Pensioni e plus-lavoro assoluto

Nota redazionale: Era inevitabile che le modeste proposte di modifica della legge Fornero, da parte di Cinque Stelle e Lega, sollevassero delle obiezioni e delle critiche da varie parti, preoccupate per il rispetto del pareggio di bilancio e per la difficile copertura finanziaria delle proposte. Attualmente quasi il 50 per cento delle entrate fiscali annue vengono impiegate per gli interessi sul debito pubblico. Questi interessi sono, di fatto, una ulteriore sottrazione di plus-lavoro/plusvalore ai proletari, ma stavolta posteriore a quella direttamente realizzata nel processo produttivo aziendale. Soltanto a titolo di promemoria ricordiamo che negli ultimi decenni si è verificata non solo una crescente estrazione di plus-lavoro diretta nei luoghi di lavoro (relativa e assoluta), ma anche di tipo indiretto con l’aumento della fiscalità. Di conseguenza, le condizioni di vita e il potere di acquisto dei proletari hanno subito dei peggioramenti ( ma pure la domanda e i consumi sono calati). Tornando al presente constatiamo che le argomentazioni dei critici delle proposte di revisione della legge Fornero si appigliano sulla loro inesistente copertura finanziaria, non valutando che quelle proposte sono state escogitate  per ottenere un rilancio dei consumi (e dunque sostenere l’economia industriale capitalistica). La produzione per essere venduta ha infatti bisogno della domanda del compratore, il quale in ultima istanza deve disporre di un reddito per poter comprare e far ‘girare l’economia’. 

I teorici del pareggio di bilancio e della riduzione del debito pubblico (in italia e in Europa) annunciano come severe cassandre le infauste sorti del paese che si azzardi a ridurre l’età pensionabile, dovendo il lavoratore sacrificarsi fino ai limiti della sua vita in nome del risanamento dei conti. Senza produzione, tuttavia, non c’è nemmeno estrazione di plus-lavoro/plusvalore, e quindi nemmeno una retribuzione lorda su cui applicare le imposte (IRPEF) che in buona parte finanziano il pagamento degli interessi sul debito pubblico.

Il problema della sostenibilità del debito pubblico, ovvero della possibilità del rimborso delle obbligazioni in scadenza o del pagamento degli interessi su di esse, è dunque correlato principalmente all’esistenza di un reddito nazionale (da lavoro dipendente o da utili d’impresa) in grado di fornire una adeguata base imponibile alle imposte dirette (IRPEF/Ires), e di sollecitare una adeguata domanda di beni e servizi, a sua volta fondamentale per consentire allo stato borghese un flusso in entrata di denaro dall’applicazione sulle cessioni di beni e servizi dell’imposta indiretta IVA, e al capitale industriale la monetizzazione del plusvalore incorporato nelle merci. 

Le modifiche alla Fornero e il reddito di cittadinanza sono dunque utili, in quanto creatori potenziali di reddito e domanda, al mantenimento e alla crescita delle entrate tributarie dello stato borghese, e alla monetizzazione del plusvalore nascosto nelle merci.

Nel giugno 2016 pubblicammo un articolo, al suo centro c’era il concetto di plus-lavoro assoluto come descrittore fondamentale delle logiche nascoste dietro le varie riforme pensionistiche. La nostra convinzione, infatti, è che se non ci si sforza di vedere il capitalismo per quello che è, cioè come un vero e proprio organismo parassita (delle energie di lavoro dei proletari), allora non si potrà neppure comprendere la ‘ratio’ che muove l’indefessa ‘attività ‘riformatrice’ dei governi tecnici o politici della borghesia. Oggigiorno un nuovo governo e una nuova maggioranza parlamentare sembrano orientate a cambiare alcuni aspetti della legge Fornero, anche in questo caso ci troviamo di fronte a una semplice dinamica capitalistica. Infatti già nei mesi di febbraio, marzo e maggio 2018 abbiamo analizzato il complesso di proposte dei vincitori delle elezioni politiche, evidenziandone la logica keynesiana di sostegno alla domanda: nel senso di creare occupazione e quindi reddito spendibile sul mercato, permettendo ai giovani di occupare i posti di lavoro degli anziani mandati in pensione prima dei limiti anagrafici imposti dalla legge Fornero (1). A proposito della riforma Fornero scrivevamo:  ”La riforma Fornero ha spostato l’età pensionabile a 67 anni, con la possibilità di ulteriori spostamenti in base all’aumento dell’età media di vita della popolazione italiana. Il fenomeno dell’allungamento dell’età pensionabile non è un semplice effetto di decisioni politiche, anche se le decisioni politiche trasformano in legge imperativa il fenomeno preesistente, poiché l’allungamento è collegato al funzionamento stesso della macchina economica capitalistica. L’apparato statale capitalistico, nella sua articolazione parlamentare, quindi in quanto potere legislativo, traduce in leggi le dinamiche di funzionamento ottimale dell’organismo socio-economico capitalistico. Ripetiamo, a maggiore chiarimento di questa tesi, delle analisi già svolte in altri articoli presenti sul sito. Il capitalismo oppone al tarlo che lo divora dall’interno, cioè la caduta tendenziale del saggio medio di profitto, alcuni medicamenti temporanei, in modo particolare l’aumento dello sfruttamento della forza lavoro salariata e l’aumento della produzione di merci (produrre e vendere di più per recuperare i minori margini di plusvalore incorporati nella singola merce). L’allungamento dell’età pensionabile, contenuta nella proposta di legge Fornero del dicembre 2011, non incontrò resistenze significative fra i destinatari del provvedimento (la classe lavoratrice), e quindi fu ben presto votata dal parlamento e trasformata in legge. All’epoca era in sella il governo Monti, succeduto ad un esecutivo guidato dal centrodestra berlusconiano, ormai considerato dall’oligarchia capitalistica nazionale ed europea non più in grado di amministrare in modo efficace la macchina economica del capitale. La narrazione utilizzata dalla classe dominante per indorare l’allungamento dell’età pensionabile si incentrò sul rischio ‘Grecia’, ovvero sul pericolo di tagli alle retribuzioni e sul non pagamento delle tredicesime. In altre parole fu giocata abilmente, come in altre circostanze del passato recente, la carta dell’emergenza, in questo caso il pericolo era rappresentato dal debito pubblico abnorme e dal collegato differenziale (spread) fra il tasso di rendimento dei titoli del debito pubblico italiano e il tasso di rendimento dei titoli del debito pubblico germanico. La narrazione ideologica si basava, e tuttora si basa, sull’idea che la nazione italiana è una grande famiglia, e dunque come una vera famiglia deve contribuire a salvare i conti pubblici dal dissesto, sacrificando qualche anno di vita in più di lavoro per contribuire alla diminuzione del debito pubblico. Come alternativa e corollario a questa narrazione favolistica principale trovavamo (e troviamo tuttora) l’argomento della non sostenibilità (della precedente soglia anagrafica pensionistica a 62 anni)  per i conti dell’INPS a causa dell’allungamento della vita media della popolazione. Questo argomento puramente contabile mette in relazione il numero globale (crescente) dei pensionati, con il numero globale (decrescente) dei lavoratori attivi, mostrando il volume monetario minore dei contributi versati dai lavoratori occupati a fronte del volume monetario maggiore delle pensioni erogate ai pensionati. Una ragione della differenza fra entrate contributive ed uscite per assegni pensionistici è dovuta, a detta della vulgata ufficiale, al fatto che buona parte delle attuali pensioni sono calcolate con il sistema retributivo (o misto), ovvero un sistema di calcolo che tiene conto della media delle retribuzioni che l’interessato ha percepito in un periodo di tempo immediatamente precedente l’entrata in pensione. Il sistema contributivo, che sta progressivamente sostituendo il precedente metodo di calcolo retributivo, riguarda invece gli anni di lavoro svolti dal 1996 in avanti ( fermo restando il criterio del calcolo retributivo per gli anni di lavoro antecedenti al 1996). Il ‘contributivo’ basa il calcolo della pensione non sulla media delle ultime retribuzioni percepite dal lavoratore, ma bensì sui contributi effettivamente versati dal lavoratore e dall’azienda. Come si può ben arguire il sistema contributivo non obbliga le casse dell’INPS al sostenimento di importi eccedenti i versamenti contributivi reali, e quindi a pieno regime implicherebbe il pieno pareggio dei conti, anche se al contempo significherebbe una riduzione generalizzata dell’importo delle pensioni.

Da un punto di vista astrattamente contabile le argomentazioni sull’innalzamento dell’età pensionabile avrebbero dunque un senso logico, mentre dal punto di vista della realtà fattuale dell’economia capitalistica, in cui opera la legge del valore lavoro, e la classe dominante si appropria a ciclo continuo del plus-lavoro proletario, esse non hanno chiaramente alcun senso concreto, poiché la retribuzione lorda erogata al dipendente (su cui vengono poi trattenute le ritenute sociali, alias contributi INPS), potrebbe, una volta reintegrata del plus-lavoro sottratto dal capitalista, essere molto più alta, e quindi consentire una base di calcolo molto più ampia dei contributi /ritenute sociali INPS, e di conseguenza, permettere delle erogazioni pensionistiche decisamente superiori a quelle attuali.

Pia illusione, poiché il regime economico capitalista è orientato/guidato dalla legge dell’accumulazione/riproduzione allargata del capitale, e quindi ‘deve’ soddisfare la sua fame di plus-lavoro (tendenzialmente impedita dalla caduta storica del saggio di profitto), con l’incremento dello sfruttamento, cioè con l’aumento della produttività del lavoro (impiego ottimale/efficace del lavoro all’interno degli stessi tempi giornalieri), oppure con l’aumento puro del tempo di lavoro, a retribuzione invariata o addirittura diminuita. Nel primo caso parliamo di plus-lavoro relativo, nel secondo caso di plus-lavoro assoluto. Il secondo caso riguarda anche l’allungamento dell’età pensionabile, la quale si configura, questa volta nel mondo concreto dell’economia capitalistica, e non più nella sua astratta rappresentazione ideologica, come un vero e proprio comando coercitivo a lavorare al di là dei limiti temporali fissati in precedenza, alla pari di un lavoratore a cui vengano imposte delle ore di lavoro straordinario a parità di retribuzione (giornaliera o mensile).

Le proposte dei partiti sulle pensioni, trascurando questi dettagli fondamentali del mondo reale, si proiettano di conseguenza su un piano illusorio, e sono destinate inevitabilmente a scontrarsi in seguito con il punto di vista astrattamente contabile delle argomentazioni sull’innalzamento dell’età pensionabile, le quali pur essendo astratte in linea generale, sono comunque adeguate alla fame da lupi di plus-lavoro del capitale che caratterizza l’attuale modo di produzione”.

 (1) Cinque Stelle e Lega hanno inoltre proposto la radicale modifica della legge Fornero, riportando il limite dell’età pensionabile a 62 anni. Anche in questo caso potremmo registrare degli effetti positivi sulla domanda, infatti i posti di lavoro lasciati liberi dai pensionati, sarebbero almeno in parte occupati dai nuovi assunti (in precedenza disoccupati), i quali percepirebbero una retribuzione destinata a trasformarsi in nuova domanda di merci, mentre i neo-pensionati continuerebbero a sostenere la domanda globale grazie all’assegno pensionistico.

 

Pensioni news: stratagemmi a confronto per risolvere l’annoso problema degli anziani (giornate capitalistiche)

Consideriamo, in generale, che la produzione capitalistica non è soltanto produzione di merci, ma, fondamentalmente, produzione di plusvalore. Il proletario deve produrre plusvalore per essere produttivo per il capitale. Quindi la produttività del lavoro, nell’economia capitalistica, è una condizione relativa, specifica, del lavoro dell’operaio che produce plusvalore per il capitalista, quindi il lavoro salariato va inteso come una mera funzione subordinata del processo di auto-valorizzazione del capitale. Quando usiamo il termine PLUSVALORE ASSOLUTO ci riferiamo al prolungamento/allungamento della giornata lavorativa oltre il limite in cui l’operaio salariato produce soltanto un corrispondente del valore della sua forza-lavoro ( erogato dal datore di lavoro sotto forma di retribuzione/salario). La giornata lavorativa del proletario è quindi approssimativamente divisa in due parti: “lavoro necessario” e “plus-lavoro”. Parlando di PLUSVALORE RELATIVO, ci riferiamo alla circostanza in cui il “lavoro necessario” viene ridotto, con metodi e processi organizzativo-gestionali che rivoluzionano i processi tecnici del lavoro, e quindi  consentono di accorciare il tempo di lavoro per produrre l’equivalente in merci della forza lavoro, cioè il tempo di lavoro corrispondente al salario percepito del lavoratore.

Il salario percepito dal lavoratore non può scendere al di sotto del livello di sussistenza, a meno di non disporre di masse enormi di forza-lavoro (come nelle esperienze storiche dei lager), da utilizzare come rimpiazzo immediato per i caduti (a cui è stata erogata una retribuzione al di sotto del livello di sussistenza). Abbiamo ricordato che con il termine PLUSVALORE ASSOLUTO ci riferiamo al prolungamento/allungamento della giornata lavorativa, oltre il limite in cui l’operaio salariato produce soltanto un corrispondente del valore della sua forza-lavoro.

In questo senso, potremmo ipotizzare che l’attuale innalzamento dei requisiti anagrafici per raggiungere l’età di pensionamento, rientri, a buon merito, nella tipologia (in forma indiretta) del plus-valore assoluto. Infatti, se definiamo la pensione come salario differito, vedremo che in considerazione della speranza di vita media di una certa popolazione, l’innalzamento dei limiti di età per la pensione si tradurrà (di fatto), mediamente, in mancata erogazione di un certo numero di assegni mensili pensionistici, cioè in plus-valore assoluto (inteso, in questo caso, non come conseguenza dell’allungamento puro della giornata lavorativa (a parità di retribuzione, e quindi di beni e servizi acquistabili), ma come il risultato della sottrazione/diminuzione del totale medio dei salari differiti, cioè le pensioni mensili, mediamente percepite dal lavoratore prima dell’innalzamento dei requisiti anagrafici).

Se dunque ipotizziamo che un lavoratore percepisse, prima della riforma Fornero, andando in pensione a 62 anni, almeno 13 assegni mensili annui moltiplicati per 18 anni di vita media residua, adesso, con il limite anagrafico dei 67/68 anni, dovremo moltiplicare tredici assegni mensili annui per una vita media residua di 13 anni (conteggiata a  partire da 67/68 anni, quindi 80 meno 67=13, mentre 80-62=18). Si tratta di una mancata erogazione di 13 mensilità annue mediamente relativa a cinque anni, corrispondente a (13 per 5) sessantacinque salari differiti/assegni pensionistici. Da un altro punto di vista, si tratta del prolungamento di cinque anni di lavoro, a fronte di una legislazione che in precedenza prevedeva l’erogazione a 62 anni dell’assegno pensionistico. Tornando ai problemi teorico-terminologici, comunque si voglia inquadrare concettualmente/linguisticamente questa situazione di fatto, nessuno potrà negare che pur in presenza di orari di lavoro giornalieri invariati, la riforma Fornero ha potentemente variato/prolungato il limite di anni di lavoro necessari per ottenere il salario differito/pensione.

La diatriba politico-sindacale di maggio/giugno 2016, in merito alla flessibilità in uscita per andare in pensione con tre anni di anticipo, ha degli aspetti come al solito grotteschi e paradossali, e dunque non avrebbe senso  riportare il balletto di dichiarazioni dei vari attori della scena gestionale-amministrativa del capitalismo italico. Colpisce, in ogni caso, la proposta governativa di prevedere l’obbligo (per il lavoratore che chieda l’anticipo) di un prestito da rimborsare in venti anni. Immaginiamo che pochi lavoratori decideranno di usufruire di questa ‘opportunità’ concessa dal governo Renzi. Riflettiamo: tre anni di lavoro in meno, a costo di un prestito da restituire in venti anni, con una penalizzazione permanente sull’assegno medio mensile pensionistico di almeno il 10/15%, una cosa del genere non si può proprio definire un buon affare. Sospettiamo che l’economia capitalistica (su scala internazionale) abbia qualche serio motivo di preoccupazione verso gli anziani, considerati un peso per la produzione di plus-valore (assoluto e relativo), e un costo improduttivo per i conti pubblici, e quindi sia obbligata a progettare ogni possibile stratagemma per alleviare e risolvere l’annoso problema.

L’allungamento dell’obbligo di permanenza sul posto di lavoro è uno di questi stratagemmi, perché, oltre a liberare l’apparato statale del capitale dall’obbligo di erogare un salario differito/pensione ( in base ai precedenti calcoli mediamente per 65 mesi), senza una corrispettiva prestazione lavorativa attuale, esso ottiene (mediamente) anche l’effetto di ridurre la speranza di vita del proletario, e quindi ottiene di ridurre il numero totale prevedibile di assegni pensionistici da erogare. Questo secondo aspetto (la riduzione della speranza di vita) è correlato alla maggiore nocività, per l’organismo psico-fisico umano, degli sforzi di lavoro prolungati oltre una certa soglia di età. In parole povere, abbiamo il piccolo sospetto che obbligare un essere umano a restare al lavoro, fin oltre la soglia dei 67/68 anni, non sia molto prudente e salutare per il suo organismo.

Come ricordavamo di recente, la legge della popolazione/sovrappopolazione capitalistica descrive un insieme di processi tendenti inesorabilmente all’aumento della massa di proletari di riserva (latente,fluttuante,stagnante), sotto la spinta della sostituzione (storica) del capitale variabile (forza-lavoro umana), con il capitale costante (mezzi tecnici di produzione). Questa circostanza economico-aziendale, posta in essere dalle leggi stesse della concorrenza, determina il fenomeno della caduta tendenziale del saggio medio di profitto (fondato in ultima istanza sulla estorsione di plus-lavoro proletario, per cui riducendo il numero di proletari occupati, si riduce anche l’entità percentuale del plus-lavoro/plus-valore globale). Come controtendenza storica alla tendenza generale alla caduta del saggio medio di profitto, l’economia capitalistica mira ad incrementare innanzitutto il saggio medio del plus-valore relativo. Il suo incremento si realizza, generalmente, con l’impiego maggiore di capitale costante e di processi produttivi e organizzativi più efficienti ed efficaci ( e l’efficienza è appunto la capacità dell’impresa di raggiungere risultati simili o migliori rispetto al passato, riducendo i costi aziendali, in primis quello del lavoro).

Tuttavia il capitalismo senescente, nella sua parabola distruttiva, riscopre anche forme di appropriazione di plus-valore assoluto tipiche di fasi precedenti (e quindi, come tendenzialmente viola i limiti delle otto ore giornaliere di lavoro, ad esempio attraverso gli straordinari più o meno obbligatori, pagati come ore normali o addirittura con erogazioni in natura, buoni pasto, merci; così, agendo coercitivamente, mira ad allungare non solo la giornata lavorativa della frazione proletaria di lavoratori occupati, ma anche il tempo di vita globale che il proletario occupato deve destinare alla valorizzazione del capitale).

In definitiva, parafrasando il linguaggio e le espressioni asettiche dell’organizzazione aziendale ( insegnata nelle nostre scuole), possiamo giustamente sostenere che le risorse umane, al pari delle risorse tecniche, sono considerate un semplice fattore produttivo aziendale che l’impresa capitalistica deve costantemente ottimizzare nell’impiego.

Una ottimizzazione di impiego delle risorse disponibili, realizzata al fine di incrementare la produttività di ogni fattore produttivo aziendale, in primis le risorse umane (estraendo da esse maggior plus-valore assoluto e relativo), per poi consentire all’impresa di vivere e crescere nel mercato concorrenziale dell’economia borghese (in presenza della tendenza generale, storica, alla caduta del saggio medio di profitto).

Se riflettiamo sul senso di questo mantra capitalistico, riusciamo anche a scorgere il senso della follia (umana) di obbligare gli anziani a logorarsi per altri cinque anni della loro vita al servizio esclusivo della valorizzazione del capitale.

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