Il programma rivoluzionario immediato (riunione di Forlì, dicembre 1952)

Il programma rivoluzionario immediato

1. Col gigantesco movimento di ripresa dell’altro dopoguerra, potente alla scala mondiale, e in Italia costituito nel solido partito del 1921, fu chiaro il punto che il postulato urgente è prendere il potere politico e che il proletariato non lo prende per via legale ma con l’azione armata, che la migliore occasione sorge dalla sconfitta militare del proprio paese, e che la forma politica successiva alla vittoria è la dittatura del proletariato. La trasformazione economica sociale è compito successivo, di cui la dittatura pone la condizione prima (Nota redazionaletutto il punto uno scolpisce le invarianti linee programmatiche di un partito scevro da opportunismi, saldo nelle linee di un programma derivato dall’invarianza storica del marxismo, e ripetiamolo, dalle ulteriori verifiche e lezioni tratte dalla storia reale, ad esempio nel 1871 e nel 1917. Ma la stessa definizione di ‘storica invarianza del marxismo’ va intesa non solo nel significato di un corpo teorico appartenente a un certo arco di tempo, e quindi escludente ogni assolutezza a-temporale, ma anche nel senso di essere nata, già in origine,coscientemente, sulla scorta di verifiche e lezioni tratte dalla storia reale della lotta di classe).

2. Il Manifesto dei Comunisti chiarì che le successive misure sociali che si rendono possibili o che si provocano “dispoticamente” sono diverse – essendo la via al pieno comunismo lunghissima – a seconda del grado di sviluppo delle forze produttive del paese in cui il proletariato ha vinto, e della rapidità di estensione di tale vittoria ad altri paesi. Indicò quelle adatte allora, nel 1848, per i più progrediti paesi europei, e ribadì che quello non era il programma del socialismo integrale, ma un gruppo di misure che qualificò: transitorie, immediate, variabili, ed essenzialmente “contraddittorie” (Nota redazionale: ora entriamo nel vivo delle apparenti incoerenze interne alla stessa dottrina marxista, infatti l’affermazione ‘le successive misure sociali che si rendono possibili o che si provocano “dispoticamente” sono diverse’,accoppiata alla seguente ‘gruppo di misure …transitorie, immediate, variabili, ed essenzialmente “contraddittorie”,potrebbe far nascere dei dubbi e delle perplessità legittime sul significato dell’invarianza. Ma in effetti i dubbi vengono sciolti dalla stessa lettura dei punti seguenti, cioè il punto tre e quattro).

3. Successivamente, e fu uno degli elementi che ingannò i fautori di una teoria non stabile, ma di continuo rielaborata da risultati storici, molte misure allora dettate alla rivoluzione proletaria furono prese dalla borghesia stessa in questo o quel paese; esempi: istruzione obbligatoria, banca di stato, ecc.

Ciò non doveva autorizzare a credere che fossero mutate le precise leggi e previsioni sul trapasso dal modo capitalista a quello socialista di produzione con tutte le forme economiche, sociali e politiche, ma significava solo che diveniva diverso e più agevole il primo periodo post rivoluzionario: economia di transizione al socialismo, precedente il successivo del socialismo inferiore e l’ultimo del socialismo superiore o comunismo integrale.

4. L’opportunismo classico consistette nel far credere che tutte quelle misure, dalla più bassa alla più alta, le potesse applicare lo Stato borghese democratico sotto la pressione o addirittura la legale conquista del proletariato. Ma in tal caso quelle varie “misure”, se compatibili col modo capitalista di produzione, sarebbero state adottate nell’interesse della continuazione del capitalismo e per il rinvio della sua caduta, se incompatibili non sarebbero state mai attuate dallo Stato(Nota redazionale:non ci sarebbe molto da aggiungere alla chiarezza del punto 3 e 4, ribadiamo quindi che talune ‘riforme sociali’, scuola pubblica, sanità pubblica, pensioni,possono essereprese dalla borghesia stessa in questo o quel paese …  nell’interesse della continuazione del capitalismo e per il rinvio della sua caduta’. Inoltre, se ‘incompatibili non sarebbero state mai attuate dallo Stato’ e poi, aggiungiamo noi, che in base alle attuali, evidenti, tendenze del capitalismo, le stesse presunte conquiste sociali dei decenni precedenti possono sempre essere vanificate, ove diventino incompatibili con le esigenze del capitale. Non troviamo quindi nessuna contraddizione nella teoria invariante, ma anzi la conferma di uno dei suoi assunti, ben chiarito nel testo della corrente dal titolo ‘Forza, violenza, dittatura…’. La classe dominante può ricorrere, secondo le circostanze, ‘nell’interesse della continuazione del capitalismo e per il rinvio della sua caduta’, a misure sociali ‘progressiste’ produttrici di consenso di massa verso i regimi borghesi, siano questi regimi, sul piano politico, apertamente totalitari o fintamente democratici. Eppure al di sotto delle variabili manovre di politica economica, più o meno keynesiane o iper-liberiste, perseguite dagli stati borghesi seguendo le variabili fasi del ciclo economico, o alla facciata politica più o meno totalitaria o democratoide assunta da questi stati, in base alle diverse esigenze di tutela dell’ordine pubblico determinate dallo scontro di classe, quello che non cambia mai è la sostanza invariante di dominio e oppressione insita nella società borghese. Una conferma di quanto scritto la troviamo nel successivo punto 5 ).

5. L’opportunismo attuale, colla formula della democrazia popolare e progressiva, nei quadri della costituzione parlamentare, ha un compito storico diverso e peggiore. Non solo illude il proletariato che alcune delle misure sue proprie possano essere attirate nel compito di uno Stato interclassista e interpartitico (ossia, quanto i socialdemocratici di ieri, fa il disfattismo della dittatura) ma addirittura conduce le masse inquadrate a lottare per misure sociali “popolari e progressive” che sono direttamente opposte a quelle che il potere proletario sempre, fin dal 1848 e dal Manifesto, si è prefisse.

6. Nulla mostrerà meglio tutta la ignominia di una simile involuzione che un elenco di misure che, quando si ponesse in avvenire, in un paese dell’Occidente capitalista, la realizzazione della presa del potere, si dovrebbero formulare, al posto (dopo un secolo) di quelle del Manifesto, incluse tuttavia le più caratteristiche di quelle di allora.

7. Un elenco di tali rivendicazioni è questo:

a) “Disinvestimento dei capitali”, ossia destinazione di una parte assai minore del prodotto a beni strumentali e non di consumo.

b) “Elevamento dei costi di produzione” per poter dare, fino a che vi è salario mercato e moneta, più alte paghe per meno tempo di lavoro.

c) “Drastica riduzione della giornata di lavoro” almeno alla metà delle ore attuali, assorbendo disoccupazione e attività antisociali.

d) Ridotto il volume della produzione con un piano “di sottoproduzione” che la concentri sui campi più necessari, “controllo autoritario dei consumi” combattendo la moda pubblicitaria di quelli inutili dannosi e voluttuari, e abolendo di forza le attività volte alla propaganda di una psicologia reazionaria.

e) Rapida “rottura dei limiti di azienda” con trasferimento di autorità non del personale ma delle materie di lavoro, andando verso il nuovo piano di consumo.

f) “Rapida abolizione della previdenza” a tipo mercantile per sostituirla con l’alimentazione sociale dei non lavoratori fino ad un minimo iniziale.

g) “Arresto delle costruzioni” di case e luoghi di lavoro intorno alle grandi città e anche alle piccole, come avvio alla distribuzione uniforme della popolazione sulla campagna. Riduzione dell’ingorgo velocità e volume del traffico vietando quello inutile.

h) “Decisa lotta” con l’abolizione delle carriere e titoli “contro la specializzazione” professionale e la divisione sociale del lavoro.

i) Ovvie misure immediate, più vicine a quelle politiche, per sottoporre allo Stato comunista la scuola, la stampa, tutti i mezzi di diffusione, di informazione, e la rete dello spettacolo e del divertimento. (Nota redazionale: abbiamo appena letto un elenco di misure di politica economica, o più semplicemente di misure politiche, che‘si dovrebbero formulare, al posto (dopo un secolo) di quelle del Manifesto, incluse tuttavia le più caratteristiche di quelle di allora (1). Poniamoci allora una domanda: tali misure, immediatamente successive ad una ipotetica presa del potere’, sono forse in contraddizione con l’invarianza storica del marxismo? Ad esempio, sono in contrasto con gli assi portanti del materialismo storico-dialettico, o con le analisi contenute nei volumi del Capitale? Sono forse una negazione della legge del valore, della caduta tendenziale del saggio di profitto, della lotta di classe come motore del mutamento storico-sociale? Ci sembra proprio di no. Allora formuliamo una nuova domanda, le misure politico-economiche, immediatamente successive alla presa del potere’, sono da valutare comecomponenti accessorie o come componenti basilari di un sistema? Anche in questo caso ci sembra che la risposta propenda, inevitabilmente, per il primo aspetto: esse sono componenti accessorie, o se vogliamo delle derivate variabili di costanti invarianti. La società e l’economia capitalistica sono un organismo vivente, che in quanto tale subisce delle modificazioni nel corso del tempo, proprio come avviene alla fisiologia e alla psicologia dell’uomo nelle fasi dell’infanzia, dell’adolescenza, della maturità e della vecchiaia. Tuttavia, chi potrebbe negare che lo scheletro e gli organi interni, pur invecchiando, restino invariantemente indispensabili, fatta qualche eccezione, per la ulteriore sopravvivenza dell’uomo? Allora le ‘nuove’ misure contenute nel testo pubblicato nel 1953, comunque a integrazione di quelle più caratteristiche contenute nel ‘Manifesto’ del 1848, sono una semplice espressione naturale dell’adeguamento (varianza) del programma rivoluzionario immediato (anche per questo si chiama immediato) alle differenti fasi evolutive dell’organismo economico-sociale capitalistico, o sono la prova che questo organismo non possiede affatto delle invarianti caratteristiche reali – scheletro, organi interni – rivelate dalla monolitica dottrina del marxismo, e quindi ha ragione chi sostiene che tutto è variante? Anche stavolta ci sembra, anzi ne siamo proprio sicuri, la risposta esatta è no).

8).Non è strano che gli stalinisti e simili oggi richiedano tutto l’opposto, coi loro partiti di Occidente, non solo nelle rivendicazioni “istituzionali” ossia politico-legali, ma anche nelle “strutturali” ossia economico-sociali. Ciò consente la loro azione in parallelo col partito che conduce lo Stato russo e i connessi, nei quali il compito di trasformazione sociale è il passaggio da precapitalismo a capitalismo pieno, con tutto il suo bagaglio di richieste ideologiche, politiche, sociali ed economiche, tutte orientate allo zenit borghese; volte con orrore solo contro il nadir feudale e medioevale. Tanto più sporchi rinnegati questi sozii di Occidente, in quanto quel pericolo, fisico e reale ancora dalla parte dell’Asia oggi in subbuglio, è inesistente e mentito per chi guarda alla tronfia capitalarchia di oltreatlantico, per i proletariati che di questa stanno sotto lo stivale civile, liberale e nazionunitario.

(1).Naturalmente tutto ciò non può accadere se non attraverso misure dispotiche contro il diritto di proprietà e violazioni dei rapporti borghesi di produzione, ossia con misure che appariranno economicamente insufficienti e insostenibili, che nel corso del movimento supereranno se stesse verso nuove misure, ma che nel frattempo sono i mezzi indispensabili per rivoluzionare l’intero modo di produzione. Com’è ovvio, tali misure saranno diverse da paese a paese. Ma per i paesi più progrediti, potranno essere generalmente applicate le misure che qui di seguito indichiamo:

1. Espropriazione della proprietà fondiaria e impiego della rendita fondiaria per le spese dello stato.

2. Imposta fortemente progressiva.

3. Abolizione del diritto di eredità.

4. Confisca dei beni degli emigrati e dei ribelli.

5. Accentramento del credito nelle mani dello stato attraverso una banca nazionale con capitale di Stato e con monopolio esclusivo.

6. Accentramento dei mezzi di trasporto nelle mani dello stato.

7. Aumento delle fabbriche nazionali e degli strumenti di produzione, dissodamento e miglioramento dei terreni secondo un piano generale.

8. Uguale obbligo di lavoro per tutti, organizzazione di eserciti industriali specialmente per l’agricoltura.

9. Unificazione dell’esercizio dell’agricoltura e dell’industria e misure atte a preparare la progressiva eliminazione della differenza fra città e campagna.

10. Educazione pubblica e gratuita di tutti i fanciulli. Abolizione del lavoro dei fanciulli nelle fabbriche nella sua forma attuale. Combinazione dell’educazione con la produzione materiale.

Quando nel corso degli eventi le differenze di classe saranno sparite e tutti i mezzi di produzione saranno concentrati nelle mani degli individui associati, il potere pubblico avrà naturalmente perso ogni carattere politico. Il potere politico, nel senso vero e proprio della parola, non è se non il potere organizzato di una classe per l’oppressione di un’altra. Ora, se il proletariato nella lotta contro la borghesia è spinto a costituirsi in classe, e se attraverso la rivoluzione diventa classe dominante, distruggendo violentemente gli antichi rapporti di produzione, in questo modo esso, abolendo tali rapporti, abolisce le condizioni di esistenza dell’antagonismo di classe, e cioè abolisce le classi in generale e il suo proprio dominio di classe.

Al posto della società borghese, con le sue classi ed i suoi antagonismi di classe, subentrerà un’associazione nella quale il libero sviluppo di ciascuno sarà la condizione del libero sviluppo di tutti.

Tratto da il Manifesto, 1848.

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