Note al testo ”Invarianza….”

«Anche quando io svolgo da solo una attività scientifica, che raramente posso adempiere in immediata comunità con altri, io pure sono attivo socialmente, poiché sono attivo come uomo sociale. Non soltanto il materiale della mia attività mi è dato come prodotto sociale – come la stessa lingua nella quale lo studioso è attivo – ma la mia stessa esistenza è una attività sociale, perché quello che io faccio da me stesso, lo faccio per la società, e avendo di me la coscienza che sono un essere sociale».) 2. Tre gruppi principali di avversari ha oggi il marxismo nella sua sola e valida accezione. Primo gruppo: i borghesi che sostengono definitivo il tipo capitalista mercantile di economia ed illusorio il suo superamento storico col modo socialista di produzione, e con coerenza rigettano in pieno la dottrina del determinismo economico e della lotta di classe (Nota redazionale: la classe sociale borghese sostiene l’invarianza a-storica del proprio modo di produzione, e coerentemente con i suoi interessi pratici, teorizza l’invarianza ‘naturale’ dell’economia di libero mercato. Mentre i precedenti modi di produzione, evidentemente, erano difformi da questa ‘natura eterna delle cose’, l’attuale modo di produzione sarebbe invece conforme all’essenza naturale delle cose. Tale proposizione viene valutata come ideologica nel marxismo, che in base al principio l’essere sociale determina la coscienza, vede il sottostante interesse di classe della borghesia operare dietro la proposizione della naturalità dell’economia di libero mercato). Secondo gruppo: i sedicenti comunisti stalinisti che dichiarano di accettare la dottrina storica ed economica marxista ma pongono e difendono, anche nei paesi capitalisti sviluppati, rivendicazioni non rivoluzionarie ma identiche se non peggiori di quelle politiche (democrazia) ed economiche(progressismo popolare) dei riformisti tradizionali. Terzo gruppo: i dichiarati seguaci della dottrina e del metodo rivoluzionario che però attribuiscono l’attuale abbandono di essa da parte della maggioranza del proletariato a difetti e mancanze iniziali della teoria che andrebbe quindi rettificata e aggiornata.
Negatori – falsificatori – aggiornatori. Noi combattiamo tutti e tre, e riteniamo che oggi gli ultimi sono i peggiori (Nota redazionale:abbiamo di recente provato a ragionare su un testo che teorizzava la variabilità, e quindi l’aggiornabilità della teoria marxista, criticando peraltro il lavoro del 1952 che stiamo ora riproponendo e commentando. La risposta alle critiche al concetto di invarianza storica del marxismo è allegata in fondo all’ultima pagina).
3. La storia della sinistra marxista, del marxismo radicale, e più esattamente del marxismo, consiste nelle successive resistenze a tutte le «ondate» del revisionismo che hanno attaccato vari lati della dottrina e del metodo, a partire dalla organica monolitica formazione che si può far collimare col «Manifesto» del 1848. In altre trattazioni si trova richiamata la storia di tali lotte nelle tre Internazionali storiche: contro utopisti, operaisti, libertari, socialdemocratici riformisti e gradualisti, sindacalisti di sinistra e destra, socialpatrioti, e oggi nazionalcomunisti o popolarcomunisti. Tale lotta ha coperto il campo di quattro generazioni e nelle sue varie fasi appartiene non a una serie di nomi ma ad una ben definita e compatta scuola e nel senso storico ad un ben definito partito (Nota redazionale: anche nelle ultime tre righe, da noi sottolineate, emerge un doppio aspetto significativo;primo aspetto: la lotta teorica e politica contro l’opportunismo,cioè le tendenze incarnate negli‘utopisti, operaisti, libertari, socialdemocratici riformisti e gradualisti, sindacalisti di sinistra e destra, socialpatrioti, nazionalcomunisti o popolarcomunisti’è una lotta di lunga durata, che ha coinvolto, secondo il bilancio del 1952, almeno quattro generazioni. Oggi, anno 2016, siamo forse alla sesta generazione, e la lotta contro l’opportunismo – soprattutto nella sua variante attivistica-immediatistica – permanendo la società borghese, e permanendo le conseguenze delle precedenti sconfitte subite dal proletariato nella lotta di classe, si fa ancora più intensa e difficile. Secondo aspetto: ancora una volta troviamo un riferimento all’impersonalità, in questo caso essa è riferita alla lotta contro l’opportunismo, che infatti non è attribuibile a un singolo pensatore, capo politico o brillante accademico, ma ‘ad una ben definita e compatta scuola e nel senso storico ad un ben definito partito’). 4.Questa dura e lunga lotta perderebbe collegamento con la futura ripresa se, invece di trarne l’insegnamento della «invarianza», si accettasse la banale idea che il marxismo è una teoria in «continua elaborazione storica» e che si modifica col corso e la lezione degli eventi. Invariabilmente è questa la giustificazione di tutti i tradimenti le cui esperienze si sono accumulate, e di tutte le disfatte rivoluzionarie.
5. La negazione materialista che un «sistema» teorico sorto a dato momento (e peggio ancora sorto nella mente e ordinato nell’opera di un dato uomo, pensatore o capo storico o tutte e due le cose insieme) possa contenere tutto il corso del futuro storico e le sue regole e principii in modo irrevocabile, non va capita nel senso che non vi siano sistemi di principii stabili per un lunghissimo corso storico. Anzi la loro stabilità e la loro resistenza ad essere intaccati e perfino ad essere «migliorati» è un elemento principale di forza della «classe sociale» a cui appartengono e di cui rispecchiano il compito storico e gli interessi. La successione di tali sistemi e corpi di dottrina e di prassi si lega non più all’avvento degli uomini-tappa, ma al succedersi dei «modi di produzione» ossia dei tipi di organizzazione materiale della vita delle collettività umane (Nota redazionale: corpi di dottrina e prassi, teoria e prassi, vengono collegati ‘materialisticamente’ al succedersi dei modi produzione storici, essi sono l’espressione, dice il testo del 1952, ‘dei tipi di organizzazione materiale della vita delle collettività umane’. Molto importante, al fine di chiarire ogni dubbio sulla verità assoluta e relativa, è anche il passaggio in cui si dice che ‘La negazione materialista che un «sistema» teorico sorto a dato momento … possa contenere tutto il corso del futuro storico e le sue regole e principii in modo irrevocabile, non va capita nel senso che non vi siano sistemi di principii stabili per un lunghissimo corso storico’.Dunque, se comprendiamo bene il testo del 1952, il materialismo marxista(storico-dialettico) nega che un sistema teorico possa contenere tuttoil corso del futuro storico, e a maggior ragione, ci sembra di capire, nega che un sistema teorico possa pretendere di contenere le sue regole e principii – di questo corso del futuro storico – in modo irrevocabile. Dunque viene escluso, in questo testo del 1952, che qualcuno possa conoscere in modo irrevocabile (ovvero con verità assoluta, e quindi atemporale) i principii e le regole del divenire storico, e tuttavia, questa prima parte della proposizione non apre le porte alrelativismo nichilista, in quanto si sostiene, con il realismo dell’esperienza, che in pari tempo non è possibile negare che vi ‘siano sistemi di principii stabili per un lunghissimo corso storico’. Dunque, in relazione anche a lunghi periodi storici, è plausibile possedere una conoscenza invariante di ‘sistemi di principii’, cioè, in altri termini, una verità relativa, quindi non assoluta e atemporale, ma comunque attinente a definiti archi di tempo storico).
6. Pure avendo ovviamente riconosciuto errato il contenuto formale dei corpi di dottrina di tutti i grandi corsi storici, non si nega con questo dal materialismo dialettico la loro necessità al loro tempo, e tanto meno si immagina che l’errore avrebbe potuto essere evitato da migliori pensamenti di sapienti o legislatori, e che si poteva accorgersi prima dei loro errori, e far le rettifiche. Ogni sistema possiede una sua spiegazione e ragione nel suo ciclo; e quelli più significativi sono quelli che più organicamente si sono mantenuti immutati in lunghe lotte (Nota redazionalela conoscenza e la rappresentazione della realtà, nei modi storicamente prevalenti del mito, della religione, dell’arte, della magia, e infine della scienza, sono stati di importanza vitale per la riproduzione bio-sociale della specie umana. Anche gli apparati conoscitivi definiti come caratteristici dell’infanzia dell’umanità, con i loro simboli, i riti, il complesso semiologico di significanti e significati con cui interpretavano il mondo, hanno svolto una funzione culturale di integrazione dell’uomo dentro il gruppo sociale, e più in generale di integrazione dell’uomo dentro il quadro dell’esperienza della vita, conferendo un senso ad eventi come la nascita, la morte, il sesso, la malattia, la produzione di beni d’uso. Le società di condivisione delle origini hanno conservato per lunghissimo tempo dei ‘sistemi di principii’ affini, fatti di concezioni unitarie, olistiche, della realtà. Queste concezioni, pur se espresse con un linguaggio ingenuo, rappresentavano una ‘conoscenza umana’, cioè funzionale alla vita della intera comunità. Mentre la scienza corrotta dei nostri tempi, al servizio del capitale, è in prevalenza solo una drogatura ideologica).
7. Secondo il marxismo non vi è progresso continuo e graduale nella storia quanto (anzitutto) alla organizzazione delle risorse produttive, ma una serie di distanti, successivi balzi in avanti che sconvolgono tutto l’apparato economico sociale profondamente e fin dalla base. Sono veri cataclismi, catastrofi, rapide crisi, in cui tutto muta in breve tempo mentre per tempi lunghissimi è rimasto immutato, come quelle del mondo fisico, delle stelle del cosmo, della geologia e della stessa filogenesi degli organismi viventi (Nota redazionalele parole appena lette descrivono con chiarezza i salti storici, le crisi e le rivoluzioni che in certi periodi sconvolgono tutto l’apparato socio-economico. Precedute da lunghe fasi di stasi, da intendere anche come incubazioni preparatorie al salto dialettico, le rivoluzioni sconvolgono come una luce improvvisa ‘l’apparato economico sociale profondamente e fin dalla base’, stravolgendo logiche di potere consolidate, al pari di una luce che si inoltra dentro le tenebre).
8. Essendo l’ideologia di classe una soprastruttura dei modi di produzione, anche essa non si forma dal quotidiano affluire di grani di sapere, ma appare nello squarcio di un violento scontro, e guida la classe che esprime, in una forma sostanzialmente monolitica e stabile, per una lunga serie di lotte e conati fino alla successiva fase critica, alla successiva rivoluzione storica.
9. Proprio le dottrine del capitalismo, giustificando le rivoluzioni sociali del passato fino a quella borghese, asserivano che da quel punto la storia avrebbe proceduto per una via di graduale elevamento e senza altre catastrofi sociali, in quanto i sistemi ideologici avrebbero con una graduata evoluzione assorbito il flusso di nuove conquiste del sapere puro ed applicato; ed il marxismo dimostrò la fallacia di tale visione del futuro.
10. Lo stesso marxismo non può essere una dottrina che si va ogni giorno plasmando e riplasmando di nuovi apporti e con sostituzione di «pezzi» – meglio di rattoppi e «pezze»! – perché è ancora, pure essendo l’ultima, una delle dottrine che sono arma di una classe dominata e sfruttata che deve capovolgere i rapporti sociali, e nel farlo è oggetto in mille guise delle influenze conservatrici delle forme ed ideologie tradizionali proprie delle classi nemiche (Nota redazionaleil marxismo è l’ultima dottrina di una classe dominata e sfruttata, questa dottrina è la sintesi del massimo di conoscenza raggiunta attraverso l’esperienza delle sconfitte e delle vittorie del proletariato, nella mortale lotta sostenuta con l’avversario di classe borghese. Questo avversario usa l’ideologia come arma di lotta per continuare ad opprimere i proletari, per impedirgli di compiere la missione storica di ‘capovolgere i rapporti sociali’. Solo resistendo alle sirene dell’ideologia borghese, e mantenendo intatta la dottrina invariante marxista, il proletariato può compiere la missione storica di abbattere l’ultima società divisa in classi di sfruttati e sfruttatori).
11. Anche potendo da oggi, anzi da quando il proletariato è apparso sulla grande scena storica, intravedere la storia della società futura senza più classi e quindi senza più rivoluzioni, deve affermarsi che per il lunghissimo periodo che a tanto condurrà, la classe rivoluzionaria in tanto assolverà il suo compito in quanto si muoverà usando una dottrina e un metodo che restino stabili e siano stabilizzati in un programma monolitico, in tutto il volgere della tremenda lotta – variabilissimo restando il numero dei seguaci, il successo delle fasi e degli scontri sociali (Nota redazionaleil marxismo in quanto teoria del proletariato, come i modi di produzione, citiamo‘non si forma dal quotidiano affluire di grani di sapere, ma appare nello squarcio di un violento scontro, e guida la classe che esprime, in una forma sostanzialmente monolitica e stabile, per una lunga serie di lotte e conati fino alla successiva… società futura senza più classi e quindi senza più rivoluzioni’. ‘In tutto il volgere della tremenda lotta‘ il proletariato usa la teoria invariante, che rappresenta il massimo di conoscenza raggiuntanello squarcio di un violento scontro’,come arma teorica, cioè innanzitutto come un sistema di sperimentate strategie e tattiche di combattimento con l’avversario di classe.Citiamo, ‘I momenti – tutta la storia del marxismo lo prova – in cui la lotta di classe si riacutizza, sono quelli in cui la teoria ritorna con affermazioni memorabili alle sue origini e alla sua prima integrale espressione; basti ricordare la Comune di Parigi, la Rivoluzione bolscevica, il primo dopoguerra mondiale in Occidente).
12. Per quanto dunque la dotazione ideologica della classe operaia rivoluzionaria non sia più rivelazione, mito, idealismo, come per le classi precedenti, ma positiva «scienza», essa tuttavia ha bisogno di una formulazione stabile dei suoi principii e anche delle sue regole di azione, che assolva il compito e abbia la decisiva efficacia che nel passato hanno avuto dogmi, catechismi, tavole, costituzioni, libri-guida come i Veda, il Talmud, la Bibbia, il Corano, o le Dichiarazioni dei diritti. I profondi errori sostanziali e formali contenuti in quelle raccolte non hanno tolto, anzi in molti casi hanno contribuito proprio per tali «scarti», alla enorme loro forza organizzativa e sociale, prima rivoluzionaria, poi controrivoluzionaria, in dialettica successione.
13. Proprio in quanto il marxismo esclude ogni senso della ricerca di «verità assoluta», e vede nella dottrina non un dato dello spirito sempiterno o della astratta ragione, ma uno «strumento» di lavoro ed un’ «arma» di combattimento, esso postula che nel pieno dello sforzo e nel colmo della battaglia non si abbandona per «ripararlo» né lo strumento né l’arma, ma si vince in pace e in guerra essendo partiti brandendo utensili ed armi buone.
14. Una nuova dottrina non può apparire in qualunque momento storico, ma vi sono date e ben caratteristiche – e anche rarissime – epoche della storia in cui essa può apparire come un fascio di abbagliante luce, e se non si è ravvisato il momento cruciale ed affisata la terribile luce, vano è ricorrere ai moccoletti, con cui si apre la via il pedante accademico o il lottatore di scarsa fede.
15. Per la classe proletaria moderna formatasi nei primi paesi dal grande sviluppo industriale capitalistico le tenebre sono state squarciatepoco prima della mezzeria di secolo che precede la presente. L’integrale dottrina in cui crediamo, in cui dobbiamo e vogliamo credere ha avuto allora tutti i dati per formarsi e descrivere un corso di secoli che dovrà verificarla e ribadirla dopo lotte smisurate. O questa posizione resterà valida, o la dottrina sarà convinta di falso e la dichiarazione di apparizione di una nuova classe con carattere, programma e funzione rivoluzionaria sua propria nella storia sarà stata data a vuoto. Chi quindi si pone a sostituire parti, tesi, articoli essenziali del «corpus» marxista che da circa un secolo possediamo, ne uccide la forza peggio di cui lo rinnega in pieno e ne dichiara l’aborto (Nota redazionale:Poco prima della meta del 1800 ‘le tenebre sono state squarciate… el’integrale dottrina marxista del proletariato …è apparsa come un fascio di abbagliante luce’Proviamo a rifletterese escludiamo la teoria del cambiamento socio economico graduale, se riteniamo che le transizioni lente e costanti dei modi di produzione non sono decisive ai fini del mutamento dei paradigmi sociali, perché, citiamo‘Secondo il marxismo non vi è progresso continuo e graduale nella storia quanto (anzitutto) alla organizzazione delle risorse produttive, ma una serie di distanti, successivi balzi in avanti che sconvolgono tutto l’apparato economico sociale profondamente e fin dalla base. Sono veri cataclismi, catastrofi, rapide crisi, in cui tutto muta in breve tempo mentre per tempi lunghissimi è rimasto immutato…,allora si comprende meglio perché non ha senso positivo,citiamo sostituire parti, tesi, articoli essenziali del «corpus» marxista che da circa un secolo possediamo’ . I paradigmi conoscitivi (scientifici) sono mutati in modo veloce‘poco prima della mezzeria di secolo’, il 1800; la teoria marxista, come un fascio di abbagliante luce, ha squarciato e ha rimesso sui piedi le precedenti visioni della realtà (filosofia idealista, economia borghese classica…), svelandone gli aspetti ideologici, e salvando, dialetticamente, il loro nucleo non ideologico. Quindi postulare la sostituzione e l’aggiornamento del corpo dottrinario marxista non ha senso, a meno di volere affermare il contrario di quanto sostenuto nel punto sette ‘non vi è progresso continuo e graduale nella storia’).
16. Il carattere del periodo seguente a quello «esplosivo» in cui la stessa novità della nuova rivendicazione la rende chiara e a limiti taglienti, può essere ed è, in ragione della cronicizzazione delle situazioni, di equilibrio tale, che non si ha miglioramento e potenziamento, ma involuzione e degenerazione della cosiddetta «coscienza» della classe (Nota redazionale: la cosiddetta ‘coscienza di classe’, e usiamo il termine anche noi con le virgolette, nel periodo seguente alla lucida chiarezza determinata dal fascio di luce sprigionatosi nel momento di massima intensità dello scontro di classe, ‘in ragione della cronicizzazione delle situazioni successive’, non può che involvere e degenerare. Ecco descritta la base sociale essenziale dell’opportunismo, e al contempo la ragione politica e teorica per preservare l’invarianza, cioè l’acme conoscitivo raggiunto in un periodo di scontro sociale totale). I momenti – tutta la storia del marxismo lo prova – in cui la lotta di classe si riacutizza, sono quelli in cui la teoria ritorna con affermazioni memorabili alle sue origini e alla sua prima integrale espressione; basti ricordare la Comune di Parigi, la Rivoluzione bolscevica, il primo dopoguerra mondiale in Occidente.
17. Il principio della invarianza storica delle dottrine che riflettono il compito delle classi protagoniste, ed anche dei potenti ritorni alle tavole di partenza,opposto al pettegolo supporre ogni generazione ed ogni stagione della moda intellettuale più potente della precedente, allo sciocco film del procedere incessante del civile progresso, ed altre simili borghesi ubbie da cui pochi di quelli che si affibbiano l’aggettivo di marxista sono davvero scevri, si applica a tutti i grandi corsi storici.
18. Tutti i miti esprimono questo, e soprattutto quelli dei mezzi-dèi mezzi-uomini, o dei sapienti che ebbero una intervista con l’Ente supremo. Di tali figurazioni è insensato ridere, e solo il marxismo ne ha fatto trovare le reali e materiali sottostrutture. Rama, Mosè, Cristo, Maometto, tutti i Profeti ed Eroi che aprono secoli di storia dei vari popoli, sono espressioni diverse di questo fatto reale, che corrisponde a un balzo enorme nel «modo di produzione». Nel mito pagano la sapienza, ossia Minerva, esce dal cervello di Giove non per la dettatura a flaccidi scribi di interi volumi, ma per la martellata del dio-operaio Vulcano, chiamato a sedare una irrefrenabile emicrania. All’altro estremo della storia e dinanzi alla illuminista dottrina della nuova Dea Ragione, si leverà gigante Gracco Babeuf, rozzo nella presentazione teoretica, per dire che la fisica forza materiale conduce avanti più della ragione e del sapere (Nota redazionale:tutti i miti in fondo esprimono questa logica circolare, ricorsiva, inesorabile,dei potenti ritorni alle tavole di partenza’,che spazzano dal campo le revisioniste degenerazioni’; ciò avviene nei momenti in cui si riaccende la lotta di classe, e una parte della società sfida lo ‘status quo’ per compiere la sua missione storica. Tuttavia, come ricordato nel ‘Manifesto’ del 48, il conflitto sociale di classe si dipana su un piano tragico, dai precedenti storici inquietanti, essendo accaduto in passato che la lotta si concludesse – alternativamente – con l’avvento di un nuovo modo di produzione, o con la rovina comune delle classi in lotta e il ritorno alla barbarie. Dunque, una situazione di degenerazione sociale estrema, e la minaccia di una generale distruzione e rovina delle classi in lotta, spinge – deterministicamente – la classe che incarna la missione storica del cambiamento, ariscoprire le tavole della lucida dottrina invariante delle origini, per usarle come strumento di lavoro, e soprattutto, ancora una volta, come extrema ratio’,ovvero come arma estrema di combattimento).
19. Né mancano gli esempi dei restauratori rispetto a revisioniste degenerazioni, come è Francesco rispetto a Cristo quando il cristianesimo sorto per la redenzione sociale degli umili si adagia tra le corti dei signori medioevali, come erano stati i Gracchi rispetto a Bruto; e come tante volte gli antesignani di una classe da venire dovettero essere rispetto ai rivoluzionari rinnegatori della fase eroica di precedenti classi: lotte in Francia del 1831, 1848, 1849 ed innumerevoli altre fasi in tutta l’Europa.
20. Noi stiamo sulla posizione che tutti i grandi ultimi eventi sono altrettante recise e integrali conferme della teoria e della previsione marxista.Riferiamo questo soprattutto ai punti che hanno provocato (ancora una volta) le grandi defezioni sul terreno di classe e messo in imbarazzo anche quelli che giudicano opportunismo pieno le posizioni staliniste: questi punti sono l’avvento di forme centralizzate e totalitarie capitaliste tanto nel campo economico che in quello politico, l’economia diretta, il capitalismo di stato, le dittature borghesi aperte; e dal suo canto il procedimento dello sviluppo russo ed asiatico socialmente e politicamente. Vediamo quindi sia la conferma della nostra dottrina, sia quella del suo nascere in forma monolitica ad un’epoca cruciale.
21. Chi riuscisse a porre gli eventi storici di questo vulcanico periodo contro la teoria marxista riuscirebbe a provare che questa è errata, completamente caduta e con essa ogni tentativo di dedurre dai rapporti economici le linee del corso storico. Nello stesso tempo riuscirebbe a provare che in qualsiasi fase gli accadimenti costringono a nuove deduzioni spiegazioni e teorie, e conseguentemente alla proponibilità di nuovi e diversi mezzi di azione(Nota redazionalela proposizione è di tipo condizionale, e non assertivo, in quanto nel punto precedente (20) è chiaramente sostenutoche tutti i grandi ultimi eventi sono altrettante recise e integrali conferme della teoria e della previsione marxista’. In altre parole, chi riuscisse a porre…riuscirebbe a provare… quello che è espressamente negato al punto 20. Il punto 21 ha quindi lo scopo di dimostrare, innanzitutto, l’assurdità dell’assunto che in qualsiasi fase gli accadimenti costringono a nuove deduzioni spiegazioni e teorie, e conseguentemente alla proponibilità di nuovi e diversi mezzi di azione’).
22. Uscita illusoria dalle difficoltà dell’ora è quella di ammettere che la teoria base deve restare mutevole, e che oggi proprio sia il momento di lanciarne nuovi capitoli, sicché per effetto di un tale atto di pensiero la situazione sfavorevole si capovolga.Aberrazione è poi che tale compito sia assunto da gruppetti di effettivi derisori e, peggio, risolto con una libera discussione scimmiottante lillipuzianamente il borghese parlamentarismo e il famoso urto delle opinioni singole, il che non è nuovissima risorsa ma antica scempiaggine.
23. Questo è un momento di depressione massima della curva del potenziale rivoluzionario e quindi è lontano mezzi secoli da quelli adatti al parto di originali teorie storiche. In tale momento privo di vicine prospettive di un grande sommovimento sociale non solo è un dato logico della situazione la politica disgregazione della classe proletaria mondiale; ma è logico che siano gruppi piccoli a saper mantenere il filo conduttore storico del grande corso rivoluzionario, teso come grande arco tra due rivoluzioni sociali,alla condizione che tali gruppi mostrino di nulla voler diffondere di originale e di restare strettamente attaccati alle formulazioni tradizionali del marxismo.
24. La critica, il dubbio e la messa in forse di tutte le vecchie posizioni bene assodate furono elementi decisivi della grande rivoluzione borghese moderna che con gigantesche ondate investì le scienze naturali, l’ordinamento sociale e i poteri politici e militari, avanzandosi poi e affacciandosi con molto minore slancio iconoclastico alle scienze della società umana e del corso storico. Appunto questo fu il portato di un’epoca di sommovimento dal profondo che si pose a cavallo tra il Medioevo feudale e terriero e la modernità industriale e capitalista. La critica fu l’effetto e non il motore della immensa e complessa lotta(Nota redazionale: l’essere sociale determina la coscienza, l’immensa e complessa lotta produsse l’effetto della critica, concomitante/susseguente, a seconda dei casi) .
25. Il dubbio e il controllo della coscienza individuale sono espressione della riforma borghese contro la compatta tradizione ed autorità della Chiesa cristiana, e si tradussero nel più ipocrita puritanismo che con la bandiera della conformità borghese alla morale religiosa o al diritto individuale vararono e protessero il nuovo dominio di classe e la nuova forma di soggezione delle masse. Opposta è la via della rivoluzione proletaria in cui la coscienza individuale è nulla e la direzione concorde dell’azione collettiva è tutto (Nota redazionale:’la rivoluzione proletaria in cui la coscienza individuale è nulla’, in questo passaggio viene espresso il carattere anti-borghese, sociale, comunitario/comunista, del futuro modo di produzione ‘sociale’ e della rivoluzione proletaria che ad esso conduce). .
26. Quando Marx disse nelle famose tesi su Feuerbach che abbastanza i filosofi avevano interpretato il mondo e si trattava ora di trasformarlo, non volle dire che la volontà di trasformare condiziona il fatto della trasformazione, ma che viene prima la trasformazione determinata dall’urto di forze collettive, e solo dopo la critica coscienza di essa nei singoli soggetti. Sì che questi non agiscono per decisione da ciascuno maturata ma per influenze che precedono scienza e coscienza.
E il passare dall’arma della critica alla critica con le armi sposta appunto il tutto dal soggetto pensante alla massa militante, in modo che arma siano non solo i fucili e cannoni, ma soprattutto quel reale strumento che è la comune uniforme monolitica costante dottrina di partito, cui tutti ci siamo subordinati e legati, chiudendo il discutere pettegolo e saputello.

DALL’OPUSCOLO «SUL FILO DEL TEMPO», PUBBLICATO NEL MAGGIO DEL 1953.LA «INVARIANZA» STORICA DEL MARXISMO

 

 

Allegato

Variamente opinabile: la conoscenza marxista storicamente invariante e il tentativo di una sua negazione come percorso di auto-negazione

Le persone si dividono in tre categorie: quelli che vedono, quelli che vedono solo se gli si indica, quelli che non vedono nemmeno se gli si indica. (Da Vinci)

Sintetizziamo in forma libera alcune recenti critiche al concetto di invarianza.

‘In ogni caso, un tale pensatore “marxista” , afferma che il marxismo è invariante, mentre per noi il mondo reale è variante.

La riflessione non è il rifiuto del marxismo rivoluzionario! Marx ed Engels, Lenin e Trotsky, hanno modificato i loro pareri, per tutta la vita, e non hanno mai avuto punti di vista ossificati.

Marx ed Engels non hanno mai sostenuto che la loro conoscenza era universale e che le loro posizioni erano definitive. Invece, hanno cambiato le loro analisi… per tutta la vita, seguendo così le trasformazioni della realtà … Rimasero costantemente al corrente delle nuove scoperte (scientifiche) e delle trasformazioni del mondo capitalista…

In contrasto con questo approccio, molti attivisti e pensatori attuali che invocano Marx , pensano che quest’ultimo abbia detto tutto sul funzionamento del sistema capitalistico, tutto ciò che riguarda la crisi del sistema, tutto ciò che riguarda l’uomo e la società umana….

(Invece) Karl Marx e il suo inseparabile amico Friedrich Engels non hanno mai visto il mondo come un’entità fissa, o la realtà del capitalismo come una semplice ripetizione identica a se stessa, invece, hanno modificato i loro pensieri in base alle conoscenze avanzate, agli studi storici, scientifici e filosofici del loro tempo. Invece alcune tendenze politiche di estrema sinistra cercano un pensiero eterno, un modo filosofico di mettere la parola fine alla ricerca critica tipica del marxismo….

Dalla morte di Marx e Engels il mondo è cambiato quasi in ogni aspetto, anche se è ancora capitalismo…’.

Una prima osservazione, dal tono generale della critica contenuta nelle righe precedenti, si oppone (proviamo a schematizzare noi) alla invarianza marxista , l’argomento classico del ‘panta rei’. In altre parole ci sarebbero dei pensatori marxisti incapaci di adeguare le proprie analisi ai cambiamenti del mondo, il quale è un continuo divenire. Ma allora se si intende il ‘panta rei’ come l’impossibilità di concepire realtà stabili, almeno temporaneamente stabili (cioè storicamente invarianti), la conseguenza è che il pensiero deve ammettere il carattere illusorio di ogni conoscenza umana. È l’argomento di Nietzsche, il quale tuttavia al dionisiaco, informe, ‘panta rei’, oppone l’apollinea apparenza di forme stabili, frutto della volontà di potenza. Andremmo lontano, di questo passo. Limitiamoci a dire che se assolutizziamo il tutto scorre eracliteo, come fanno i critici dell’invarianza, giungiamo direttamente al nichilismo, o meglio allo scetticismo totale, inteso come affermazione della totale inconoscibilità dell’essere. Tuttavia questa è pur sempre la posizione di una certezza, perché volendo negare la conoscibilità del reale, si sostiene nondimeno di conoscere un qualcosa di certo, fisso e stabile, cioè la non conoscibilità del reale, solo che a questo punto se nulla è davvero conoscibile, come si fa a sostenere di conoscere la non conoscibilità del reale? In altri termini la proposizione negatrice alla fine nega perfino se stessa, questo esito senza ulteriori sviluppi proposizionali è l’aporia in cui si chiude il tentativo di negazione (sul piano logico-ontologico) dell’invarianza. I critici non si rendono conto di muoversi su un terreno filosofico insidioso, disseminato di spoglie di precedenti diatribe e polemiche filosofiche millenarie, anche più antiche della filosofia presocratica. Spostiamoci sul piano storico-sociale. Una formazione sociale possiede dei caratteri invarianti, o se vogliamo degli aspetti prevalenti e ricorrenti, e fintanto che non trapassa in qualcosa di altro tipo (negazione della negazione), è sensato ipotizzare una conoscenza essenzialmente invariante (riferita ai suoi caratteri prevalenti), intesa quindi come conoscenza delle leggi tendenziali dei suoi invarianti (prevalenti) processi di esistenza socio-economici. Il ‘panta rei’ non viene negato dall’invarianza storica della dottrina marxista, bensì riaffermato nel suo essere flusso e forma, potenza e atto, e quindi non semplice orizzonte caotico, ma successione di sistemi ordinati in orizzonti di eventi guidati da attrattori, leggi tendenziali ( è la modernissima teoria del caos a convergere su questo assunto dialettico). In definitiva l’errore dei critici della parola ‘invarianza’, è nel non riuscire a cogliere il significato che essa assume nella concezione marxista: essa è ‘storica invarianza’, e quindi non significa il ritorno a verità assolute, ossificate e cristallizzate, sottratte alla vita reale, storica, degli esseri umani. L’invarianza postulata nel testo degli anni 50 (‘La invarianza storica del marxismo’) è innestata anch’essa nel ‘panta rei’ della storia, non certo in un limbo teorico astratto, come invece pensano i critici. D’altronde, ritornando ai termini apollineo e dionisiaco, presi a prestito da una fonte ‘filosofica’, Nietzsche, (diciamo) distante dai nostri orientamenti (per molti versi), ritroviamo la contraddizione dialettica fra forma (Apollo) e flusso (Dioniso), risolta nella sintesi unitaria che si manifesta nella nostra esperienza di vita. Nell’ambito della fisica moderna ritroviamo una analoga distinzione fra il concetto di discreto (apollineo) e il concetto di continuo (dionisiaco). I critici, nel tentativo di confutare il concetto di invarianza, assolutizzano invece, proprio loro, uno dei poli della relazione dialettica fra forma e flusso, cioè il flusso. Invece l’invarianza è stata definita, nel testo degli anni 50, ‘storica’, in altre parole non assoluta, ma relativa alla conoscenza di un certo modo di produzione, cioè alla comprensione delle leggi tendenziali di sviluppo della sua specifica struttura e sovrastruttura, e quindi, in definitiva, una conoscenza relativa a un certo tipo di società e di lotte di classe sorte nel fiume della storia. D’altronde, seguendo il percorso di pensiero dei critici, si rischierebbe di ricadere nella vecchia dicotomia Kantiana fra il mondo come fenomeno e il mondo come noumeno (la cosa in sé). Infatti, attribuendo alla realtà storica gli attributi di inconoscibilità della cosa in sé (in quanto assolutamente invariante), a noi ‘invariantisti incalliti’, incapaci di sollevarci alle altezze del caos dionisiaco, resterebbe il semplice possesso dell’illusorio mondo ‘fenomeno’, composto di realtà discrete, stabili, fisse. La conoscenza marxista storicamente invariante, ci permettiamo di dire, non dovrebbe essere considerata il semplice pensiero di Marx ed Engels, o di Lenin, ma in senso materialistico dovrebbe porsi come il frutto di una accumulazione di saperi ed esperienze lungamente incubati nella società, come segno, traccia e memoria della conoscenza ottenuta dall’esperienza storica della lotta di classe.

Le lezioni apprese nei momenti di massima intensità dello scontro pratico con l’avversario non devono essere dimenticate, in nome dell’assioma per cui ‘il mondo è cambiato quasi in ogni aspetto, anche se è ancora capitalismo’. Allora se il mondo è ancora capitalismo (nella sua essenza socio-economica), a dispetto dei suoi cambiamenti ( puramente formali), questo deve necessariamente significare che questo mondo può essere conosciuto e criticato sulla base delle esperienze pregresse (vittorie e sconfitte). Questo significa che è possibile fare delle previsioni, basate sulla conoscenza storicamente invariante (sintetizzata nel marxismo), che non è una metafisica o la fine dell’attività di indagine critica e di pensiero, ma la bussola che ci consente di navigare nel mare dell’apparente caos capitalistico. C’è un ordine e una geometria nel caos, le leggi tendenziali di sviluppo del modo di produzione capitalistico sono state svelate, esse formano, nel marxismo rivoluzionario, la più efficace approssimazione conoscitiva (quindi non la verità assoluta) alla realtà sociale. Un modello euristico, inevitabilmente contenente astrazioni e generalizzazioni, proprio in quanto modello, e tuttavia in grado di fornire un valido strumento di lotta alla classe oppressa. Esso è astratto e concreto insieme, poiché individua le invarianti caratteristiche degli attrattori sistemici, ovvero lo scheletro e gli organi che formano l’organismo socio-economico capitalistico, senza i quali non potrebbe neppure esistere. Questo sistema socialedi oppressione in definitiva può pure cambiare pelle o abito, parafrasando i critici, ( ‘In ogni caso, un tale pensatore “marxista” , afferma che il marxismo è invariante, mentre per noi il mondo reale è variante) mentre restano invarianti, necessariamente, fin tanto che il capitalismo esiste e se ne riconosce l’esistenza storica, le leggi tendenziali del suo divenire.

Postilla: Assoluti temporanei e verità storicamente invarianti…

Ci viene posta da alcuni lettori la richiesta di chiarire meglio il senso della Invarianza storica del marxismo, e la implicita negazione di una verità assoluta ad essa imputabile. Le domande e le critiche sono sempre benvenute, perché spesso aiutano a correggere o a chiarire certi aspetti lasciati in ombra all’interno di una certa analisi. Nel caso specifico ci viene suggerito di considerare se per un certo tempo storico, quella legge che noi indichiamo come approssimazione conoscitiva invariante, possa invece essere vista come una verità assoluta, destinata poi ad essere sostituita, in un tempo storico successivo, da altre verità assolute. Il problema è che il concetto di assoluto fa riferimento (in filosofia e teologia) a una realtà, a un ente, che trascende il tempo e lo spazio. Eterno, immutabile, senza origine e senza fine, a-spaziale e a-temporale (Riprendendo in questo senso i caratteri dell’essere/logos della scuola eleatica. Questa scuola, tuttavia, poneva accanto al logos immutabile, almeno nel poema filosofico del suo capostipite, Parmenide di Elea, un piano di realtà ‘umano’, esso stesso parte di questo logos, in cui ‘tutto è pieno, unitamente di luce e di notte oscura’). La verità delle leggi invarianti di cui parliamo noi è dunque storica, specifica del divenire di una certa società, e quindi di un certo modo di produzione. Non ci sembra opportuno usare, almeno dal nostro punto di vista, una categoria filosofica, l’assoluto, per descrivere le leggi storicamente invarianti. Preferiamo definirle in questo modo, e non con il nome di ‘assoluti temporanei’ perché il termine ‘assoluto’ è troppo legato a determinati significati antitetici alla realtà storica, e quindi il suo impiego potrebbe creare confusione e fraintendimenti metafisici (anche se ‘assoluti temporanei’ in fondo allude a un paradosso dialettico). La nostra posizione negatrice di verità assolute potrebbe rischiare di sfociare nel relativismo? In fondo le leggi invarianti indicano anch’esse delle verità permanenti, entro un certo arco di tempo storico (quindi, riconosciuta questa analogia, il quesito non dovrebbe più sussistere). Il relativismo, inteso invece in senso deteriore, indica la mancanza di conoscenze invarianti, indifferentismo, nichilismo: tuttavia è anche vero che vari sistemi morali hanno caratterizzato e tuttora caratterizzano gruppi sociali differenti, società diverse, individui particolari. L’esperienza documentata e tangibile dimostra che ci sono stati sistemi di valori diversi nel corso della storia umana, e che anche nel tempo storico attuale esistono diversi sistemi di valori, relativi a situazioni socio economiche determinate. Il nostro intento è quello di provare a scoprire e spiegare le correlazioni fra la vita sociale reale e questi differenti modi di pensare e di valutare le cose (determinismo politeista?). Banalmente proviamo a lumeggiare i rapporti di interazione dialettica fra struttura e sovrastruttura, tipici di una certa formazione sociale, relativa a un certo tempo storico.

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