo visto, ad es. l’estensione della cittadinanza ai figli degli immigrati e facilitazioni all’ingresso regolare e ai permessi di soggiorno.

Tali settori (espressi anche da Confindustria) vengono sostenuti dalle forze politiche sedicenti di sinistra, dalle formazioni cattoliche, da alcuni sindacati.

Tale narrazione, così come l’altra, nasconde le vere cause delle migrazioni, ”la pacchia” delle stesse per il capitale, nonchè la continuità di fondo nella gestione statale dei flussi migratori, al di là delle forze politiche al potere (Minniti o Salvini per capirsi).

In realtà esprime, a volte senza rendersene conto, gli interessi di alcuni settori borghesi all’utilizzo della manodopera regolare e quindi alla sua integrazione più agevole nel meccanismo di sfruttamento, e semina a piene mani l’illusione che a piccoli passi, attraverso passaggi intermedi, l’attuale società borghese possa essere migliorata, se non addirittura trasformata.

La prevalenza  fra le due ideologie dipende dal ciclo economico e dalla stabilità negli equilibri fra le potenze imperialistiche. In questo periodo di crisi del ciclo di accumulazione in occidente, guerre commerciali spietate e conseguente aumento del protezionismo, venir meno della spartizione del mercato globale delle merci e del lavoro stabilita dopo la seconda guerra mondiale,  sembra prevalere, almeno nei centri capitalistici occidentali,  l’ideologia razzista o sovranista per inquadrare la classe sulla base delle esigenze del capitale nazionale in difficoltà.

Come si deve porre il proletariato rispetto ad entrambe le posizioni?

Quanto all’ideologia razzista e nazionalista, pare del tutto scontato che il proletariato debba combattere con tutte le sue forze la diffusione al suo interno di tale virus assolutamente letale per i suoi interessi,

Quanto all’ideologia antirazzista dell’accoglienza, attualmente minoritaria, deve appoggiarla in un fronte antirazzista, così come si è visto nella manifestazione per il sindaco di Riace, dove immigrati e pezzi dello Stato marciavano assieme?

La risposta positiva rappresenta l’eterna tentazione intermedista, secondo la quale, nella versione più onesta, per abbattere questo sistema economico, bisogna procedere per gradi, attraverso un programma politico intermedio che può essere realizzato anche attraverso alleanze con le forze borghesi più progressiste. E’ questa la logica dei fronti antifascisti, così come di quelli antirazzisti.

La posizione della sinistra comunista sul punto è la seguente: il non voler porre scopi politici generali  (intermedismo), non significa rinunciare alle rivendicazioni economiche immediate, né fare affidamento sull’inevitabile progressiva discesa del capitalismo (crollismo).

In sintesi e non potendo in questa sede ulteriormente approfondire: il rifiuto dell’intermedismo non implica assolutamente il disinteresse per le lotte immediate, che invece dove esprimano un’autonomia di classe vanno assolutamente appoggiate (come lo sciopero nel 1989 dei migranti di Villa Literno, che hanno ottenuto la loro regolarizzazione con una sanatoria). Inoltre il rifiuto dell’intermedismo non significa che non vi debba essere una “preparazione” al rivolgimento sociale, attraverso innanzitutto la difesa dell’unica vera ricchezza della classe: la memoria delle lezioni a lei inferte dalla storia, ovvero il suo programma storico.

La via di uscita tra queste false alternative, quella dell’odio verso i lavoratori stranieri o quella dell’accoglienza al fine di integrarli nel sistema di sfruttamento a cui già sono sottoposti i lavoratori nativi c’è: ed è l’unità di classe, è il blocco tra lavoratori nativi e migranti nelle lotte per la propria emancipazione dallo sfruttamento, sulla spinta dei comuni interessi di classe.

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